In memoria di Angelo Ferrante

Angelo Ferrante

Ho incontrato Angelo Ferrante per la prima volta una trentina d’anni fa. E’ bastata una chiacchierata per riconoscere subito in lui, naturalmente, l’amico fraterno che sarebbe sempre stato; così, a pelle, con la stessa naturalezza e spontaneità con le quali sarebbe possibile a chiunque, leggendo uno solo dei suoi libri, apprezzare e testimoniare il suo valore di poeta. L’ultima volta che l’ho sentito, abbiamo parlato, tra le altre cose, del progetto di mettere in rete una sorta di antologia che desse conto, almeno in parte, del suo percorso poetico. Lo farò, appena mi sarà possibile, copiando dalle sue raccolte i testi che ho annotato nel corso degli anni, quelli con cui ho dialogato lungamente, quelli che mi hanno segnato, e insegnato – sapendo che niente e nessuno potrebbe mai colmare l’assenza che si porta dentro chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerlo; sapendo che nessun dire potrebbe mai restituire il pudore, la dignità e la forza con cui parlava della sua lotta, della sua corsa contro il tempo.
Ti abbraccio, carissimo amico, e ti saluto con le parole con cui chiudevi ogni incontro, ogni discorso, ogni lettera, ogni telefonata: “con affetto e amicizia immutabili“. Ovunque tu sia. Per sempre. Perché ovunque sei, rimarrai per sempre qui: dentro la vita. (fm)

 

Andare come chi non sa la via,
come chi va e non sa se poi ritorna,
come un cieco che insegue, in una scia,
il chiarore impossibile del giorno,

riscoprire la purezza sonora
di una voce che mormora e poi tace,
l’ombra di un passo incerto che scompare,
la casa vuota, un brivido di luce

nel nulla di una strada senza uscita,
e poi fermarsi, soli, ad aspettare
una mano che tenda le sua dita
verso la mano che si lasci andare…

 

Dentro la vita

Angelo Ferrante poeta viene da lontano. Già nel 1983, con Segni, mostrava di dominare la materia con estrema disinvoltura, inserendosi nel filone dello sperimentalismo linguistico (sperimentalismo non avanguardia!) alla ricerca di un dire che non fosse una pedissequa imitazione dei classici italiani e stranieri.
Lo sperimentalismo ha attraversato gran parte della produzione di Ferrante raggiungendo il suo culmine con Reperti fonici (Anterem, 2000), opera in cui significato e significante si fondono in strutture inedite e dense di materia e realtà.
L’approdo ad una versificazione, apparentemente più in linea con la tradizione italiana, si è avuto con Racconto d’inverno (Manni, 2002), Senso del tempo (Book, 2003) e Lessico privato (Stamperia dell’Arancio, 2004) e si è riconfermato con questo Dentro la vita edito da Moretti & Vitali, nel 2007, nella collana Fabula.
Ribadisco: la poesia attuale di Angelo Ferrante, pur rinunciando alle forme più radicali della sperimentazione (ritmi sincopati, neologismi, cambi improvvisi di registri linguistici, discesa nel primordio della fonazione, significanti denudati del significato, phoné assoluta, musica contemporanea del sentire) non schiaccia il linguaggio nel solco della tradizione, ne testa anzi ogni possibilità al limite dell’eresia compositiva (basti pensare all’uso della quartina in molti poemetti e al rincorrersi degli enjambements in un tessuto organico che esce da ogni stilema predigerito). Quando anche ricorre alla terzina – come nei poemetti della seconda parte – è una terzina che, partendo da Dante, ha attraversato almeno due grandi eretici della metrica: Pascoli e Pasolini fino a diventare metro di un ritmo solo apparentemente tradizionale, legato invece a doppio filo a tensioni contemporanee, al recupero di un dire che non si abbassa mai al minimale o al bieco contorcimento di un Io debordante.
E proprio il “dire” sostanzia i versi di Ferrante in questo Dentro la vita. Un “dire” dentro la vita senza infingimenti e smarrimenti, sull’onda di ossimori e antitesi: “un buio luminoso”, “stare vicini ed essere lontani”, “L’onda marina sale alla montagna / Il fiume ha la sua foce sulla vetta. / la terra, liquida sostanza, bagna / la riva” e rovesciamenti di senso, quasi surreali, che spaziano sulla bellezza percepita dall’uomo e sulle brutture che lo stesso ha prodotto. Ferrante coglie il bene e il bello, nell’eterna lotta contro il brutto e il cattivo, in un frangente storico che, anche esteticamente, ha perso certezze e si avviluppa su se stesso quasi ad imitare un buco nero dell’anima, in grado di assorbire/inghiottire il tempo, la materia, lo strazio umano e la residua possibilità di una pienezza esistenziale. Il degrado del presente risalta in crude contrapposizioni, si staglia fu fondali di una bellezza classica ma non riesce ad assurgere al ruolo di archetipo, di mito, non riesce a sublimarsi, il sangue non feconda più, una volta e per sempre, la terra. È sangue sterile che si perde in sottopassaggi e strade d’asfalto e, come nel caso di Pasolini, in sterrati di preservativi, monnezza e vetri rotti. È sangue che ha perduto la funzione rigenerante, è dispersione, sofferenza, patimento. È frutto della malvagità sacrilega dell’uomo, dell’uomo che non si guarda più intorno, che non si accorge della bellezza del vivere, perso com’è nell’artificio, nella corsa inutile che solo debilita e distrugge ogni possibile senso.
Al proprio “sentire” è dedicato il primo testo della raccolta, ma è un “sentire” comune di chi dis/sente, di chi non cerca consolatori sermoni ma guarda in faccia il reale manifestarsi delle cose, gli accadimenti umani e coglie, leopardianamente, “i minimi frantumi, il lento / sfarinarsi delle rocce, il lontano / mormorio degli astri, l’aria, il vento” e avverte il mutamento del tutto: l’eterno, l’ignoto…
In questa dimensione cosmica si pone il Ferrante di Dentro la vita e con il distacco e la pietas coglie il romorio della vita, la forza del sogno e la durezza dell’essere carne corruttibile dal tempo e immersa nel tempo, ma carne pensante e sensibile che annota, senza temere stilemi abusati, la bellezza in cui è immersa l’esistenza – “il cammino umano” – e quanto risalti in questo quadro, solo in apparenza incorruttibile, il dolore umano, il desiderio inconscio dell’animale pensante di distruggere anche il proprio habitat.
Dentro la vita troviamo anche il mistero della morte che non si disvela metafisicamente ma incombe su ogni nato e che si materializza in mille modi e situazioni, quasi a rimarcare la bellezza della natura ancora più preziosa perché non eterna in senso assoluto e, non da tutti, afferrabile nel breve istante del vivere umano. Un istante che si vorrebbe fermare e riproporre e che trova una sua dimensione nella pagina scritta che ne ritarda la morte e il definitivo svanire.
Così la poesia – vedasi il testo dedicato a Pasolini – può farsi arma per interagire col presente stato delle cose e, memore del “sentire” iniziale, ricondurre l’uomo alla sua vera limitata essenza.
L’io lirico che percorre Dentro la vita non può, per sua natura, non diventare “civile”, non alzare e abbassare lo sguardo sull’agire umano, sugli abbagli/inganni collettivi e individuali. La poesia, quando è figlia del suo tempo, travalica le divisioni e diventa respiro di una moltitudine, probabilmente minoranza, ma minoranza viva e cosciente: “Penso alle cose, alle più diverse, che non meritiamo perché non le amiamo. Penso alle stelle, ai fiori, al mare”.

(Enrico Cerquiglini: Recensione a Dentro la vita, di Angelo Ferrante, La Clessidra, n. 1, 2009, ora su Tra nebbia e fango del 29 maggio 2010.)

 

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Qui una bellissima testimonianza di Gianni D’Elia
In morte e in vita di un poeta.
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10 pensieri su “In memoria di Angelo Ferrante”

  1. Doveroso omaggio Francesco e non vedo l’ora di rileggere le sue opere on-line sperando qualche editore prima o poi pubblici un’antologia cartacea. Ho già avuto modo di scrivere su di lui: grande perdita di un grande uomo e poeta. Pare scontato ma il binomio è rarissimo…

    Un caro saluto

  2. Non conoscevo questo poeta, ma questi pochi versi mettono curiosità e voglia di leggere i tanti suoi altri. Sperimentalismo innestato, mi pare, sui canoni metrico-ritmici tradizionali ai quali la musicalità volutamente “imperfetta” conferisce un forte senso di straniamento. Un Labor-intus, dunque, riprendendo il termine da un avanguardista, ma che ha sperimentato pure lui.

  3. lessi a suo tempo ‘Reperti fonici’, libro che mi impressionò davvero molto. e mi domandavo, “ma perché questo qua non è nelle antologie (famose-sic)?”
    con il tempo ho capito, perché era, pardon, è poeta.

    un abbraccio /nel ricordo/

  4. Angelo Ferrante è stato un grande uomo (e chi lo ha conosciuto lo sa benissimo). Angelo ci ha lasciato una grande poesia, una poesia che era nel suo parlare, nel suo respirare, nel suo soffrire (quanto dolore gli ha riservato la vita!) e nel suo essere sempre e comunque nella vita, anche nella sofferenza che lo ha tormentato negli ultimi anni. La sua poesia è il ritmo degli ultimi cinquant’anni, il passaggio da un mondo arcaico alla lacerazione contemporanea e “Lacero quotidiano” è una delle sue raccolte più dense, uno di quei testi che ogni aspirante facitore di versi dovrebbe divorare. Angelo non ha conosciuto gli onori delle cronache letterarie, non era aduso alla piaggeria, alla cortigianeria, alle consorterie. Quanti libri di poesia pubblicati da Einaudi, da Mondadori ed altre case editrici possono reggere il confronto con la poesia di Angelo? Quanti ora noti possono dire di aver fatto qualcosa per far conoscere i versi di Angelo? Se si escludono Gianni D’Elia e Franco Loi, quali dotti poeti si sono occupati dei versi di Angelo, quali dotti critici, sempre alle prese con canoni-non canoni, sperimentalismo, avanguardia, moderno e post-moderno, possono dire di aver degnato di uno sguardo questa straordinaria produzione poetica? Il mondo delle lettere, e della poesia in particolare, hanno anticipato il degrado del paese, hanno dettato in parte le linee di un presente in cui emerge non chi vale ma chi sa vendersi, di chi è prossimo ai poteri, di chi non ha scrupoli.
    Ma Angelo era un grande uomo, un grande poeta, figlio di un dignitosissimo Molise, che ha attraversato la vita e la poesia senza mai chinare la testa, senza mai prostituirsi. Sono felice di averlo conosciuto, di aver passato molte ore insieme, di aver letto molte sue cose in anteprima; sono tristissimo perché ora non avrò più modo di ascoltarlo, si ridere con lui, con lui ragionare e magari incazzarsi sulle sorte dell’Italia. Resta la sua poesia e nei versi Angelo risorge, è vivo, ti parla dentro.

  5. Sagge parole Enrico, ma la cosa che mi sconvolge ancora di più che solo il tuo blog e quello di Francesco e de La Gru (con un articolo di D’Elia appunto)hanno dato notizia della sua morte. Forse da morto non poteva fare nessun favorino a tanti blogger che postano troppo spesso con secondi fini? Ecco, questa è la poesia contemporanea, onore a voi che lo avete ricordato per quanto grande era senza secondi fini.

    Un caro saluto

  6. Però in compenso, caro Luca, una notizia che ti “rallegrerà” sicuramente non poco: ho scoperto un saggio di una ventina di cartelle, dedicato a un autore che ha al suo attivo una (1) plaquette di venticinque testi. Nella sua bibliografia (!) sono segnalate cinque antologie in cui compare (con testi tratti sempre dal capolavoro in questione) e quattro riviste, con relativi nomi di “critichi”, che si sono occupati di lui…

    La rete è questo, le riviste anche, e la madre degli idioti è sempre più gravida…

    fm

  7. Sono molto dispiaciuto; ho conosciuto Angelo al premio “Sandro Penna” e, anche se poi ci siamo persi, ho subito avvertito la sua colta amabilità, il suo essere uomo, prima ancora del poeta che è stato. Un altro vuoto, ora.
    F. F.

  8. Mamma mia Francesco, al peggio non c’è mai fine. Sono sicuro che Angelo Ferrante prima o poi avrà il posto che gli compete… io non mi arrendo!

    Un caro saluto e grazie!

  9. Grazie Francesco per questo ricordo e per la profondità di lettura. Peccato, per la vita. Peccato per tutto, l’ennesimo. E dire che era uno dei nomi certi, negli anni ’80. Ma sappiamo cosa conta e cosa si perde con le hit parade, e le classifiche di ogni tipo. Ora però c’è il web, con tutta la sua potenzialità di archivio memoria e ascolto, e le cose, anche i giochetti di potere possono essere invalidati da testi e attestazioni libere, non codificabili e non mercanteggiabili. Ma non per questo prive di autorevolezza….rebstein, docet.

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