I paesaggi nascosti di Isabel Ramoneda

Rosa Pierno

Il bianco, egemonico colore di fondo, pare subito un’esca per gli occhi, atta a svuotare la mente. Una specie di esperimento in cui si voglia fare piazza pulita dei concetti, delle consuetudini dei circuiti scavati e frequentati solo per abitudine come anche delle reti complesse e strutturate della conoscenza. Il colore della tabula rasa, della mente priva di memoria. Eppure, contemporaneamente si viene captati da queste affascinanti superfici sentendosi partecipi di un viaggio, poiché l’occhio si ferma a ogni istante calamitato da una diversa modalità di lavorare il colore mediante la grana materica del supporto, di incidere il segno o di sovrapporlo, di disporre a strati il pigmento per modificare apparenze e trasparenze in un inesauribile florilegio di sorprese. Il viaggio, infatti, come ogni viaggio di iniziazione, è disseminato di indicazioni e di soste, di boe e di tranelli, di sbarramenti e di scorciatoie. Siamo di fronte alla rappresentazione di un paesaggio in forma cartografica ove segni, fiori, tacche, grumi e tessiture materiche scandiscono quasi la registrazione di un diario: che questo paesaggio sia reale e interiore insieme, che riesca a riassumere in sé le qualità dell’uno e le caratteristiche dell’altro è uno degli elementi più fortemente originali e trainanti da sperimentare all’interno dell’opera di Isabel Ramoneda. D’altronde, il capovolgimento dalla tabula rasa alla tramatura della memoria è sbalorditivo, considerando la misura e la raffinatezza delle gradazioni variegatissime quanto delicate dei passaggi materici e coloristici che l’artista tesse dinanzi e intorno a noi: la localizzazione sulla superficie dei fatti percettivi diviene spazializzazione per chi osserva.

La ricchezza delle opere di Isabel Ramoneda è costruita sapientemente con strati che ricordano quelli dell’intonaco di antichi muri con minime porzioni di affresco non caduto o sgraffiato via o con mani aggiuntive di colore a parziale rimessa, quasi a simboleggiare che la storia non può avere uno svolgimento lineare né essere esegesi totalizzante. Infatti, la superficie ottenuta dalla Ramoneda equivale a un reperto, qualcosa che del tempo porta le orme, le tracce esangui, e che è impossibile reintegrare o leggere interamente. Le velature che occultano o che recano i segni, le screziature, le righe, le frasi, i fiori, le venature sono così funzioni del tempo trascorso: quel che viene alla luce viene alla luce nella memoria, a lacerti, a brani, come le frasi d’una cantilena, le righe del quaderno delle elementari. Dalle solcature effettuate nel muro per avere i contorni del disegno da campire col colore, tipica degli affreschi medioevali, dalle informi pennellate di corposo pigmento nascono domande di ben altro genere: che cosa ricorda un verde cinabro oppure come è possibile attuare la classificazione dei fiori? E’ in fondo l’alchimia delle associazioni, dei rinvenimenti, dei collegamenti che viene tessuta in queste opere, visto che ciò che riaffiora nella memoria si lega con altri ricordi e forma piccoli conglomerati a sé stanti, non più riconducibili agli elementi originari.

La superficie del quadro, mossa come quella del mare, ondeggia a tal punto che si vede quel che è rappresentato solo parzialmente. Il passaggio dalle parole fittamente scritte, color seppia, agli sbuffi di colore che presentano la medesima efflorescenza delle macchie d’umidità è quasi continuo: il fruitore non lo avverte poiché a causa della loro stretta vicinanza egli è portato a vedere il testo e a leggere le macchie. In questa imprecisione della funzione, in tale slittamento del senso, svincolandosi dalle modalità di ricezione canoniche che sempre distinguono testo e immagine, si trova, crediamo, il nucleo generativo di questo raffinatissimo lavoro di intarsi e di filigrane in cui non fili, ma superfici s’intersecano e spariscono, riaffiorano e s’immergono senza sosta. Studiare, dunque, il passaggio dal testo all’immagine come se il testo fosse immagine e l’immagine testo, vuol dire essenzialmente cercare le soglie in cui avviene la cesura tra le due forme o la loro metamorfosi l’una nell’altra, trovando che questo discrimine non è fondato se non nelle nostre abitudini, e, dunque, perciò stesso modificabile. Quel che, alfine, galleggia sulla superficie del bianco è un pullulare di forme e figure e parole che non possiamo che chiamare immagine ibrida, anfibia, la quale ci insegna che è sempre possibile vedere in modo diverso, che le forme non sono dogmi e che l’arte aiuta a trattare le forme culturali come osmotiche, sempre nuovamente tracciabili e definibili. Preziosissimo damascato tessuto su cui il nostro ammaliato sguardo resta intrappolato, le opere di Isabel non ci consentono di abbandonarle, di uscire da questo paesaggio percorso e rappresentato al tempo stesso.

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Georgina Spengler, Isabel Ramoneda
Paesaggi nascosti
presso la galleria ”Napoli Nobilissima”,
Napoli, dal 21 maggio 2010 al 31 luglio 2010
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1 commento su “I paesaggi nascosti di Isabel Ramoneda”

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