Il mese dopo l’ultimo (I)

Marco Ercolani

Con questo testo di Marco Ercolani, pubblicato qui in anteprima, il “Circolo Schulziano” fa le sue prove generali in vista dell’apertura di una sezione permanente nei locali della Dimora. Si tratta della comunicazione inviata dall’autore (unico scrittore e studioso italiano invitato) al IV International Bruno Schulz Festival (ARK OF BRUNO SCHULZ IMAGINATION), curato da Wiera Meniok e tenutosi a Drohobych nei giorni dal 24 al 30 maggio 2010.

Il Circolo è aperto a tutti: a coloro che hanno amato e amano questo autore unico e irripetibile e i suoi due libri editi; a coloro che hanno fantasticato, da sempre, sul romanzo perduto, provando a immaginarne il contenuto; a coloro che non lo conoscono ancora: ai quali si chiede, quale tassa di iscrizione (!?), unicamente la promessa di leggerne le opere. A tutti, indistintamente, in occasione dell’apertura ufficiale (?!), che avverrà la settimana prossima, sarà regalata una copia formato pdf dell’opera (Il mese dopo l’ultimo: introvabile in volume) di cui si parla ampiamente in questo articolo. La speranza è che qualcuno, fuori da queste stanze, si accorga, finalmente, che in Italia i grandi libri esistono ancora. Basta non cercarli nelle classifiche di vendita e nei cataloghi-spazzatura di parecchie (o dell’unica?) grandi editrici. Lì, tranne rare eccezioni, di grandi libri e grandi scrittori non ce ne sono. Anzi, sempre più spesso, sono assenti anche i libri, anche gli scrittori. (fm)


(Roberto Matarazzo, Ex libris per Bruno Schulz)

Il mese dopo l’ultimo
(un romanzo apocrifo per Bruno Schulz)

1.

In una lettera a Romana Halpern del 5 dicembre 1936 Bruno Schulz scrive: «Ora sto leggendo Incubi di Zegadlowicz. Al di là di questo libro vedo i contorni di un altro libro che io stesso vorrei scrivere, così che in verità non so se leggo questo o anche quell’altro, potenziale e irrealizzato. Proprio così si legge nel modo migliore, quando fra le righe si legge se stessi, il proprio libro. Così leggevamo ai tempi dell’infanzia, perciò poi gli stessi libri, un tempo così ricchi e carichi di sostanza – più tardi, nell’età adulta, sono come alberi spogliati del fogliame – delle nostre apposizioni, con le quali colmavamo le loro lacune. Non ci sono più da nessuna parte i libri che avevamo letto nell’infanzia, sono svaniti – sono divenuti nudi scheletri. Colui che avesse ancora in sé il ricordo e il contenuto dell’infanzia – dovrebbe riscriverli di nuovo, così come erano allora. Nascerebbero un vero Robinson e un vero Gulliver».
Chi di noi, in questo momento, non prova il desiderio inconfessato di leggere il libro che Schulz stava leggendo sessantaquattro anni fa? Chi non vorrebbe leggere adesso le frasi che gli occhi di Schulz leggevano ancora e, con la forza della fantasia, reimmaginarle? È come un sogno infantile: «aggiungere» ai libri la nostra visione, in modo che quei libri non siano più gli stessi; ma diventino nuovi, mutati, trasformati, «toccati» dai nostri sensi. Altri da sé. Alla fine, «apocrifi». Nel senso etimologico del termine «segreti», perché appartengono solo in parte all’autore che li crea.
Io ho scritto un «libro apocrifo» per Bruno Schulz. Il suo titolo è Il mese dopo l’ultimo ed è stato pubblicato a Genova dall’editore Graphos nel 1999. In questo libro io, Marco Ercolani, fingo di essere Bruno Schulz che scrive alcune lettere, fra gli anni 1940 e 1941, ai suoi migliori amici, Romana Halpern e Andrzej Plesniewicz: a queste lettere Schulz, nella finzione del testo, allega le note preparatorie del suo libro futuro, Il Messia: si tratta di note di diario, alternate a narrazioni fantastiche articolate in «Dodici notti». Il titolo del volume richiama a un mese impossibile, quello che viene dopo il dodicesimo: è il tredicesimo mese, «il mese dopo l’ultimo», e questo mese impossibile allude a sua volta alla venuta, sempre futura e sempre agognata, di un Messia destinato a non apparire mai.
Da un lato Bruno Schulz. Un artista eccezionale e stravagante, dziwak, eccentrico; dludek, misantropo. Viveva con la madre Henriette, la sorella Hania, vedova di un suicida con i suoi due figli, e una vecchia cugina bisbetica, in una casa occupata dal penoso ciabattare di quelle meschine figure femminili; si fidanzava e sfidanzava; dipingeva straordinarie incisioni che, a parere di Witkiewicz, erano veri e propri trattati demonologici; scriveva i racconti delle Botteghe color cannella e del Sanatorio all’insegna della clessidra con grande titubanza e li allegava a molte lettere ad amici. Pubblicò, ormai quarantenne, i suoi unici due libri. Scrisse altri racconti e un romanzo incompiuto, Il Messia, che andarono perduti. Fu ucciso da un ufficiale della Gestapo, Karl Gunther, per un macabro atto di ritorsione che riecheggiava un vecchio aneddoto antisemita. Un uomo che si è rifugiato nella scrittura lussureggiante e fantastica dei suoi racconti come dentro lo scudo di un sogno.
Dall’altro lato io, Marco Ercolani, scrittore, psichiatra che frequenta quotidianamente destini marginali, sommersi. Autore di vite immaginarie, di testi apocrifi nati come «sogni di un lettore» che immagina, oltre la reale presenza di un autore e di un libro, l’opera possibile di quell’autore; e vuole oltrepassare i testi esistenti per arrivare a quelli possibili, sognati, virtuali.
Del Messia disperso durante il disastro bellico si ipotizza che i due racconti de Il Sanatorio all’insegna della Clessidra – «L’epoca geniale» e «Il Libro» – siano i soli frammenti sopravvissuti (anche se potrebbero essere stati «scartati» dallo stesso autore durante la stesura del dattiloscritto). Il libro è andato perduto, così dicono le leggende, nel corso dell’olocausto ebraico.
Cosa poteva affascinarmi di più se non tentare di riscrivere, seppure in forma frammentaria, quel libro? Ogni libro, per me, è la scommessa di un «libro impossibile», che non può esistere perché è composto di testi apocrifi ma che tuttavia esiste, e Il mese dopo l’ultimo è la principale scommessa della mia poetica personale: riscrivere un libro perduto, sapendo che non potrà mai essere solo quel libro, perché il libro è il risultato della mia immaginazione, ma sapendo che, alla fine, qualcosa di ciò che sono andato sognando intorno a questa ri-scrittura, resterà presente – scommessa di un libro infinito, interminabile, che non può mai concludersi, e che sarà sempre di più e sempre di meno del libro finito, classificabile e giudicabile da critici e filologi. Un libro come racconto fantastico, appunto diaristico, lettera personale, frammento. Un libro instabile, ancora progettuale, un non-libro che contiene già il germe, se non la forma, del libro futuro. George Steiner accenna, in un suo saggio, al concetto di «futurità» – all’idea che ogni passato non sia mai solo «passato» ma celi dentro di sé la sua possibile metamorfosi, un cambiamento ipotetico, una «perturbazione» della sua logica. Niente è stabile. Tutto è radicato nelle diverse «verità» delle diverse visioni, prospettive, sogni, pensieri, di uomini diversi, nel presente, nel passato e nel futuro. Nel mio libro apocrifo io ho voluto non tanto riscrivere il Messia perduto ma trascrivere degli abbozzi, degli appunti, che potessero segnalare un «lavoro in corso» intorno al Messia. Entrare nel laboratorio di Schulz è stata la mia utopia, il desiderio di reinventare la storia anche contro la realtà degli eventi compiuti. Se poi, animato da queste intenzioni, ho realizzato un’opera autonoma, non sono io a poterlo o a doverlo dire. Scrive Giuseppe Zuccarino nella prefazione al libro: «Scrivendo, sia pure solo in parte e per frammenti, quel Messia che Schulz non ha potuto far giungere fino a noi, Ercolani corregge la vita dello scrittore polacco, ripara – nell’unico modo concessogli, cioè con l’immaginazione – un’ingiustizia della sorte: perciò non può accontentarsi di vagheggiare una trama, ma deve tracciare le parole del testo assente, sostituire la propria mano a quella dello scrittore scomparso. Schulz, però, non è visto qui solo come un artista, ma anche come un uomo, barbaramente assassinato. A questa ferita, più profonda e irrimediabile di quella costituita dalla perdita di un capolavoro, la scrittura ha il dovere di opporsi».
Io ho scritto questo mio libro per combattere un sopruso irreparabile perpetrato contro l’opera di Schulz – relativamente cancellata dalla memoria storica – e la vita di Schulz – eliminata totalmente da quell’assurdo colpo di pistola. Si può combattere l’irreparabile? Sì, con una fantasia che capovolga, distrugga, reimmmagini e ricrei il mondo, perché così come è non va affatto bene, e l’arte, la metafora dell’arte ci ricorda sempre che alla vita non si può soggiacere: occorre reinventarla e trasformarla, perché «si vive per uno scopo altro da noi» (Novalis).
Avrei potuto scrivere un saggio o un romanzo sul tema ma mi sembrava insufficiente. Allora ho scritto Il mese dopo l’ultimo – un libro «apocrifo». L’esercizio dell’apocrifo mi ha consentito una nuova finzione: essere, per la durata del libro, «come se» fossi l’altro, immaginare i suoi pensieri, i suoi appunti, i suoi progetti; vivere come se; esibire la mia falsa identità al solo scopo di rivivere le emozioni autentiche dell’altro e uscire dai limiti del mio io, senza lasciarlo del tutto ma prendendone temporaneamente congedo, in una lunga identificazione allucinatoria con Bruno. Scrive Stanislav Lec, nei suoi Pensieri spettinati: «Mi piacciono le persone che avrebbero potuto esistere anche se non fossero mai nate».
Esistono delle persone che subiscono dal destino offese incancellabili. I loro nomi sono sottratti al registro dei vivi come se non avessero mai vissuto. Soffrono pene che nessuno conosce e conoscerà. Scrivono opere che nessuno vede o ha visto o vedrà. Anonimi individui nel cui destino c’è qualcosa di «increato», di non messo a punto, di non «con-forme». Uomini di una razza «a parte», lunatica, stravagante, bizzarra, dominata da un temperamento saturnino, dove sono facili le connessioni tra genio, pazzia e malinconia. Vittime predestinate, il cui destino è legato a un fragile filo: nel caso emblematico di Schulz e dei suoi amici, le persecuzioni naziste hanno spesso troncato questo filo, e molte vite si sono interrotte, molti scritti sono andati dispersi e cancellati. A vent’anni io leggevo con entusiasmo ed angoscia Lettere perdute e frammenti di Schulz, il secondo libro dello scrittore polacco pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1980, ed ero letteralmente sconvolto dal numero di lettere perdute, di interlocutori uccisi, da cui è costellato il destino dell’autore polacco. Quel libro che leggevo era l’esile traccia di ciò che ci restava di quelle morti. La grande emozione di allora è rimasta intatta. Come potevo riparare a un sopruso di cui sentivo tutta l’irrimediabile e intollerabile violenza? Solo con la scrittura – un atto demiurgico, di rigenerazione e ricostruzione fantastica – avrei potuto ritrovare le tracce e ricreare le testimonianze, esprimendo la mia reazione violenta al dolore della loro perdita.
Per questo ho scritto Il mese dopo l’ultimo.
Ogni memoria falsifica, traduce, tradisce, inventa. E quindi, cogliere un libro «come avrebbe potuto essere», nel laboratorio del suo farsi, significa, nel mio caso, ridare energia di finzione alla memoria: trasformare la ri-creazione del Messia e di alcune lettere di Schulz in uno sconsolato atto demiurgico. Io invento qualcosa che non è mai esistito e che avrebbe solo potuto esistere. È un doloroso, lirico, ineluttabile fallimento a cui però non conferisco il peso della malinconia ma l’entusiasmo della poiesis, della ri-creazione.
Perché l’ho scritto? Non ne sono del tutto cosciente. Credo di non avere scelto solo io. Credo di «essere stato scelto». Non ho voluto né imitare né prevaricare ma solo mettermi a sognare. Avevo bisogno di un complice, di uno specchio. Schulz lo è stato. Io mi sono riflesso in lui – tutti i brani del libro, escluso una pagina, sono miei – e lui in me, consegnandosi al plausibile universo parallelo che gli ho creato. Essere Schulz e non-Schulz, ma insieme, con un io che evoca le parole dell’altro per dire, con maggiore autenticità, le proprie. D’altronde, come scrive Bruno, «I libri iniziano in un secolo, poi terminano in un altro, chissà dove». E, a proposito di un volume di poesie di Boleslaw Lesmiàn, Il filtro ombroso, è lui stesso a ricordare: «Solo per caso il tuo libro è fatto di parole. In realtà è aria che si appoggia sull’aria delle cose, e tutto diventa canto…».

2.

Da allora, da quando lessi, in un mattino di sole, a Genova, le Lettere perdute e frammenti, quella commozione lavorò dentro di me. Con emozione non dissimile Bolumir Hrabàl ci racconta il suo incontro con Schulz: «Ricordo come fosse oggi che, letta mezza pagina, riposi il libro e me ne andai a passeggiare, si era fatto buio davanti agli occhi, e ancora oggi è lo stesso, mi sento mancare per quanto è insolito quel libro [Le Botteghe color cannella]». La stessa sensazione di ansia, stordimento, suggestione, mi arrivò dalla lettura dei suoi testi. Divorai tutta la sua opera – racchiusa in un solo volume, Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra – con molta attenzione, e amai subito la sua scrittura infantile, favolosa, fantasmagorica, che trasfigurava una realtà biografica tetra, penosa. Io, già da allora, indagavo e scrivevo su poeti che vissero destini infelici, da Nerval a Kleist, da Potocki a Blok. Scrivevo di loro per fare luce su dettagli dimenticati della biografia o accentuare anomalie e stravaganze delle opere, e compiere così un atto riparatore verso ciò che sarebbe stato distrutto senza scrupoli dall’ingiustizia del tempo. La scrittura è stata – ed è ancora per me – un atto demiurgico, di rigenerazione e ricostruzione fantastica, un ritrovare le tracce e ricreare le testimonianze, esprimendo la mia reazione violenta al dolore della loro perdita, all’irreparabile lutto.
Quando, nel 1996, parlavo con mia moglie, Lucetta Frisa, e discutevo con lei il nome dell’autore con il quale identificarmi per un eventuale, futuro romanzo «apocrifo» dopo i Taccuini di Blok, pubblicato nel 1992, ci venne in mente un nome solo: quello di Bruno Schulz. Un uomo perso nel tripudio dei suoi sogni, che con la loro energia traboccante lo spingevano a «essere» dentro una scrittura eccessiva, interminabile, che sostituiva la realtà con un mondo onirico e infantile, all’interno del quale proteggersi come dentro un immenso cuscino, di quelli che talvolta appaiono ai bambini nelle ore della febbre e degli incubi.
Su quel nome concordava anche l’opinione di uno dei miei migliori amici e conoscitori del mio lavoro, Giuseppe Zuccarino. Non a caso sono diventati Romana Halpern e Andrej Plesniewicz nella finzione del libro. Così il mio libro è cresciuto anche come cartina al tornasole dei miei rapporti affettivi, nel senso dell’amore come dell’amicizia, rendendolo ancora più intensamente parte di me, diario intimo.
La mia scelta di scrittura parte anche da un dettaglio non marginale: io lavoro come psichiatra e sono a contatto quotidiano con destini anomali, che tutti i giorni mi regalano sguardi spiazzanti e allucinati sulla natura umana, mettendo in discussione quasi tutte le certezze umane e sociali. La malattia psichica è la reazione a una perdita terribile (di sé, dell’amore, dell’identità, della volontà) e si esprime in due forme sostanzialmente opposte: l’imitazione della perdita, la ripetizione di quel clima (depressione, autismo) o la negazione maniacale della stessa, la netta opposizione a quello status quo (disforia, delirio).
La produzione fantastica, ai limiti del delirio, come favolosa riparazione del lutto: così intendeva Schulz la scrittura. Ma le sue opere, pur cercando di «riparare» nella loro fantasmagoria alle povertà di una vita invivibile, hanno avuto il destino tragico di essere, almeno in parte, cancellate dalla storia, di non avere né eredi né epigoni.
Ho pensato: se sono così rari i libri di Schulz, perché non inventarsi quelli assenti? Si potrebbe obiettare: che presunzione inventarli! Ma è anche vero il contrario. E se Bruno Schulz, proprio per le evidenti offese subite dal destino, l’intollerabile tristezza delle mancanze affettive, la palese incompletezza dell’opera, mi avesse chiamato a riscrivere, in modo fantastico, certe parti perdute? Non si tratta, naturalmente, di «completare» nulla, ma, al contrario, di ampliare i confini dell’incompletezza, sottolineando l’intensità e la suggestione di una polifonia psichica. Alcuni miei pensieri li posso attribuire a Bruno, alcuni pensieri di Bruno a me. Ci sono delle somiglianze, delle consonanze, delle combinazioni, ma niente di sorprendente o di complicato. L’avventura apocrifa è l’esperienza di uno sciamanesimo naturale. È un colloquio non terminabile, che porta il vivo oltre il regno dei vivi e sottrae il morto al silenzio dei morti. È la consonanza con un’anima, il rapporto con un passato che continua a parlare.
La necessità di parlare. La lotta contro il silenzio, il lutto, l’ingiustizia. Poter reimmaginare il mitico Libro. È bello sprofondare in un destino, in un’opera, che la storia ha provveduto a quasi-cancellare dalla memoria. Scrivere un notes magico (il palinsesto freudiano) che, poi, domani, sarà a sua volta cancellato. Creare una scrittura all’infinito. Un intrecciarsi di ipotesi e di possibilità. Ogni scrittura in fondo è questo palinsesto. Ma è stato il dolore di molte vite assenti, barbaramente troncate, e di molti testi crudelmente perduti, vite e testi unici e significativi come puntualizza splendidamente David Grossmann, a ispirare questo libro stratificato e composito.
Ogni libro autentico è processo di rigenerazione e di catastrofe, atto di onnipotenza demiurgica e suo necessario fallimento. Nel mio libro, nella mia vivente conversazione con Schulz, sperimento entrambi i momenti: la ricostruzione di un processo creativo e la consapevolezza del suo dissolvimento. So di stare scrivendo un sogno, una fantasia che non corrisponderà a niente di vero, anche se lo evoca. Quindi, alla fine, fallirò – ma dopo l’esplosione e la fioritura di molte metafore che fanno pensare a una felice onnipotenza, a una magica ri-costruzione dei testi perduti.
Ogni libro autentico è un compromesso fra l’intenzione dell’autore e l’interpretazione del lettore, che crea il libro leggendolo: nel mio caso ho aggiunto una complessità in più. Il lettore di Schulz – io – diventa a sua volta autore, interprete che decide di rimettere in movimento un processo creativo, di dare forma al suo sogno, e così riscrivere a frammenti il Messia, identificarsi con Schulz che scrive, mostrare la scrittura di questo sogno. Ogni lingua cerca da sempre i suoi auctores, non è mai proprietà di un solo scrittore, ma di chi l’ha preceduto e di chi lo seguirà. Nessuna lingua è proprietà di un autore solo, ma dei lettori che la attraversano. Io mi sono impossessato di un sogno intorno alla figura e alle opere di Schulz. Ho parlato di questa «figura-Schulz», terra di confine attraversata da due autori, Ercolani e Schulz, entrambi reali e irreali abitanti del «come se». Il «come se» è quella terra di confine, quella zona borderline, in cui le nostre identità si guardano, si rispecchiano, si frantumano, si parlano controtempo. Il «come se» di questo libro è un colloquio critico, partecipe, empatico, con le anime dei morti. In questo caso l’anima è quella di Bruno Schulz. Un’anima vitale e letteraria, in cui le parole vivono nel gioco delle loro rifrazioni e metamorfosi, e le strategie verbali dell’inganno e della favola – mattoni e non ornamenti del narrare secondo la felice definizione di Jerzy Pomianowski – sono le sole attraverso le quali si può raggiungere una certa verità umana, quella amata da William Blake quando sosteneva che «solo l’immaginazione è fonte di verità».
Lo scopo dell’autore apocrifo è redigere il libro impossibile, non-finibile, non-terminabile. Quello che Danilo Kis, in Giardino, cenere, descrive come il mitico Libro del padre, la grande Bibbia apocrifa – insieme orario ferroviario, trattato filosofico della genesi del mondo, Aleph assoluto, summa che ripara le ingiustizie divine. In Schulz è già presente l’ossessione di questo Libro. Scrive Bruno nel racconto Il Libro: «Chino su quel Libro, il volto acceso di colori come un arcobaleno, andavo silenziosamente passando di estasi in estasi. Immerso nella lettura, mi dimenticai del pranzo. Il presentimento non mi aveva ingannato. Quello era l’Autentico, benché in tale stato di profondo scadimento e degradazione […]. Come mi erano diventati indifferenti tutti i libri! Perché i libri comuni sono come meteore. Ognuno di essi ha un unico istante, un momento come quello, quando con un grido si invola come una fenice, prendendo fuoco con tutte le sue pagine. Per quell’unico istante, per quell’unico momento li amiamo poi, sebbene allora siano soltanto cenere […]. Gli esegeti del Libro ritengono che tutti i libri abbiano come meta l’Autentico. Essi vivono soltanto di una vita presa a prestito, che nel momento di prendere il volo torna alla sua fonte antica. Ciò significa che i libri diminuiscono, mentre l’Autentico cresce». E io scrivo, nella mia sezione «Il Libro» tratta da Il mese dopo l’ultimo: «Nessun vero Libro ha una prima pagina. Nasce così, come nasce una frana; rotola a valle; ne sentiamo il boato. Ma chi decide non è la pietra che cade ma l’orecchio che ascolta. […] un libro che viva esclusivamente per la forza intrinseca dello stile, come la terra si regge in aria senza bisogno di impalcature; un libro quasi senza soggetto, il cui tema sia, se possibile, quasi inesistente. Un libro bellissimo, con poche frasi da leggere, liberato dalla materia. […] Fiume interminabile, con emissari e immissari, senza inizio né fine, sempre attingibile ma mai concluso, il Libro matura come una goccia d’acqua nel moto imprevedibile delle correnti».
Potevo scegliere una facile soluzione tecnica, nella stesura di questo libro, ma l’ho subito rifiutata: imitare lo stile di Schulz, favoloso e fantasmagorico, e scrivere il mio libro con toni onirici e fastosi. Ho scelto una strada meno da pastiche: ho voluto cogliere Schulz in un momento di mutamento del suo stile, e così il modo con cui io «riscrivo» le parole di Bruno farà storcere il naso a chi si aspetta un’imitazione dello stile schulziano. Ho voluto fissare un momento di passaggio, in cui lo scrittore non è più lo Schulz che conosciamo ma uno scrittore diverso, alla ricerca di se stesso – più asciutto, aspro, tagliente. Schulz sente «crollare» le sue «botteghe», le stoffe favolose, le favolose metamorfosi. Non crede più in se stesso. È cresciuto, avvilito, forse maturato, in mezzo agli orrori della guerra.

3.

Nel 1999 sono venuto a conoscenza di alcune notizie sul Messia, fornitemi dal polonista Pietro Marchesani, da cui si evince che la realtà, per eccezionalità, supera spesso l’immaginazione. In «Politjkà» (1992, n. 46 del 18 novembre, trad. di B. Crucitti e D. Sendula) appare un articolo firmato da Jerzy Ficowski, il massimo studioso di Schulz e della sua opera, con il titolo: I manoscritti di Bruno Schulz si trovano negli archivi del KGB. Fikowski scrive: «Erano trascorsi 40 anni dall’inizio delle mie ricerche e degli studi su Schulz quando, nel 1987, mi si presentò a Varsavia un ex-abitante di Drohobycz, americano, di nome Alex Schulz, cugino dello scrittore, come egli stesso affermò. A casa sua, in California, aveva telefonato qualcuno da New York, proveniente da Leopoli (un diplomatico sovietico? un funzionario del KGB?) offrendogli di acquistare un pacco di manoscritti di Bruno Schulz, di cui non era in grado di definire esattamente il contenuto: dichiarò soltanto (prima in inglese con un forte accento russo poi in ucraino – lingua che Alex Schulz ricordava ancora dai tempi di Drohobycz) che tutto era scritto in polacco e che nel pacco c’erano anche dei disegni autografi dello scrittore e che l’intero pacco pesava all’incirca 2 Kg. Era disposto a venderlo per 10.000 dollari. Alex Schulz si dimostrò subito pronto ad acquistarlo, l’offerente chiese un po’ di pazienza e promise che avrebbe richiamato per fissare un incontro definitivo e concludere l’affare. Io, conformemente alla richiesta del futuro acquirente del tesoro e con il consenso del venditore, avrei dovuto essere presente all’incontro in qualità di perito, per stabilire se quei testi fossero stati affettivamente scritti dalla mano di Schulz […]. Era estate. Rinunciai ad andare in vacanza, persino ad uscire di casa, rendendomi conto che quello che sarebbe potuto succedere sarebbe stata una scoperta inestimabile, una rivelazione mondiale. Non mi allontanai dal telefono[…]. Ne seguì un preoccupante silenzio. Dopo poco venni a sapere che Alex Schulz era stato colpito da un’improvvisa emorragia cerebrale e che era rimasto completamente paralizzato, privo dell’uso della parola, degli arti e in parte anche di coscienza. Per quanto ne so, morì poco dopo, non lasciandomi alcuna indicazione che avrebbe potuto mettermi in contatto con quella persona di Leopoli».
L’episodio, in sé già misterioso – il massimo interprete dell’opera di Schulz che attende con crescente delusione l’arrivo del manoscritto del Messia – ha però un seguito, non meno impressionante. Scrive ancora Ficowskj: «Trascorsero circa un paio di anni. Nel maggio 1990, dopo aver annunciato telefonicamente la sua visita, mi venne a trovare in compagnia del segretario dell’Ambasciata di Svezia a Varsavia, l’ambasciatore Jean Cristophe Oberg, grande amico della Polonia, entusiasta della cultura polacca e ammiratore dell’opera di Bruno Schulz. […] Al primo incontro, e nel corso dei successivi, venni a sapere che l’ambasciatore si trovava in possesso di informazioni assolutamente attendibili, che nell’archivio sovietico del KGB si trovavano dei plichi contenenti manoscritti letterari di Schulz con il romanzo del Messia e che, oltre a questo, ci sarebbero state anche altre opere, forse da Schulz mai date alle stampe; inoltre lettere e vari documenti personali dello scrittore. Venni anche a sapere che questi preziosissimi manoscritti si trovavano negli archivi lasciati dalla Gestapo e che nel 1947 erano stati presi dai sovietici e in seguito inseriti tra il materiale del KGB. […] L’ambasciatore tenne per sé il restante delle notizie in suo possesso sull’argomento. E in particolare il nome della persona che lo avrebbe aiutato nel trovare Il Messia e il luogo in cui si trovava l’archivio che lo interessava. Mi chiese, come il sig. Alex, di volerlo accompagnare in qualità di perito in un viaggio esplorativo in Ucraina. […] Tuttavia sul Messia incombe forse il fato. Nel maggio 1992, dopo il nostro incontro a Varsavia, Oberg morì, poco dopo una breve terribile malattia all’ospedale di Stoccolma, come alcuni anni prima Alex Schulz. E nuovamente l’esile filo si interruppe, non si sapeva di nuovo dove cercare, dove dirigersi…».
Difficile aggiungere un commento ai due episodi. Ficowski racconta queste storie con la speranza che «coloro che hanno il potere di raggiungere tesori nascosti vogliano contribuire al loro svelamento così da renderli accessibili al mondo». Ma mi piace pensare che, a fronte della bellissima e ingenua speranza di Ficowski, debba esistere sempre, per alcuni misteri della letteratura, la necessaria custodia dell’inaccessibilità, il fatale prolungarsi del silenzio e del non-detto. Non a caso è stato proprio questo segreto, questo non-detto, a commuovere, e ad ispirare, in critici e scrittori, un interesse inesauribile per uno scrittore inattuale e segreto come Bruno Schulz.
Mi piace credere che ci siano dei morti pacificati, che chiedono soltanto il silenzio, dopo una vita regolare e tranquilla, e dei morti mai pacificati, che vogliono ancora tornare, per un attimo, sul palcoscenico della vita a dire come sono stati maltrattati. Il mio tipo di scrittura sostiene la resurrezione fantastica di questa altra parte. E Schulz, «profeta sommerso», non mi sembra un morto mite, docile, silenzioso: continua a parlarci con i suoi libri – «meteore» sì, ma anche «semi di vita» – e a stimolare un dialogo ininterrotto. Così ho voluto dare forma di libro a questo mio personale accordo con una vita andata storta nella «bancarotta della realtà», una vita piena di lacune e di buchi che io, nel favoloso riparlare del Libro perduto, ho riportato alla luce, combinando e ri-combinando il mio io con quello di Bruno.

***

21 pensieri su “Il mese dopo l’ultimo (I)”

  1. marco sarei molto lieto se tu volessi pubblicare, su questa (bella) dimora il mio ex libris dedicato a questo Autore che ha dell’immaginifico.. ancora non ho letto il tuo intervento perchè lo copio-incollo e stampo per giustarlo al meglio: appartengo a generazione che ama la carta stampata e non riesco a leggere un saggio più o meno lungo sullo schermo.. invio per mail alla tua compagna lucetta frisa la imago sperando farti (meglio: farvi) cosa gradita
    roberto matarazzo

  2. in questo tempo in cui se uno scrittore, un poeta ha una voce, nello stesso tempo qualcuno dirà che quella voce non è quella giusta per il tempo, credo che l’atto più forte e ribelle e puro che uno scrittore possa fare è dare la propria voce a chi è stata tolta.
    Ho letto sempre con ammirazione e interesse i testi che Marco ha qui proposto, i suoi brevi “apocrifi” erano veri gioielli.
    Mi procurerò i libri e con piacere accompagnerò la rinascita di questo autore che non conoscevo.

    grazie come sempre a francesco e marco
    lisa

  3. Benvenuti nel “club” (?), riceverete il kit direttamente a casa, tramite pc, nei prossimi giorni.

    Adesso, purtroppo, devo andare a gelminarmi. Ci sentiamo stasera.

    fm

    p.s.

    Lisa, ti assicuro che Il mese dopo l’ultimo non è un libro: è un capolavoro.

  4. letto e confesso molto preso e affascinato da questa lettura profonda e stimolante di marco che, con umiltà e intelligenza, parla di un Uomo tragicamente vittima della maledizione della storia e/o dalla banalità del male: destino parallelo a quello di irene nemirovskj uccisa da un orco in un campo di sterminio, lei aristocratica, coltissima e raffinata, immagino assassinata da un bavoso grasso, ignorante, poco intelligente! E comune alla nota che scrisse levi su emilia levi, figlia dekll’ing. levi di milano, uccisa a tre anni rea di essere ebrea… nel merito avrei voluto “scrivere timbricamente” fogli perduti di b.s. ma sorta di pudore mi ha bloccato ma questo saggio di marco mi sta inducendo a tornare sui miei passi…

  5. Mi piacerebbe far parte del club (chissá che finalmente non mi accada di imparare qualcosa!). Sarebbe bello che non fosse così introvabile in volume (ché anch’io non son capace di leggere a video troppo).

    Francesco, ma è mica vero che per ogni PDF inviato mandano un libro inutile al macero?

    (Anche i Nottari dovrebbero essere un libro).

    L

  6. Sono molto emozionato.

    Per l’attenzione di Francesco all’opera eccezionale di Schulz (abbiamo scoperto per caso il nostro reciproco amore per Bruno in una trattoria genovese, e ricordo il suo stupore quando gli regalai il mio volume, in compagnia di Romana e di Andrzej, cioè di Lucetta e di Giuseppe.)

    Perché questo è il libro a cui sono più legato e sono felice sia stato ricordato, nel 1999 a Trieste in occasione del convegno su Schulz organizzato da Piero Marchesani, “Il profeta sommerso” (catalogo Scheiwiller), con David Grossmann e altri; nel 2010 a Drohobich, nel convegno internazionale su Schulz; e adesso in questo sito.

    Del libro esistono ancora 4 o 5 copie, che tengo negli scaffali della mia libreria.

    Un grazie di cuore a chi è intervenuto e a chi farà parte del circolo schulziano (sono onorato sia aperto dai miei testi.) Ricordo le vibranti pagine della prefazione di A.M. Ripellino all’edizione Einaudi 1970 de “Le botteghe color cannella”. Chi lo trovasse nei remainders non esiti ad acquistarlo anche per quelle pagine irripetibili. Magari di scrittori importanti ne nasceranno ancora, ma critici del pathos, dell’energia e della stupefatta erudizione di Ripellino dubito.

    Marco

  7. Luigi, il libro in formato pdf ci sarà, così chi vuole può scaricarlo e leggerlo con calma.

    Se pubblicare un pdf equivalesse a far scomparire un libro inutile, metterei tutto il blog in pdf :-)

    Il “circolo” avrebbe l’ambizione di raccogliere qualsiasi materiale sull’autore: chi ha scritto o ha intenzione di scrivere qualcosa, non ha che da mandarmelo e lo pubblichiamo sul blog.

    Il presidente non può che essere Marco, è ovvio, e Lucetta e Giuseppe i consiglieri; ma io ho pensato anche alla carica di “presidente onorario”, che attribuisco, d’autorità (?) ad Antonio Scavone: fu a casa sua che scoprìi “Le botteghe” – allora, tanto tempo fa, “quando i miei anni erano così pochi”…

    Torna presto, Totò, ‘sta casa aspetta a te!

    fm

  8. e, ovviamente, farò parte del circolo con grande gioia.. grazie per aver inserito l’ex libris che realizzai per questo libro che sta sempre a portata di mano, peraltro lo consiglierei anche per le buone riproduzioni di grafiche e disegni… a presto ulteriore sorpresa per Voi tutte, tutti..
    r.m.

  9. “Io invento qualcosa che non è mai esistito e che avrebbe solo potuto esistere. È un doloroso, lirico, ineluttabile fallimento a cui però non conferisco il peso della malinconia ma l’entusiasmo della poiesis, della ri-creazione.”

    leggendo questo post, che è allo stesso tempo una articolata e coinvolgente dichiarazione di poetica (la tua) e una vera e propria dichiarazione di amore (nel senso di corrispondenza di amorosi sensi) a Schulz

    (oltre al passaggio che ho riportato ad inizio commento, trovo davvero ottimo quel tuo avere “scelto una strada meno da pastiche: ho voluto cogliere Schulz in un momento di mutamento del suo stile,[…]. Ho voluto fissare un momento di passaggio, in cui lo scrittore non è più lo Schulz che conosciamo ma uno scrittore diverso, alla ricerca di se stesso – più asciutto, aspro, tagliente.”)

    leggendo, sono rimasta colpita, fra le altre cose, da quel riferimento al concetto di “futurità” di G.Steiner (“che ogni passato non sia mai solo «passato» ma celi dentro di sé la sua possibile metamorfosi, un cambiamento ipotetico, una «perturbazione» della sua logica”) che lego alla definizione della tua come una scrittura sciamanica

    e che mi fa venire in mente il concetto di “tempo reverso”, appartenente ad una tribù che mi pare viva (viveva?) sulle Ande, unico caso fra le diverse culture umane, nel quale il movimento temporale è dato contrario rispetto a quello del camminare o correre, cioè del movimento del nostro corpo.

    In sostanza: il passato di fronte, il futuro alle spalle
    (quando a suo tempo lo lessi ne rimasi affascinata per giorni),

    questo perché il passato è ciò che è stato o è “visto”
    (ciò che è o, aggiungo io, può essere, nel campo visivo),
    il futuro, boh, al massimo è la morte che ti cavalca le spalle (che ti sta alle costole :)).

    Dunque definizione (senza nessun scopo definitorio, ma reversa reversibile :)):
    Ercolani scrittore di apocrifi, “segreti” di un tempo reverso.

    Al club mi iscrivo. Aspetto.

    Grazie a tutti! Ciao

  10. Sì. Segreti di un tempo “reverso”, Margherita. Il passato davanti agli occhi, come una realtà da modificare ancora. Il futuro alle spalle: la morte. Sono d’accordo con te. Non so come sono finito in questo mio incubo temporale. A volte me lo chiedo. Ma poi magicamente mi rispondo: è come se fossi entrato dentro un sogno adolescenziale e antinomico dove anche la pietra può cambiare stato, un sogno psicotico e favoloso in cui tutto è possibile, anche che i morti riprendano a parlare per non accondiscendere alla propria morte, un sogno che fa sempre sperare in qualcosa di straordinario e di impossibile, che esisterà proprio perché impossibile.
    Ma questa tribù delle Ande… mi informo…
    Un abbraccio, Marco

  11. @ Francesco

    Una cara e preziosa amica (anche lei “Dimorante”) mi ha avvertito di questa carica onoraria da te decisa e assegnatami d’autorità (?): resto stupito, Francesco, e incredulo. Lusingato, certo, di tanto onore ma non so tuttavia dove parare: gli onori, come sempre, sorprendono perché spesso sono immeritati ma, come diceva Maurizio Ferrini, “Non capisco ma mi adeguo”.

    Un saluto a tutti e a te principalmente, Francesco, amico antico e moderno, di quella contemporaneità che attraversa sia il tempo che la storia (ora purtroppo grami, ma ci risolleveremo anche questa volta, come per altre stagioni, il “genio” – sai cosa intendo – non ci manca).

    Fa piacere sentire di una casa che mi aspetta e al più presto tornerò.

    Ti abbraccio

    Antonio

  12. Ti aspettiamo, Antonio.

    Ciao, un abbraccio.

    fm

    p.s.

    Visto che siamo in tema, la trasparenza è d’obbligo: tutte le “cariche” (!?), onorarie e non, saranno lautamente retribuite (?!) coi proventi (!?!) delle tasse d’iscrizione (?!?): cinquanta per cento a voi, cinquanta per cento ammè! :-))))

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