Ipotesi corpo

EDIZIONI SMASHER
Enzo Campi

 

quale utopia
è mai stata così vera?

pura emozione
del precipite
in cerca della sua levata

 

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Enzo Campi, Ipotesi corpo. Poemetto
Prefazione di Natàlia Castaldi
Messina, Edizioni Smasher, “Confini”, 2010
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   Tutto verte sul corpo e sulle sue posizioni, sulle ex-posizioni e sulle esposizioni, su ciò che genera i movimenti del corpo e su ciò a cui il corpo rinvia. A priori una ex-posizione, originaria e sorgiva, innata e, in un certo senso, dovuta. A fortiori un’esposizione fortemente legata al senso della «gettata», dell’estroiezione, del portarsi in fuori. Non a caso le epigrafi scelte dall’autore riportano due citazioni di Bacon e Artaud che, in quanto a gettate e esposizioni, non sono secondi a nessuno

 

ipso
e fatto
e cementato
vieppiù colluso
concluso
pietrificato al punto
costretto al contenimento
dell’unto originario
nella tensione ultima
ma mai definitiva
in cui rincorrere lo sperdimento

 

   Il corpo è qui tema dell’indagine e palcoscenico in cui l’io mette in opera un monologo questionante che – poematicamente e teatralmente – si incarna nel corpo del testo e della parola cercando di risolvere (dissolvere?) l’unicità di senso di un doppio movimento che oscilla incessantemente tra il dispendio (come ragione di vita) e il ricominciamento (come unica possibilità di proiezione verso l’a venire). Ciò avviene attraverso la scissione drammatizzata tra forze centripete (pulsione, desiderio, istinto-carne) e forze centrifughe (ragione, indagine e ricerca-alterità).

 

e fa specie sapere
che il dolo
non è preso a nolo
e affrescato nell’istante
ma lucidamente reiterato
nel fluido fiume di carne
che riannoda
il punto al punto
l’uno raggomitolato
l’altro estinto
prima
trascolorato e vacuo
poi
insignito della carica suprema
che lo spinge ad apostrofare
il cosa
seguito dal punto di domanda

 

   Lo scopo della parola non è quello di descrivere le passioni, bensì quello di lasciare che la drammaticità e la drammatizzazione trovino espressione attraverso la rappresentazione dell’effetto che esse esercitano nel corpo, nella voce del corpo, o meglio: nel corpo della voce, nel fragore di assonanze ed allitterazioni che si susseguono pretendendo l’oralità di un testo che fa del corpo materia di indagine e veicolo di prosecuzione.

 

io corpo dunque
pronto all’uso
appena appena pastorizzato
poco più che prosciugato
ripartorito ripartito fluito
di poco in poco
pesato pensato
in vero disappaiato
          come a dire
ghigliottinato
in fine piallato
per svilire l’attrito
          come a ribadire
la privazione per un passato
sempre da ripassare
per morire il mondo
a tutto tondo
e ridefinire l’immondo
a cui tendiamo teniamo la mano

 

   Un teatro del dolore (o, se preferite, della finzione del dolore) nel quale e per il quale si scatena un bisogno di «alterità» che si allunga oltre il sé in offerta, si incunea nel suo stesso nucleo pulsante, in quell’istinto animale, tanto brutale quanto crudele, volto a scarnificare l’aporeticità che lo pervade nella sua oggettiva condizione assoluta e dominante.

 

faccio finta di niente
sempre in opposizione
avvicinandomi allo spasmo
          faccio finta di cadere
e m’appropinquo
all’esalazione dell’umore
lungolinea esteso inesploso
a p p a r e n t e m e n t e  concluso
          faccio finta di sognare
mi trascino del tutto o poco più
attraversandomi al limite
mentre la lama declina
il suo istante di gloria

 

   La drammaticità si concretizza nella creazione poetica scrivendo e riscrivendo il linguaggio nel corpo, ricercando il senso non solo nel significato oggettivo della parola ma, anche e soprattutto, nel connubio tra phoné e significante, in quell’incontro-scontro che restituisce al corpo (suo e del lettore) le disattese potenzialità che l’oralità ha in senso originario, in un gioco al massacro che, colpendo direttamente i sensi, traccia una mappa percettiva di significati e gesti attraverso i quali l’io si riscopre e si espone nelle verità più impietose ed intime della carne.

 

io corpo dunque
solo pelle
slabbrata
deflagrata nei fianchi
messa in opera
traumatizzata
abbandonata al venereo fluido
che schizza ignavo
nell’ovo riflesso
dall’anomalo specchio
solora taciuto
né interamente compreso
né mai abbattuto del tutto
e sempre proteso al canto

 

   Il tempo sembra assente giacché tutto si svolge in un «flusso ininterrotto», tanto naturale quanto crudele, entro i confini spaziali del proprio corpo. Ed è proprio all’interno del corpo che io e tempo si annullano conciliandosi nella pulsione-necessità del momentum-fenomeno, in un susseguirsi di presenti urgenze da soddisfare o vanificare.

 

io corpo dunque
sempre toccato
e schivato a malapena
poco più di un orgasmo
risuona e rinsalda
senza contatto alcuno
qualcuno lo sa
per questo l’araldo urla l’editto
per mettere a morte
l’estraneo
che soffia sgretolando gli organi
e solo abbaia e ruggisce
chiamando a sé
l’ellisse ovalica
della vagina dentata cosa?

 

   Amore, passione, bisogno, desiderio coincidono con l’unità di senso, con quell’uno che ne è origine e tristemente fine, conclusione, gesto circoscritto entro i confini del proprio derma. L’ansia verso il fuori da sé appare come un’illusoria e folle richiesta che si s-finisce, estroiettandosi e eiaculandosi (esponendosi e gettandosi), nella consapevolezza immanente e radicale di un’ellisse di apparente solitudine e inevitabile disperazione.

 

querule vulve
or ora vanite e
obliate
labbra pendule
qual ora tremule
e vibratili
madide s’escretano
a tonificare
la messa in gioco
della chiazza nera
pubicole escrescenze
similpeli sì
e che siano ascelle o vagine
poco importa
se la lingua s’impasta e precipita
comunque accedo
accadendomi nella lacerazione

             perché corpo dunque
             e per rinverdire cosa?

 

   Ma la drammatizzazione dell’intero corpo testuale potrebbe portarci a vagliare anche altre ipotesi. Basta leggere tra le righe e isolare alcuni passaggi per rendersi conto che esiste la possibilità che tutta questa apologia dica l’esatto e perfetto contrario di ciò che manifesta: non il dolore e la disperazione quindi, ma la consapevolezza che il piacere e l’appagamento viaggino, a braccetto e di comune accordo, con l’idea che il rendersi prossimo all’altro (sia l’altro-da-sé che propriamente l’altro sesso) rappresenti l’unica possibilità di prosecuzione. Ancora un ri-posizionamento quindi. Il corpo-uno, nel tentare di instaurare un regime di prossimità col corpo-altro, per usare una terminologia cara all’autore, si deloca o si rialloca costruendo una sorta di protesi del suo stesso spazio vitale.

 

e
mi
avvicendo
all’altro
che non arriva mai ad essere
il solo l’unico l’esaustivo
senza distinguere all’interno del fondo
confondendomi appunto col

          senza fine

privato del suo punto
qui esposto
tre volte crocifisso
irrimediabilmente smembrato
pezzo a pezzo
per meglio specificarsi
e quantificare il prezzo
da pagare
per comprare
una lingua privata
del palato
ove impastare la complessità del canto
qui smisurato e dettato
senza il punto
che permetterebbe l’a capo
solo una volta
per l’appunto capovolta

[…]

lo dico io
ora qui
solo sesso
sasso a sasso
senza senso
verso a verso
oppure
per converso
solo dilezione
amore
affetto
slancio
intensità
adorazione
effetto

 

   Il senso è l’Io, il senso sono «io» dice l’autore, sono «io» nei miei «fenomeni», nelle mie «posizioni» e nei miei ri-posizionamenti, nelle manifestazioni naturali della mia carne, delle mie pulsioni animali e al contempo trascendentali, sono «io» che esisto e sono perché corpo di me stesso che non si piega alle leggi di quello che Derrida, a proposito di Artaud, definì “Ladro” o ancora “gran Furtivo”, sono «io» in quanto corpo che si allunga sfinendosi e rigenerandosi negli altri corpi, dando così luogo al dono, allo scambio, al con-tatto che è significato immanente del mio stesso essere.

 

io corpo dunque
carne a carne
s’infervora e fluisce
scorrendo
appena aprendo
e aprendosi
succhiando la linfa alla falda
che salda
l’umido al fluido
in un solo gesto d’amore

 

   In definitiva, la morale di questo poemetto, in cui le parole sembrano generarsi una dall’altra e cancellarsi una nell’altra, ci pone dinanzi a una soglia in cui la dissoluzione di ogni gesto rappresenta l’inevitabilità cui si va incontro sia nella vita che in letteratura.
Ed è, forse, proprio questo che ci rende vivi, che ci consente il transito e che ci permette di celebrare l’apologia del ricominciamento.

 

e qui vocò
il ritorno al punto primo
dal quale ritessere
la linea
lungo cui sfibrarsi
e ricominciare

[…]

e allora ridonda
si snoda
attorcigliandosi
si sottopone
anteponendosi al peso
si sovrappone
posponendosi al sesso
s’estenua
sopravvivendo al cozzo
per testare testarsi
e rendersi al senso
dei sensi defraudati
seppur ingigantiti
e collerici
sempre tesi e resi
ceduti al miglior offerente
caduti sotto il giogo
del non sarà mai stato che altro che questo

           di
           poco
           in
           meno
           transitante
           e
           altero

io corpo dunque
nessuna tesi
o tutte le tesi
né ora né mai
e se l’ipotesi deborda dal limite
l’anatomia si ferma del tutto
e poco altro implora
se non la costrizione nei bordi
e lo schiacciamento
verso il centro
privato del suo fulcro
perché da che mondo è mondo
ci si scarta sempre dalla pellicola che tutela il

            d        e        r        m        a

dal contatto
in cui disguainarsi
e soffrirsi
senza che il dito
si levi alto
ad indicizzare il misfatto cosa?

 

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I testi critici sono tratti dalla prefazione di Natàlia Castaldi.
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77 pensieri riguardo “Ipotesi corpo”

  1. prefazione densa di suggestioni per composizioni poetiche di classe alte: sia natalia che enzo restano persone intellettualmente dotate di intelligenza raffinata e sensibile, da parte mia aggiungo semplicemente che realizzai un pezzo timbrico che sembra fatto apposta per questa “simbiosi”: DANZA MODERNA PER ANTONIN ARTAUD”, e mi sembra di percorrere labirinti culturali tra arianna e minosse..
    r.m.

  2. grazie Roberto.
    sempre troppo buono.
    e concordo sulla tua danza moderna di cui ho la fortuna di possedere il file: la concordana è significativa.

  3. io ragiono sotto pelle
    sopra le terminazioni nervose
    lontano dal senso del muscolo
    io ragiono sotto i segni della pelle
    a un dipresso dal sangue
    che aborro

  4. Questo tema del corpo è assai coinvolgente. Il corpo è senz’altro un nostro limite ma d’altro canto ci permette di vivere le esperienze sensoriali in cui nuotiamo continuamente. Il corpo è anche zona di pericolo quando ci vogliamo meno bene, quando ci amiamo o perdiamo il senso di noi stessi nel mondo. Poi, le “querule vulve” si raccontano da sole. Ti auguro ogni buona cosa dentro e fuori dal corpo Enzo.
    Un abbraccio
    Federica

    1. non saprei.
      da un certo punto di vista nulla “si” raconta esaustivamente in tutte le sue sfaccettature, ma è pur vero che tutto “si” drammatizza, vuoi solo per il fatto che ogni nostro gesto, anche il più banale e quotidiano, implica una sorta di “esibizione”, ovvero: un portarsi in fuori, un’estensione del nostro essere.
      ed è in questa invasione dello spazio (spaziamento?) che vengono ordite le trame e gli intrecci del nostro “transito”.
      se si pensa che la scrittura non è un gesto quotidiano ma extra-quotidiano (e lo dico nel senso che Eugenio Barba conferisca a questo termine), allora tutto si complica e prende direzioni anche inaspettate.
      per fortuna, direi….

      grazie Fede!

  5. Complimenti e auguroni ad Enzo per questo suo ultimo libro di poesie e a Natàlia per la prefazione. Un doppio abbraccio poetico!!

  6. Grazie, Francesco, di tutto.
    Ad Enzo ho detto già quanto nelle mie possibilità, non mi resta che augurare a questo libro il meritato successo.
    nc

    @Roberto: grazie per le tue care ed affettuose parole

  7. Avevo scritto qualcosa ma c’è stato un patatrackpimpumpam e si è perso.

    Se non ricordo male, dicevo che finalmente è arrivato un po’ di corpo a smuovere la puzza si stantio della metafisica incrostata a molti versi. Per di più, senza necessariamente scadere nel turpiloquio o nel “porno”.

    In bocca al lupo, Enzo.

  8. lì mite
    limi te
    limite:te stesso e gli altri
    nella doppia circolazione
    e sangue
    appena sotto il derma
    un abito che non riusciamo a strapparci di dosso
    se non a parole
    Come sempre un grande lavoro:di Enzo e di Natàlia. ferni

      1. il limite presuppone sempre un travalicamento, anche solo sotto forma di “desiderio”.
        qualsiasi forma di desiderio è sempre uno “sconfinamento” anche se si resta al di qua del limite

  9. Complimenti sinceri Enzo!Gran bel lavoro. Natàlia meriteresti di dirigere una collana tutta tua.Saluti alla dimora:)

  10. poi volevo aggiungere un elemento

    Corpo non è altro che la perturbante stranezza [étrangeté] di essere. Ma corpo non è corpo che del desiderio che va verso di esso – senza il quale è semplice contrazione locale di forze, ma la sua forma gli sfugge velocemente. La forma di un corpo, questa forma che esso è, risponde a un desiderio, a un’attesa, a un bisogno stesso o a una voglia: forma del frutto che voglio mangiare, della mano che spero di tenere.
    La perturbante stranezza [étrangeté] di essere deriva dunque da questo desiderio. Nulla è se non per il desiderio che sia. Questo desiderio viene da nessun luogo, o dall’essere stesso. Meglio ancora, viene da essere, è di essere, è essere.
    Senso dell’essere, senso di essere: desiderare essere, essere desiderio di essere. Straniero [étranger] dunque, perché il desiderio si estrania [s’étrange] a sé. Ontologia o creazione sono stati i termini classici per dirlo. Noi d’ora in poi lo diremo diversamente, e tuttavia allo stesso modo, con i nostri corpi estranei/stranieri [étrangers].
    Forse non diremo mai più “essere”, ma solo “desiderio”.
    (Jean-Luc Nancy, Strani corpi stranieri, in id. Indizi sul corpo, cura M. Vozza, Ananke, Torino, 2009, p.119)

  11. Ho anch’io un libro pronto sul corpo,tema che ci unisce anche se lo abbiamo svolto in modo personale e diverso il ritmo, ma la tensione è la stessa, vista dal maschile e dal femminile.
    Ti mando una mia breve

    Movendo l’aria
    dal fondale del corpo
    dalle mani emerse poi
    una luna femminile
    una luna liquida

    1. veramente breve Fabia :-)
      interessante.
      e poi hai usato una parola-chiave della mia ricerca: tensione.
      quando uscirà il libro fammelo sapere.
      grazie!

  12. il teatro qui è il corpo, ma l’attore il “senso”
    qui si dice “sono io” il senso del mio corpo, perché io sono senso, limitato ed infinito, nelle mie grandi ed infime estroiezioni
    sono Io, che non ha altro che queste braccia, questo ventre e queste mani …, da sfamare per sfamare, da colmare per colmare.
    “Io, corpo” e teatro crudele di ogni incontro, di ogni assolo, di me stesso e del mio istinto. Perché io non credo, non ho credo che non sia tendermi all’incontro verso un altro corpo, finito e limitato, perfetto ed imperfetto, irrimediabilmente isola, come me.
    e sono dunque senso, desiderio, bisogno, ricerca d’appagamento. Perché sono fame che si offre in pasto
    non corpo in sé, ma nel corpo – confine, nazione o prigione di me stesso e di ogni ipo-tesi di “noi”.
    – eppure –

  13. La scrittura di Enzo affascina, coinvolge, capovolge la prospettiva, scombina. Quando leggo i testi di Enzo sento che mi metto in gioco, in un certo senso rischio, mi perdo anche.
    Molto bella la prefazione di Natàlia, un valore aggiunto davvero prezioso. Complimenti!

    Un caro saluto a tutti

    stefania

    1. è sempre bello perdersi negli scritti di un altro (oltre che nei propri).
      e l’altro non può che essere contento quando questo accade :-)
      grazie Stefania!

    1. “ricominciamento inteso come cambiamento”?
      potrebbe essere una chiave di lettura.
      ma c’è da tenere conto che la “ripetizione” non è mai uguale a ciò che ri-propone. ci sono sempre delle piccole “differenze” che aggiungono o sottraggono senso.
      e, talvolta, può accadere di lavorare proprio sulle varianti e sulle variabili.
      grazie Fiorella!

  14. In bocca al lupo anche da parte mia, Enzo…

    Mi ricollego soprattutto all’estratto di Nancy, davvero illuminante:
    “La forma di un corpo, questa forma che esso è, risponde a un desiderio, a un’attesa, a un bisogno stesso o a una voglia: forma del frutto che voglio mangiare, della mano che spero di tenere.”

    Perchè quando penso al corpo, penso che la scrittura dovrebbe impegnarsi a restituire dignità ontologica (verità e senso) al corpo ma anche che questo è possibile soltanto restituendo al corpo la sua naturale “superficialità”. Non c’è essere senza immagine, e il corpo è prima di tutto immagine del corpo e in questo senso, prima di tutto, il corpo è il desiderio dell’immagine del corpo, è immaginazione. Il contatto e la relazione, la coesistenza di più corpi dentro e fuori si concretizza solo attraverso il desiderio dell’immagine di tali corpi, unitari e complementari, “singolarmente plurali e pluralmente singolari”.

    Quindi corpo come foglio, corpo come schermo. Non dovremmo aver paura di riconoscere che il corpo è prima di tutto pelle. E prima ancora è la luce che la pelle riflette. E, ancora, l’ombra prima della luce (se il corpo è in realtà la proiezione della sua ombra, è il mito platonico al rovescio).

    Sono solo alcune suggestioni non molto lontane dalle ipotesi che hanno affascinato anche i fisici nel corso di questi ultimi decenni… la realtà tridimensionale per come la osserviamo potrebbe essere solo una proiezione (illusoria, ricostruita dal nostro cervello) di una più “reale” realtà bidimensionale (posta sulla superficie delle cose e non “dentro”). Come se più reale di tutto ciò che viviamo fosse il foglio scritto che ci racconta, lo schermo più di ciò che sullo schermo ci viene proiettato.

    Un abbraccio,
    Giovanni

    1. Testa,
      essere,
      abisso
      e io
      assai lontano da questa porcheria
      in un qualcosa
      a cui tutto questo
      non si attacca,
      né si attaccherà mai.

      Voglio essere sublime e sacrificarmi.
      Sono un corpo,
      una massa,
      un peso,
      una superficie,
      un volume,
      una dimensione,
      un lato,
      un versante,
      una facciata,
      una parete,
      una lateralità,
      un fenomeno,
      un fatto,
      un’espansione,
      un’estensione,
      una pressione,
      un’oppressione,
      un mordente,
      una portata
      (costituzione,
      istituzione,
      collusione,
      coesione),
      una propulsione,

      un qualche cosa.

      (Antonin Artaud, Note per una lettera ai Balinesi, in id. CsO: il corpo senz’organi, cura M. Dotti, Mimesis, Milano, 2003, pp. 69,70)

      1. E qui è anche evidente il conflitto di interessi del soggetto-oggetto, del controllore-controllato…il corpo che si guarda, il corpo che cambia due volte: insieme al corpo cambia anche l’occhio che lo guarda cambiare…in modo imprevedibile e irreversibile.

        Perchè osservare significa rubare informazione al sistema, le informazioni (come l’energia) non si creano, nè si distruggono ma più semplicemente si scambiano. Da qui l’inderterminatezza (“un qualche cosa”) che non è un attributo della realtà in se stessa, ma della nostra realtà quando viene osservata dai nostri occhi. Che però è tutto quello che abbiamo.

  15. La parola, la cultura, è anche carne, corporeità. Le due dimensioni non sono opposte né contrastanti: l’una rafforza l’altra, la sostiene, la esalta, ne esplora nel profondo i misteri, le suggestioni, le realtà.
    Grazie a Francesco per aver ospitato l’ottimo connubio tra la poesia di Enzo e la capacità di proporre una “lettura creativa” da parte di Natàlia.
    Un caro saluto a tutti,
    Ivano

    1. sì Ivano.
      spesso ci si dimentica che questo scheletro animato ricoperto d’organi e racchiuso in una scatola di pelle è il senso stesso dell’esistenza. ogni cosa è destinata “al” corpo e “dal” corpo, senza il quale non ci potrebbe essere nessun transito.
      e la letteratura contemporanea dovrebbe -sempre e comunque- tener conto di quest’assioma.

      grazie!

      1. “La scrittura non serve come disfatta o come caos della significazione: serve solo nella tensione diretta col sistema significante. In questa tensione -che noi stessi siamo- dell’essere con ciò che siamo. In questa anatomizzazione dell’organizzazione senza la quale non saremmo dei mortali, ma solo la Morte in persona. Questa tensione è l’estensione che la nostra tradizione ha chiamato corpo

        (J.L. Nancy, Corpus, cura A. Moscati, Cronopio, Napoli, 1995-2004, p. 69)

  16. Grazie a tutti gli intervenuti.

    Grazie a Enzo, la cui scrittura è sempre più imprescindibile (per quel che mi riguarda), e grazie a Natàlia, che con la sua splendida “lettura” ci regala un’opera nell’opera (e dall’opera) che aggiunge valore a valore.

    Sono appena uscito dall’ennesimo bagno in acque gelminate e vado a (cercare di) disintossicarmi e rimettere in funzione le sinapsi. Ci sentiamo più tardi. Vi anticipo che stasera potrete leggere un testo che, forse, contiene qualche indicazione anche per la lettura di quest’opera: un saggio magistrale (l’ennesimo da parte dell’autore) su uno dei “fantasmi” che con più insistenza hanno fatto capolino per tutto il thread.

    fm

      1. A. A. era anche l’ossessione del suo “interlocutore” nello scritto che leggerai…

        Un gran bella coppia, te l’assicuro.

        fm

  17. “Imprescindibile” è l’aggettivo che meglio rende il “mio” pensiero in merito a quello che scrivi.

    Sì, c’è anche il “fantasma” di Bataille in giro, e vedrai che tra non molto si materializza anche lui. Magari con qualcosa di inedito sui lidi italioti…

    fm

  18. Non so com’è, ma mi sento un po’ veggente.
    Sarà un saggio su A. A . e J.D.?
    Complimenti a Enzo per il suo lavoro suol corpo e per i suoi giusti amori e ossessioni.
    Marco

  19. Tu Enzo per me sei stato una folgorazione… leggerti ha significato immediatamente, da subito, accedere a “qualcosa” che mi -precipitava- in una dimensione capace di preceder(mi) di qualche istante nel razionalizzare le rappresentazioni appena introiettate -inarrestabili-. Ripercorrendo poi, tentando un’appropriazione del senso in modo meno intuitivo, cercando di fermarne le soluzioni, scoprivo che la prima dimensione coincideva con la più “stabile” seconda, che ne confermava il fascino e la voglia di osservarne i particolari, che si aprivano su altri particolari, in continuo movimento.

    faccio finta di niente
    sempre in opposizione
    avvicinandomi allo spasmo
    faccio finta di cadere
    e m’appropinquo
    all’esalazione dell’umore
    lungolinea esteso inesploso
    a p p a r e n t e m e n t e concluso
    faccio finta di sognare
    mi trascino del tutto o poco più
    attraversandomi al limite
    mentre la lama declina
    il suo istante di gloria

    L’istante di gloria quando -parola- affonda e incide, di sé al sé, un simbolo insaputo, che si materializza -vivo- nel riconoscimento di se stesso.

    Complimenti a Natàlia per i testi critici, cuore dei quali io trovo qui descritto:

    “Ciò avviene attraverso la scissione drammatizzata tra forze centripete (pulsione, desiderio, istinto-carne) e forze centrifughe (ragione, indagine e ricerca-alterità).”

    Il “viaggio” attraverso il quale l’autore avvicina la più ambita, sempre inarrivabile e perfettibile delle mete, il sé.

    Un grosso in bocca al lupo per questa “Imprescindibile” opera.

    Doris

    1. quasi commosso, colui il quale ti consente di “precederti” ti ringrazia.
      grazie Doris, e lo dico sul serio.
      l’incipit del tuo commento meriterebbe la stesura di un saggio.
      tra l’altro mi ha riportato al Lorenzaccio e al concetto dell’ajon in Carmelo Bene.

  20. @ giovanni catalano

    Tutto quello che dici nel secondo commento è da un lato condivisibile e dall’altro lato riconducibile ad Artaud: il soggetto-oggetto (il soggetto come “oggetto” da trattare), il controllore-controllato (Artaud cercava di controllare la propria coscienza che i suoi controllori gli portavano via), il corpo che si guarda (mi è venuta in mente la descrizione di Artaud data dal Dr. Dequeker: “Ho assistito per più giorni al foramento di un’immagine simile (un autoritratto) […] Su un grande foglio di carta bianca aveva disegnato i contorni astratti di un viso e in questa materia appena schizzata […] senza l’aiuto di uno specchio, io l’ho visto creare il suo doppio […] Fra le grida e le poesie più agitate […] tutto d’un colpo, comparve il suo viso”) e che quindi cambia: non è mai una certezza chi guarda chi e cosa guarda cosa in un corpo a corpo con il proprio doppio.
    E ancora : rubare. Parola-chiave in Artaud e, soprattutto, contro Artaud. Ciò che gli veniva sottratto ritornava, inevitabilmente, a lui sotto forma di delirio: non è forse questa una forma di scambio? Il sé fugge dal corpo, il sé ritorna al corpo dopo essersi scontrato col fuori-di-sé, il sé soggiace nel limbo, il sé si rende soggiacente per meglio incamerare e ri-esplodere. Corpo e spirito (qialora possano essere effettivamente disgiunti) non fanno altro che scambiarsi gesti e informazioni. Ma tutto questo viene vissuto -quasi spudoratamente- mettendo “al lavoro” il corpo.

  21. La parola ipotesi, ύπό-ϑεσις, tesi sottomessa, in questo caso, al corpo, deve essere intesa come una sorta di ricettacolo che contiene in sé almeno altri tre termini: supposizione, sintesi e tesi. Tutte e tre le definizioni (che non definiscono nulla di categorico, ma che si sfiniscono nel reiterare un palinsesto di possibilità) sono sottese al e nel corpo.
    Termini come “tonfo”, “costretta”, “immobilizzata”, rinviano a quella tesi sotto-messa di cui si è appena accennato e che viaggia all’unisono con la supposizione e con la sottoposizione. Da qui il titolo “Posizioni (tracce e cancellazioni di un corpo in opera)”, che ho inteso dare a questa mia disamina su un progetto di ricerca poetica e linguistica che l’Autore persegue a più livelli.
    Il soggetto, sottomesso (sempre nella doppia accezione di supposto e sottoposto, cioè ipotizzato e posto al di sotto) al suo stesso spazio-corporeo, soggiogato dalla crudeltà del bisogno quale corrispondenza di istinto e senso, implode violentemente in un’ansia sacrilega di dissoluzione degli schemi imposti di colpa e peccato, riscoprendosi nella sofferenza e nel piacere della stilla che, rigenerandosi, celebra e insieme mortifica il prepuzio, sì da spostare l’ansia metafisica – quale risposta alla ricerca della sua stessa origine – nel fulcro rovesciato della sua stessa “materia-carne”, dissacrando ed incarnandosi corpo nei corpi, essenza di senso, essere in quanto finito ed immanente spazio.
    Questa rigenerazione agisce sulle posizioni del corpo, ovvero ne ri-posiziona la forma e la materia moltiplicando le modalità del suo transito, senza disdegnare di misurarsi con la propria improduttività.
    Dunque, anche l’amplesso, il donarsi e prendersi appare teatralmente fallace e limitato al bisogno e all’urgenza di un qualcosa che travalichi l’immanenza. Così tutto scorre in un flusso ininterrotto ove l’alterità si rinnova nel dispendio di sé e che ritorna a sé a mani vuote (o a mani troppo piene da sembrare vuote)
    Ma torniamo alla parola, al linguaggio: “piaga per disappropriarsi / o poesia per disgregarsi?”, si chiede l’autore.
    Siamo artaudianamente dinanzi ad una scrittura-estrema in cui attraverso un fitto gioco di inversioni semantiche e sintattiche, ogni parola viene scomposta e ricomposta nel suono e nelle sillabe facendosi così vettore di senso svincolato e pre-esistente al pensiero. Una scrittura speculare nel suo dispendio e ricominciamento che, disgregandosi, costringe all’a capo per poi ricomporsi a partire dal suo interno, tra le righe dicevo poc’anzi, o meglio nei suoi spazi bianchi, sì da lasciare con-fluire corpo della voce e corpo del testo in una sorta di mise en suspence, sospendendo -cioè- il giudizio a favore della percezione e del senso, che qui – per l’appunto – afferma se stesso.

    1. non l’ho ancora fatto pubblicamente, ma bisogna che lo dica: grazie Natàlia per tutto il tempo che hai dedicato alla mia scrittura e per la conseguente, splendida prefazione!

  22. “Il faut voyager dans son corps à la rencontre du temps”- scrive Bernard Noël, al quale credo che Artaud e altri abbiano passato il dolente testimone.
    Da non dimenticare il suo quasi primo libro “Extraits du corps” che si trova anche in italiano, tradotto da F.Scotto.
    Non posso che complimentarmi moltissimo con Enzo Campi per questo libro! Sempre critica notevolissima Natàlia Castaldi.
    Grazie per la proposta,Francesco, la tua “dimora” del tempo acquistato è un luogo dove vorrei abitare anche con il corpo nel senso più fisico del temine.
    lucetta

    1. “Artaud è un grande devastato che, guardandosi bene dal voler uscire dalla sua devastazione, fa di questa la propria lingua […] Mentre brucia, si fa voce delle sue bruciature e, attraverso di esse, intensifica la propria umanità […] mentre la mano traccia in un unico movimento l’atto che brucia e la visione che alimenta il fuoco” (Bernard Noël, Artaud e Paule , Trad. L. Frisa, Joker, 2005, p.7)

  23. un grazie di cuore a Lucetta, al “amo de esta casa”, e a tutti per i preziosi commenti, a Giovanni e a Doris, ma senza perdermi in elenchi, ringrazio proprio tutti, perché ognuno con la sua lettura ha aggiunto o scovato quel qualcosa in più che testimonia la grandezza di un’opera, quale quella di Enzo – indubbiamente – è.

    un caro abbraccio.
    nc

  24. Certo non è semplice in poche righe descrivere quello che accade leggendo
    questo poemetto, e ancor di più è dare un “giudizio” su quanto espresso.
    Sai Enzo, la prima cosa che mi è passata per la mente è stata una completata mappa
    delle connessioni tra, come dice Natàlia, phonè e significante.
    La parola ed il suono, secondo me, hanno lo stesso punto d’origine per cui non sarebbe
    complicato comprenderne le valenze, le misure ma, nel corso dei millenni, barriere
    che vanno dalla moralità all’ignoranza , hanno reso difficile la connessione tra parola ed
    il suo significante e tra suono ed il supporto che da alla parola stessa. (anche l’onomatopeia
    comincia a vacillare). Credo che il linguaggio giornalistico abbia giocato un ruolo molto forte
    in questa perdita e, per ultimo, il linguaggio “sms” che lo sta distruggendo del tutto.
    Ma ecco che arriva il poeta Campi che ritraccia la mappatura usando l’oggetto come un ago
    in una seduta di agopuntura, andando a riconnettere tutte quelle terminazioni che cominciavano
    a disgregarsi o addirittura erano irrimediabilmente compromesse e lo fa lasciando che sia il corpo stesso
    ad indicare i punti precisi quale diagnosticatore e terapeuta.
    Sono estasiato da questa lettura, ma non posso negare che le note della Castaldi mi affascinano
    tanto quanto!
    E’ bello leggere di questi capolavori.
    Grazie Enzo per rendermi partecipe.

      1. ne approfitto oer copincollare una risposta che diedi tempo fa a un commento di Marzia Alunni :

        la chiave è , forse, proprio nell’IPOTESI.

        nessuna tesi assoluta.
        solo la continua messa in discussione (messa in scrittura?) delle varie e svariate ipotesi che rendono vivo qualsiasi tentativo di decodificazione.

        decodificazione della corporeità?
        forse, ma non solo.
        se il corpo è il vero senso della vita, non basta la sola decodificazione: ci sono da mettere in gioco la mancanza, lo sperdimento, la molteplicità intrinseca, il dispendio, ecc.
        in poche parole -e come giustamente fai notare- si tratta dell’andirivieni tra dentro e fuori, alto e basso, bianco e nero, maschile e femminile, ecc.

        apologia del corpo?
        sicuramente sì !

        conclusione?
        non c’è conclusione ma un’inconclusione.
        l’unica inconclusione possibile è il “ricominciamento”.
        la vera funzione del corpo è quella di “transitare” (e di transitarsi).

  25. Auguri di cuore a Enzo per il suo libro e a Natàlia per l’eccellente e fulminante prefazione; vorrei dire – stringatamente ché poi avrò modo di scriverne più a lungo – che la scrittura di Enzo (come corpo e segno preciso) è tra le cose più interessanti in circolazione on-line. Ma oltre al corpo della parola qui si assiste al soggetto dell’opera e all’opera: un lavoro imperdibile.
    Ringrazio Enzo, di nuovo
    e Natàlia – donna di rara generosità poetica.
    A*

  26. CHIOSA

    l’io-corpo (ma anche il non-io-corpo) si trova a basculare sull’asse paradigmatico come per cercare un equilibrio impossibile a verificarsi.
    questa oscillazione, questo moto perpetuo (il movimento che è proprio dell’essere-al-mondo) gli permette di far rimbalzare le proprie parole e di idealizzarle a “depositarie” di quella corporeità che non è tanto da raggiungere o da scoprire ex novo, ma caso mai da ritrovare.

    la parola nasce e si tramanda come orale.
    è già fisica, in sé e originariamente.
    metterla al lavoro significa frequentare la sua sorgività.
    la messa su carta di una parola cosiddetta originaria, semantizzata e ri-semantizzata non può non rivolgersi alla fisicità, non può esimersi di “farsi” corporea.

    il primo titolo di quest’opera era IPERBOLE CORPO, ovvero: una parola fisica e fisicizzata il cui io-narrante è proprio il corpo.

    il rimbalzo è evidente, nonché premeditato.

    da non sottovalutare il rimbalzo delle parti che compongono il tutto.
    non sono solo le parole a rimbalzare, ma anche e soprattutto le sillabe e i gruppi timbrici.
    se il corpo è formato da tutta una serie di organi che vivono in un regime di con-divisione, allo stesso modo la parola è formata da tutta una serie di lettere che, nelle loro infinite combinazioni, sono rivolte a ri-definire e a ri-definirsi.

    alla fine (senza mai finire del tutto, ma solo sfinendosi) in qualsiasi pratica letteraria ciò che conta è solo la “risonanza”.

  27. ho molto ammirato il percorso di lettura di Natàlia ( :-) ) e il fascino che deriva da questi versi. La serie di commenti, poi, come il tema, è veramente godibile. A un certo punto però l’autore dovrà mollarsi per la sua strada, e cercare di liberarsi dei suoi ossessi, per versi suoi.

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