Una lettura di Ritorno alla spiaggia

Ivano Mugnaini
Lucetta Frisa

Nota di lettura

La letteratura e la vita, la malattia e la cura. Essere sospesi tra queste due entità, senza sapere mai, per fortuna, quale sia l’una e quale l’altra: se sia più folle scrivere o vivere, sognare o dare fiato al respiro dirigendo il passo verso qualche luogo. La poesia di Ritorno alla spiaggia di Lucetta Frisa è tutto questo: un caleidoscopio di rimandi, intrecciati e avviluppati, tra citazioni, osservazioni del mondo e dell’animo umano, escursioni nei meandri bui e nei sentieri assolati della mente. Le pagine di questo libro sono solcate da un verso magmatico, eppure nitido, un’esondazione di sensazioni racchiuse con metodo, con la pazienza e l’energia della passione, in torrenti paralleli di fuoco, acqua e terra.
La spiaggia a cui allude il titolo, è di certo, come rileva opportunamente Gabriela Fantato nella prefazione, luogo immaginario, ideale. Probabilmente è la coscienza, la memoria, o qualche altra dimensione incerta e imprescindibile. L’autrice sembra muoversi per ondate concentriche, o, meglio, seguendo gli impulsi opposti dell’attrazione e della repulsione, la riflessione e l’oblio. E’ come se ad ogni pensiero cupo si opponesse la lievità, e ad ogni disciplinata marcia verso la logica del rientro tra le mura della cognizione del dolore si sovrapponesse, con uguale forza, la voglia di fuga. Tra questi fertili paradossi si muovono i versi, a volte secchi, brevi come sospiri, altre volte lunghi, come pensieri che abbracciano ipotesi di orizzonti, o come risa che scacciano, con la forza della follia vitale, la follia tetra della morte.
Il libro è una lunga “Passeggiata”, per citare il titolo della Sezione conclusiva. E nel viaggio Lucetta Frisa incontra ed evoca tutto ciò che le sta a cuore, ciò che occupa lo spazio della ragione e delle emozioni: la dimensione familiare, innanzitutto, la necessità delle radici, il filo, l’uncinetto e le mani della madre, ma anche il mare, mistero di prospettive di cui non si percepisce la fine e sguardi estranei che scombussolano rotte e confini. Non resta altro, allora, sembra indicare l’autrice, che mettersi in cammino, portando con sé l’ironia salvifica dell’ossimoro, quello che logora dentro ma consente di schivare i colpi e sfuggire alla sbarre di una logica sociale che non di rado è la forma più aspra di pazzia. Si parte, quindi, portando con sé la consistenza di ciò che sa essere saldo, gli affetti autentici, e il bagaglio incorporeo ma fondamentale degli affetti, ossigeno prezioso: le parole degli autori più amati, conservate nella memoria, attraversate giorno per giorno fino a renderle pietra e sentiero, parte integrante della strada. Autori di varie epoche e diversi idiomi: Wallace Stevens, Bernard Noel, Louise Glück, Josep Maria Lopez-Picò, tra gli altri. Versi proposti nelle lingue originali o tradotti, resi in ogni caso propri, interiorizzati, rubando, come suggeriva Eliot, non prendendo a prestito. Perché un tale furto è un atto di paradossale ma autentica condivisione e generosità, necessità di simbiosi.
Questo viaggio con il bagaglio delle parole conduce lontano dal dolore e dalla morte e rende la speranza della gioia un luogo quasi concreto, una spiaggia su cui si sogna di poter tornare. Un luogo dove non arrivano voci perché “il battito marino/ impone il suo silenzio”. Ma anche un luogo dove l’autrice può rivelare “Sento in me molte voci/ un brusio allacciato al vuoto”.
Il dono, in quel brusio vasto e complesso, è la consapevolezza della sorpresa: la meraviglia dell’individuare, dentro di sé, la vita, lieve e inafferrabile, ancora viva, presente, da qualche parte, nel profondo, capace di stupire se stessa: “Una bambina mi porge una palla/ scappa via./ Resto con quel dono tra le mani./ Oh se così fosse tutto/ in questo orizzonte chiaro come la visione/ prima e dopo la parola”. Il tempo non è più lo stesso, come il verso, l’atto dello scrivere, il pensare la forma della vita sapendo che non possiede forma se non nel fluire, allentandosi e ritornando ad un punto di partenza che è l’uomo, l’immagine che l’esistenza crea di sé, ingannevole e autentica, astratta e concreta.  Rimane, alla fine, anche in questo libro, il succo prezioso del tempo, il veleno e la cura, la realtà e la poesia: l’attimo in cui si percepisce, o si sogna di percepire, una traiettoria, i segmenti che si uniscono e formano una retta, una cammino percorribile: “Anche settembre è finito/ e lo stabilimento chiude./ Ma il mare lo lascia aperto/ l’Ignazio che ripone le sdraio/ e non ascolta nessuno/ si è infilato un maglione/ guardato l’orologio/ spento, tranquillo, il sigaro”. (Ivano Mugnaini)

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Lucetta Frisa, Ritorno alla spiaggia
Nota critica di Gabriela Fantato
Milano, La Vita Felice, 2009
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Passeggiata

Genova-Quarto

Un po’ agitato il mare traffico sulla strada
suoni immagini odori
vorrei metterli in fila come a scriverli
mi guardo in giro sono in vacanza
siedo su una panchina
che ci sto a fare qui?
mi alzo e costeggio il mare
le passeggiate sono preghiere
sospiri e passi ruotano intorno a casa
e all’orizzonte
In every life, there’s a moment or two.
In every life, a room somewhere, by the sea or
in the mountains…
That room must still exist, on the fourth floor
with the small balcony overlooking the ocean…

c’è troppa luce a quest’ora
la tramontana mi rabbrividisce
e chiudo gli occhi:
il tempio di Paestum
il vento brucia il viso tormenta il trigemino –
– maschera di dolore scoperto –
cosa volevo nascondere cosa c’era
tra quella polvere di luce?
così si moriva senza pronunciare i nomi degli dèi
vinti da fitte terribili e poi –
il tuffo

riposo l’occhio sul marciapiede
le linee grigie vanno verso il nero
il nero ripassa sopra il grigio
l’hanno rifatto da poco
sembra carta da pacchi, liscia.
Nessuna ispirazione:
solo facce livide su questo schermo basso
recito la Malinconia in un paesaggio di pietra
il vuoto tra stomaco e testa
devo riempirlo con qualche bel pensiero non umano
se io adesso sono
quello che non c’è più
l’infinito dov’è? –
pare ci sia solo il finito
il cervello si è inventato tutto

un piccione traballante traversa il mio inferno
il suo occhio rosso vede il futuro
saetta parziale non distratta dallo spazio.
Io non lascerò a nessuno il mio DNA.

che ci sto a fare qui?
riordinerò la casa e i miei minuti
scriverò ogni poesia come fosse l’ultima
il est temps que chacun se souvienne
d’une autre histoire que la sienne
la mémoire s’en va comme le sang
à quoi bon ce que l’on a su

perché non hanno senso le emozioni
mai l’hanno avuto
se non la prima volta per chi nasce
pazienza occorre pazienza
entra nei pori mentre respiro a lenti passi
mi ossigena piedi e cervello la pazienza –
è la misura giusta?
il piccione non mi guarda: nella rétina
tiene il suo mondo perfetto che gli basta
ma la sua luce è diversa dalla mia?
stanotte l’uccello che girava
gridando tutta notte attorno a casa
chi l’ha udito? e a noi
chi ci ascolta lo sappiamo
se dentro il labirinto c’è un passaggio?
a Siracusa
si grida nell’orecchio di Dionisio
lui risponde – le sue spie ci conoscono –
con la parola giusta per ognuno
e noi contenti si ritorna a casa
dis-moi qui
me dira ce qu’il faut faire
de toute cette vie réduite à une fois

se scrivo
è per rimanere senza urlare
se nulla scuote nulla
questa terra
la sognerò sottoterra

la mia passeggiata com’è tranquilla
vicino al mare tranquillo il mio respiro
la mia coscienza tranquilla e infelice
saluto i conoscenti con la mano
ciao che stai facendo qui
ammazzo il tempo
con le frasi pensate
da una panchina
da una strada
da una casa
la compagnia è il loro ingenuo segreto
l’image
qu’est-ce que l’image
quand la vie
vient sur nous
et plus rien
que son pas
de passante
pressée
ce que je dis
est une larme…

se questa passeggiata torna a capo
e nell’acqua marina vedo
una sagoma che mi somiglia
sono dentro una sfera il mondo
è una rotonda lacrima uno specchio
concavo dappertutto e non c’è scampo.
Pour voir devant
le voir se retirer
mais le regard
est l’eau
où le monde
se noie
et
nous
avons
soif
dans la lumière

ora con chi sto camminando? con mia madre
e tutti i morti amati e i vivi
così lontani
con i ricordi di chi cammina
e di chi ha già camminato possedendo
il respiro perdendolo a ogni passo
I wanted to stay as I was
still as the world is never still,
not in midsummer but the moment before
the first flower forms, the moment
nothing is as yet past…
before the appearance of the gift,
before possession

lo sapevo l’agave è già fiorita
tra vita e morte appare
un mezzogiorno luccicante
che quasi cancella il mare e gli annegati
torno a sedermi sulla panchina:
un ragazzo il cellulare due donne litigano
mi nascondo nel buio degli occhiali
c’è chi si ferma e in controluce guarda il mare
ecco un cane e il mio polso ha una fitta –
cosa unisce due creature a sangue caldo?
una vena intenerita?
Tout à coup son enfance est à côté de lui
comme un petit chien
et la vieille envie de pleurer à cause
des questions sans réponse

mi alzo e vado al bar: caffè ristretto
niente latte e una striscia di luce
sulle mie spalle e sulle bottiglie in fila
davanti a me e sul viso del barista
e di sua figlia dagli occhi cattivi
su quelli vuoti dei tossici delle vecchie sfatte
e sulla mia tazzina la stessa luce
riattraverso e mi affaccio
mi guarda un folle che si crede Dio
un ex capitano parla di certe ostriche
un nero con le borsette impreca e contratta
tre sudamericane ridono come galline

Il mare mi piace di fronte
la tua vita correva verso il mare mi hai detto
ti sei fermata sulla riva a guardarla
El mòn és tot fora de mi:
els anys, l’atzar, la vida incerta;
i jo, sense mouré m de’acì,
com siel paper fos la finestra oberta,
esguardo, ascolto, sento es devenir
anch’io non sono un’isola
nei confini dei versi separata
da acqua e terraferma
ma lentamente l’orizzonte intorno
riduce la vita a poco o la spalanca
fino a che punto la solitudine è nostra
o condivisa in un giorno di luce?
Today the air is clear of everything
it has no knowledge except of nothingness
and it flows over us without meanings,
as if none of us had ever been here before…

eppure occhi e pensieri sanno unire
uomini e cose
le emozioni alla spiaggia
le onde alle case dipinte
perderò tutto se li chiudo
ad occhi aperti se ne vanno le idee
intorno alle cose ma non le cose
forse si vedranno come sono
scontornate nella materia
si stanno già disfacendo senza di me
come varcare la riva
che separa il mare dal mare?
so che non siete altro da me
eppure tutto il mondo è me senza di me
ditemi che per tornare c’è la strada
a gold-feathered bird
sings in the palm, without human meaning,
without human feeling, a foreign song
Plus de présence exacte d’identité
le premier état de l’oubli
Today the mind is not part of the weather

vado a spasso padrona solo di queste ossa che mi diedero
padre e madre e neppure le parole e i pensieri sono miei
chi sono io quando cammino?
chi sono io quando taccio o dormo?
For me, always
the delight is the surprise

trovarmi viva al mattino e al pomeriggio
viva alla sera e alla notte
è la sorpresa degli occhi
quando si guardano in giro
Genova mia di sasso. Iride. Aria.
Parfois
pétrifié par le mystère
parfois pareil à lui
plein d’une transparente
poussière
parfois
personne
La passeggiata che torna era riuscita
alle spalle di noi
morta la luce
s‘era messa una foglia sola a tremare
a che vento non so
solo una vita

ma quando si invecchia, si è pesanti o leggeri?
tante anime bussano alla porta
la precedenza alla più giovane
la più stupita quando piove o legge
quella che ride
Un temperamento forse assurdo fu
sempre di me a farsi meraviglia
del mondo, del suo strepito, del nulla

e io adesso in cosa credo? agli angeli no solo
a dei ritmi ventosi, dei ritmi…

devo tornare a casa per fermare queste parole.

______________________________
I versi inglesi sono di Wallace Stevens e Louise Glück, quelli francesi di Bernard Noël, i catalani di Josep M. Lopez-Picò, quelli italiani di Giorgio Caproni e Nicola Ghiglione.
______________________________

***

13 pensieri riguardo “Una lettura di Ritorno alla spiaggia

  1. A suo tempo, ho avuto modo di leggere la parte poemetto “l’isola” che mi aveva colpita per le vibrazioni, come piccole fotogrammi, battito di sensazioni-palpebre a fermoimmagine, in una generale visualizzazione di circolarità (rafforzata certamente dal perimetro dell’isola)

    in modo quasi analogo qui
    “La passeggiata” (titolo che già mi prende molto, perché mi rimanda al libro bellissimo di Walser)

    alterna ai movimenti (non solo in avanti, ma anche all’indietro temporale) e agli incontri dell’andare, anche lungo gli assi del colore (““le linee grigie vanno verso il nero/il nero ripassa sopra il grigio”), che come le scritture (i versi degli autori inseriti), che come, appunto, shanghai si incrociano,

    a formare l’intrico tondo- chiocciola- gorgo dei punti di domanda esistenziali (e oltre):
    “che ci sto a fare qui”
    “l’infinito dov’è?”
    “ora con chi sto camminando?”
    dove quel “muoversi per ondate concentriche”, del quale dice bene la prefazione di Mugnaini, intensifica il movimento centrifugo-centripeto
    fino a diventare mulinello:
    “stanotte l’uccello che girava/gridando tutta notte attorno a casa/chi l’ha udito? e a noi/chi ci ascolta lo sappiamo/se dentro il labirinto c’è un passaggio?”

    alla ricerca dentro il labirinto (spira mirabilis, avvolgimento, DNA, orecchio di Dioniso, cloaca infernale, imbuto…) prima che del passaggio vero e proprio, almeno di una risposta sul fatto che il passaggio esista

    e che non sia il tutto lungo una traiettoria agnostica (cartesianamente tracciata) de
    “ammazzo il tempo/con le frasi pensate”
    “il cervello si è inventato tutto”

    bensì che vi sia, per vivere!, una possibilità tutta umana di visione (che non scomodiamo quella di un terzo occhio :) che “rosso vede il futuro/saetta parziale non distratta dallo spazio.”/) e di incontro che consenta di accorgersi del mondo, anche a rischio (nello specchio del riconoscersi-perdersi) di non avere scampo

    “sono dentro una sfera il mondo/è una rotonda lacrima uno specchio/concavo dappertutto e non c’è scampo.”

    (anche e certamente nel leggersi l’incontro :))

    Di nuovo, perciò, rinnovo il mio piacere e la mia gratitudine.

    ps scusa se non rileggo, devo inviare.
    ciao!

  2. Margherita:i tuoi commenti sono straordinari, geniali.Li leggo con ammirato stupore.
    Posso solo dirti che tutti i miei libri-più direttamente o meno- hanno un andamento circolare, labirinto che si apre e chiude su sé stesso. La stuttura è sempre ossessivamente quella. Ma,aimé, anche i singoli testi tendono ad avere questa interna circolarità. In fondo, non ho molto altro da dire che registrare in me e nel DNA, questo primo segno di galassia, che ritrovo nel disegno della chiocciola come negli scarabocchi infantili.
    Grazie per tutto quanto hai scritto. credo tu possieda doti di veggenza, oppure un radar psichico…
    lu
    lu

  3. Mauro caro, piacere immenso incontrarti anche qui. Il tuo commento al mio libro nel tuo Margo è splendido, te ne sarò per sempre grata, ma quello che mi colpisce adesso è proprio questa tua presenza-ripeto- anche qui.
    GRAZIE !
    lucetta

  4. carissima Lucetta, ho riletto con intatta meraviglia, ho riscoperto questa tua ciclica passeggiata – pensieri sensazioni versi così tranquilli e insieme fulminanti, questo spaziare fra cielo terra mare passato presente, in compagnia dei vivi e dei morti, dei poeti, dei tossici e dei cani… una magia che solo tu sai creare spillandola dal tuo sangue e poi ce la porgi con tanta luminosa e ritmata grazia:-)
    grazie, Lucetta
    marina

  5. Straordinaria questa tua lunga passeggiata/riflessione/sogno .
    Quante volte sono stata seduta su una panchina davanti al mare o al passaggio di volti e persone, quanti pensieri scorrono in ognuno di noi in quei momenti, eppure pochi sanno restituirli agli altri con tale grazia.
    Bella.

    Sara

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