Il treno del ritorno

Antonio Scavone

Il film è del ’55, tratto da un romanzo di Hamilton Basso (“The View From The Pompey’s Head”), diretto da Philip Dunne e interpretato nei ruoli principali da Richard Egan, Dana Wynter e Cameron Mitchell. In italiano e per l’Italia (ma anche per i francesi e la Francia o gli inglesi e l’Inghilterra) il titolo originale (“Lo sguardo dalla testa di Pompeo”) risultò incomprensibile, fraseologico, letterario: si optò, allora, per un titolo forse mieloso, come si usava in quegli anni di guerra fredda, ma sicuramente suggestivo: “Il treno del ritorno”. E, in realtà, di un ritorno si trattava, di un ritorno sentimentale, di un ritorno ispirato dalla seduzione della memoria.
     Anson ‘Sonny’ Page, un avvocato di New York, con moglie e figli, consulente legale di una casa editrice, viene mandato dalla sua società in una cittadina del Sud, Brunswick, in quella Georgia dove sopravvive ancora la discriminazione razziale dei bianchi sui neri. Sonny è consapevole di questa iniquità sociale perché ha vissuto, quindici anni prima, in quell’atmosfera provinciale e rozza nella quale è costretto a tornare. Il suo compito è di indagare sui diritti d’autore non incassati da uno scrittore locale, che si trova a vivere nell’indigenza e nell’indifferenza dei suoi concittadini. Ma Sonny ha accettato di svolgere quest’indagine per conto della sua società perché sapeva che in quella cittadina di provincia avrebbe ritrovato Dinah Blackford, la donna che amava e che lasciò per inseguire il successo a New York. E puntualmente ritrova Dinah, sempre più bella e affascinante dopo quindici anni e la ritrova sposata a un uomo volgare, Mickey Higgins, impersonato da Cameron Mitchell. Tornare a Brunswick, per Sonny, significa tornare da Dinah, provare a far rinascere l’antica passione, verificare in questa sua personale inchiesta sentimentale quanto sia rimasto o quanto sia recuperabile di quell’amore incompiuto.
     Ma proviamo, noi adesso, a raccontarla in un modo diverso questa storia, a riviverla come se la rivedessimo ora al cinema, in un cinema di periferia, frequentato da quei soliti quattro gatti che incontriamo a metà settimana per film che pochi vedono e che pochi raccontano.
     Entriamo dunque nella sala che odora leggermente di creolina, scegliamo la nostra fila abituale di poltrone che cigolano, il nostro posto preferito – il terzo dal corridoio centrale -, diamo uno sguardo agli altri spettatori – sparsi come naufraghi che emergono dalle linee delle sedie, diamo uno sguardo all’ambiente, sobrio e lindo dell’Eden, del Gloria o dell’Excelsior e tuffiamoci nel buio che ci ammanta all’improvviso perché sullo schermo già saettano i fasci di luce della 20th Century Fox. Il film comincia e ci ritroviamo, dopo pochi istanti, nelle emozioni che questa storia intende suscitarci. È un film di colori, di facce, di luci, di parole abbozzate o non dette.
     Sonny Page, che ha la faccia scolpita di Richard Egan, rassicurante e dal sorriso franco, siamo noi: sì, siamo noi Sonny Page che torna alle origini, in quel paese o città dove da ragazzo faceva la fame e rincorreva sogni di grandezza. Siamo noi Sonny Page che ha fatto fortuna a New York ma che spera di ritrovare a Brunswick l’amore di una volta, siamo noi Sonny Page che, col pretesto dell’indagine legale, vuole rivivere il suo passato e confrontarsi con le antiche angosce o smanie da una posizione ora invidiabile.
     E ritroviamo anche noi Dinah nella bellezza eterea di Dana Wynter, un po’ troppo aristocratica in quella provincia del Sud degli Stati Uniti. Lasciamo Sonny ai suoi slanci e ai suoi ricordi e ci occupiamo di lei, di Dinah, di un amore che poteva essere e non è stato, di una donna che, abbandonata dall’uomo che amava, ha sposato forse il miglior partito del posto, quel Mickey Higgins che si occupa maldestramente di affari, si ubriaca come tutti gli insoddisfatti, scaricando sulla moglie rancori e frustrazioni, sicuro del fatto che il loro fu un matrimonio di convenienza o di ripiego.
     È chiaro: Mickey non ci piace: è brutale, meschino: ha avuto la fortuna – pensiamo – di avere al fianco una donna come Dinah ma la tratta come un’amante occasionale, come una bellezza da vetrina, snobistica e inafferrabile. In fondo, però, Mickey l’ha sposata per questo, per elevarsi nella scala sociale del suo piatto microcosmo di provincia, per ostentare una moglie raffinata e scatenare l’invidia fra gli uomini che contano a Brunswick e che puntualmente lo sottovalutano.
     Avremmo fatto anche noi così – pensiamo – e ci saremmo sentiti minacciati dall’avvocato che ritorna col prestigio che può permettersi solo un uomo di successo, padrone della scena a tal punto da ritenere di poter modificare dopo quindici anni il corso degli eventi e riprendersi ciò che aveva lasciato: l’amore di Dinah.
     La vicenda è di un sentimentalismo lezioso eppure non la giudichiamo artefatta, o non la giudichiamo “molto” artefatta. Ci sono tutti i clichés delle storie d’amore inconcluse o infelici: il rammarico di non aver avuto coraggio quand’era necessario, il rammarico di non aver creduto in se stessi e di essersi subito venduti all’ambizione egoistica, il rimpianto infine di aver dimenticato troppo presto una stagione esaltante della propria giovinezza. Sonny Page comincia a non prenderci più di tanto, lo avvertiamo lontano e formale, voglioso ma incerto.
     Ci attira ma non ci convince, come una patetica sottotraccia di coscienza critica, la debole denuncia della discriminazione razziale e dell’odio di classe: ci sembra normale in una società razzista nel Sud degli Stati Uniti, prevedibile e scontata in una comunità che si regge su una borghesia agiata e conformista che non si aspetta nulla di diverso dal tran-tran quotidiano. Gli affari, il denaro, i party, il bowling, il pop-corn, i figli adolescenti che già rinunciano a crescere e catechizzano, gli adulti che rimuovono passato e futuro per replicare all’infinito il presente, per stabilizzarlo: tutto è ovvio e risaputo, già visto e sentito. Persino quella vena di malinconia che rispolvera ma pure cristallizza il ricordo sembra insufficiente a scuoterci.
     E non ci sorprende la conclusione dell’indagine di Sonny allorché scopre che i diritti d’autore – duemila dollari – erano stati regolarmente incassati dallo scrittore Garvin Wales per sostenere segretamente la madre, una donna di colore, e nascondere così agli occhi degli altri l’origine afro-americana della sua nascita.
     E i colori, in questo film, dentro e fuori della metafora, hanno un ruolo fondamentale come in tutti i film americani che descrivono gli ambienti (le case, l’albergo, le strade, il treno) in sintonia con i personaggi e le loro storie. Sono colori forti, accesi, innaturali ma che diventano compatibili con la realtà grazie ad un technicolor esasperato, che appesantisce i toni per rinfocolare le tinte, che stravolge la scala cromatica della natura e delle cose per imporre quella psicologica delle passioni e delle persone. Ed è questa strana e fascinosa simbiosi tra i colori delle cose e i colori che noi diamo alle nostre esperienze che ci attrae e, in qualche modo, ci disorienta: chissà, forse ha ragione Sonny a ritenere possibile il recupero del suo sentimento per Dinah, o forse ha ragione Mickey a pretendere di essere quello che è, di non poter essere altro, di aver raggiunto il meglio della vita e di se stesso anche quando provoca e minaccia la moglie per un eventuale divorzio, offrendola stavolta al disprezzo della quieta cittadina di provincia. Forse ha ragione persino lo scrittore che si vergogna della madre, quando nasconde innanzi tutto a se stesso la pochezza del suo espediente, della sua indecifrabile letterarietà. E inevitabilmente ci attraggono il paesaggio, le automobili dell’epoca, i costumi di scena degli interpreti, la limpidezza diremmo nostalgica della fotografia che fa palpitare l’insensatezza di un’illusione.
     Quelle tinte forti ci stupiscono e ci accompagnano fino alla fine e anche oltre, come se volessero farci entrare nella storia che illustrano dalla parte più insolita di ogni vicenda umana: quella che riguarda la nostra capacità di stare nei nostri “colori” più che di guardare i “colori” degli altri”, nei colori “esagerati” che vorremmo avere addosso più che in quelli abitudinari che tendono spesso ad una striminzita varietà, al bianco e al nero di un insuperabile dissidio di desideri, di un difficile contrasto di aspettative. Che significa, questo? Che i colori accesi – al cinema come nella vita – sono una fuga dalla realtà, un simulacro comodo e, tutto sommato, innocuo e innocente della nostra voglia di non essere sempre gli stessi, di poter cambiare le regole, le convenzioni di un’esistenza che ci appare già preconfezionata a nostra insaputa?
     Gli abiti di scena, il rossetto sgargiante, la chioma corvina, l’incarnato pallido, gli occhi languidi di Dana Wynter cosa ci suggeriscono? Che cosa ci fa pensare quella sua bellezza algida, altera, distante come quella che ritroveremo, qualche anno dopo, nell’esile figura della sognatrice Holly Golightly di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”? È una suggestione, certo, creata apposta dalla metafora cinematografica ma i gesti, il portamento, gli sguardi di Dana Wynter non ci sembrano poi così falsi, così “inventati”: chissà quante volte abbiamo osservato o conosciuto donne così sfuggenti, giudicandole fatue, di un sussiego antipatico, estraneo al nostro modo di pensare e di essere. Salvo poi a ricrederci quando Dinah, sul punto di lasciare il marito e i figli, chiede a Sonny di non almanaccare progetti sentimentali, di non amarla solo perché l’ha ritrovata ma di amarla come aveva cominciato a fare quindici anni prima.  Ma Sonny non coglie o non sa realizzare questa ulteriore prova di coraggio, non se l’aspettava e pensa di poterla aggirare “romanticamente”.
     Che strano, questo film: sembra voler dire di più rispetto a quello che dice, di farci intraprendere un viaggio a ritroso nella lusinga e di lasciarci poi da soli a meditare sul senso che hanno i treni dei ritorni, forse perché anche quelli finiamo per perderli. Restiamo ancora in sala, quando si riaccendono le luci sulla musica che sfuma, e non ci chiediamo se il film ci sia o non piaciuto, se sia stato un buon film o solo un gradevole intrattenimento. Abbiamo passato un pomeriggio, tutto qui. Con gli altri quattro gatti ci alziamo, muti come spettatori di un incanto che pur sfiorandoci non abbiamo percepito, per cui torniamo ai colori normali, a quelli che vediamo sulle strade, nelle persone, dentro noi stessi e ripensiamo a questa malia troppo presto interrotta e alle parole di Dinah: “Il tempo è una cosa sleale”. A volte come un tradimento.

***

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9 pensieri riguardo “Il treno del ritorno”

  1. Me la scrivo, Antonio, questa frase: “Il tempo è una cosa sleale”.
    Mi piace il tuo annotare suggestivo e turbato intorno a questo film che, nonostante la mia passione da cinephile, non ricordo di avere mai visto (e che avrei voluto vedere.)
    Grazie, Marco

  2. Quando un autore racconta un film, un’opera teatrale, un romanzo, un’opera lirica, una poesia, una canzone, un fatto di cronaca, l’incanto è quello di far sentire il lettore partecipe e, spesso protagonista inconsapevole, di tutto ciò che la scrittura riesce a evocare, ma non solo.
    La capacità di scrittura, l’eleganza della forma, la chiarezza espositiva, danno al lettore che si addentra in una narrazione di un evento, in questo caso un film, a lui sconosciuto, la sensazione di essere lì, preso per mano dall’autore, ad assaporare, gustare, vedere, ciò che le parole indicano, un percorso emozionante per ulteriori approfondimenti.
    E poco importa se quel film lo abbiamo visto o no, perchè se ci capita di vederlo dopo ( a me è successo con Le balene d’agosto ) tutto sembrerà una replica bellissima di quello che la scrittura ci aveva fatto intravedere e, quasi, sentire.

    Antonio Scavone sa, ormai siamo abituati al suo stile alto e dinamico, come condurre il lettore nella magia della sua scrittura e Il treno del ritorno ne dà piena conferma.

    Il tempo, un tempo sleale, come racconta la protagonista, sembra interporsi tra le vite e i sentimenti di persone che, probabilmente, non si attendevano un ritorno improvviso di una giovinezza ormai accantonata ma, visti gli eventi, sempre viva in un angolino del loro essere, in un caledoscopio di colori che hanno dato il ritmo alla loro esistenza e che per questo sono ancora così forti e pregnanti.
    Sentimenti ed emozioni si accavallono e tentano di rompere gli argini tra cuore e ragione ma, a quanto pare, la difficoltà di riacciuffare il tempo a ritroso è davvero insuperabile soprattutto quando uno dei protagonisti non se la sente di far rivivere e rendere stabile l’emozione principale che lo aveva motivato alla partenza. Così il ritorno alle abitudini stantìe ma sicure lo fa salire su quel treno che lascia dietro una scia di incompiutezza e di rammarico. ed è prorio dentro quel tempo sleale che vediamo la protagonista che desiderava essere amata non a causa di un ricordo, ma come un punto di partenza che potesse potenziare un amore.

    Ma è davvero il tempo a tradire ?
    Forse, o forse spesso siamo noi che, pur non avendo mai preso un treno, spesso tentiamo un ritorno davvero impossibile.

    Grazie, Antonio, per le splendide suggestioni ed emozioni-ricordi che questo tuo testo ha evocato in me, come spero in molti altri lettori.
    Ecco, mi sono detta, la scrittura è ancora viva, dobbiamo e possiamo crederci!

    Un grande abbraccio a te, un grande abbraccio a Francesco.
    jolanda

  3. A parte il “quanto mi piace come scrive Scavone” che leggendo mi sono detta, mi ha colpito la riflessione con cui questo testo si conclude […] “ Che strano, questo film: sembra voler dire di più rispetto a quello che dice, di farci intraprendere un viaggio a ritroso nella lusinga e di lasciarci poi da soli a meditare sul senso che hanno i treni dei ritorni, forse perché anche quelli finiamo per perderli.”[…] perché penso che forse il non-finito sia l’essenza reale del corso dell’esistere e che dunque forse raccontare con lo stesso modo in cui certe cose ci lasciano in-sospese e sospesi sia l’unico modo possibile per creare quel flusso comunicativo a cui in fondo ogni opera tende. A volte mi sembra che si voglia invece esperire tutto, che si tenda ad accumulare minuziosamente cercando di colmare tutti gli interstizi senza lasciare nessun spazio ad una qualsiasi possibilità di interporsi come interlocutore e questo è quanto di più non-reale possa esistere, è come creare una straordinaria opera per lasciarla poi nel buio. Non ha visto il film, ma forse se a suo modo avesse aggiustato tutto il tradire del tempo questo testo non sarebbe mai stato scritto, in fondo la malia che l’esistenza esercita e che spinge verso l’atto creativo è nell’accadere che c’è nelle cose non nel loro concludersi.

    grazie

    lisa

  4. Non casualmente, con il “resoconto narrativo” del film “Il treno del ritorno”, è stata avvertita con accenti diversi dai commenti di Marco, Lisa e Jolanda la sotto-traccia letteraria e metalinguistica (emozionale, esistenziale) di questo post. La sotto-traccia è complessa, forse anche leggera e ramificata, di sicuro allusiva e ambivalente.

    Da una parte c’è il linguaggio (lo stile, il modulo espressivo) e dall’altra la scrittura (l’affabulazione, la letteratura); da una parte c’è il resoconto narrativo (il racconto del film) e dall’altra c’è il film che narra una vicenda (il plot, la storia) e che, a sua volta, per un’ultima parte, narra il racconto originario (il romanzo di Hamilton Basso). A che cosa ci portano tutte queste parti e che significato ha questa tripla partizione che mi sono permesso di compiere? Semplice, anche se di una semplicità insidiosa: che non ha senso ri-raccontare un film o un romanzo se non s’inventa originalmente un modulo parallelo ma non esaustivo per rappresentare quella storia che ci affascina (è fascino, Marco, non turbamento) e che “proviamo a ripresentare” con tutto ciò che viveva o vive contemporaneamente alla fruizione, al godimento della storia originale, in questo caso del flm. Ecco, allora, il ricorso o il riferimento al momento “storico” della visione del film (il cinema di periferia, le poltrone, gli spettatori), ecco la storia di Sonny e Dinah riportata e rivissuta sulla nostra pelle e non già per una banale immedesimazione (il cinema crea senz’altro illusione come la letteratura ma per realizzare quell’illusione occorrono talenti non illusori), ecco il distacco – cinico e spocchioso – dello spettatore indifferente che tuttavia non può fare a meno di avvertire una serpeggiante sincronia tra le sue emozioni e quelle dei personaggi lassù sullo schermo.

    Sicché, a questo punto, tra la storia che abbiamo visto al cinema (cioè il film) e il film raccontato su questo blog s’impone una precisazione che è insieme teorica ed emotiva, letteraria e culturale: non si racconta un film o un romanzo solo per invogliare i lettori a vederlo o a leggerlo, si racconta un film per scoprire o far riscoprire (come annota Jolanda) quegli stimoli che, per tanti motivi, abbiamo smarrito o dimenticato ma non perdiamo e non dimentichiamo – attraverso il “supplemento” di questo racconto-del-racconto – la necessità di ritornare sui nostri passi, nel nostro mondo interiore, o nel coacervo che la nostra esperienza di leggere o scrivere ha prodotto su ciò che espressivamente leggiamo o scriviamo.

    È una questione di recupero esistenziale o di metodologia critica? Di teorie che esemplificano per paura di approfondire o di filosofia individuale, sicuramente sincera e sofferta ma fatta passare per sistematica? E ancora: ammettendo pure che un’opera possa o debba ritenersi necessariamente non-compiuta per dare modo di esperire tutto, non è forse dello scrittore-scrittore (diversamente dallo scrittore-critico) restituire la “presenza” e la “pienezza” all’opera che realizza, al di là di quelli che possono essere – in tempi come i nostri attuali – estemporanei esercizi di formalismo descrittivo? Non credo, Lisa, che l’opera incompiuta permetta di “uscire dal sé” o di “amare oltre il sé”. E anche il tempo, Jolanda, supplisce in questo film e, nelle esperienze che ho evocato con questo racconto, all’esigenza di dialettizzare, mettere a confronto ciò che siamo e ciò che non siamo stati, senza recriminare nulla.

    Dostoevskij diceva che “siamo tutti nichilisti” perché gli dèi ci avevano abbandonati: forse, chissà, gli dèi potrebbero tornare e pertanto…

    Ringrazio e saluto caramente Marco, Lisa e Jolanda e mi scuso con loro e con Francesco per questa lunghissima risposta.

    Antonio

    P.S. – I virgolettati alludono a scrittori e critici che, per saggio pudore, non ho menzionato esplicitamente ma un nome, uno solo, lo devo fare: Claude Lévi-Strauss, per i linguaggio che si apprende e la scrittura che si impara. Grazie a tutti!

  5. Ciao Antonio,
    Il film che hai analizzato, confesso, non lo conosco, però amo molto questo genere di pellicole dove si raccontano le evoluzioni dell’animo umano, quelle traiettorie che percorrono i sentimenti che non sono mai lineari ma spesso tortuose; ti dirò in più, che non riuscirei a definirli banali ma anzi, anche se qualcuno potrebbe liquidarli con la definizione di mielosi, io mi sentirei di controbattere affermando che è sempre meglio un piccolo film che svela tutte le pieghe dell’umano sentire, che certi polpettoni dove si sfoggia tanta azione ma che poi ti lasciano poco o nulla, una volta che ci si alza dalla poltrona.
    Nella riflessione che tu proponi, ciò che più mi ha dato da pensare è l’atenzione rivolta ai colori: essi sembrano dar corpo alle nostre emozioni (e in fondo, non si và al cinema per vivere emozioni “altre”?), li osserviamo, li facciamo nostri e commentiamo che quelli che vivono i protagonisti sono molto più accesi dei nostri; i colori però della fantasia come della finzione scenica, devono dare più nell’occhio anche per il semnplice fatto di dover veicolare eventi che magari nella nostra esistenza quotidiana trascorrono più diluiti nel tempo o che forse non capiteranno mai.
    Il viaggio che Sonny intraprende per Brunswick è un percorso a ritroso tra i meandri di una storia d’amore incompiuta, labirinti una volta illuminati e facili da percorrere perchè si è vicini alla persona amata, che però poi sembra che portino ad una scelta dolorosa per il fatto che l’amore vive anche di quotidianità e la vita di Sonny in precedenza non era facile, per cui la scelta della carriera , ha comportato la perdita di una metà della propria esistenza e cioè Dinah.
    Il film credo sia interessante, proprio in virtù della messa in scena di un viaggio di due cuori verso la riappropriazione di sè, del passato ma che purtroppo rimane solo allo stato di memoria dolorosa e infine è vero che “il tempo è una cosa sleale” e a volte e come un tradimento e che, ancora, troppe vite ci vorrebbero per dimenticare le brutte esperienze e per viverne di nuove al fine di arrivare ad un equilibrio giusto che in effetti con una sola possibilità è difficile che si possa raggiungere.

    Un abbraccio

  6. Grazie a tutti per i commenti e all’autore per il “ritorno”.

    Prima o poi ne raccoglieremo gli interventi in un “Quaderno”.

    fm

  7. È tale l’immediatezza delle tue sensazioni (e del loro risvolto personale), Domenico, che sembra davvero tu l’abbia visto questo film e non solo perché l’ho raccontato ma perché tu, in qulche modo, l’hai rivisto dentro di te oppure, segretamente o inconsapevolmente, “lo stai girando” dentro di te forse das empre, come una tua inaccessibile e pudica opera prima.

    Il cinema americano ha usato il colore come un elemento talvolta costitutivo delle storie che rappresentava e il colore sostituiva o aumentava il peso drammatico-iconografico del film. Se ci fai caso, gli americani – soprattutto fino agli anni ’70 – hanno usato due tipi di “colorazione”: una quotidiana, morbida, a tratti crepuscolare (il sistema DeLuxe) e un’altra esagerata, vivida, fortemente connotata (il sistema Technicolor), propria di questo e di tanti altri film sentimentali-evocativi.

    Quando Pasolini girò “La ricotta” (grandioso affresco del film a episodi “RoGoPaG”) usò un colore, come dire?, molto americano e non certo per accidentale snobismo: anche ne “La ricotta” Pasolini volle “dipingere” col colore forte la realtà povera e senza speranze del personaggio di Stracci. Quel colore pasoliniano – che rendeva plasticamente la summa della pittura italiana – faceva trasparire un’idea, un’emozione, un ricordo.

    Ti abbraccio

    Antonio

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