Le regole del gioco

Kajetan Kovič

Scrivere è l’esortazione a non dimenticare chi si è, soprattutto nel momento in cui ci si affaccia pericolosamente sul bordo di un precipizio che, se affrontato con coraggio, non si apre nel vuoto assoluto.

REGOLE DEL GIOCO

      (Poetica)

      Bisogna trovare parole cariche di elettricità.
      Bisogna metterle in fila
      e trasformarle in batterie.
      Bisogna convogliare i fiumi
      e costruire turbine.
      Bisogna erigere linee di alta tensione.
      Bisogna commissionare la pioggia.
      Tutto dev’essere pronto.
      All’arrivo della grande acqua
      una poesia vera funziona come una centrale elettrica.

     Umiltà e dignità, questi sono i due vocaboli che per primi mi vengono in mente di fronte alla poesia di Kajetan Kovič, uno dei maggiori autori sloveni contemporanei. Come lui stesso afferma altrove, scrivere non è diventare “un sapiente presuntuoso, (ma) restare piuttosto un apprendista fino alla fine”, oppure ancora scrivere come se quello che si deve dire potesse “rimanere / anche non scritto”.
     Illuminanti a questo proposito sono le sue Regole del Gioco: la parola ha bisogno del suo significato, ne vive e acquista peso, o – per usare la sua espressione – “elettricità”, ma non è l’autore che può conferirgliela. A lui spetta invece il compito di preparare ed incanalare tutto, di restare in ascolto, a lui compete la parte che è ricerca ma non in senso stretto creazione. A lui spettano inoltre anche il dolore e soprattutto il coraggio del dolore, perché “devi essere aperto / come una ferita, / perché il vero nome delle cose / è nascosto / sotto il primo, il secondo e / il terzo strato delle parole / o ancora più in fondo.” La lingua è l’attrezzo di un artigiano dove questo termine non ha in sé nulla di diminutivo, in quanto racchiude la comunanza fra costruttore e oggetto costruito, che è appunto la poesia. Per lingua però, nel caso di Kovič, possiamo intendere qualcosa di più vasto dell’insieme delle parole e delle espressioni: viene invece da pensare a un vocabolario interiore, in cui la forma (la parola, appunto) è connaturata al proprio significato e dunque all’uomo che la custodisce, così come la ricerca è un percorso personale prima, molto prima che artistico.
     “Non sei un monumento / ma una formica viva. / E devi portare la tua travicella in capo al mondo. / Tu non sei importante, / è importante la trave. // E forse: il formicaio”. L’umiltà cui accennavo prima ritorna con accezione più vasta e profonda, che sembra negare e annegare la dimensione individuale ampliando la prospettiva verso limiti infinitamente grandi o infinitamente piccoli nello spazio e nel tempo. La prospettiva si disloca e l’uomo diventa più piccolo di una formica, o, come in Epitaffio, “nato chissà quando / e chissà perché”. E non può trovare una prospettiva di realizzazione, come spesso è accaduto, in un sistema (ideologico, politico) che riesca ad operare la somma algebrica del valore dei singoli, così come la morte dei soldati non acquista significato nel concetto di patria che essi hanno difeso.
     Mentre chiude con decisione alcune porte, però, Kovič ne apre altre. “Adesso sai: è così. / Ma non ti butterai a terra / … /perché non sei una bestia / e non sei neanche un mago”. Non sei una bestia, appunto, ma un uomo, e dell’uomo devi cercare la dignità, che risiede nella consapevolezza dell’essere, della finitezza ed al tempo stesso dell’unicità di un mondo che è soprattutto spirituale. Del resto bisogna “commissionare la pioggia” – non aspettarla – se si vuole cercare il vero nome delle cose, il “pugno di verità” che potrebbe appartenerci, senza il quale “tutto il resto è sonno / o nulla”. Scrivere è l’esortazione a non dimenticare chi si è, soprattutto nel momento in cui ci si affaccia pericolosamente sul bordo di un precipizio che, se affrontato con coraggio, non si apre nel vuoto assoluto.  “Costruisco l’edificio dell’anima”, “costruisco la conchiglia dell’essere”, così come ognuno deve costruire la propria, ed è una lotta, sottolinea Kovič, come scalare il cielo. Non ci sono salvezze né terre promesse da raggiungere, se non la certezza di avere conquistato qualcosa di piccolo ed enorme insieme, di inondarsi una sola volta “con il gusto del paradiso”.
(Francesco Tomada)

 

Testi

 

JESEN MRTVIH VOJAKOV

Listi padajo
in tudi mi smo padli to jesen
med črne liste zgodovine.
Za slovo te in one domovine
smo legli brez upornosti trohnet.

Popotnik ne postoj. Tu spijo le
izpolnjene dolžnosti brez imena,
odvezane življenja in zvestobe.

Popotnik, ne, spomin ni odkupnina
za našo smrt, zato nikar ne tipaj
do zadnjega obupa v našem prahu:
nad nami, glej,

trave rasejo,
iz nas ne zrase več
k nobeni travi korenina
in če je še kje kakšna domovina,
mi zanjo več ne moremo umreti.

L’AUTUNNO DEI SOLDATI MORTI

Cadono le foglie
e anche noi siamo caduti quest’autunno
tra le nere pagine della storia.
Per la gloria di questa o di quella patria
ci siamo messi a marcire senza porre resistenza.

Viandante, non sostare. Qui dormono solo
i doveri eseguiti senza nome,
prosciolti dalla vita e dalla devozione.

Viandante, no, la memoria non è il prezzo del riscatto
per la nostra morte, perciò non frugare
fino all’ultima disperazione nella nostra polvere:
guarda più in su,

l’erba cresce,
dalle nostre viscere invece non spunterà più
neanche la radice di un solo filo d’erba
e se c’è ancora, chissà dove, qualche patria,
noi per essa non potremo morire più.

 

URA VESTI

Zdaj veš: tako je.
a ne boš se vrgel ob tla,
da bi grizel kamne,
in tudi tulil ne boš,
ker nisi žival
in tudi čarovnik nisi.

S stroji si se boril.
A v resnici se nisi.
Saj jih imaš vendar rad.
Nič slabši niso kot konji.
Niso krivi,
nedolžni so.
Krivi so drugi.

Kriv si ti sam.
Predolgo si stal na samotnem obrežju.
Stari dnevi so izhlapeli
in tvoji pašniki so za zmeraj prazni.
Čemu bi klicali za nečim,
česar več ne prikličeš nazaj.
Okreni radar,
spremeni valovno dolžino.

V ta svet si rojen
in več veš o rji kot o cvetnem prahu.
Zanj bodo poskrbele čebele,
a rja je tvoja skrb.
Boš pustil, da vse razje?

Nisi spomenik,
ampak živa mravlja.
In svoje majhno bruno moraš nesti na vrh sveta.
Ti nisi važen,
važno je bruno.
In morda: mravljišče.

L’ORA DELLA CONSAPEVOLEZZA

Adesso sai: è così.
Ma non ti butterai a terra
per mordere i sassi,
e nemmeno urlerai
perché non sei una bestia
e non sei neanche un mago.

Hai lottato contro le macchine.
Ma non l’hai fatto realmente.
In fondo ti piacciono.
Non sono peggiori dei cavalli.
Non hanno colpa,
sono innocenti.
La colpa è degli altri.

Anche tu sei colpevole.
Sei stato troppo a lungo su una costa solitaria.
I vecchi giorni si sono dileguati
e i tuoi pascoli sono deserti per sempre.
Perché mai chiamare ciò
che non puoi richiamare più.
Volta il radar,
cambia la lunghezza d’onda.

Sei nato in questo mondo
e te ne intendi più della ruggine che del polline.
Di quest’ultimo ne avranno cura le api,
ma la ruggine è la tua preoccupazione.
Lascerai che corroda tutto?
Non sei un monumento
ma una formica viva.
E devi portare la tua travicella in capo al mondo.
Tu non sei importante,
è importante la trave.

E forse: il formicaio.

 

ZIDAM

Zidam stavbo duše.
Velik kvader vetra.
Velik kvader ognja.
Velik kvader vode.
Velik kvader zemlje
Zidam stolp mesa.

Zidam korenine.
Zemlja me zasipa,
voda me zaliva,
ogenj me požira,
veter me spodnaša.
Moram do neba.

Zidam svojo bitko.
Duša hoče ogenj,
usta zrno vode,
duša hoče veter,
noga krpo zemlje.
Branim slednjo ped.

Zidam domišljijo?
Zidam votle kvadre?
Stavbo za stoletja?
Hišo za potrese?
Tempelj za bogove?
Streho za ljudi?

Zidam školjko bitja.
Med ostmi vprašajev
lomim iz drobovja
kvadre elementov,
in čeprav je muka,
zidam, ker je slast.

COSTRUISCO

Costruisco l’edificio dell’anima.
Un grosso strato di vento.
Un grosso strato di fuoco.
Un grosso strato d’acqua.
Un grosso strato di terra.
Costruisco la torre della carne.

Costruisco le radici.
La terra mi frana addosso,
l’acqua mi inonda,
il fuoco mi divora,
il vento mi travolge.
Devo scalare il cielo.

Costruisco la mia lotta.
L’anima vuole il fuoco,
la bocca un granello d’acqua,
l’anima vuole il vento,
il piede un lembo di terra.
Difendo ogni palmo.

Costruisco la fantasia?
Costruisco strati vuoti?
Un edificio per dei secoli?
Una casa per i terremoti?
Il tempio degli dei?
Un tetto per la gente?

Costruisco la conchiglia dell’essere.
Tra spinosi interrogativi
estraggo dalle viscere
strati di elementi,
e benché sia un martirio,
costruisco, perché è voluttà.

 

EPITAF

Tukaj pokopan
bogvekdo
leži

bogvekdaj umrl
bogvekdaj živel
bogve kaj počel

rojen bogvekdaj
in bogvezakaj

EPITAFFIO

Qui sepolto
chissà chi
riposa

chissà quando è morto
chissà quando visse
chissà cosa faceva

nato chissà quando
e chissà perché

 

LE TAKO

Tako malo vem.
Kar so me naučili
in kar sem izkusil,
zadošča za nekaj resnic.
Ponavljam jih med ljudmi,
ki na videz enako mislijo,
in jih postavljam
med sebe in druge kot plot,
za katerim se varno premikajo
moje posebne misli.
Ne bojim se javne besede,
a povedati o stvareh
prav tisto, kar so,
terja moč.
Biti moraš odprt
kakor rana,
ker pravo ime stvari
je skrito
pod prvo, drugo in tretjo
plastjo besed
ali še globlje.
Ni môči nenehno
kopati po sebi
brez trajnih posledic
in tudi brez haska je glave,
ki tečejo v prazno,
ali oddaljene tujce
voditi v rudnik,
katerega ruda je zanje
mačje srebro.
Le zato,
da ne pozabim, kdo sem,
in pa za tiste,
ki brez te hrane
ne morejo,
segam samoumevno
kot pelikan
v svojo temno srce.
Tako razumem ta svet.
In le tako
znam živeti.
Vse drugo je spanec
in nič.

SOLO COSÌ

So ben poco.
Ciò che mi hanno insegnato
e le mie esperienze personali
bastano appena per un pugno di verità.
Le ripeto tra la gente
che in apparenza la pensa come me,
e le colloco
tra me e gli altri come uno steccato,
dietro cui i miei pensieri particolari
si muovono al sicuro.
Non temo di parlare in pubblico,
ma definire le cose
in quanto tali, esattamente,
esige forza.
Devi essere aperto
come una ferita,
perché il vero nome delle cose
è nascosto
sotto il primo, il secondo e
il terzo strato delle parole
o ancora più in fondo.
Non è possibile scavare
di continuo nel proprio intimo
senza conseguenze durature
e inoltre è perfino inutile
guidare teste che corrono a vuoto
e forestieri, giunti da lontano,
attraverso una miniera,
ricca di metalli che
nemmeno apprezzano.
Soltanto
per non dimenticare chi sono,
e per coloro
che senza questo alimento
non riescono a vivere,
penetro spontaneamente
come il simbolico pellicano
nel mio cuore tenebroso.
Così intendo questo mondo.
E non so vivere
diversamente.
Tutto il resto è sonno
e nulla.

 

USODA

Na poti od tu do večnosti
te zmeraj nekje
zanesljivo čaka
naslednja postaja.
A mogoče prav te
in za njo cele vrste naslednjih
sploh ne opaziš,
dokler na eni,
na videz enako brezbarvni,
ne vstopi usoda,
nevidna nevesta trenutka,
ki si izbere
bog ve zakaj
prav to postajo,
ta vlak,
da ti prinese
ali od tebe izterja
dar ali davek.
Kdaj pepel,
da se z njim
za pretekle krivde
posuješ,
kdaj peno,
da se zaveš,
kako slava kopni,
kdaj po zadušnem molku
zračen navdih
in kdaj
nežnost.
Samovoljna je,
radodarna in skopa,
in ne zameriš ji,
če te stokrat prezre,
da te le enkrat preplavi
z okusom nebes.

LA SORTE

Lungo il cammino da qui all’eternità
da qualche parte ti aspetta
immancabilmente
un’altra stazione.
Ma forse tu neanche la vedi
e dietro nemmeno un’intera fila di altre,
finché ad una ennesima,
in apparenza ugualmente incolore,
non entra la sorte,
l’invisibile sposa dell’istante,
che si sceglie
chissà perché
proprio questa stazione,
questo treno
per portarti
o pretendere da te
un dono o la riscossione
di una tassa.
Talvolta ti reca la cenere
con cui tu possa
cospargerti per le colpe
commesse nel passato,
talora la schiuma
perché tu ti renda conto
che la gloria è effimera,
a volte, dopo un silenzio soffocante,
un’ariosa ispirazione
e talvolta
la tenerezza.
È arbitraria,
generosa e avara,
e non gliene vuoi
se mille volte ti ignora,
ti basta che una volta sola ti inonda
con il gusto del paradiso.

 

______________________________
Le poesie proposte sono state pubblicate su Filidaquilone n. 9, gennaio-marzo 2008. La traduzione è di Jolka Milič, che ringrazio per il suo fondamentale aiuto. (ft)
______________________________

 

Nota biobibliografica

Il poeta, romanziere, scrittore per l’infanzia e traduttore sloveno Kajetan Kovič è nato nel 1931 a Maribor in Slovenia. Autore di quatto romanzi, di un libro di racconti, di una decina di libri per l’infanzia, di un libro di saggi sulla poesia slovena e di diciassette raccolte di poesia, tra le quali segnaliamo: Prezgodnji dan (Giorno prematuro), 1956; Korenine vetra (Radici del vento), 1961;Ogenjvoda (Fuocoacqua), 1965; Vetrnice (Anemoni), 1970; Pesmi (Poesie), 1973; Labrador, 1976; Pesmi (Poesie), 1981; Dežele (Regioni), 1988; Poletje (Estate), 1990; Letni casi (Le stagioni), 1992; Sibirski ciklus (Ciclo siberiano), 1992; Lovec (Il cacciatore), 1993; Glas (La voce), 1998; Vrt (Il giardino), 2001; Kalejdoskop (Caleidoscopio), 2001; e Pesmi (Poesie), nella collana libri in miniatura, 2003.
Tradotto in numerosissime lingue, anche in italiano: Campanotto (Udine) ha pubblicato, nel 1999, la raccolta (con testi a fronte) Le ore di sambuco – Bezgove ure, tradotta e curata da Jolka Milič, e l’editrice Hefti di Milano, nel 2000, il romanzo breve Il professore di immaginazione (Profesor domišljije), tradotto da Tomo Jurca e Paolo Belotto.

 

***

10 pensieri su “Le regole del gioco”

  1. Si, amo moltissimo Kovič e mi piace pensare alla sua poesia come una “batteria”, una pila ricaricabile che si ricarica e si scarica ad ogni lettura. Potrebbe essere tutto o niente, è potenza pura. Energia potenziale, non la caduta ma la pioggia prima di cadere. Non la trasformazione ma la possibilità di una trasformazione. Qualcosa di necessario ma che nella sua manifestazione sembra dover affermare che se ne potrebbe fare benissimo a meno. Energia potenziale che potrebbe essere convertita in utile movimento come anche perdersi in inutile attrito. Come a dire che, forse, dipende anche da noi…

    Grazie per la proposta di una pietra miliare della poesia contemporanea!

    Un abbraccio,
    Giovanni

  2. Buoni appunti e punti fermi arrivano da Kovic.Forse troppo fermi;la ruggine prima o poi divora il meccanismo che produce, forse il posto dei pezzi al proprio posto (perchè da tempo ormai inseriti) e la logica del divenire e funzionare collettivo
    è un paradiso vero ,ricordato dagli stessi dopo la sostituzione,mosso solo e fintamente dal silenzio ;ma v’è sempre nel potenziale un paradiso maggiore:il dirsi olio che sgocciola
    denso ,che albeggia assolato nella luce (oppure acqua per la pioggia trasparente) e che ha la volontà – e il dovere- di toccare terra.Il potenziale senza la volonta della cinetica è aria densa, che pietrifica l’elettricità delle schermate,nulla che abbia a che fare col movimento dell’acqua che a volte riesce anche fare bum, sulla sensibilità dei fili.La vita da buona vite ha sempre bisogno del del dado che le avviti la vita, come fine ultimo di un viaggio nell’insieme dei pezzi.

    Marcello

  3. E’ stato amore a prima vista , per chi non conoscevo. Aggiungo qualche nota biografica, che ho cercato di tradurre “semi automaticamente”. Grazie!
    E’ Nato a Maribor ha hrascorso la sua infanzia a Polj… Mostra tuttočane, la famiglia per la guerra si trasferì a Hrastje Mota vicino a Upper Radgona . Seguì una vita contadina e con problemi connessi allo sviluppo. Dopo la guerra i genitori si trasferirono a Slatina Radenci e Kajetan Kovič potè continuare gli studi a Maribordove si laureò in letteratura comparata presso la Facoltà di Lettere nel 1956 . Tra il 1961 e 1962 ebbe una borsa di studio Fondo Prešeren,a Parigi .Nel 1966 ,frequentò un seminario di lingua e letteratura ceca presso l’ Università di Praga . Partecipò alla rivista letteraria Word , apparendo a serate letterarie . Ma la scrittura creativa non poteva sostenerlo, fu assunto come giornalista a Lubiana, dove si occupò dei diritti cittadini. Dopo il servizio militare, a Valjevo e Kraljevo in Serbia dal 1985 divenne editor per fiction presso il record nazionale della Slovenia , come caporedattore fino al pensionamento nel 1992 . E’ è un membro del Writers ‘Association slovena e membri associati della Writers ‘Association ungherese .Ha incontrato in tutti questi anni numerosi scrittori nei vari paesi europei ( Paesi Bassi , Austria , Francia , …). Ha vinto molti premi nazionali e stranieri letterari . Ora vive a Lubiana .

  4. Queste poesie “di pancia e di testa ” ormai non nascono quasi più nella nostra italietta . Questo dovrebbe farci riflettere , giovani e meno giovani . Facciamo parte di un certo tipo di società ( anche letteraria ) disastrata , e dovremmo darci una mossa anche con le parole che vanno a capo .

  5. Prima di tutto un carissimo saluto a fm e un grazie per l’ospitalità.
    Un autore importante, è vero, e mi ritrovo nella poesia “di pancia e di testa” che in effetti in Italia è rara, come se a volte fossimo oppressi dal peso della (importante) cultura che portiamo sulle spalle.
    Bene Doriana per le integrazioni sulla biografia, che io avevo un po’ ridotto per non caricare troppo il tutto. Ma in effetti è più giusto così.
    Inoltre colgo l’occasione per sottolineare la gentilezza e la competenza di Jolka Milic, che (assieme a pochi altri, Obit, Kravos, e chiedo scusa a chi dimentico) fa davvero da ponte fra due stati.
    E a tutti grazie dei segni del vostro passaggio.

    Francesco t.

  6. quoto anch’io leopoldo attolico e la presentazione di francesco tomada che illustra ottimamente la poetica di quest’autore.
    c’è il senso dell’ u-mano
    che non è una “bestia”, ma nemmeno un “mago”, al quale “in fondo piacciono le macchine”
    (tanto da intendersi più “della ruggine che del polline”).

    Questo per citare la poesia “L’ORA DELLA CONSAPEVOLEZZA”, la mia preferita fra queste del post.

    grazie!
    ciao!

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