La prova generale

Nulla cambia da molto tempo in Italia. Dai tempi del fascismo. E da quando una fragile democrazia si è insediata dopo la Seconda Guerra mondiale. Ci sono degli avvenimenti che fanno capire quanto questa democrazia non fosse che apparente. Ciò che è successo nell’estate del 2001 a Genova durante il G8 ha fatto cadere la maschera della “democrazia” italiana. I sinistri fatti accaduti dal 19 al 22 luglio 2001, guardati adesso, assumono un significato che non fu compreso da tutti all’epoca. Oggi, dopo le leggi promulgate da Berlusconi in questi ultimi due anni e che hanno ridotto l’Italia in un regime monocratico, un sultanato con un parlamento su misura, quei tre giorni nel corso dei quali vennero sospese tutte le garanzie costituzionali, come durante il colpo di Stato di Pinochet in Cile, acquistano un significato innegabile: si trattò dell’esperimento “scientifico” di un eventuale regime di polizia, vale a dire ciò che il governo italiano può ormai tranquillamente mettere in atto, nel caso altre manifestazioni avessero ancora luogo. Si è trattato di una “prova generale”.

(Antonio Tabucchi, dalla prefazione a Ça change quoi di Roberto Ferrucci, traduzione di Lorenzo Rossi. Articolo tratto da Il Fatto Quotidiano del 11 giugno 2010, integralmente leggibile qui…)

Elephant & Castle

“La rivista adotta un approccio culturale che mette in relazione gli studi in campo letterario con le discipline visive, proponendosi di esplorare la natura dinamica del pensiero creativo. La letteratura, la storia dell’arte, il cinema, le scienze sociali e i nuovi media sono tutte aree di interesse della rivista, che, proprio come la stazione della metropolitana di Londra da cui prende il nome, vuol essere un crocevia di metodologie critiche e pratiche culturali.”

Così scrive Roberto Castoldi, direttore editoriale di Elephant & Castle – Laboratorio dell’immaginario, presentando il progetto e le finalità della neonata rivista telematica. Il primo numero, monografico, dedicato ai Diluvi, si presenta ricchissimo nei contenuti, a cominciare da un inedito di Gianni Celati, e curatissimo nella grafica e nei contributi iconografici.

E’ un’iniziativa che si annuncia molto interessante, da seguire con attenzione, e alla quale va il più grande in bocca al lupo da parte di Rebstein.

Poetarum Silva

Poetarum Silva

 

 

“Nella scrittura ci si pratica (o ci si dovrebbe praticare) sempre al limite, si è (in)naturalmente portati a frequentare i margini, al solo scopo di osservare le cose dall’esterno e per meglio scegliere il punto più adatto per la penetrazione verso l’interno. Questa penetrazione, spesso praticata con dolo (ma questa sorta di effrazione viaggia in simbiosi col dono), è ciò che permette l’avvicinamento al cuore delle cose.”

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J’essaie de me rappeler qui je suis

Massimo Rizzante

Per FERNANDO ARRABAL

[…] Ogni volta che leggo una sua pagina di romanzo, di teatro o una sua poesia mi domando se, di fronte all’opera di Arrabal, il mio mondo non abbia dimenticato per sempre il gusto per l’assurdo. Mi sento un erede senza eredi alla frontiera di due mondi: il mondo di Arrabal e il mio mondo, un mondo in cui, alla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, si è aggiunta quella dell’uomo, senza che ciò turbasse gli ingegni che, nel loro procedere alla clonazione della realtà, si stanno condannando alla sterilità onirica. Contro la divina non serietà di Arrabal, il mio mondo oppone oggi soltanto il sorriso disincantato di un’arte che ricicla la sua storia: intravedendo la possibilità della sua fine, essa vuole vendicarsi di ciò che ha creato in passato e, per non soccombere, cerca di fare di questa vendetta un piacevole intrattenimento.

(Leggi l’intero articolo qui…)

Le rondini di Montecassino

Helena Janeczek

[…] Janeczek ottiene il suo risultato apicale, credo, perché riesce a operare congiungendo la tragedia all’epica. E’ nuovamente l’entrata in un territorio che i suoi colleghi non potranno non esplorare grazie a lei.
Forte di una lingua che si permette di stridere o di addolcirsi a seconda dei ritmi immaginali e dei movimenti sincronici di spazio e tempo narrati, Janeczek non allestisce il teatro della battaglia, ma usa la battaglia come universo, estendendo all’intero pianeta e alla verticalità dei tempi che si vivono (prima della guerra, durante la battaglia di Montecassino, dopo la battaglia, oggi) motivi che fanno risuonare corde antiche della letteratura: la normalità che coincide con l’eroismo, in un incremento inaudito del dramma, che costa uno sterminio e un confronto quotidiano con sofferenze indicibili in ogni angolo del pianeta; l’amore che salva e quello che condanna; la genesi e la fine; la stratificazione dei tempi attraverso le memorie e il cozzo tra generazioni; l’empatia e la negazione di quella; la domanda sulla natura dell’umano, sul venire al mondo e sulla morte; ciò che è complesso in coincidenza con ciò che è semplice.

(Giuseppe Genna…)

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L’opera non perfetta

[Marco Ercolani – L’opera non perfetta]

Nessuna follia, in sé, produce nessuna opera: ne è però il substrato, il materiale primario. E l’artista è il cavo conduttore attraverso cui l’energia dell’atto creativo può tradursi in forme intelligibili. Certi eccentrici destini di artisti, che culminano nella malinconia, nella schizofrenia o nella morte violenta, sono comprensibili nel momento in cui l’arte è vissuta come un “pensare oltre”, che provoca la vita oltre i limiti della sua percezione. Le visioni di Angela da Foligno, l’isolamento malinconico di Pontormo, le genealogie d’anima di Artaud, l’afasia di Nietzsche, l’autismo di Hölderlin, le teste di pietra di Filippo Bentivegna, la villa dei mostri del principe di Palagonìa, le allucinazioni paranoiche di Gérard de Nerval, le esaltazioni religiose di Germain Nouveau, sono forme fluttuanti di quel “pensare oltre”. Suicidio e follia diventano i rischi conseguenti e accettabili di un poiein dell’arte che non si accontenta di modelli stabiliti ma cerca, al di là degli esempi e delle tradizioni di cui si nutre, una via eteronoma e insondabile, un gesto di “enigma, bellezza e passione”, che non corrisponde alle norme rassicuranti dell’esistenza quotidiana. Compito dell’artista è avere a che fare con quanto di non prevedibile e di non apprendibile ci mostrano le emozioni; ma suo dovere è difendersi dalle due realtà sostanziali della follia: il silenzio e il delirio. Il silenzio assoluto è inservibile, sterile. Il delirio è una strategia personale, cristallizzata, da cui è necessario prendere le distanze per trovare forme espressive condivise.

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Marco Ercolani, L’opera non perfetta. Note tra arte e follia
Firenze, Nicomp Laboratorio Editoriale, 2010.
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Il ciclo delle rane

Michel Foucault

Jean-Pierre Brisset

 

Michel Foucault – Il ciclo delle rane

     Pierre (o Jean-Pierre) Brisset, ex ufficiale, dava lezioni di lingue vive. Dettava degli esempi come il seguente: «Noi, Paul Parfait, gendarme a piedi, essendo stato inviato al villaggio Capeur, ci siamo recato sul posto, rivestito delle nostre insegne. Lì siamo stato accolto e acclamato da una folla spaventata, che la nostra presenza è bastata a rassicurare». Il fatto è che i participi lo inquietavano. Continua a leggere Il ciclo delle rane

Nottario (I, 4)

Marco Ercolani

“Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata.”

(Charles Baudelaire)

Ma se tu vivi soltanto per venir dimenticato
muori celibe e la tua immagine morrà con te.
Guarda nello specchio e parla al volto che vedi,
ora per te è il tempo di manifestarne un altro.

(W. Shakespeare, Sonetti)

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Omaggio a Giorgio Manganelli (II)

Giorgio Manganelli

Un libro non si legge; vi si precipita; esso sta, in ogni momento, attorno a noi. Quando siamo non già nel centro, ma in uno degli infiniti centri del libro, ci accorgiamo che il libro non solo è illimitato, ma è unico. Non esistono altri libri; tutti gli altri libri sono nascosti e rivelati in questo. In ogni libro stanno tutti gli altri libri; in ogni parola tutte le parole; in ogni libro, tutte le parole; in ogni parola, tutti i libri. Dunque questo ‘libro parallelo’ non sta né accanto, né in margine, né in calce; sta ‘dentro’, come tutti i libri, giacché non v’è libro che non sia ‘parallelo’.

[Nel ventennale della scomparsa, un omaggio alla figura e all’opera di Giorgio Manganelli, uno dei più geniali autori della letteratura italiana del Novecento. Di seguito, la seconda parte di un’intervista esclusiva alla figlia Lietta, curata da Alessandra Pigliaru, e una “iperbolica, cronica cronachetta” di Giovanni Campi.]

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Un vivere consumato per amore

Giannino di Lieto

E’ stato finalmente pubblicato, a cura di Giovanni Maria di Lieto per i tipi di Interlinea Edizioni di Novara, il volume delle Opere che raccoglie l’intera produzione di Giannino di Lieto (1930-2006). Si tratta di un libro splendido, necessario e prezioso, che ci (ri)consegna, in tutta la sua ricchezza e complessità, uno degli itinerari poetici più originali e significativi del secondo Novecento.
Ottimi i contributi saggistici di Giorgio Bárberi Squarotti, Maurizio Perugi, Ottavio Rossani e Luigi Fontanella, che concorrono a definire, insieme all’inquadramento storico-culturale delle varie raccolte, le coordinate critiche più adeguate all’intelligenza dei testi e all’attraversamento complessivo di una personalità e di un’opera veramente singolari nel panorama italiano.

Di seguito troverete una breve selezione di testi in pdf (tutti già presenti su Rebstein, eccetto quelli tratti dalla raccolta Le cose che sono) e, integralmente, il saggio di Ottavio Rossani. Altri testi e interventi critici potete leggerli cliccando sul nome dell’autore in alto a destra.

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C’è bufera dentro la madre

Stefano Guglielmin

“Poesia percussiva che sottrae all’orizzonte spazio, creando invece un immaginabile tetto-limite-cornice contro cui le parole sbattono il loro significante per poi riabbassarsi. Movimenti ripetuti e cortocircuitati che costituiscono la bufera semantica per l’effettiva bufera che Guglielmin sta mettendo in scena.”

(Cristina Annino,
dalla Prefazione)

le lascia i graffi sul collo. e un bacio, talvolta.
capita quando smette di stare a vedetta, quando striscia
sul colmo del bene. appena la bile sfiorisce, lei lo veste
d’affetto come fosse un pulcino. gli alza le dita dal mondo
se le posa sul petto.

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Comedìa

Massimo Sannelli

“Parlo in prima persona, come all’interno di un diario: come se parlassi di cose che mi riguardano. In realtà mi riguardano, e non solo nella veste – o nella condizione – di dantologo [a modo mio, sempre]. Parlo semplicemente, non ho nulla da difendere, e dico, per esempio: io non credo ad un Dante popolare [i versi sui lettori in piccioletta barca, che devono tornare indietro, sono uno scoglio, rispetto ai doveri democratici]; quindi non credo ad un Dante preoccupato della salvezza dei contemporanei. O meglio: se Dante si pone il problema della salvezza dei contemporanei, il problema è posto perché quel mondo, quella umile Italia e quella Fiorenza lo interessano; e lo interessano perché la grandezza ha bisogno di humus, come il buon seme gettato in buona terra. Oppure si devia dall’obbligo: iniziano la selva oscura, il delirio religioso e politico dell’Europa (per cui il buon fedele e il buon servo di partito si sviano), la degenerazione filosofica del poeta eletto; il peccato sessuale (perché SELVA è sempre l’anagramma del VASEL erotico: la nave della gita poetica e il sesso delle donne). Continua a leggere Comedìa