Mattino domenicale

Wallace Stevens

Do not speak to us
of the greatness of poetry,
Of the torches wisping
in the underground

Non dirci che sublime è la poesia,
Né che danzano fiaccole sotterra,

Né che posano volte sopra un raggio.
Ombre nel nostro sole non esistono,

Il giorno è desiderio, e notte è sonno.
Non esistono ombre in alcun luogo.

Il critico più severo ed ostile di Wallace Stevens, Yvor Winters, che ha espresso un’opinione quasi totalmente sfavorevole dell’opera di quell’autore (con la parziale eccezione di Harmonium), è stato pur costretto a riconoscere in lui “il massimo poeta della sua generazione”, ed a vedere in Mattino Domenicale “la più bella poesia americana del secolo XX”. Noi ci fermiamo a tali giudizi, e limiteremo questa nostra presentazione a qualche osservazione generica ed a qualche accenno marginale.
Wallace Stevens è un artista per cui “il mondo esteriore esiste”; ma questa definizione non va presa nel senso tutto impressionistico e pittoresco in cui fu coniata, e secondo il quale viene ancora intesa. Per rimanere nel cerchio delle immagini figurative, diremo dunque che egli percepisce il reale non solo in quanto visibilità, ma anche in quanto plasticità: e che la sua creazione poetica è particolarmente consapevole di quelli che Bernard Berenson chiamò “valori tattili”.
I “valori tattili”, vale a dire il senso della composizione in uno spazio-volume, possono esercitare una funzione metafisica normalmente inaccessibile a quelle proiezioni fantastiche che prendono a proprio punto di partenza quello dei tre sensi estetici che sembra più materiale e grossolano, il tatto, almeno al confronto di sensi considerati più spirituali, quali la vista e l’udito. Così almeno avviene nel mondo di Stevens, che riesce sempre a stabilire una relazione immediata fra quelli ch’egli chiama “il pino fisico e il metafisico”.
Ma tralasciamo le metafore figurative, e ricordiamoci che poesia e musica esulano dal mondo a tre dimensioni, per operare nella quarta dimensione, che le riassume, e che è quella del suono e del ritmo, del tempo e della durata. Ed è proprio in quella dimensione che l’immaginazione del nostro poeta attinge il senso della vita e della morte, dei cicli della natura e delle fasi dell’esistenza, dell’eterno e dell’effimero.
E’ da tale esperienza che il nostro poeta deriva i suoi miti prediletti, primi fra essi quelli del sole e dell’estate, che occupano tanta parte della sua poesia (si veda ad esempio Credenze d’estate e Il sole questo marzo) o dei loro opposti, il gelo e l’inverno (si veda L’uomo di neve): nonché il supremo contrasto fra natura e religione, fra “le cose sperate” e le “cose non parventi”, argomento di quel supremo capolavoro che è Mattino Domenicale.
Un’altra delle sue antitesi preferite è quella fra mondo e intelligenza. Quest’ultima non è per lui che puro e semplice esprit de géometrie, culto dell’astratto e negazione del concreto; non meno della religione essa idoleggia lo spirito, e si riduce a feticismo del soggetto. Perché la metafisica di questo poeta non è mistica ansia di trascendenza, né uno spettrale spiritualismo, ma apoteosi della materia e del mondo concreto.
Il senso cosmico di Wallace Stevens non è volgare o letterario paganismo. Come Leonardo, o se si vuole, come Cézanne, egli cerca non l’anima del mondo ma le virtù magiche e mitiche della natura: non la sua entelechia, ma il suo organismo. Il reale è per lui una sostanza che si fa forma, in cui l’essenza s’identifica con l’esistenza, dove la vita è l’unica legge.
Di fronte al mondo degli uomini, schiavo del proprio pathos, il mondo delle cose sembra dominato da un ethos profondo e solenne, dalla volontà di liberarsi dalle catene del caotico e dell’amorfo. Proprio per questo il poeta contempla l’universo dal punto di vista dei “sette giorni della creazione”, o, come egli dice, “quando alle cose si rompe la crosta”. E le cose sono a preferenza creature o fenomeni, animali e piante, stagioni ed elementi.
Talora esse sono soltanto oggetti, che Stevens contempla nel Gestalt o nella configurazione ch’essi vengono a formare, anche soltanto per un attimo: come quella “giara” fra i cepugli che da sola trasforma il paesaggio dell’intero Tennessee. Più spesso sono forze in movimento, come il “merlo” a cui il poeta guarda da “tredici punti di vista”, o come quel “fiume dei fiumi” che rende fluviale anche la natura circostante. Più di rado sono persone reali o fittizie, come “l’uomo di neve”, o come l’esotica fanciulla il cui ventaglio si fa isola e mare, in un miracolo non meno raro del più bello fra i “ventagli” di Mallarmé.
Tanto interesse nelle cose, e con esse, nel loro senso, doveva naturalmente condurre Wallace Stevens a trattare del tema più caro a Mallarmé, e a tutta la poesia moderna che lo segue: che è poi la poesia come potenza e come atto. L’arte come catarsi e sublimazione dell’umana realtà: tale è l’argomento, a un tempo nuovo ed antico, di Peter Quince alla spinetta. La poesia come metamorfosi e come annientamento della realtà, l’immaginazione come artificio o sacrificio: ecco il soggetto de L’Uomo dalla Chitarra azzurra, come lo era già stato della quinta fra le Elegie Duinesi di Rilke, anch’essa, come quel poemetto, ispirata a un quadro di Picasso.
Non deve sembrare strano che siano proprio le poesie dedicate al tema dell’arte e della poesia quelle dove interviene più spesso l’elemento dell’ironia. Stevens non è un esteta come Mallarmé, né un mistico come Rilke, ma uno scettico: di fronte al problema dell’arte, forse uno scettico anche più estremo di Valery. Per questo non importa se il lettore dell’Uomo dalla Chitarra Azzurra non sarà mai in grado di decidere se il poeta vi suona “le cose come sono” o il loro contrario.
Quello di cui importa rendersi conto è che pochi poeti moderni sono riusciti come Wallace Stevens a dare perfetta espressione formale a questo conflitto fra Dichtung und Wahrheit, fra ordine e disordine, fra senso e suono, fra ironia e senso del sacro, fra la sapienza del discorso e il sortilegio del canto.

(Renato Poggioli, Introduzione a Mattino domenicale e altre poesie, Torino, Einaudi, “Nuova collana di poeti tradotti con testo a fronte”, I ediz., 1954, pg. 13-16.)

______________________________

Bibliografia essenziale di Wallace Stevens:

        Harmonium
        (1923)

        Ideas of Order
        (1936)

        The Man with the Blue Guitar
        (1937)

        Parts of a World
        (1942)

        Transport to Summer
        (1947)

        The Auroras of Autumn
        (1950)

        The Necessary Angel
        (1951)

______________________________

 

Testi

 

Da: Sunday Morning
(Mattino Domenicale)

I

Complacencies of the peignoir, and late
Coffee and oranges in a sunny chair,
And the green freedom of a cockatoo
Upon a rug mingle to dissipate
The holy hush of ancient sacrifice.
She dreams a little, and she feels the dark
Encroachment of that old catastrophe,
As a calm darkens among water-lights.
The pungent oranges and bright, green wings
Seem things in some procession of the dead,
Winding across wide water, without sound.
He day is like wide water, without sound,
Stilled for the passing of her dreaming feet
Over the seas, to silent Palestine,
Dominion of the blood and sepulcher.

I

Lusinghe di vestaglia, ad ora tarda
Caffè ed arance sulla sedia al sole,
La verde libertà di un pappagallo,
Su un tappeto si fondono a disperdere
Silenzi di un arcaico sacrificio.
Essa sogna e risente il nero stupro
Dell’antica rovina, quasi quiete
Che fra lampade acquatiche s’abbuia.
Le agre arance e le ali d’oro verde
Sembran parte di un funebre corteo
Che striscia sopra l’acqua senza suono.
Il giorno è come oceano senza suono,
Cheto al passo dei suoi sognanti piedi,
Volti oltremare verso Palestina,
Muto regno del sangue e del sepolcro.

 

II

Why should she give her bounty to the dead?
What is divinity if it can come
Only in silent shadows and in dreams?
Shall she not find in comforts of the sun,
In pungent fruit and bright, green wings, or else
In any balm or beauty of the earth,
Things to be cherished like the thought of heaven?
Divinity must live within herself:
Passion of rain, or moods in falling snow;
Grieving in loneliness, or unsubdued
Elation when the forest blooms; gusty
Emotions on wet roads on autumn nights;
All pleasures and all pains, remembering
The bough of summer and the winter branch.
These are the measures destined for her soul.

II

Perché darebbe ai morti il suo Tesoro?
Divinità che vale, se venire
Non può che in sogni e in ombre silenziose?
Non troverà, o sole, nei tuoi agi,
In agri frutti e in ali d’oro verde,
Nei balsami e le grazie della terra,
Cose da amare quasi idea del cielo?
Vivere deve il dio dentro di lei:
In passioni di pioggia, ansie di neve,
Crucci di solitudine, trionfi
Di boschi in fiore, brividi notturni
Sulle vie rugiadose dell’autunno;
In pena e in gioia, ricordando il ramo
Verde d’estate e arido d’inverno.
Tali son del suo cuore le misure.

 

VI

Is there no change of death in paradise?
Does ripe fruit never fall? Or do the boughs
Hang always heavy in that perfect sky,
Unchanging, yet so like our perishing earth,
With rivers like our own that seek for seas
They never find, the same receding shores
That never touch with inarticulate pang?
Why set the pear upon those river-banks
Or spice the shores with odours of the plum?
Alas, that they should wear our colours there,
The silken weavings of our afternoons,
And pick the strings of our insipid lutes!
Death is the mother of beauty, mystical,
Within whose burning bosom we devise
Our eartly mothers waiting, sleeplessly.

VI

C’è vicenda di morte in paradiso?
Cade il frutto maturo? O sempre i rami
Pendono grevi nel sereno cielo
Che non muta, ma è simile alla terra,
Con fiumi come i nostri, sempre in cerca
D’introvabili mari e di marine
Intangibili al gesto dell’angoscia?
Perché piantare peri sulle sponde
Di quei fiumi, o odoriferi susini?
Portano ahimè lassù questi colori,
Veston la seta delle nostre sere,
E fan vibrare i nostri vani liuti!
Mistica madre di bellezza è morte,
Nel cui tepido grembo intravediamo
Le madri nostre in un’insonne attesa.

 

Da: Peter Quince at the Clavier
(Peter Quince alla Spinetta)

I

Just as my fingers on these keys
Make music, so the selfsame sounds
On my spirit make a music, too.

Music is feeling, then, not sound;
And thus it is that what I feel,
Here in this room desiring you,

Thinking of your blue-shadowed silk,
Is music. It is like the strain
Waked in the elders by Susanna.

Of a green evening, clear and warm,
She bathed in her still garden, while
The red-eyed elders watching, felt

The basses of their beings throb
In witching chords, and their thin blood
Pulse pizzicato of Hosanna.

I

Come su questi tasti le mie dita
Fan musica, così le stesse note
Musica fanno pure sul mio spirito.

Musica è dunque palpito, non suono;
E così quel ch’io provo
In questa stanza quando ti desidero

E penso alla tua seta azzurro-ombrata,
E’ musica. Ed è come il ritornello
Che nei vecchioni suscitò Susanna.

In una sera verde, chiara e tepida,
Nell’orto cheto si bagnò, e sentirono
I vecchi i cui occhi rossi la spiavano

In sé i bassi dell’essere in stregate
Corde tremare e il loro tenue sangue
Pulsare in pizzicati di un Osanna.

 

IV

Beauty is momentary in the mind –
The fitful tracing of a portal;
But in the flesh it is immortal.

The body dies; the body’s beauty lives.
So evenings die, in their green going,
A wave, interminably flowing.
So gardens die, their meek breath scenting
The cowl of winter, done repenting.
So maidens die, to the auroral
Celebration of a maiden’s choral.

Susanna’s music touched the bawdy strings
Of those white elders; but, escaping,
Left only Death’s ironic scraping.
Now, in its immortality, it plays
On the clear viol of her memory,
And makes a constant sacrament of praise.

IV

Bellezza è passeggera nella mente,
Sagoma esigua di portale,
ma nella carne è immortale.

Il corpo muore, la bellezza dura.
Muoiono le sere nelle loro vie,
In verdi flutti d’infinite scie.
Muoiono gli orti, dando il loro odore
Al freddo inverno, ormai senza rancore.
Muoiono le fanciulle, al rituale
Mattutino d’un coro virginale.

Vili corde toccò nei vecchi bianchi
La musica, lasciando a mezza via,
O Morte, la tua stridula ironia.
E ora suona in eterno sull’egregio
Violino del ricordo, celebrando
Costante il sacramento del suo pregio.

 

Da: The Man with the Blue Guitar
(L’Uomo dalla Chitarra Azzurra)

I

The man bent over his guitar,
A shearsman of sorts. The day was green.

They said, “You have a blue guitar,
You do not play things as they are”.

The man replied, “Things as they are
Are changed upon the blue guitar”.

And they said then, “But play, you must,
A tune beyond us, yet ourselves,

A tune over the blue guitar
Of things exactly as they are”.

I

L’uomo chinato sulla sua chitarra
Nella verde giornata. Forse un sarto.

Gli dissero: “Sulla chitarra azzurra
Tu non suoni le cose come sono”.

Egli disse: “Le cose come sono
Si cambiano sulla chitarra azzzurra”.

Risposero: “Ma tu devi suonare
Un’aria che sia noi e ci trascenda,

Un’aria sopra la chitarra azzurra
Delle cose così come esse sono”.

 

II

I cannot bring a world quite round,
Although I patch it as I can.

I sing a hero’s head, large eye
And bearded bronze, but not a man,

Although I patch him as I can,
And reach through him almost to man.

If to serenade almost to man
Is to miss, by that, things as they are,

Say that it is the serenade
Of a man that plays a blue guitar.

II

Io non riesco a arrotondare un mondo,
Quantunque lo rammendi come posso.

Canto un capo d’eroe, dagli ochi grandi.
Ed un bronzo barbuto, non un uomo,

Quantunque lo rammendi come posso,
E vi penetri dentro quasi ad uomo.

Se suonar serenate quasi ad uomo
E’ mancare le cose come sono,

Allora di’: tale è la serenata
D’uomo che suona una chitarra azzurra.

 

IV

So that’s life, then: things as they are?
It picks its way on the blue guitar.

A million people on one string?
And all their manner, weak and strong?

The feelings crazily, craftily call,
Like a buzzing of flies in autumn air,

And that’s life, then: things as they are,
This buzzing of the blue guitar.

IV

Vita è dunque le cose come sono?
Sulle corde essa trova la sua via.

Su una corda un milione di creature?
E il loro intero modo nella cosa,

Il loro intero modo giusto e falso,
Il loro intero modo, forte e fiacco?

Chiamano i sensi, astuti e folli, come
Mosche ronzanti nell’aria d’autunno.

E’ la vita, e le cose come sono,
Questo ronzìo della chitarra azzurra.

 

V

Do not speak to us of the greatness of poetry,
Of the torches wisping in the underground,

Of the structure of vaults upon a point of light.
There are no shadows in our sun,

Day is desire and night is sleep.
There are no shadows anywhere.

The earth, for us, is flat and bare.
There are no shadows. Poetry

Exceeding music must take the place
Of empty heaven and its hymns,

Ourselves in poetry must take their place
Even in the chattering of your guitar.

V

Non dirci che sublime è la poesia,
Né che danzano fiaccole sotterra,

Né che posano volte sopra un raggio.
Ombre nel nostro sole non esistono,

Il giorno è desiderio, e notte è sonno.
Non esistono ombre in alcun luogo.

E’ la terra per noi nudo deserto.
Non esistono ombre. La poesia

La musica trascende e tiene luogo
Del cielo vuoto e dei suoi inni. Il loro

Posto prendiamo noi nella poesia,
E nelle ciarle della tua chitarra.

 

VI

A tune beyond us as we are,
Yet nothing changed by the blue guitar;

Ourselves in the tune as if in space,
Yet nothing changed, except the place

Of things as they are and only the place
As you play them, on the blue guitar,

Place, so, beyond the compass of change,
Perceived in a final atmosphere;

For a moment final, in the way
The thinking of art seems final when

The thinking of god is smoky dew.
The tune is space. The blue guitar

Becomes the place of things as they are,
A composing of senses of the guitar.

VI

Un’aria ci trascende quali siamo,
Ma nulla cambia la chitarra azzurra:

Nel suono stiamo come nello spazio,
Senza che nulla cambi, eccetto il luogo

Di cose come sono, solo il luogo
Come le suoni sulla tua chitarra,

Luogo oltre il cerchio delle mutazioni,
In finale atmosfera percepito;

Per un istante ultimo nel modo
Che il pensiero dell’arte sembra ultimo

Quand’è l’idea di dio folta rugiada.
Il suono è spazio. La chitarra azzurra

Si fa luogo di cose come sono,
E simmetria di sensi delle corde.

 

XXIV

A poem like a missal found
In the mud, a missal for that young man,

That scholar hungriest for that book,
The very book, or, less, a page

Or at least, a phrase, that phrase,
A hawk of life, that latined phrase:

To know; a missal for brooding-sight,
To meet that hawk’s eye and to flinch

Not at the eye but at the joy of it.
I play. But this is what I think.

XXIV

Una poesia trovata in un pantano,
Quasi messale per l’adolescente,

Lo studioso bramoso di quel libro,
Proprio quel libro, o solo quella pagina,

Od almeno una frase, quella frase,
Falco di vita, un po’ latineggiante:

Conoscere; un messale a chi contempla.
Del falco incontrar l’occhio e trasalire

Non all’occhio ma al gaudio della cosa.
Io suono. E questo è quello che io penso.

 

Da: Credences of Summer
(Credenze d’Estate)

III

It is the natural tower of all the world,
The point of survey, green’s green apogee,
But a tower more precious than the view beyond,
A point of survey squatting like a throne,
Axis of everything, green’s apogee.

And happiest folk-land, mostly marriage-hymns.
It is the mountain on which the tower stands,
It is the final mountain. Here the sun,
Sleepless, inhales his proper air and rests.
This is the refuge that the end creates.

It is the old man standing on the tower,
Who reads no book. His ruddy ancientness
Absorbs the ruddy summer and is appeased,
By an understanding that fulfils his age,
By a feeling capable of nothing more.

III

La torre naturale è del creato,
Centro di triangolazione, verde vertice
Del verde, più preziosa d’ogni vista
Ulteriore, massiccia come un trono,
Asse dell’universo, verde vertice,
Patria felice in mille epitalami.
E’ la montagna dove sta la torre,
E’ l’ultima montagna. Insonne il sole
Respira il proprio etere e riposa.
Tale asilo è creato da quel termine.
E’ il vegliardo lassù che ormai non legge
Più nulla, e la cui adusta antichità
L’adusta estate assorbe, ed è placata
Da un senso in cui l’età di lui s’adempie,
Da un senso di null’altro ormai capace.

***

 

The Snow Man

One must have a mind of winter
To regard the frost and the boughs
Of the pine-trees crusted with snow;

And have been cold a long time
To behold the junipers shagged with ice,
The spruces rough in the distant glitter

Of the January sun; and not to think
Of any misery in the sound of the wind,
In the sound of a few leaves,

Which is the sound of the land
Full of the same wind
That is blowing in the same bare place

For the listener, who listens in the snow,
And, nothing himself, beholds
Nothing that is not there and the nothing that is.

 

L’uomo di neve

Si deve avere un animo d’inverno
Per contemplare questo gelo e i pini
Con le rame incrostate dalla neve;

E avere avuto freddo lungo tempo
Per guardare i ginepri irti di ghiaccio
I rudi abeti nel brillìo remoto

Del sole di gennaio; e non pensare
D’alcun duolo nel gemito del vento,
O nel suono di queste poche foglie,

Voci di una regione visitata
Da quel vento che sempre
Sibila sullo stesso nudo luogo

Per chi ascolta, chi ascolta nel nevaio,
E nulla in sé medesimo, contempla
Là quel nulla che è e che non è.

 

***

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7 pensieri riguardo “Mattino domenicale”

  1. La grande poesia resta grande.
    Non conoscevo questa traduzione di Poggioli e la trovo, a distanza di 56 anni, con le sue “antiquità”, efficacissima e moderna.
    Bello, Francesco, poter rileggere così i classici. Un piacere dell’anima, che dobbiamo a te che rendi la memoria ancora visibile.
    Marco

  2. Purtroppo – è il problema delle brutte traduzioni in italiano – in inglese ogni immagine è più vivida, ogni suono è più potente. L’originalità di Stevens non sta tanto nell’aver saputo conciliare concretezza ed astrattezza, ma sta soprattutto nell’averlo fatto in un modo nuovo, estremamente fresco ed efficace, come dettando i canoni estetici di un’altra poesia. Certe traduzioni italiane invece hanno sempre una patina di vecchio e di superfluo che sembra negare l’umiltà artigianale, la lucida sobrietà, l’impatto dirompente di questi testi.

  3. E’ un “documento storico”, e come tale “andrebbe” contestualizzato – si eviterebbero, se non altro, giudizi affrettati o fini a se stessi.

    La traduzione è un’arte – che cresce e matura prospettive altre, di indagine e di significazione, solo nel confronto con i “modelli” (e le relative teoriche).

    Il resto si iscrive, a pieno titolo, nella “prassi” (dominante in rete) di un tempo dove basta andare a capo prima della fine del rigo per essere “poeta” (e finire subito “antologizzato” e “canonizzato” dagli amici), o inserire un testo in uno degli spazi appositi di un motore di ricerca per diventare “traduttori”.

    fm

  4. Pingback: Mattino domenicale
  5. La modernità di Stevens per me è nel suo rivoluzionario linguaggio poetico, quella “quarta dimensione” che scavalca la tridimensionalità dell’immagine e insegna un nuovo modo di rapportarsi della poesia con la poesia senza vi sia posto un confine né di spazio né di tempo.
    In questo senso ho compreso poi ad esempio le scelte di G.D’Andrea per le poesie che sono state qui proposte, e le ho comprese percependo sempre più l’incisione fatta da Stevens sulla moderna poesia americana e su quella contemporanea, leggendo fin dove e quanto posso, proprio in virtù di quei suoni salvati che riemergono togliendo all’immagine la sua deteriorante fissità.
    È inutile dire che quando si è di fronte a questi giganti la traduzione diventa un atto di dedizione totale, questa qui proposta è pregevole nella sua contemporaneità (1954). Bello sarebbe ora vedere nell’arco di questi quasi sessanta anni quali suoni Stevens riesce a far riemergere e salvare, se il nostro attuale linguaggio è in grado di trasferirsi con la stessa spregiudicata moderna classicità.
    È una bella sfida.
    Per me tradurre da non traduttrice è terapeutico, è apprendere una sonora lezione di umiltà e di silenzio, è ristabilire i piani di lettura e ridefinire certi confini, quando t’imbatti anche in un singolo verso su cui resti lì per ore è come mettersi una zavorra e quando finalmente ci sei dentro non è come se lo avessi scritto tu, tutt’altro. è come se fino a quel momento tu non abbia mai scritto nulla, hai semplicemente trovato un punto da cui iniziare. Se proprio devi e puoi.

    grazie
    lisa

    p.s francesco vorrei segnalarti quello che credo essere un refuso nella prima poesia- sonanti credo sia sognanti ( dreaming)

  6. Grazie Lisa, una gran bella riflessione.

    Roberto, se Stevens ti suggerisce colori, facci conoscere i risultati del suggerimento: siamo qui pronti ad accoglierli.

    fm

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