Nottario (I, 5)

Marco Ercolani

“Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata.”

(Charles Baudelaire)

Sogno che i confini tornino ad esistere, che riformino il rettangolo del foglio e io riprenda a scrivere; e poi, da sotto, l’acqua ritorni a sgorgare trascinando la carta sulla cima dell’onda più forte. (m.e.)

 

NOTTARIO

(1990-2008)

 

Non sono tanto io che ho fatto il mio libro
quanto il mio libro che ha fatto me.

Michel de Montaigne

Ora voglio scrivere il mio diario e per gratitudine
chiamarlo il mio nottario […].

Robert Musil

 

Per la mano sinistra

 

(La lingua sconosciuta)

 

1

La scrittura ripara dal lutto della vita esibendo, come uno specchio, le sue catastrofi.

La nostra arte è un essere abbagliati dalla verità; vera è la luce sul volto che arretra con una smorfia, nient’altro.
F. Kafka

Tahmurat, in Persia, rubò la scrittura ai demoni. In Siberia, fu un pastore a immaginare per primo una scrittura di parole. Imothep, il dio della scrittura, era anche il dio della costruzione, dello spazio.

Scrivere ricominciando sempre da capo. Lo stupore dell’inizio è una perversione perturbante.

Una scrittura estensiva: scrupolosa e continua, tesse i fili della storia.
Una scrittura intensiva: errabonda e discontinua, mostra i fili spezzati.

La scrittura intensiva accorcia, concentra, condensa, intensifica – è figura musicale, annotazione agogica, variazione sul tema, che nasconde il tema per farlo vibrare con maggiore intensità.

Qualsiasi opera autentica – e non solo, come suppone Benjamin, Les Fleurs du mal – può essere considerata un arsenale in fermento che distrugge tutte le altre opere composte prima di essa.

L’arte del silenzio è autentica – ma solo dopo la vertigine delle parole.

E che ne so cosa sarà di me se nulla rima con nulla.
A. Pizarnjk

 

2

Sì, dice Blue fra sé, è così che mi sento: come un niente. Come un uomo condannato a sedere in una stanza e continuare a leggere un libro per il resto della sua vita. E’ bizzarro questo: essere tutt’al più un semivivo, vedere il mondo solo attraverso parole, vivere solo per mezzo delle vite altrui.
P. Auster

Ti mostrerò qualcosa di diverso dall’ombra che al mattino prolunga il tuo corpo davanti e che alla notte lo prolunga dietro: in una manciata di polvere ti mostrerò lo spavento.

Mi leggerai e troverò il modo di ingannarti. C’è sempre una strategia con cui riuscirò a nascondermi ai tuoi occhi.

Se quell’uomo è morto mentre cercava di raggiungere delle terre nuove, bisogna trovare parole per lui. Descrivere il vuoto della sua scomparsa significa non diventare complici del suo assassinio.

Lo scrittore visionario è ostacolato dall’uniformità della visione. L’unico mezzo a sua disposizione per evitare la noia è la scelta della prospettiva, il ritmo impresso alla scena: in una parola, il montaggio.

Solo azzardando un eccesso di forma, suggerisce Blanchot, l’uomo ritrova la cosmicità della sua angoscia.

E un soffio di sfacelo mi fa fremere.
G. Trakl

 

3

E se le regioni in cui viviamo non fossero abitate da noi ma da un popolo di scimmie?

Oggi è difficile essere veri spettri.
A. Zanzotto

Non mi interessa una lingua primordiale e alessandrina, che vuole contenere tutto, e neppure una lingua referenziale e giuridica: a me preme il rapporto vivente fra pathos e sintassi.

Principio della scrittura: voce che vuole farsi udire in mezzo al rombo di una cascata assordante o nel brusìo ininterrotto della folla.

Scrivere per le stesse ragioni per cui il pellegrino cammina: ansia di essere in nuove terre, non desiderio di possederle.

Sottrarre – per dare ritmo. Tacere – per dare parola.

Sente una lieve rigidità nel palmo della mano, come se la mano si opponesse all’atto della scrittura. Avrebbe potuto combatterla iniziando la prima frase ma non lo fece.

Guarda nelle vite altrui per trovare la tua. Ricorda e reinventa. Poi, appena è possibile, sparisci.

Racconta le emozioni del tuo inseguitore. Sii esatto. Più non cercherai la tua preda, più sarà facile che lei ti trovi. Non è difficile raggiungere il cacciatore quando lui è sicuro di uccidere te.

Tu, che mi leggi, sei più di un lettore. Sei quella che per il fotografo è una camera oscura.

 

4

Chi racconta una storia racconta il suo modo di vedere quella storia, che non è né vero né falso.

Da una maschera all’altra
c’è sempre un io penultimo che chiede
O. Paz

Ho visto, in sogno, un’iscrizione in una lingua sconosciuta. Ho copiato quelle parole senza emozione. Ma poi, immaginandone il contenuto, sono scoppiato in lacrime.

Ogni vero sguardo non divaga e cerca un centro. Ma le strade per trovarlo sono raggi che non confluiscono.

Le dita
dentro al mondo, sola certezza
che ci tiene. A dopo il regno
della voce.
G. Fantato

Nottario: le note di diario che inizio a scrivere non appena finisce il giorno.

Aspettare, a scrittura compiuta, una folata di vento sulla pagina.

Il delirare non è un pensare
è un costruirsi
A. Rosselli

Archeologia del silenzio è scavare i diversi strati del silenzio finché fortunosamente, non tutte ma alcune delle voci sotterrate riemergano, e le voci dominanti, per un attimo almeno, siano ridotte al silenzio.

 

5

Quando la paura si placa e comincia la quiete della scrittura. Per il tempo in cui dura il racconto la mano non trema più, gli elementi si calmano, il mondo non frana sotto le dita.

«Nei quaderni d’appunti / mondo prende a stormire, ora / sta a te».
P. Celan

La violenza della scrittura è la sua natura di metamorfosi del mondo, il suo svelare le deviazioni del reale, il suo farsi origine metaforica di eventi: questo è il secretum che sgretola la realtà consolidata del visibile.

Pur vivendo solo, metto sempre una sedia davanti a me, a mezzanotte, davanti alla scrivania, e lascio i fogli su cui ho appena scritto bene in evidenza.

Vivere scavando buio, disimparando sempre.

Prima trova le tue parole, poi comincia a sognarle.

Io scrivo di notte, perché i sogni sono la memoria del futuro.

Come il pittore, dipingendo il casolare che brucia, batte con il piede l’inesorabile crescendo del fuoco, così vorrei scrivere, ma senza che nessuno vedesse come trovo il mio ritmo.

Ma la terra è realmente solida o soltanto scura?

Se il cuore batte dentro il muro, abbatto il muro. Ma, quando il cuore mi si mostra, so che per pulsare deve avere un corpo, e allora gli costruisco un corpo. Ma questo si irrigidisce e ritorna muro…

 

6

«…e canto nel suo nome con la lingua presa a prestito
dalla bocca dei morti: per lei in me, per lui,
che già mi traduce
nella gola d’altri».
C. Vigée

L’inarrivabile felicità dello scrittore: il penultimo smascheramento. Al di là di questo c’è solo l’accartocciarsi della carta nella luce del fuoco – una luce diretta, non in aenigmate.

Prima di imparare cosa fare, occorre farlo. Allo scrittore accade di anticipare se stesso senza conoscersi ancora.

Perché dare un nome alla moltitudine dei morti che hanno fatto parola del loro silenzio e ora ci nutrono – senza, invece, dare un nome, per ora fantastico, ai non ancora vivi che nutriremo?

La mia paura della notte è, in realtà, paura del giorno: terrore della possibilità che l’angoscia sparisca e la pagina resti bianca.

Chi, ammutolito, sente rinascere la voce dentro di sé.

Anche nella scrittura, l’eccesso è un combattimento con la forma.

La scrittura – questo sonno paradossale dalla vita – ha il merito di farci sentire, talvolta, invulnerabili.

La perfezione consiste nella fede ossessiva per l’inafferrabilità dell’opera.

Non ha senso riprendere ogni giorno l’esercizio della scrittura. Anche un androide riscriverebbe Kafka. Eppure…

Solo gli amnesici continuano a raccontare.

Un racconto è un fatto inaudito che è accaduto.
W. Goethe

 

7

Scrivo per non avere un volto e restituirne uno a coloro che si vorrebbe umiliare e dimenticare.

La parola è un lampo veloce che la scrittura addensa lentamente.

Sfuggite il linguaggio, e vi inseguirà. Inseguitelo, e vi sfuggirà.
Jean Paulhan

Ritrovare il movimento delle dita, percepire di nuovo la folgorante immediatezza della mano che, attraverso la penna, trova il foglio dove appaiono le parole.

Il facile elogio della bellezza può spegnere l’energia della parola – compagna di un’estasi perturbante, che non consola nessuno.

Si potrebbe pensare alle parole come a messaggi che non sempre è necessario siano recepiti ma che devono essere pronunciati, anche se il loro destino fosse quello di perdersi.

Mi fa paura quando lui scrive. Non dovrebbe farlo. Nessuno dovrebbe farlo. È come se respirasse di meno.

C’era un uomo dalla lingua di legno
che cercava di cantare
e in realtà faceva pena.
Ma vi fu uno che udì
lo sbatacchio di quella lingua di legno
e capì quello che l’uomo
desiderava cantare.
S. Crane

 

***

20 pensieri su “Nottario (I, 5)”

  1. mi sono lasciata afferrare. è un vero “nottario”, di quelli in cui ci si spoglia dalla lettura alla scrittura come dentro l’ultimo sguardo allo specchio.
    lo faccio raramente, sento di farlo e lo faccio. ti lascio un mio pensiero e un abbraccio.
    n.

    [di tutte queste parole che raccolgono i seni nelle mani
    come fossero il senso dell’acqua e del cielo tra le dita
    e mostrano le cose così come sono sempre state,
    intatte
    [quasi memorie –
    come se ritrovarsi non fosse altro che lettura,
    e tutto questo fosse stato già vissuto in qualche misura,
    sì, in qualche misura,

    in qualche luogo]

  2. Io direi che soprattutto in questo, Ercolani è teatrale sempre, ossia nella drammatizzazione che fa della scrittura. La vede, anche originandola, comunque e sempre dal di fuori, la prepara, la mette in scena. La concepisce in maniera persino religiosa perchè le dà “importanza”.
    Questo ci trascina ovviamente in un’atmosfera di allestimento che in altri non è neppure prevedibile.
    I brani di prosa che ho letto qui hanno la specialità di una suonata per pianoforte, e il bello è che mi fanno immaginare un uomo seduto in un certo modo, con un dato soffio di luci. Conta anche il movimento dei piedi, in questo mistero profondo….

  3. Io scrivo di notte, perché i sogni sono la memoria del futuro.

    Quanto è vero e detto con una sublime maestria, lo dico pieno di autentica e sincera invidia per questa capacità di far gettare lo sguardo, anche con una breve frase, sopra una distesa di pensieri e immagini. Vertiginoso. Complimenti.

  4. Ringrazio i miei lettori.

    @Natalia

    “come se ritrovarsi non fosse altro che lettura”. Ed è esattamente così, almeno nella Dimora. Ritrovarsi, condividere.

    @Cristina

    la scrittura come allestimento, come preparazione. Come rito, certo. Un Teatro della Memoria e del Sogno. Qualcosa che porta necessariamente altrove.
    Sì, la sonata per pianoforte, il movimento dei piedi. Lo so che mi vedi scrivere, Cristina…

    @Antonio

    grazie dei complimenti. Ormai cerco di usare solo brevi frasi per esprimere una mia idea laica dell’oltre.

    Marco

  5. mi sembra davvero ottimo e dello “scrittore visionario” (quale sei) che se “Imothep, il dio della scrittura, era anche il dio della costruzione, dello spazio.”
    allora “L’unico mezzo a disposizione per evitare la noia è la scelta della prospettiva, il ritmo impresso alla scena: in una parola, il montaggio.”

    che poi in quella “scelta della prospettiva” venga contemplato anche lo specchio (ci sta benissimo) oppure, in modo ancora più profondo e di percorso nello spazio, la risonanza con altri autori,quella con i lettori vivi morituri, che, ma adesso sto un po’ sorridendo, “Oggi è difficile essere veri spettri.-A. Zanzotto”
    o, anche,Marco, ed è quello che spesso accosto alla tua scrittura, un “sono ampio, contengo moltitudini ” alla Walt Whitman

    Così, mettendo la mano (che scrive) avanti, avverti : “Mi leggerai e troverò il modo di ingannarti.”
    e,rincarando, che “ti mostrerò lo spavento.”
    di quel “Waste land” che prolunga l’ombra e il corpo, di quello spazio espanso, desolato, non già vuoto, non di silenzio, nè di linguaggio, ma da entrambi fuoriuscito, spazio che si crea, sfuggendo il linguaggio che, a sua volta insegue, o rincorrendolo, mentre quest’ultimo fugge. (“Sfuggite il linguaggio, e vi inseguirà. Inseguitelo, e vi sfuggirà.”)

    tanto che leggendo, si avverte “la vertigine della parola” (vertigine che, di nuovo, richiama il concetto di spazio, stavolta fortemente disorientante, spazio che sfugge, ma anche che viene a ondate incontro)

    dicevo (mannaggia agli incisi :)), de “la vertigine della parola”
    che ti accompagna e che ci accompagna, lungo “la lingua sconosciuta”

    e allora, per tornare all’inizio (al montaggio)
    quel bellissimo:
    “Tu, che mi leggi, sei più di un lettore. Sei quella che per il fotografo è una camera oscura.”

    oppure, io direi, una cartina di tornasole :)
    (ma giusto per contrapporre un po’ di luce…)

    beh, intanto, si è fatta notte :)

    grazie e ciao!

  6. Si fa luce. Si fa notte.

    Nottario, Diario. Ciao, Margherita.

    Non posso che commentare la tua lettura con un mio antico frammento, da “Il mese dopo l’ultimo”, che da sempre mi insegue e che probabilmente riscrivo in ogni mio libro:

    “Sotto la melodia udibile c’è sempre una risonanza inudibile, che l’orecchio umano definisce silenzio”.

    È di quel silenzio che non smetterò mai di parlare, e che continuerà a parlarmi.

    Grazie, Marco

  7. Chi sa se i curatori della collana “Fuori Formato” della casa editrice Le Lettere di Firenze passano mai da queste parti…

    Grazie a tutti per i commenti.
    Alla prima occasione vi offriremo in un “quaderno” tutta quanta la prima parte dell’opera.

    fm

  8. Non credo.

    Cortellessa è troppo impegnato a cercare i “veri talenti”.

    E io sono troppo “Fuori formato” anche per i “Fuori formato”.

    Marco

  9. Già.

    Chi sa mai perché, poi, la “qualità” abita, invariabilmente, solo in certe zone selezionate della rete; e riguarda, inevitabilmente, una cerchia ristretta ed esclusiva di persone…

    fm

  10. Cara Natàlia, i misteri sono fatti per essere risolti, e non c’è dubbio che quello della “qualità” e del “talento” è uno dei più intriganti.
    Appena scema un po’ l’afa, un post “volgarissimo” spiegherà in cosa consistono; o, meglio, svelerà perché noi, “qui”, ne siamo naturalmente privi…

    Mi dispiace per te, visto che in quel “noi” ci sei anche tu: bisogna “rassegnarsi” :)

    fm

  11. Ti consiglio, fraternamente, di tirarti fuori da quel “noi”, finché sei in tempo: dopo la scematura (?) dell’afa, è facile prevedere che avremo molti nemici… ;)

    fm

    p.s.

    Il consiglio, come è ovvio, vale per tutti quelli compresi in quel “noi”.

  12. a me basterebbe avere un lembo dentro questo vostro “noi”, mentre di un certo “lì” e “loro” non saprei che farmene. ma qualcosa si muove verso le cerchie non ristrette e non esclusive…

    quanto ai nottarii…also spracht marco ercolani.
    in formissima, altroché!

    Scrivo per non avere un volto e restituirne uno a coloro che si vorrebbe umiliare e dimenticare.

    grattato via tutto, resta, deve restare questo, dello scrivere.

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