Taci, il governo ti ascolta (V)

SCIOPERO!

Siamo tutti d’accordo, va da sé, è importante mandare segnali, creare momenti condivisi e alimentare sacche di resistenza. E, del resto, chi non lo sarebbe quando ci si ritrova (così, improvvisamente?) “sotto assedio“? La gravità del problema, però, non può far passare sotto silenzio, tanto meno rimuovere, tutta una serie di considerazioni che andrebbero fatte, insieme a un bel po’ di domande che bussano sempre più insistentemente, e non da oggi, investendo il ruolo e la funzione della stampa e della comunicazione in questo paese.

La “legge bavaglio” è certamente un attacco feroce e senza precedenti alla libertà di informazione, ma non è “il” problema: è solo la ciliegina sulla torta, il sigillo finale, l’atto conclusivo di un progetto politico più che decennale, definito nei minimi dettagli e realizzato alla lettera con estrema attenzione e cura dei particolari, di demolizione di ogni parvenza di democrazia, di cancellazione delle garanzie costituzionali, di azzeramento delle istituzioni di controllo, di erosione dei diritti elementari, di criminalizzazione e repressione del dissenso: un progetto autoritario, di classe, che si è venuto coagulando, sotto lo sguardo spesso complice e connivente di tanti che oggi gridano “al lupo!“, si indignano e manifestano col silenzio il loro disappunto, attraverso la sistematica rimozione della memoria e delle radici storiche della repubblica nata dalla Resistenza, rimestando e addensando, in una miscela mefitica, il fascismo innato della maggioranza della popolazione, lo squadrismo mediatico, razzismi variamente assortiti, la xenofobia e l’omofobia elevati a sistema di valori, il più becero identitarismo localistico, pulsioni viscerali e clericalismo da crociata, connivenze, collusioni e affari con la grande criminalità organizzata e le sue diramazioni politico-finanziarie.

E allora, almeno una domanda, una per tutte, sarà pure concessa: ma dove cazzo sono stati negli ultimi anni, negli ultimi mesi, la più parte di coloro che oggi manifestano in nome della “libertà minacciata”? Di cosa si sono occupati, se è lecito, come e in quali termini hanno informato, cosa hanno scritto, cosa sono stati costretti a scrivere dai loro direttori e dai loro padroni (scioperano anche loro, no? ma che bello, tutti insieme appassionatamente!)? Di cosa hanno parlato (magari in uno dei tanti confortevoli salotti televisivi, fianco a fianco con altre perle di giornalisti e conduttori anch’essi in sciopero oggi!) le grandi e piccole firme, gli editorialisti che fanno opinione?

Dov’erano mentre, giorno dopo giorno, tutta l’impalcatura istituzionale del paese veniva ridotta in poltiglia, e con essa spazzata via ogni idea di convivenza civile e democratica, di solidarietà e valori condivisi? In quali forme, con quanti e quali articoli hanno denunciato il ributtante campionario di leggi ad personas e ad similes che si andava allegramente allestendo? Dov’erano mentre il lavoro, e la vita di chi lavora, venivano ridotti a meno che merce e affidati all’arbitrio di padroni e padroncini, alla flessibilità e all’invisibilità coatta, alla scomparsa di ogni tutela e di ogni diritto? Ricordano ancora, per caso, i proclami a tutta pagina, e a reti unificate, dopo l’eccidio della Thyssen Krupp? Li hanno mai riletti, riascoltati? Da allora, come, in quali termini, con quali inchieste hanno seguito le vicende del mondo del lavoro, le morti e i soprusi che si consumano quotidianamente?

Chi di loro si è mai esposto, in quanti l’hanno fatto, a spiegare il rischio fascismo ben presente nelle logiche di controllo sociale e in tutta la legislazione sicuritaria che si veniva approntando, senza alcun dibattito parlamentare, per volontà unica del sultano e della sua corte? Che fine hanno fatto, tanto per restare in tema, i rom, insieme a centinaia di campi e insediamenti, letteralmente scomparsi dalle cronache e dalla geografia del paese? E che ne è della “questione immigrazione“, dei campi di concentramento (CIE, ex CPT) che hanno cambiato nome ma sono ancora ben operanti, del controllo militare delle frontiere, dei trattati stipulati con regimi dittatoriali (cfr. Libia: similia cum similibus) che si risolvono in una vera e propria condanna a morte o alla tortura, ogni mese, per migliaia e migliaia di esseri umani respinti? Chi sta informando chi, su tutto questo?

Cosa dicono, cosa ne pensano, come informano sulle condizioni degradanti di una scuola pubblica ridotta a un ammasso di macerie fumanti, su milioni di giovani ai quali viene concretamente negato, nei fatti, il diritto all’istruzione, nel mentre vengono privati di ogni ipotesi ragionevole di futuro? Hanno fatto delle inchieste, delle denunce, attraverso i loro organi di informazione, sulla quantità industriale di finanziamenti che piovono sulle scuole private? Non sia mai! Molto meglio occuparsi delle ninfette adescate dal pervertito tinto e liftato in qualche palazzo romano, se non altro serve a distogliere l’attenzione dal “resto“!

Ma il problema è proprio questo “resto“, ciò che rimane, con tutto il suo carico di devastazione, di miseria e di dignità calpestate, fuori dalle luci, artatamente create, posizionate e diffuse, dell’economia globale dello “spettacolo a tutti costi“, al quale in molti, in tanti tra gli scioperanti di oggi non fanno mancare il loro contributo quotidiano.

E infatti, quanti tra quelli che oggi incrociano le penne (sic!), ad esempio, hanno cercato di appurare la verità sui fatti di Genova del luglio 2001, restituendo all’opinione pubblica il quadro esatto, non edulcorato o narcotizzato, di quello che è veramente successo? Quanti hanno scritto, magari cercando riscontri e portando testimonianze dirette, che in quei giorni si fecero le prove generali del regime che si andava costruendo e che si è poi consolidato? E quanti, inoltre, si sono sentiti in dovere di indagare, chiarire e divulgare, su un versante contiguo, i termini reali, la vera posta in gioco, del patto d’acciaio stipulato tra il boss celodurista e il ducetto brianzolo in miniatura?

Quanti hanno seguito e scritto cosa è veramente successo a L’Aquila dopo il terremoto, quali i termini della spartizione degli appalti per la ricostruzione e le pratiche innominabili messe in atto, in quali condizioni versano in questo momento quelle zone, fuori dall’effimero cono di luce delle pagliacciate televisive e delle comparsate governative in loco?

Quanti hanno mai osato (quanto meno tentato di) smascherare (ah! la deontologia professionale d’antan!), dati concreti alla mano, le menzogne del governo e dei suoi megafoni da cabaret di infimo ordine, elargite a piene mani ogni giorno in merito all’entità della crisi? Quanti sono capaci di dedicare i loro dottamente inutili editoriali alle condizioni di miseria e degrado in cui versano milioni di persone e famiglie? Quanti quelli intenzionati a fare i conti in tasca alla fetta di paese che detiene il settanta per cento della ricchezza nazionale? Dire quante lacrime e sangue costa ogni giorno, a tutti gli altri, mantenere questi parassiti nei privilegi di cui da sempre godono?

Quanti, tra quelli che oggi scioperano e, di solito, amano presentarsi come paladini del valore “liberale” della laicità dello stato, stanno informando i loro lettori o ascoltatori sulla deriva clericale e oscurantista del paese, sui rischi che comporta, a tutti i livelli della vita sociale, la continua ingerenza ecclesiastica negli affari politici del paese, nella vita e nelle scelte individuali e collettive delle persone?

Quanti? E ancora: quanti? E ancora…

Un’ultima considerazione, per quel che vale: se è vero che la forma è anche (e soprattutto: come in questo caso) sostanza, oggi, con la scelta del silenzio, è stata utilizzata quella più adatta ad esemplificare lo status di parecchi degli aderenti, anche se, nel loro caso specifico, non c’era bisogno di nessun proclama diretto: infatti, essi tacciono da sempre, in particolare quando scrivono, o parlano da uno schermo televisivo.

Sciopero!, allora? No, grazie, provate prima a rispondere a qualcuna di queste domande. Per il momento, ad una accozzaglia indistinta che regala, anche contro le migliori intenzioni di qualcuno, una patina di verginità sul campo a chi non l’ha mai avuta, io preferisco ancora questo:

L’unica libertà da difendere, a questo punto della deriva totale che molti di voi contribuiscono a sostenere e ad alimentare nei fatti, è quella della rete: la sua capacità di mobilitarsi e di fare controinformazione militante, di creare dal nulla possibilità di conoscenze e informazioni dal basso, fuori dal controllo gerarchico e dalle logiche dei potentati, occulti o palesi che siano: il resto, fatte salve poche eccezioni (che non fanno altro che confermare l’oscena ritualità e immutabilità della regola), sono giochi interni alle corporazioni, al sistema e agli apparati di potere, ricatti a base di veline e dossier contrapposti, aggiustamenti e riposizionamenti a seconda delle circostanze e delle convenienze: e tutto, da sempre, come sempre, finalizzato al mantenimento delle posizioni acquisite, alla reiterazione delle pratiche e delle strategie di controllo – una prassi che è diventata quasi un precipitato storico inamovibile, una sorta di nuova e perversa “lex naturalis” debitamente aggiornata, completamente rivolta alla radicalizzazione in forma di metastasi di uno status quo variamente camuffato in altre forme: quanto assicura, per omnia saecula saeculorum, eternità e ricchezza ai padroni del paese, ai loro servi e lacchè, alla loro base sociale, alla marea montante di utili zerbini che ne perpetuano indecorosamente le gesta attraverso i mezzi di informazione.

***

16 pensieri riguardo “Taci, il governo ti ascolta (V)”

  1. Caro Francesco,
    che dire? Ogni ulteriore commento a quanto scritto mi pare superfluo. I tempi che cambiano: dai centri commerciali, si è passati alla piazza come forma di intrattenimento. Si sciopera per la guerra in Iraq tornando a casa con il SUV; si diventa rossi di rabbia per come vengono trattati i ROM ognuno dalle poltrone della propria casa; si accusa una classe politica che si continua a votare. Mi pare che la cosa più azzeccata l’abbia detta Marcuse negli anni ’70: siamo diventati parte della dieta igienica dello status quo. E la responsabilità è di tutti: non solo dei giornali, ma anche di chi li compra; non solo dei politici, ma anche di coloro che li votano.

    Se solo questo silenzio stampa fosse un vero tacere…

    un abbraccio

    Luigi

  2. Sottoscrivo più o meno tutto ciò che hai scritto in questo articolo. La contingenza storico-socio-economica non apre molti spiragli. Così come la rete supplisce alla falsa informazione con la contro-informazione diffusa da dilettanti come me (chissà perché non la chiamiamo semplicemente “informazione”), nella vita bisogna operare con/in movimenti di democrazia partecipata dal “basso”, fare esperienze di democrazia “sostanziale”, non delegata; ritornare al significato vero del termine “politica”: partecipare. Questo ci è consentito per il momento.
    http://www.ilpuntoimproprio.splinder.com
    ciao

  3. cari, non è né in-informazione, ma neppure formazione, al massimo de-formazione (nel migliore dei casi)

    un abbraccio

  4. La questione è proprio l’unanimità politica riguardo a questo provvedimento che, sotto la falsissima immagine della “difesa del diritto alla privacy del cittadino comune” nasconde un rafforzamento mai visto prima della vecchia immunità parlamentare. I telegiornali (sic) come Studio Aperto, tanto per fare nomi, sbattono in prima pagina intercettazioni, filmati, fogliettini rubati dalle carceri di tutti i signor nessuno che vogliono, tanto per rendere chiaro come funziona la questione. Gli editori concordano con i politici e danno le direttive ai loro giornali. E ben dici che l’idea dello sciopero è assurda e ancora più assurdo è il caso di alcuni giornali che hanno manifestato il loro dissenso verso lo sciopero però vi aderiscono (?!) perché la loro ipotesi, ovvero di parlare invece di tacere, non è stata approvata dagli altri giornali…insomma o tutti assieme oppure no.
    Il politico dovrebbe essere ben più che intercettato, dovrebbe essere sottoposto a fine mandato, sempre e comunque, ad una assemblea che giudichi il suo operato, dovrebbe vivere in una stanza di vetro e si dovrebbe sapere perfino da cosa e composta la sua colazione, se si pretende di decidere della vita degli altri, di stabilire con un tratto di penna come dovrò o potrò vivere, allora si deve rinunciare alla vita privata, si deve essere costantemente sotto gli occhi e le orecchie di tutti, almeno così la penso.

  5. Io tenderei a superare anche la visione che un politico debba decidere per la vita degli altri, anche se vive in una casa di vetro…
    Dobbiamo riappropriarci noi della nostra vita, non delegarla ad altri.

  6. Certamente sono consapevole che sarebbe preferibile che un politico non dovesse decidere della mia vita, ma dubito fortemente che si possa mai arrivare ad una cosa di questo tipo, dunque, nel frattempo, pretenderei almeno di poterlo tenere sotto controllo. Non è questione di delegare, è questione che alle cose non si può arrivare tutto d’un botto, a parerer mio.

  7. Lo scopo finale dovrebbe essere quello di giungere ad un sistema dove siano le assemblee di cittadini a dirigere il più possibile e a decidere democraticamente sulla loro vita, dal basso, ma un sistema del genere necessita (almeno così credo) che si arrivi prima ad un controllo su chi attualmente detiene il potere, un indebolimento e poi uno scioglimento, perché si possa costituire un sistema che parta davvero dal basso. Allora sì, potremo fare a meno delle deleghe o almeno si potrà usarle solo in minima parte e in una forma molto controllata, ovvero deleghe temporanee e facilmente revocabili in qualsiasi momento.

  8. Sì, certe cose non si raggiungono all’improvviso, è verissimo. D’altro canto realizzare un efficace controllo popolare su chi governa è cosa forse ancora più difficile, dal momento che è il potere a fare le regole, che tendono in media a perpetuare se stesso, appunto al di fuori del controllo popolare. Come ne usciamo? Bisogna inventarsi qualcosina, nuovi modi di farsi sentire, nei luoghi istituzionali ma anche nelle piazze, resistenze, boicottaggi, scioperi, campagne di controinformazione, associazionismi popolari a carattere democratico sostanziale, non delegato, e partecipativo, occupazioni, interrelare le varie lotte tra lavoratori, migranti, studenti che lottano per una scuola pubblica e libera (tanto la lotta è unica, lo è sempre stata ma lo abbiamo dimenticato), prendersi i rischi di avere a che fare con le forze dell’ordine selezionate accuratamente tra gli elementi più ottusi e fascisti che ci sono tra le divise blu, nere, grige ecc. ecc. come hanno fatto recentemente gli aquilani… bisogna pensarci adesso, a mio modesto avviso, prima di controllare i politici che saranno sempre anguille protette dal finto legalitarismo della democrazia borghese.
    Vado a fare la pappa. ciao

  9. Grazie per gli interventi e le considerazioni che state postando, tutti capitoli aperti di discorsi che bisognerebbe fare per cercare di uscire da una situazione stagnante che finisce, sotterraneamente, per alimentare il mulino di chi ben sappiamo: il suo potere, in definitiva, si alimenta anche del clima di impotenza e, in qualche caso, di rassegnazione di chi dovrebbe contrastarne i disegni.

    La cosa più grottesca, nel merito della giornata di ieri, è l’uso della parola “regime” da parte di chi, fino a pochi giorni fa, ti avrebbe riso in faccia al solo sentirla pronunciare. Che belle le conversioni sulla via di Damasco! Mi dispiace, però, ma io sono un non credente…

    fm

  10. sono dell’opinione che interessi più tappare la bocca all’informazione che impedire l’uso delle intercettazioni, tant’è che i cambiamenti alla legge pare non toccheranno le pene riservate ai giornalisti. si dice sul fatto quotidiano di oggi che se la sinistra rompesse le scatole ad ogni tg ricordando l’infamia di tutta questa legge forse la ritirerebbero per non uscirne travolti. ma forse anche alla sinistra, e senza forse, fanno comodo certi provvedimenti.
    io, per me, sono allibita e allucinata, mi sento come se fossi malata, come se sapessi di aver poco ancora da vivere. sembra uno di quei film angoscianti, in cui l’incubo prende il posto del reale. uno di quei film apocalittici, ma senza alieni. o come quando solo un personaggio ha visto e nessuno gli crede.
    penso che chi ha la penna come ferro del mestiere e ha un minimo di sale in zucca, anche se ha smarrito la sua umanità, non dovrebbe stare zitto. e invece, ma sono anni, quasi tutti a darsi un gran da fare a distinguere tra la scrittura e la vita reale, tra ciò che è il dovere dello scrittore e ciò che è la sua posizione – eventualmente – politica. io amo scrivere, ma è evidente che non sono del mestiere, perciò mi limito a considerarmi solo esclusivamente lettrice: e credo con ciò di poter accampare qualche pretesa nei confronti di chi leggo.
    sono in attesa di una presa di posizione forte, dell’ abbandono di certe poltrone o di certi salotti, reali e virtuali, di un j’accuse! sono troppo romantica? chiedo troppo?
    se non viene da chi vede “oltre”, da chi ha un buono e perspicuo occhio, da chi deve venire la chiamata? devo pensare a dei ciechi, dunque, non a dei veggenti… dei ciechi-ciechi.
    comunque vada, questi venti anni di letame, gli anni centrali della mia vita, non me li ridarà nessuno.
    mi metteranno dentro, prima o poi: ovunque vado parlo a ruota libera, parlo, mi incazzo. sono faziosa, faziosissima: tocca esserlo, non è possibile cercare di essere obiettivi, bisogna andar giù pesante, a badilate, per eliminare il letame. mica si toglie con le pinzette.

    1. Lucy, la stragrande maggioranza degli scrittori e dei poeti, anche quando li vedi spandersi e spendersi in proclami e petizioni di principi, sono un’ammucchiata di piccoli amministratori condominiali: la loro maggiore occupazione è tenere il resoconto settimanale della piccola rendita di posizione che gestiscono (spesso sotto l’occhio vigile del padrone dello stabile).

      A proposito di “cecità”. In uno dei più grandi libri del Novecento, “Sopra eroi e tombe” di Ernesto Sábato, c’è un intero “Rapporto sui ciechi” (è il terzo capitolo del romanzo): penso faccia al caso nostro, soprattutto in un periodo come questo.

      fm

  11. Ormai il sultano si è preso vent’anni di vantaggio , i disvalori delle sue televisioni sono , al momento, vincenti . Ma se appena sappiamo parlare e scrivere , nel nostro piccolo ed esponendoci in prima persona , il contropelo non glielo toglie nessuno . Ricordiamoci che non siamo quattro gatti a pronunciare la parola “umanità” “giustizia sociale”,”cultura”
    La Sinistra imbelle che si è persa per strada non siamo noi . Resistere resistere resistere di Saverio Borrelli non deve essere una eco soltanto di buona volontà : deve essere la rabbia , costruttiva , operativa , di tutti i giorni , con tutti i mezzi !!!

  12. Caro Leopoldo, anch’io sono convinto che, per fortuna!, non siamo proprio quattro gatti. Penso, però, che la “nuova resistenza” abbia bisogno di un progetto che, purtroppo!, ancora non vedo.

    Si viaggia in ordine sparso…

    fm

  13. “…….mentre occhi attenti spiano il chiarore/di un’alba incerta che non sarà più vergine…..”

    Grazie sempre, Francesco, solo questo.

    jolanda

  14. da “radical” di stampo anglo-sassone dopo anni di militanza da “compagno di strada” di certa sinistra pensante (ora dove è andata a cacciarsi?) per me la libertà di stampa è punta di forza unica per la fatica dio convivere in democrazia…

  15. Caro francesco
    ciò che hai scritto dovrebbe essere affisso sui muri di tutta Italia e distribuito ovunque, per dare uno scossone a tante coscienze addormentate o narcotizzate e che non si rendono conto dello sfacelo di tutto ciò che ci circonda o che si sono talmente assuefatte al malcostume dilagante ormai da tempo, che desiderano solo “ascoltare” false promesse e abituarsi al fumo negli occhi, invece di squarciare un velo spesso di menzogne che cela tante tristi verità.
    E’ vero! dove diamine erano tutti quei “bravi” giornalisti, quando si cominciava a capire che pian piano il nostro “sultano” ci stava per togliere tutti i diritti? e poi certo, è strana, una mobilitazione generale, adesso, a giochi quasi fatti, da parte di entrambe le fazioni, che, passi per quelli della parte avversa-ma che poi cosa avrebbero fatto in tutti questi anni… boh non si sà, ma quelli vicino al “cavaliere”, ora, si sarebbero preoccupati che la loro libertà di scrivere verrebbe mandata a quel paese! ma possibile che se ne siano accorti solo ora!? cosa si sarebbero potuti aspettare da un andazzo del genere?
    Ciò che metti in risalto in questo articolo è così importante, fà montare una tale rabbia a chi non ha la mente offuscata dalla ridicola gaglioffaggine di sto pallone gonfiato, che fà venire le vertigini.
    Siamo un Paese alla deriva! già infetto da correnti oscurantiste, da razzismi vari e da un pericoloso clericalismo pervasivo come affermi tu che lo sta facendo tornare indietro di secoli.
    In chi o in cosa dovremo riporre le nostre speranze?
    Un caloroso saluto da
    Domenico, una iena incazzata

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