Note di lettura (I) – Anna Maria Ortese

Antonio Scavone

Lune e muri

     Proviamo a chiederci quale fosse il punto di osservazione di Anna Maria Ortese quando cominciava a raccontare: era forse dentro il personaggio che stava descrivendo (al suo interno, facendone le veci) o era al di fuori di esso, in una postazione critica e dialettica per seguirne minuziosamente i pensieri, i fremiti, i silenzi?
     Quando si rilegge la breve raccolta di racconti de “La luna sul muro” (Edizioni Vallecchi, 1968), si avverte subito, anzi si riavverte subito, quella particolare e inimitabile persuasione narrativa di cui ci ha fatto dono Anna Maria Ortese. È uno stare dentro e fuori ciò che si narra e si scrive, si vede e si immagina: un dentro e fuori che ha l’andamento veloce di una scrittura che sembra di getto ed è tuttavia in ritardo rispetto alle sensazioni e ai pensieri che si vanno configurando.
     Ortese narra e scrive nello stesso tempo, utilizzando genialmente le strutture descrittive e quelle affabulatorie, in una fusione eccentrica di attenzione e distacco, di partecipazione e distanza, di sentimenti e storie come di colori e profumi. Si viene trascinati in questo flusso altalenante di ricordi e situazioni, come fanno Lala e Zena de “Il cappotto rosso”, e ci sembrano ricordi e situazioni cui sicuramente abbiamo assistito, perché anche noi pensiamo che “la vita sia un tema in classe” e che, per scriverlo, ci abbiamo impiegato o sprecato vent’anni. Ma tutto questo non ci prende per una vena malinconica che pure c’è, sebbene non sia costitutiva del racconto, o fondamentale in questa scrittura così puntigliosa ed eclettica. Ci prende piuttosto per una malìa così naturale e così occasionale in Anna Maria Ortese: il racconto fatto di memorie, in un pomeriggio al bar, sotto un sole livido e una luna che occhieggia, ci distrae piacevolmente, benevolmente dalle disgrazie di Lala per intenderle e capirle nel rosso dei gerani, negli odori dell’erba.
     Stiamo dalle parti della vita raccontata mentre si scrive, stiamo in quella narrativa che ricostruisce con immediatezza quella scena complessa e così poco traducibile della vita fatta passare esclusivamente per quella che è: vita, non esistenza.
     Ci aiutano considerazioni estranee al racconto ma non alla scrittura, e, nello stesso senso, ci sorregge quell’architettura sintattica (del dire, del parlare) che la scrittrice impone con disinvoltura, quasi con disprezzo, al suo lettore, negandogli tempo e spazio per riflettere, per rifiatare.
     Ma il disprezzo non è per i suoi lettori, semmai per i suoi personaggi ed è qualcosa di più strutturato di un’istintiva insofferenza, di un morboso fastidio. La scrittrice impianta la breve-lunga/opaca-chiara storia dei suoi personaggi (Olga de “La luna sul muro” o Masa dal racconto omonimo) con un intento di restauro, come se volesse e dovesse rinnovare il loro apprendistato alla vita, l’esercizio mai definitivo del vivere.
     L’arte del racconto diventa così, in Anna Maria Ortese, il “resoconto” di uno stravolgimento costante e lucido del suo essere al centro di ciò che scrive, di una sintassi che compone e scompone le tracce impervie e ardite di sentimenti alterni e di contrastanti sensazioni, che puntualmente ci disorientano e puntualmente ci guidano. Tutto si fa storia in questi racconti: dalla cupezza dei pomeriggi piovosi invernali alle smanie di uomini e donne che non sanno liberarsi delle loro tristezze, dai caseggiati grigi che costeggiano i casermoni delle fabbriche alle finestre senza volti o voci o luci. E tutto si manifesta inafferrabile quando non riusciamo a cogliere le ragioni di un ricordo o di un comportamento (come quello di Berto o Antonio in “Un nuovo giorno”), quando esitiamo tra realtà e desiderio, bloccati forse dal pudore di confessare limiti e rinunce della nostra impagabile ma inappagata ricerca di compiutezza.
     Le strade, le passeggiate, gli sguardi sfuggenti, le città (Milano, Napoli), le case, il mobilio… ogni dettaglio narrativo è una storia a sé, un atomo che si fa nucleo, un nucleo che diventa materia, azione, fatto.
     Inevitabilmente pensiamo ad altre scrittrici – italiane o straniere del ’900 – che ci hanno affascinato con una prosa limpida o nervosa, comunque seducente (Elsa Morante e Fausta Cialente o Virginia Woolf e Mary McCarthy), ma Anna Maria Ortese ci rapisce e ci incanta proprio quando ci introduce e ci abbandona nel giardino o nel labirinto che ha creato per noi, parola dopo parola, con stupefacente finezza. È il caso dei due racconti ambientati a Napoli, dove Ortese ritorna a scadenze fisse per scrivere ciò che la città narra per lei. Ma non è solo una scadenza (quasi un appuntamento d’amore), è anche una scansione a distanza di tempo, un sopralluogo di verifica in quell’opera di “consolidamento vitale” che la scrittrice reimpagina di continuo (da “Il mare non bagna Napoli” a “Il cardillo addolorato”).
     Nel racconto “Di passaggio” il povero Emiliuccio, di passaggio appunto per Napoli prima di espatriare per la Svizzera o la Germania, non osa chiedere alla zia Dolly di poter restare con lei, in quella casa dove Dolly consuma con Cugina Grande una vita di piccole memorie e di piccoli tormenti. C’è il ricordo degli anni passati (“tutti pieni di luce eppure c’era Hitler”), lo scoramento del presente – Dolly è separata dal suo marito francese – e l’incombenza del futuro. Si parla tranquillamente di vita e di morte, di panni da lavare e di lenzuoli da conservare: tutto in una vorticosissima epifania narrativa che mostra anche quello che non c’è ma di cui non si può fare a meno, perché non si può ospitare un nipote povero e malandato quando si ha il sospetto che possa essersi messo nei guai, che racconti frottole o che non sappia cosa fare della sua vita.
     Anche zia Dolly non sa cosa fare della sua vita e la scrittrice è impietosa, com’era nel suo stile, nel tratteggio che fa di questa donna “dai capelli rossi sposata e abbandonata”. Dolly è incline, ben disposta ad ospitare il nipote (lo porta in giro per la Riviera di Chiaia per fargli perdere quell’aria mesta che ha, quel colorito bianco che fa pensare ad una malattia), ma si frena, esita, attende un segnale forse, lei che di segnali non ne sta avendo da un bel pezzo e da nessuno. E la scrittrice non manca una metafora, una similitudine, per rendere ancora più evidente l’inesplicabile angoscia di Dolly, quasi per catechizzarla, smascherarne l’accidioso lamento che, sotto pelle, soffoca e mortifica ogni altra velleità.

     È una scrittura che non perdona, quella di Anna Maria Ortese: ribatte punto su punto le smanie effimere della protagonista, sconcerta e diffida i pensieri e le decisioni e tuttavia ci rende il quadro di una donna che ancora potrebbe fare e dire, di una donna che s’imbatte anch’essa nei suoi muri invalicabili sapendo bene che basterebbe aggirarli, quei muri, per evitarne paure e premonizioni.
     Non è un muro ma una porta chiusa quella che impedisce ad Assuntina, una bambina di cinque anni e mezzo, di poter disporre del gabinetto dove s’è rinchiuso suo fratello Rafiluccio, detto Papele, di tre anni più grande. Papele s’è chiuso nel cesso per cantare e passare un po’ di tempo, altrimenti si annoia: alla fine Papele lascerà che la sorellina vada a gabinetto e aspetterà la madre, Gioia Caso, per concertare con lei il grande viaggio a Catania per incontrare e far tornare il padre transfuga.
     A Milano come a Napoli i personaggi di questi racconti devono ritrovare mariti, padri, zie, fidanzate che hanno perso o che stanno per perdere e li hanno persi, questi familiari, perché sono stati “semplicemente” da essi traditi, scartati, respinti.
     A vivere queste storie di abbandono sono gli adulti a Milano, ricchi o poveri; a Napoli invece sono ragazzi e bambini, segnati da indigenza e malattie. Papele scoprirà da una lettera trovata in cucina che la madre andrà a Catania non per riportare il marito ma per risposarsi, dare quindi un nuovo padre a Papele e rinchiudere la piccola Assuntina in un collegio di monache. La sorpresa, lo sgomento, la furia di questo bambino di otto anni si scatenano convulsamente in questa casa modesta di un palazzo modesto dal quale s’intravede un pezzetto di mare, un mare altrettanto modesto. I vicini di casa – quelli che abitano “a porta” e quelli dei piani alti – si interrogano e commentano (il professor Spirito, Brigidella la “capèra”), giudicano e disapprovano il comportamento strampalato di Papele che parla col nonno morto credendo che sia Dio in persona e che, per pura fatalità, accendendo un lumino di devozione per l’anima del nonno, provoca un piccolo incendio in casa. Quando tornerà la madre e spegnerà l’incendio (che è il titolo del racconto), farà capire ai bambini che finirà per accettare la proposta del pretendente catanese, che non ce la fa più a fare quella vita, anche perché i bambini ormai sono grandi e che sistemerà per bene il loro futuro.
     È tutto passato, è tutto finito: Papele è come “morto e risorto”, non ha e non avrà nient’altro dalla vita, che per lui sembra già segnata ma sente accanto a sé il fiato caldo di Assuntina, la sua sorellina bella e si consola, si rassegna fiducioso.
     C’è amarezza e disincanto in questo e in tutta la raccolta di racconti de “La luna sul muro”: un’amarezza e un disincanto che Anna Maria Ortese ha fatto vibrare e fa vibrare ancora oggi in una Milano grigia, in una Napoli tradita, nel cuore svilito da una sconfitta. Rileggendo questi racconti, si finisce col capire qual era il punto di osservazione di Anna Maria Ortese quando scriveva: l’elaborazione letteraria di questa grande scrittrice era coincidente con lo sguardo e il silenzio, con ciò che notava in un lampo (un’immagine, un suono, un colore) e ciò che poi sarebbe diventato sulla pagina una testimonianza fittissima e irriducibile di uno stile “difficile” ed esplosivo, di un’esplosione che ancora oggi ci fa pentire di non aver avuto il tempo giusto per scrivere, anche noi, quel tema in classe che è la vita e di non aver riconosciuto sui nostri muri una luna che forse poteva anche sorriderci col suo candido e tenue bagliore.

***

7 pensieri riguardo “Note di lettura (I) – Anna Maria Ortese”

  1. Immagino una sala, un uditorio vario per età e cultura, forse un pò demotivato all’ascolto dell’ennesima relazione di uno dei tanti autori che si alternano durante quelle occasioni d’incontri culturali. Forse temono la noia di un relatore prolisso, zelante e spocchioso.
    Poi il silenzio, l’autore inizia a parlare, niente fogli da leggere, l’uditorio è attento e partecipe, ogni dubbio viene fugato dalla capacità di parola, dalla padronanza dell’argomento trattato, dalla semplicità, che è solo dei Grandi, in grado di coinvolgere e suscitare emozioni-riflessioni fra tutti gli astanti. Il silenzio, non un brusìo o parole a mezza voce, è la misura del gradimento e godimento per una tale esposizione.
    Alla fine, l’applauso fragoroso è solo l’inizio delle molteplici domande poste all’autore che continua a rispondere sempre con garbo, precisione e passione, la stessa passione con la quale ha parlato, la stessa passione che è riuscito a comunicare al suo pubblico.
    Non tutti conoscevano l’argomento della conversazione, di solito un autore, ma, allo stesso modo sono stati catturati dalla parola, ben decisi ad approfondire qualche lacuna che la vita, spesso come una ferita, lascia aperta per molto e molto tempo.

    Grazie Antonio, perchè in mezzo a quell’uditorio c’ero anch’io con una manciata di ricchezza in più, con la consapevolezza che solo i Grandi sanno motivarci al vero ascolto. E mentre la scrittura della Ortese mi si manifestava in tutta la sua cruda bellezza attraverso le tue parole, ho pensato che tutti noi, forse, dovremmo sforzarci di più per potere riconoscere quella luna su un muro che, altrimenti, rimarebbe solo ombra grigia di difficile decifrazione. E riconoscere che l’incompiutezza di cui spesso soffriamo, forse è ancora la molla più importante, uno scatto dell’anima in avanti per nuove parole da ascoltare e più sensate e appassionate motivazioni per scrivere.

    Ecco cosa può significare un post dentro questa Dimora davvero rara.

    Antonio, Francesco, vi stringo in un unico e grande abbraccio.

    jolanda

  2. In quell’uditorio non si è mai soli, Jolanda: è il luogo nel quale, tra le altre cose, si continua a coltivare la speranza che la porta possa rimanere sempre aperta e che ogni volta qualche nuovo ospite, atteso o inaspettato, venga ad aggiungersi al numero degli uditori interroganti.

    Ciao, un abbraccio.

    fm

  3. Quando si comincia a scrivere (cioè ordinare ed esprimere nero-su-bianco quella energia incontenibile che autorizza e giustifica la scrittura) non si pensa ad altri scrittori, non si pensa alla letteratura “degli altri” ma si persegue, con un po’ di presunzione e sacro furore, quella che è la “propria” letteratura che, in parte, è oscura, misterica o “miracolosa” e, per un’altra parte, è giudicata e proposta come definitiva, assoluta, insuperabile…

    Potrebbe cominciare così una prolusione in pubblico sul tema della “Letteratura degli altri e letteratura del singolo” e l’uditorio sarebbe attento e partecipe, come rileva Jolanda (e come io mi augurerei), perché gli astanti proverebbero soddisfazione e compiacimento in misura direttamente proporzionale alle circostanze oggettive dell’incontro: abilità del relatore di attrarre la curiosità e la disposizione critica di chi ascolta, ricettività dell’ambiente (il “luogo sacro” di una libreria o di un’associazione culturale) e del pubblico presente, composto da persone molto vicine al tema trattato giacché anche loro, in varie formule, critici, scrittori, autori.

    Anche il blog, anche la Dimora, ha un suo uditorio qualificato e insieme occasionale: lettori che si fermano solo per leggere il titolo di un post, altri che leggono l’intero articolo e altri ancora che commentano, esternando riflessioni e smanie che quel post ha fatto emergere dal passato di ognuno o che ha fatto lievitare da un’idea sopita, da un’energia abbandonata o bloccata.

    Tutto questo, e noiosamente, per dire cosa? Per dire che l’uditorio – come tutti gli uditorii – vive della composizione casuale del suo essere o no un gruppo, che l’uditorio – soprattutto quello di un blog – è una sorta di incontro fortuito fra qualcuno che sale su una “buatta di pomodoro” (come scrive Anna Maria Ortese) – e parla e straparla – e i passanti che si fermano, annuiscono, si emozionano, trovano o recuperano vie d’uscita (come Natàlia) e poi ritornano alle loro cose, alle loro case.

    Tutto passa nell’uditorio, non richiesto (inaspettato, dice Francesco) eppure non respinto, anzi accolto e aumentato di vibrazioni e compensazioni (come testimonia Jolanda).

    La verità, forse, come sempre, è più semplice e più profonda: semplice per il relatore che ha probabilmente un legame di discendenza o di debito letterario con la scrittrice presentata, profonda perché Anna Maria Ortese ha fatto capire, a quelli che cominciano a scrivere e (purtroppo o per fortuna) continuano a farlo, che viene prima la storia della letteratura e poi la letteratura.

    Accanto a quella pedana improvvisata, sulla quale il relatore è salito, ci sarà anche una bancarella di libri usati o introvabili: fermarsi anche lì, Roberto Matarazzo, è un soluzione.

    Grazie a tutti!

    Antonio

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