Impubblicabile (I)

Antonio Scavone

     Non possiamo dire che i ricchi la fanno sempre franca perché ci accuserebbero di essere dei vetero-comunisti; non possiamo dire che il premier è un qualunquista populista e demagogico perché ci accuserebbero di essere comunisti; non possiamo dire di non apprezzare Santoro o Saviano perché ci accuserebbero di non essere comunisti, o di non esserlo sul serio o abbastanza, oppure di essere in realtà geneticamente di destra e fittiziamente di sinistra.
     È un ginepraio, non se ne esce con tranquillità ma con le ossa rotte, con una dignità vilipesa, con una personalità depotenziata, da occultare, ristrutturare o addirittura rimuovere. E dire che coltiviamo la libertà, siamo pronti a difenderla sulla nostra pelle e per la pelle altrui: siamo pronti, cioè, ad assumerci la responsabilità di un giudizio che sembra ingeneroso e tagliente ma che, in fondo, è solo un esercizio di coscienza, una pratica politica. Siamo pronti ma siamo derisi e commiserati, emarginati e svuotati: le nostre, più che critiche, paiono rimostranze dettate da un’infelice invidia, da una malevola gelosia, da un miope e ottuso passatismo e così le nostre valutazioni – ideologiche e culturali, pragmatiche e strategiche – vengono ritenute smanie e sfoghi caratteriali, opinioni da borghese in pantofole davanti al televisore.
     Indubbiamente la tivvù ha fatto la sua parte in questi ultimi vent’anni: ha destrutturato e mistificato la percezione del reale e di quanti ci ammanniscono arbitrariamente una loro personale e comoda visione del reale e della realtà.  Tuttavia, se pur imborghesiti da un’accidia di senescenza che per fortuna ci tiene ancora lucidi, proprio non ci riusciamo – nonostante la maggiore età – a fagocitare bovinamente quel che ci viene presentato e proposto nelle fabbriche come nelle scuole, negli uffici come nei supermercati, davanti al televisore o per la strada.
     Non siamo né stupidi né ancora stupidi: siamo insofferenti e lo siamo soprattutto con quelli che si schierano dalla nostra parte, con quelli che dicono di condividere un comune percorso a sinistra o un comune percorso critico a sinistra. Si tratta di persone e personalità di grande calibro e spessore, non certo di mezze tacche, e sono in gioco interessi pubblici e privati, sociali e professionali molto più grandi di quanto si possa immaginare eppure non riusciamo a condividerli e distinguerli, quegli interessi che dovrebbero essere anche i nostri, non riusciamo a dividerne la “pars construens” da quella “destruens”.
     Per istinto o per orgoglio, non ci sentiamo rappresentati da personalità come quelle di Santoro o di Sabina Guzzanti, di Daniele Luttazzi o di Saviano, né pretendiamo, addirittura, che ci rappresentino: è che non ci identifichiamo in loro e nelle loro sortite, non le riteniamo “utili alla causa” ma solo personalistiche e ritualistiche, forse perché abbiamo smarrito il movente, il bisogno, lo stimolo di quella causa che dovrebbe nobilitarci. Non le giudichiamo nemiche o avversarie – quelle personalità – ci mancherebbe, ma nemmeno le consideriamo compagne di viaggio, di un viaggio tutt’al più occasionale e senza meta.
     Si arriccia il naso di fronte a dichiarazioni di questo tipo – è naturale, è pacifico – ma queste dichiarazioni così acerbe e scorbutiche non sono poi tanto impreviste e imprevedibili, come si è portati a credere. Giudicando bestiale il nostro istinto e insano il nostro orgoglio, dovrà cercarsi altrove la ragione di tanta acredine o di tanta indifferenza.
     In un momento storico come quello che stiamo vivendo, governato da un imbarbarimento del dialogo sociale e del conflitto politico (degno erede della “deregulation” o della “terza via” degli anni ’90), le forze che stanno al potere populistico e mediatico hanno stabilito che non esistono più una destra o una sinistra o, per meglio dire, che non può esistere una sinistra oppositiva ma collaborativa e che, al contrario, può e deve esistere una destra operativa ed esaustiva.
     Tutti, molti, tanti hanno accettato questo distinguo (che in realtà è un diktat) e tutti, molti, tanti ne hanno fatto un principio fondante, senza il quale si tornerebbe alla vecchia e inopportuna contrapposizione tra conservatori e progressisti, tra reazionari e rivoluzionari, laddove è più consono parlare e argomentare, secondo gli attuali governanti, di “liberali” e “illiberali”.
     Cambiano le parole ma non il significato e, semanticamente parlando, il significato non cambia mai. Le parole hanno smarrito o confuso la loro portata evocativa, hanno perso il punto d’appoggio che le teneva ancorate alla realtà e vagano nell’etere (mediatico e naturale) contro il tempo e contro la storia. Il revisionismo d’antan dei paesi comunisti di ieri è stato sostituito dal revisionismo d’enfant dei paesi fasc… liberali di oggi. Si revisionano le colonne portanti, i muri maestri per lasciare intatte e traballanti le strutture intermedie, ottenute come si sa con quella fondazione primaria.
     Non è poi così strano che una repubblica nata dalla guerra di liberazione non sia stata mai in grado di realizzare il dettato della Costituzione nata dalla Resistenza. Tranne che per brevi periodi o brevi stagioni (l’opposizione alla legge-truffa di Scelba o al governo Tambroni), la nostra repubblica, cioè la nostra democrazia è stata bloccata da cinquant’anni di DC nelle sue varie formule di reggenza (dal governo monocolore al pentapartito), da dieci anni di craxismo assolutista e beffardo, da vent’anni di terrorismo autoreferenziale, sotto le ali ambiziose e ambigue, compiacenti e protettive di una mafia che si è rinnovata nella ferocia e negli affari e di una chiesa che si è votata all’oscurantismo della pratica confessionale più che all’universalità della sua missione apostolica.
     Le parole, pertanto, potevano diventare importanti (e in molti casi lo sono state) ma, prima di convincere e stimolare, passavano al vaglio delle veline del partito di maggioranza, dei consigli di amministrazione di Mediobanca, dei convegni episcopali e venivano di fatto snaturate, relegate in un repertorio di nicchia o di salmodianti utopie. I voti degli elettori, per quanto liberi e diversivi, non preoccupavano più di tanto: esaurita la cerimonia degli spogli elettorali, si celebrava il rito delle investiture concordate al di là delle volontà espresse dalle urne. Dalle parole monche e destabilizzanti si è passati ai fatti, devastanti e mistificanti, di questa così detta “Terza Repubblica” o, come si dice, del sultanato-gulag-enclave che non ritiene necessario far esercitare il diritto alla vita civile.
     Come mai si è arrivati a tanto? Perché la vita istituzionale del nostro paese è una farsa amara e tragica che non smette di far ridere per chi vuole riderne e che promette di far dimenticare i guai naturali o economici che ci sono piovuti addosso con leggi ad personam e ad similes, con menzogne e sovraesposizioni di carisma fatuo e bottegaio?
     Una destra come quella che sta al governo è una destra tipicamente italiana: individualista, parolaia, incolta. È una destra che non ambisce a diventare costituzionale o illuminata (i tentativi di riscatto di talune frange della maggioranza sono velleitari e di scompiglio), è una destra che vuole proteggere (come sempre nella storia italiana) il libero arbitrio delle classi forti (di censo e di rendita) escludendo a priori arbitri (il Presidente della Repubblica) o giudici (i magistrati): è una destra che predilige un certo tipo di capitalismo – per intenderci quello squaloide dell’accumulazione – a danno e dispetto di un capitalismo di tipo keynesiano o paternalistico, evocato peraltro senza fortuna e senza cognizione da localismi di basso profilo.
     È la destra economica (banche, commercianti, liberi professionisti) che rivendica la libera iniziativa come premessa indifferibile di autogoverno; è la destra sociale che premia la corporazione familistica nella gestione di conflitti e arbitrati; è la destra informe e impolitica che predilige una politica delle tradizioni consolidate, delle liberalità conquistate per l’arbitrio e il favore dei singoli.
     In tale ottica, la “cultura” della destra italiana è un miscuglio di conservatorismo naïf in economia, di liberalismo ridanciano nei costumi e nei consumi, di favoreggiamento dei beni acquisiti con la cooptazione dei voti elettorali.  Qual è, allora, il progetto politico della destra italiana di oggi? Una parte del retroterra di cui si è detto emerge e si afferma (basta vedere le leggi liberticide che propone), ma una parte si camuffa, si nasconde, si maschera.
     Possiamo immaginare come si nasconda e si camuffi questo progetto politico della destra italiana: si nasconde e si camuffa non tanto e non solo nelle insensatezze becere del premier (i suoi lacchè gli consentono questo monologo continuo di facezie e furori per tener sveglia la piazza, aizzarla o divertirla), si nasconde e si camuffa in una mal riposta idea di “libertà”, variante attuale del menefreghismo fascista.
     Gli uomini che tirano le fila della destra italiana si sentono “liberati” dall’egemonia culturale della sinistra, dal pregnante e scomodo “senso etico” della sinistra, da una ritualità pubblica e privata in materia di impegno ideologico o solidaristico. Sentendosi e ritenendosi liberati da questa sorta di catechismo laico, imposto convenzionalmente dalla sinistra durante la prima e la seconda repubblica, cosa hanno approntato, cosa hanno opposto o inventato le eminenze grigie della destra italiana? Molti di loro (deputati, senatori, giornalisti, opinion makers) provengono dalla sinistra, come sappiamo, o da ambienti contigui alla sinistra, se non addirittura dagli apparati del PCI ma, con un breve giro di valzer e senza tragedie o sensi di colpa, hanno semplicemente riversato nel frasario e negli argomenti della destra ciò che avevano imparato o praticato a sinistra.
     Come dei bravi Renzo Tramaglino, avevano imparato un’eloquenza cattedratica, un sarcasmo da salotto o da bettola, un ficcante contraddittorio che non svela tematiche ma rancori, non porge analisi ma veleni, non chiede approfondimenti ma risarcimenti.
     Un comunista di epoca togliattiana (Pajetta, per esempio, o Natta) avrebbe destabilizzato il suo avversario con un linguaggio asciutto e talora inconfutabile o con gli strumenti sferzanti della satira; un politico della destra di oggi (che sia un ex-comunista o un ex-socialista o uno di CL) respinge semplicemente l’interlocutore e il confronto con lo sdegno e le invettive che piacciono tanto alla piazza televisiva (“Si vergogni, vergognatevi!”). Il richiamo alla vergogna, o alla maldicenza e alle falsità, è chiaramente di ispirazione padronale e confessionale: da consiglio d’amministrazione e da pulpito più che da dibattito o missione francescana. Il dissidio è tra i catto-comunisti (che potremmo chiamare semplicemente cristiani) e i catto-fascisti, che potremmo cominciare a chiamare semplicemente catto-servili.
     Molti, però, si adontano a sentire queste parole: “fascista” e “comunista” non devono essere più usate o non devono essere più usate alla lettera. Vige ancora il disprezzo e il disonore per il “comunista” in genere ma è stato omesso, per opportunismo, tutto ciò che rimanda al “tipo fascista”, lontano nel tempo ma vivo nella storia, sostituito senza pudore da “liberale”, “democratico”, “leghista”, “massone”.
     Ci governano, infatti, iscritti alla P2, transfughi e trasformisti, affaristi e puttanieri, nani e ballerine ma si continua a dire che non è questo che conta: quello che conta è la libera volontà o la libera espressione degli individui o, al limite, del corpo elettorale. Non è una novità: il corpo elettorale ha sostituito il popolo (tranne quello, ovviamente, “delle libertà”) e al popolo è stata preferita la “gente”, così come il pensiero è stato sostituito dal senso comune, più immediato e pratico.
     Il popolo, ormai, è un’astrazione della vecchia politica oppure un’accozzaglia di ignoranti e opportunisti: non esprime una cultura originale ma solo sotto-categorie culturali (di ripiego o di rigetto), come le spinte populistiche o le istanze popolari, destinate però all’autodissoluzione, come per esempio a Pomigliano d’Arco. Più seria e positiva, rispetto al popolo, è ritenuta e propinata la gente perché, nella sua anonima ma onnicomprensiva configurazione, non protesta e non si ribella se non per tornaconti individualistici e per interessi di rapina e raggiro. Anche la gente vuole liberarsi di lacci e lacciuoli, di pesi e regole: vuole vivere senz’affanni e senza pensieri, senza costrizioni o impedimenti, vuole la bella vita vivendola, possibilmente, nella reincarnazione televisiva, nella varietà di quelle opzioni indifferenziate che solo una società demotivata può offrire. Di qui, necessariamente, la mancanza di qualsiasi impegno, l’approssimazione dell’istruzione, la velleità di costruire un avvenire su conoscenze proficue o su colpi di fortuna, sollecitati comunque da un’accorta gestione delle opportunità. E la politica non ha mancato di cogliere e interpretare i “messaggi” di dolore o di insofferenza che la gente inviava e invia.
     Lo spauracchio della rovina e del caos del paese – perpetrati dai comunisti dal ’45 a oggi – ha funzionato e funziona come deterrente anche per l’atteggiamento incerto e talora imperscrutabile della stessa sinistra, che ha finito in più di un’occasione di essere un maldestro supporto o un sinistro assenso al degrado della società e della politica. La sinistra italiana – o quel che se ne respira – ha vissuto, dopo la morte di Enrico Berlinguer nell’84 e la caduta del Muro di Berlino nell’89, una diaspora e una barcollante crisi d’identità, che è stata vissuta con cambiamenti o stravolgimenti talmente rapidi da ostacolare o impedire, per il tempo troppo breve o precipitoso delle trasformazioni e delle decisioni, affidabili piattaforme di riscatto, di confronto, di apertura, di rinnovamento. Si pensò di “rifondare” più che – con un gioco di parole – di “rifondere” un patrimonio di idee e strategie o ciò che si era perso o non si era mai avuto o, perfino, non si era mai stato.
     Anche il popolo di sinistra si sentì scompaginato e si scompaginò: dal PCI al PDS, dai DS – quindi non più un partito – all’attuale PD che è sì un partito ma con una scarsa vocazione a sinistra. Ai partiti sono stati affiancati movimenti di volontari, organizzazioni onlus, gruppi spontanei (un po’ populistici, un po’ popolari) come testimonianza – in alcuni casi – di un doloroso disorientamento e – in altri – di una faticosa empatia sociale e politica. La sinistra ufficiale si è distinta e frazionata in partiti che si sforzavano di essere rappresentativi e la sinistra di base (d’istinto o di tradizione) si è trovata a dover ricostruire un partito o una forza politica proponendo progetti e aspettative, denunce e rinunce, con l’idea o l’illusione di essere pronta se non al “che fare”, quanto meno al “darsi da fare”.
     E gli intellettuali di sinistra che fine hanno fatto? Se sono tutti scomparsi non avranno lasciato eredi e se non sono scomparsi di che cosa si occupano, che cosa insegnano o propongono?

***

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14 pensieri riguardo “Impubblicabile (I)”

  1. questo paese, ex bel paese, sta tra una destra populista che nulla ha a spartire con la destra alla luigi einaudi, giusto per, e una sinistra che non riesce ad essere propositiva, la vedo nera anche perchè è un paese che detesta i giovani: qualche mese fa un mio congiunto prende una laurea in fisica e tutti i pochi laureati parlavano di andarsene all’estero, nessuno neanche pensava di restare a napoli, luogo della seduta di laurea, e questo credo la dice lunga! fuga di cervelli’ non è solo fuga come avveniva prima è un qualcosa in più e di più sfumato…

  2. E gli intellettuali di sinistra che fine hanno fatto? Se sono tutti scomparsi non avranno lasciato eredi e se non sono scomparsi di che cosa si occupano, che cosa insegnano o propongono?

    bella domanda!

    gli è che la destra è sempre quella, è la sinistra che è cambiata, si è sfatta. conosco ciuffi di persone, appartenenti al ceto medio, professionisti e insegnanti, colti, “di sinistra”, senza essere intellettuali, che sono di sinistra finché c’è da parlare in astratto, poi nei fatti, nel “loro piccolo” attuano uno stile di vita – e non mi riferisco solo al lusso -, un modo di stare al mondo che non li distingue dal becerume di cui, in astratto, per l’appunto, si lamentano.
    destra e sinistra sono per me ancora definizioni non di assoluti, ma di categorie, per quento “morbide”, di appartenenza. ci sono cose di destra e cose di sinistra. la destra di sempre, in più volgare e molesta come questa qui, ha capito benissimo dove scavare per ottenere il forellino nella grande diga della sinistra. essere coerenti e, perché no? anche “poveri”, per scelta: non sprecando, non dedicandosi per forza agli happy hour, alle cene da fulvia sabato seva, non guidando un suv, non andando sempre dappertutto, non comprando le firme con l’aria colpevole, ecco: scegliendo uno stile di vita più sobrio e sommesso, forse il bucolino nella grande diga si sarebbe stati in grado di vederlo. ora, è una voragine, entreranno di corsa, come i bersaglieri.

  3. Che fine hanno fatto gli intellettuali? Non ne ho idea, io mi chiedo ancora che fino hanno fatto i partiti nel senso specifico del termine, partiti, divisi, scissi, vedo una pappetta unica, una pappetta che ha bisogno di lanciare ogni tanto uno slogan -l’influenza della pubblicità è oramai completa- per “distinguersi” dagli altri, ma alla fine, neppure grattando tanto, salta fuori una medesima concezione del mondo, della vita, del futuro, del potere. Alla Camera e al Senato siedono delle salme, dei sepolcri, sono cadaveri della Prima Repubblica e da cadaveri hanno perso del tutto ogni contatto con i vivi -o viceversa-, da cadaveri vivono nel loro aldilà misterioso e se si viene a contatto con loro si diventa cadaveri e non si può più tornare indietro a riferire. Le lotte sono lotte per lotti, per appezzamenti vista mare nel cimitero, si scannano tra cadaveri e lo fanno perché, sapendo di essere morti, sanno che non potranno mai ammazzarsi o provare danno ai “colleghi”. Intanto i vivi li venerano, li pregano e attendono. Io vedo il loro cammino completo, sono oltre il Caligola che si proclamava divinità, sono oltre i troni, le corone, i sacri romani imperi, sono collocati, intoccabili, oltre la sfera dell’umano e hanno in “vita” raggiunto lo stato di semidei. Dov’è l’intellettuale? Probabilmente incatenato da qualche parte, con il fegato divorato da un’aquila…

  4. Pingback: Impubblicabile (I)
  5. Personalmente credo che il lavoro di saviano e della guzzanti, di santoro eccetera sia necessario. semmai è da chiederci perché dovremmo riconoscerci in loro. Ossia in che senso, la responsabilità di ciascuno può essere compensata da quella di chiunque altro.
    Questa relazione vale, semmai, solo nell’ambito politico, nelle democrazie moderne, che sono appunto rappresentative. E dunque è legittimo chiedere ad una parte della classe politica di rappresentarci. Difficile è capire che cosa deve essere rappresentato di ciascuno di noi, laddove si vada oltre l’ovvia idea di: tu politico mi rappresenti gli interessi economici e morali (ma già a questo livello le cose non sono affatto semplici); io in cambio ti do la delega per agire in nome mio. Più profondamente “in nome mio” è una terra indecidibile, già colonizzata dalla cultura contemporanea (capitalista, indivdualista, edonista, consumista), dentro cui lottiamo per scavarci un’oasi di autenticità che rischia di diventare moralismo, bucolica, e – nel peggiore dei casi – dissociazione.

    un caro saluto

  6. Caro Antonio
    cìè veramente di che scoraggiarsi leggendo il tuo articolo; non c’è da sorprendersi se siamo in una situazione di reale sfacelo in questo Paese.
    La mia modesta opinione è che sembra che la “gente” non abbia più niente per cui lotaare, eppure ci sarebbe tanto per cui combattere; il popolo di una volta almeno aveva degli ideali, delle posizioni sacrosante da difendere soprattutto nel campo del lavotro; oggi invece pare che esso, trasformato appunto in gente, sia stato narcotizzato da un’abile per quanto meschina operazione di ottundimento della coscienza e del pensiero.
    Questo reuccio, lestofante e gran puttaniere, attorniato da uomini e donne suoi pari, sta procedendo, come tu affermi, a smantellare tutte le istituzioni portanti della nazione.
    Noi gente comune, con un po’ di coscienza, non possiamo far altro che indignarci, ma quanti di noi sarebbero pronti a scendere in piazza, in massa dico, a far valere i nostri diritti? siamo anche noi purtroppo un coacervo di individualisti, che finchè ci vanno bene le cose nel nostro piccolo orticello, degli altri chi se ne frega! Sono pochi quelli che in realtà si sono unn po’ inalberati negli ultimi tempi, contro questo stato di cose, vedi per esempio gli omosessuali, forse perchè hanno la consapevolezza di non avere in senso assoluto mai avuto uno status quo riconosciuto, niente di niente, per un atavica repressione che subiscono da secoli; ma gli altri? non dovrebbero protestare, ma con cognizione di causa, pure loro? il mondo della scuola che la Gelmini sta facendo a pezzi? la realtà del lavoro sempre più frammentata e privata di ogni possibilità di futuro, co sta cazzo (scusa ma quando ce vò, ce vò) di prospettiva del precariato o di fare impresa o di crearsi un lavoro dal nulla (bella minchiata), solo perchè non si deve, dico, non si deve garantire il posto fisso? e poi al Sud!? come diamine starei tranquillo nell'”inventarmi” un ‘impresa con la mafia o la camorra che mi sterebbero col fiato addosso e che sua maestà ed i suoi lacchè su tutti i fronti della politica locale contribuiscono a mantenere?
    Queste domande me le pongo sempre e quanta rabbia che mi monta la cervello e devo sentirmi dire anche dai miei: che vuoi farci?
    Belle risposte?

    Un abbraccio da Domenico,
    un giovane-vecchio arrabbiato.

  7. Commenti da “animali” feriti, da “creature” in gabbia, da persone che non patteggiano le loro segrete peregrinazioni di vita e di pensiero con quanti banalizzano la vita e il pensiero: si parla del distacco sofferto quando sono gli occhi o le sensazioni a cogliere (più delle analisi elucubrative) i mutamenti del nostro vicino di banco, ritrovato dopo anni su una “cattedra” immeritata (Lucy); si parla dell’amarezza e della solitaria sfiducia di Prometeo che deve guardarsi dai devastanti artigli dell’aquila (Antonio Sabino) ma si potrebbe aggiungere, a questa visione apocalittica, il sacrificio estremo di Filottete o di Aiace che è costretto a riscoprirsi tristemente, come dice Sofocle, “ombra vana” tra gli uomini (calma, gli eroi non avevano nulla di intellettualistico ma una formidabile capacità di metaforizzare, grazie agli autori che ne scrivevano); si parla di questo rinnovato e comodo apartheid per “chi non è” (Domenico), si parla di distrofie – alterazioni, metastasi, squilibrii – tra ciò che non viene più compensato, che genera o mortifica riserve sempre più rarefatte di consistenza, anche se Gugl lascia “sospeso e incombente” (Merleau-Ponty/ già, gli intellettuali non pèrdono il vizio di fare citazioni) il disagio ormai strutturale – personalmente vedrei nel disincanto un esito più disarmante della dissociazione.

    Si parla di intellettualità, più che di intellettuali, ed era questo, è questo l’obiettivo di un pezzo come “Impubblicabile I” nella sua composita articolazione (II e III).

    La questione della rappresentatività/del mandato/della delega riguarda, nello specifico, il diritto costituzionale – ci mancherebbe, ma con tutta la deferenza dovuta, è da un pezzo che non crediamo più, non siamo stati portati a credere che fosse questa o che sarebbe stata questa la risposta sensata e risolutiva delle nostre necessità di gestione democratica. Quello che ci preme è stabilire quale ambito possa soddisfare oggi – al giorno d’oggi – le nostre spettanze giuridiche, economiche, sociali (Domenico) al di là di quelle che continuiamo a chiamare le personali aspettative di ognuno e al di là, beninteso, delle attribuzioni dei singoli intellettuali, che siano o no asserviti ai comandi del potere o alle insidie dell’ineluttabilità.

    Esiste anche la deriva del fatalismo rinunciatario (luddista o ecologico, introiettato o irresoluto) ma forse questo slittamento lento è l’epilogo di uno spettacolo che abbiamo lasciato alla fine del primo atto: siamo usciti prima del tempo per prendere un po’ d’aria, per respirare a modo nostro, le continue apnee ci avevano logorati. Non si tratta di stabilire a tutti i costi un’ostinata smania di positività, tutt’altro. I cervelli, poi, prima di essere costretti a fuggire, vengono decontestualizzati (Roberto) ed ha ragione Lucy: la deriva è scaturita da una piccolissima falla nella diga, a monte.

    Questo pezzo di chiama “Impubblicabile” perché allude a ciò che, segretamente, non vorremmo sentire.

    Un caro saluto a tutti

    Antonio

  8. A volte, perchè comunque in qualche modo dobbiamo andare avanti, speriamo che tutto ciò che stiamo vivendo sia soltanto un incubo dal quale, prima o poi, riusciremo a uscire. ma non è un incubo, o almeno non è uno di quegli incubi che ci fanno svegliare di notte con gli occhi sbarrati dal terrore. E’ un incubo reale che purtroppo ci segue e ci precede nell’andare dei giorni, da troppo tempo ormai. Per questo è più pericoloso, per questo bisogna stare molto più attenti, vigilare e denunciare anche se la denuncia, poi, prenderà una strada privata per evitare il traffico…

    Il tuo Impubblicabile, Antonio, li ho letti tutti e tre, è andato a monte e ci ha spiegato i perchè di quella falla. La tua analisi lucida e puntuale ci ha catapultato nella spietatezza e nel malcostume di questo paese che sembra non voler trovare la via giusta per sollevarsi dal torpore in cui giace. Hai detto tutto tu, non ripeto, anche Francesco dice e questo è un bene.

    Spero soltanto che prima che ripassi il treno che conduce ai forni crematori, il sultano possa implodere con tutta la sua corte. che la sinistra, o quello che ne resta, riesca a fare uno scatto di volontà per il bene di un popolo ora allo sbando. che gli italiani che fino ad ora hanno fatto finta di niente, aprano finalmente gli occhi, perchè se dovesse passare quel treno, sarà la fine per le speranze, già così deboli, dei nostri figli.

    Perchè la Storia dovrebbe insegnare a un popolo a non cadere nei soliti tranelli.

    Grazie a te, Antonio, grazie a te, Francesco.
    Continuate a dire, c’è chi vi ascolta.

    un grande abbraccio
    jolanda

  9. A proposito d’intellettuali di sinistra, ho appena letto un’antologia di scritti di Raniero Panzieri. E sorprendente, perché il libro è stato stampato nel 1968 radunando i testi di un uomo morto all’improvviso nell’ottobre 1964; e si trattava di un marxista che, per antistalinismo, non s’era mai voluto rimuovere dal PSIUP, nei confronti del quale è stata messa in atto una damnatio memoriae, si direbbe, già in vita; per cui, in séguito a scontri locali, avvenuti qui a Torino nel ’62, fu detto che l’attività dei suoi Quaderni rossi era da equiparare a quella dei provocatori fascisti, mentre, appena morto, si cominciò a considerarlo talmente superficialmente che oggi su wikipedia risulta come operaista, mentre era decisamente il contrario. Era, molto semplicemente, da solo. Traduttore del II libro del Capitale, aveva capìto che tra capitalismo e neocapitalismo non c’è nessuna differenza. Il suo nome ricorre nella storiografia marxista di Vacca, ma con deformazioni che in prefazione si dicono intollerabili.
    Il suo libro era stato buttato via da qualcuno. Contiene la descrizione di questa società qui, in cui tra pubblico e privato, sostanzialmente, non c’è più nessuna differenza; nel senso che tutto è privato; e di quello che questa società qui era quando era la stessa, ma ancòra in nuce, col malaugurato modello-fabbrica, e altre stronzate, e mostra, il libro, come dal paternalismo benedetto da sinistra a Berlusconi non ci sia nessuna soluzione di continuità; e riesce, persino, nonostante un colorito tipicamente d’antan, a far intravedere qualcosa del futuro.
    Era da solo.
    Suppongo sia stata dura; e sfido. Ma non sarà proprio in questo, quantomeno prima di aderire, compattarsi, accordarsi, darsi ragione, far quadrato, schierarsi, unirsi, uniformarsi, stringersi a coorte, il segreto del capirci qualcosa? Nel sapersi appartare, fosse pure un attimo, e cercare di tirare le fila del ragionamento, invece di partire in quarta a sposare cause (posto che siano tutte cause vere e proprie quelle succitate)?

  10. Ringrazio tutti per gli interventi, David anche per aver ricordato Raniero Panzieri e la “lezione” dei Quaderni Rossi. Dovrei avere i primi tre numeri da qualche parte, appena li rintraccio provo a copiare qualche pagina, credo siano ancora di grande attualità: l’oggetto “capitale” si ricicla, si ristruttura e muta forme, ma la sostanza è sempre la stessa.

    D’accordo pienamente sul prima e su tutte le implicazioni che contiene.

    fm

  11. La storia di esponenti, intellettuali, giornalisti della sinistra italiana, all’interno del PCI o nei suoi pressi, è stata notoriamente controversa, soggetta a scomuniche, autocritiche forzate, espulsioni, apostasie. A considerarle oggi le storie di quegli uomini sembra che siano passati secoli e qualcuno ancora si domanda come siano potute accadere. La verità è che accadevano e non solo a Raniero Panzieri (illuminato eretico) ma, più indietro nel tempo, alla fine del ventennio e dopo la liberazione, accadevano un po’ in tutta Italia: in Toscana, a Magnani e Cucchi, detti dispregiativamente i “magnacucchi”; accadevano a Napoli, a Giorgio Formiggini e ai “ragazzi del ’45”. La struttura del PCI non consentiva deroghe, non permetteva escursioni, salutava anzi di buon grado i figli della borghesia che si convertivano al partito e decideva degli interni riottosi con pratiche discriminatorie e, in alcuni casi, vessatorie. Chi erano quelli che decidevano ingressi e uscite nel partito? Venivano chiamati “satrapi”, governatori plenipotenziari (ne ha scritto Aldo De Jaco) e le loro disposizioni venivano combattute tutte all’interno, in una lotta intestina senza fine.

    Quando poi non c’era più nulla da combattere (il partito era un moloch insuperabile), bisognava scegliere – o dentro o fuori – ma la scelta non era praticabile: dentro significava emarginazione, fuori significava terra di nessuno, terreno bruciato, deserto.

    Certo, il prima… Per queste storie lette sulle riviste di quegli anni ’60-’70 (e non solo i “Quaderni Rossi” ma anche i “Piacentini” e prim’ancora sui residui bibliotecari di “Officina”) non era facile formarsi un giudizio che non fosse o non potesse diventare un pregiudizio (anche il”prima” diventava una malìa). Si ascoltavano queste storie dall’esterno, in un silenzio rispettoso, ma non si è mai pensato – scusami la franchezza, Anfiosso – che una voce solitaria sarebbe stata la migliore delle opzioni: si è pensato allora, negli anni del post-’68, che una voce solitaria sarebbe stata solo e amaramente un’eredità perduta, aumentando il disorientamento ideologico e il disagio dell’esistenza di quegli apostati.

    Ripudiati e poi magnificati, respinti e poi celebrati, emarginati e poi rispettati? È quello che è successo ma argomentare su questa eredità stimola un approfondimento un po’ meno lirico e un po’ più tragico (anche perché non l’abbiamo vissuto direttamente ma solo per una sfrontata e sfrenata voglia di esserci).

    Antonio

  12. Posso capire che allora non si è mai pensato che una voce solitaria potesse essere la migliore delle opzioni; e nemmeno io, al momento, penso che sia la migliore, se per migliore s’intende la più comoda, la più gratificante, la più conciliante. Dico che nel caso di Panzieri, data la qualità della sua analisi, che peraltro non mi è comprensibile più che nelle grandi linee, come di tanti altri ‘solitarj’, è stata la più feconda di conseguenze sul piano, puro e semplice, della verità. Delle gabole interne al Partito non rimane infatti nulla; mentre è sufficiente riprendere in mano un testo di Panzieri – quello a cui ho accennato, innanzitutto e quantomeno – per ritrovarsi in mano uno strumento utile. Un teorico, forse, non può chiedere destino migliore per la propria opera – se, com’è stato nel paradigmatico suo caso, non riesce a conciliare una teoria esatta con un’azione mirata, dal momento che non è voluto, non è gradito, non è capìto. Il caso di Panzieri per me, di là dallo specifico della sua analisi [che però è quello che mi ha confermato, data la sua esattezza, nel sospetto che nutro da qualche tempo], è dimostrativo di un fatto molto semplice: che il valore supremo può NON essere l’unità del gruppo, in specie se per farne parte bisogna sistematicamente calpestare un’esatta valutazione dei fatti per affrontare i quali il gruppo, in fondo, è stato costituito. C’è anche un altro libro che m’è capitato tra mano nello stesso modo, un’analisi dell’alienazione in Marx svolta in maniera anche un po’ flaccida da Adam Schaff: molto c’è di divagante, ma c’è al fondo il fatto molto significativo che la fedeltà ad un partito ancòra permeato di stalinismo portava lontano dal marxismo, mentre chiamarsene fuori rimetteva in mano il Capitale e tutto quant’altro e la possibilità di servirsene come di strumenti interpretatìvi di fatto formidabili; donde la giusta ricollocazione dell’alienazione nella concezione, tramite il feticismo, le conseguenze psicosociali dell’autoalienazione già accennate da Marx, la loro evoluzione in quello che della scuola di Francoforte riuscì a passare l’oceano, e una serie di nozioni importanti, come la rivoluzione pacifica, che Marx non esclude affatto, i rapporti coll’anarchismo e col principio di autorità, quelli coll’esistenzialismo &c. Trattandosi di studio della realtà, con mezzi speculatìvi faticati ed estremamente ardui, mi chiedo come si possano conservare intatti una volta che siano piegati alle esigenze di una vita di fazione, con tutte le deformazioni strumentali e gli appiattimenti unanimistici (nella migliore delle ipotesi) che è del tutto normale ci siano. Panzieri, per parte sua, era, anche come eretico, del tutto speciale: perché lo stridore tra la sua concezione e quella dei compagni dell’uno e dell’altro partito nasceva da una sua maggior conoscenza di Marx – l’idea fa un po’ ridere, a pensarci – e non dalla sua eterodossia. Era il partito ad essere eterodosso, a ben vedere, e non lui. Gli ultimissimi anni, dopo gli scontri di piazza Statuto a cui accennavo, anni in cui cadde definitivamente in disgrazia, furono consacrati a quello che ho visto alla ripresa del motivo leniniano di un marxismo innanzitutto sociologico: di nuovo con intento restaurativo, a ben vedere. Ma trattandosi di mappazze rigorosamente scientifiche e spesse così, per quanto grande possa essere la mia ortodossa e preventiva antipatia per gli alchimisti della rivoluzione (ma questa è responsabilità dello studioso, chiaramente, ed è un passo successivo ed ulteriore), mi chiedo quanto il marxismo possa essere fatto del tutto collimare con lotte sindacali, scontri di piazza e primimaggj, che sono cose tutte bellissime e comportevoli, ma che dovrebbero conseguire ad una presa di coscienza, sennò è ovvio che è un’altra forma di obbedienza agli ordini (alienazione a sua volta).

    Io, chiaramente, ho fatto tutto il discorsetto saltando a piè pari la premessa indispensabile, ossia che secondo me è abbastanza scontato che una sinistra in crisi, e tendente pericolosamente a ricicciare sempre uguale e fallimentare, invece che aprirsi a nuove indagini di quello che sta succedendo, a nuove ricerche di soluzioni, dovrebbe riandare le proprie origini con quanto maggior profondità. Occorrerebbe reimpossessarsi dei proprj strumenti, e, se proprio sono inservibili, rifarsene di nuovi. Ma continuare a spalare il letame con le manine sante, questo proprio non ha senso. E se per esserci si è automaticamente costretti a farlo, meglio starsene fuori. A qualcosa servirà – in sé poco, sicuramente, ma molto in confronto al nulla assoluto dell’altra non-soluzione.

  13. Penso che, dopo Adam Schaff, forse è il caso di dare una rispolveratina anche a Karl Korsch e, su un altro versante, ad Agnes Heller.
    Per Ernst Bloch, invece, non c’è problema: è sempre qui, a portata di mano.

    Sì, occorre reimpossessarsi dei propri strumenti e, soprattutto, “rifarsene di nuovi”: esattamente quello che manca, oggi, in tutti i campi.

    fm

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