Impubblicabile (II)

Antonio Scavone

     È stato sempre travagliato il destino degli intellettuali di sinistra, non solo per la funzione cui erano chiamati per la competenza sapienziaria, ma anche e forse di più per il ruolo che gli era stato via via configurato, censurato, dimezzato e infine dismesso.
     Dall’intellettuale organico – che ebbe secondo alcuni una valenza più teorica che pratica – si passò all’intellettuale impegnato (éngagé, secondo la dizione sartriana) per concludersi, attraverso la dimensione iper-reale dell’intellettuale effimero, con la figura incerta e confusa dell’anti-intellettuale o del “cane sciolto” (che è, per la verità, un’accezione della destra). Ha modificato, questo Carneade, la sua identità e il suo status: nessuno più si definisce “intellettuale” (diventata quasi una bestemmia, da evitare) e nessuno più si dichiara “di sinistra”, sebbene poi tutti confermino di votare “a sinistra”.
     Nell’analisi logico-politica della sinistra italiana si è passati da un complemento di specificazione o di qualità ad uno di fine o scopo oppure di termine. Il sintagma “intellettuale di sinistra” si è ridotto e sfilacciato in un predicativo del soggetto, di un soggetto ineffabile. Che cosa gli è successo, a questo “signore del dubbio e del metodo”? In quale insidia o inefficienza è incappato per smarrire, di fatto, credibilità e autostima?
     Di solito, erano intellettuali di sinistra o, tout court, intellettuali, professori universitari, insegnanti delle scuole superiori, poeti, scrittori, critici letterari, psicologi e psichiatri, giornalisti, registi cinematografici e teatrali, attori, architetti, organizzatori di eventi culturali, storici dell’arte, galleristi… tutti ma quasi mai i politici. Alla Camera e al Senato erano presenti artisti o scienziati prestati alla politica nelle vesti di “senatore a vita” o di deputato eletto come indipendente nelle liste del PCI. Si manifestava un pudore del comportamento, forse giustificato dalla fama del neo-eletto, nello stabilire una distanza di sicurezza o di riservatezza, non sempre snobistica, tra le battaglie dei “comunisti normali” che occupavano la Camera e il Senato e la partecipazione degli “indipendenti del PCI”, ispirata da rigore etico, metodo critico, obiettivi di equità sociale. Gli intellettuali “indipendenti” riproponevano, in realtà, una questione non trascurabile tra la scienza e la politica, tra l’arte e la giurisprudenza, tra il promettere cultura e il farla.
     È dai tempi di Petrarca che l’intellettuale, o artista-intellettuale, ha preteso il godimento del diritto di giudizio e di espressione, oltre a quello dell’autonomia economica e finanziaria che gli permette di chiedere e ottenere un compenso (prebenda, bonus, elargizione, vitalizio, stipendio) per poter disporre liberamente della propria esistenza con l’esercizio pubblico (vendita, concessione, utilizzo) delle “opere del suo ingegno”.
     Ma la correlazione tra mondo intellettuale e mondo del lavoro è solo prevista, tutt’al più tollerata: non è codificata giacché si ritiene comunemente che un’attività speculativa sia ininfluente, come un estemporaneo corollario di un lavoro “vero”, cioè di un lavoro produttivo: come tale, quell’attività speculativa viene giudicata sussidiaria, anzi inutile o sospetta.
     Mentre a destra il sospetto è pregiudiziale (gli intellettuali di destra hanno scarsa dimestichezza col “primato delle opinioni” per cui o si dedicano a campi d’indagine per così dire assoluti e lontani dalla cronaca, oppure si occupano della gestione manageriale di servizi e funzionalità), a sinistra invece il sospetto è sublimato, talvolta ipocritamente sublimato: si assegna cioè all’intellettuale un incarico di prestigio per le esigenze di assetto della struttura da promuovere e per il carisma diremmo maieutico dell’intellettuale cui tocca o grava questa impegnativa e difficile promozione.
     L’intellettuale di sinistra – che fino a pochi decenni fa era l’unico intellettuale sulla piazza – tende comunque ancora oggi a distinguersi, presentandosi sotto altre formule di linguaggio e di pensiero. Blandìto da sempre dal potere, ne ha accettato a più riprese le lusinghe e si è liberato, strada facendo, nelle peregrinazioni che ha intrapreso, di orpelli e riconoscimenti del passato per attrezzarsi con aggiornato know-how ad una nuova e più incisiva presenza.
     È diventato astuto, sagace, all’occorrenza confidenziale: ha smesso l’abito datato dell’intoccabilità per indossare quello vanesio dell’accessibilità: è diventato un protagonista del mercato, di quel mercato dove si vendono pareri a tutti e si ottengono favori o appannaggi, con una corposa ritenuta d’acconto. Un intellettuale-imprenditore, potremmo definirlo, o un lavoratore autonomo dell’indipendenza, un tecnico di expertise o, ancora, un “proletario” padrone di se stesso.
     I tempi sono cambiati e lo ritroviamo, questo versatile maître à penser, nei consigli d’amministrazione degli enti culturali ancora in vita (teatri, premi letterari, istituti di cultura), lo ritroviamo come direttore artistico, regista, advisor editoriale. Il più delle volte tali incarichi vengono conferiti a personalità di talento, supportate da curriculum di tutto rispetto, ma in un mercato, si sa, si intrufolano soggetti di varia estrazione e casta, che dichiarano già all’atto della nomina di non aver altro interesse se non quello di rilanciare l’ente o l’istituto dei quali hanno assunto la direzione e, in qualche caso, il destino. Il più delle volte è vero, il più delle volte non è vero per il semplice motivo che il fondamento di queste investiture ha poco o niente a che fare con quella che viene inutilmente chiamata “politica culturale”. Vi sono, certo, intellettuali di spicco che si sono auto-emendati, che hanno lasciato la palude degli “ingressi di favore”, che sbrigano il loro lavoro da divulgatori o da solitari costruttori di sistemi, ma ve ne sono altri che hanno gradito nomine e funzioni perché variamente motivati o suggestionati: dall’appartenenza allo stesso gruppo o clan (sia esso di lavoro, di preferenze partitiche, di vissuto esistenziale), da una solidarietà d’intenti (pronta a firmare manifesti e appelli, restìa o latitante in circostanze dove conta l’attività più che la visibilità), da una consolidata tradizione di presenzialismo narcisistico, da una normalissima necessità di sopravvivenza.
     Si obietta, giustamente, che l’azione dell’intellettuale si è enormemente dilatata e differenziata negli ultimi trent’anni e che, in fondo, l’intellettuale non può fare più di quello che già fa. Indubbiamente è vero, quasi sacrosanto, ma si dimentica che all’intellettuale di sinistra si è chiesto, da sempre, di indicare un “percorso critico” e non di attestare una difficoltà critica, di spartire la legge come si dice, cioè di distinguere le condizioni obiettive delle trasformazioni socio-economiche dalle speculazioni soggettive che hanno finito, per la loro genericità, per omogeneizzare, assimilare e confondere le tragedie coi disagi, i disagi con le opzioni individuali, quest’ultime con la promessa o il riscatto di una libertà garantita.
     È capitato che una libertà garantita non l’abbiano avuta gli operai delle industrie meccaniche e delle imprese artigiane, né i ragazzi vittime in scontri di piazza o isolati (Giuliani, Aldovrandi, Bucchi), non l’ha avuta Francesco Mastrogiovanni, non l’hanno avuta i morti ammazzati dal terrorismo e dalla mafia, né gli adolescenti con i pedofili credenti e non credenti, i pensionati o i lavoratori a reddito fisso che restano i bersagli preferiti delle manovre finanziarie di contenimento e di tagli alle spese e ai servizi.
     Gli intellettuali non hanno “colpa” di questa deriva socio-culturale che sfocia poi nel degrado attuale e nel crimine più o meno efferato, ma pare che non possano accampare neppure dei meriti, tranne per gli elzeviri di denuncia che tornano rituali quando la misura, come si dice, è colma.
     Per la verità, la misura è colma da un pezzo, anzi una lenta ma continua tracimazione ha rimescolato e confuso il contenente col contenuto, per cui ancora oggi s’ignora cosa debba essere effettivamente ricolmato o disperso.  Nell’incertezza – tra un impegno vigile ma alterno e un depressivo distacco “liberatorio” – ci si è messa di traverso l’esistenza di ognuno – intellettuale o no – con i suoi problemi, le sue crisi, le sue incognite.
     Anche questo è un percorso accidentato: abbandonate le certezze che sembravano granitiche, ripudiate parole d’ordine e posture didascaliche, ci si è guardati intorno, scoprendo – verrebbe da dire che “il mondo è bello perché vario” – …scoprendo prospettive, condivisioni e finalità diverse che, seppure non colmavano il vuoto di idee e di strategie nel quale si era caduti, almeno lasciavano intravedere una possibile via di accesso ai compiti e alle aspettative che, nel frattempo, avevano cambiato genere e collocazione.
     Vivere “sotto” la DC, per gli intellettuali tout court, consentiva – grazie al DNA da alveare opportunamente disseminato dai democristiani – un impegno convinto e risoluto, spesso radicale o blasfemo, sicuramente impertinente e irriverente.
     Gli intellettuali o, comunque, le persone “avvertite” e con un lusinghiero senso dello stato e della vita civile, erano a conoscenza dei traffici occulti, della politica clientelare, delle contaminazioni ambigue della DC ma riuscivano a ritagliarsi – con una contrapposizione attenta, diremmo elasticamente o trasversalmente ispirata alle scuole filosofiche e sociologiche di Adorno, Horkheimer o Habermas – spazi di autonomia nei quali convergere e far consistere la critica, la riflessione, la dialettica, la pratica politica.
     Gruppi letterari, scrittori carismatici, registi, consulenti editoriali, imprenditori illuminati, una classe operaia che riscattava il suo credito di soggetto politico… questa sorta di disuguale ma crescente espansione di forze e idealità propositive cominciò a fibrillare quando le strategie di sviluppo si rivelarono soltanto dichiarate, magnificando invece un progresso indefinito e ulteriore che avrebbe risollevato “automaticamente” classi e categorie, servi e padroni, figure e simulacri. Molti vissero questa lusinga in buona fede e molti altri, senza alcuna fede, la propagandarono e la resero palpitante. Lo scompenso, però, non fu curato, fu piuttosto trascurato dagli anni ’80 in poi: con la “terza via” o la “terza forza” introdotta dal craxismo – tra revisioni spicciole e ambigue “illuminazioni” ideologiche – ci si ritrovò, per gli intellettuali, in un diverso e sicuramente più seducente accomodamento professionale ed esistenziale.
     Accantonata un’ingombrante primogenitura, si poteva tranquillamente rivolgere lo sguardo al passato senza angoscia – depotenziandolo di imprinting ideologico, rosso o nero che fosse – e dedicarsi esclusivamente al presente, alla pregnanza dell’oggi, di un oggi cristallizzato nell’auto-celebrazione, nella magnificenza barocca dell’immanente.  Senza più un passato che facesse da monito e con un futuro che non aveva ragione di esistere, si cominciò a dire e a fare tutto e il contrario di tutto, a non avere più bisogno di un’idea-guida o di una legge-base ma solo di momenti, circostanze, situazioni, occasioni. Si viveva alla giornata, come gli ambulanti che cambiano strada ogni giorno o i rappresentanti di commercio che, di porta in porta, offrono sempre e solo un repertorio di chiacchiere e lusinghe.
     Per molti anni si è vissuto senza pensiero e, se c’era, era “debole”, si è vissuta una stagione tragica tra terrorismo e mafia, tra gli affari delle lobby e le tangenti da rendere lecite: questa rapida frantumazione e dispersione di energie creò imbarazzo e, in qualche caso, anche sgomento tra gli intellettuali. La destra che veniva “perdonata” per le aberrazioni del ventennio e la sinistra che veniva “disarruolata” per le mansioni che pretendeva di svolgere furono le condizioni ottimali per inaugurare quel corso di disapprendimento che è diventato, con gli anni, dubbio, distacco, disaffezione, emulazione anodina e codina. La “Milano da bere” dissetò più di quanto aveva fatto la stessa DC, stabilendo in via preliminare un diritto “assoluto” e paritario di accedere al bancone del bar, di ordinare da bere, di offrire da bere a tutti coloro che avevano bisogno urgente di sottrarsi all’infelice cappa di comandi o comandamenti superiori. Gli astemi, per evitare figure da censori, bevvero il bicchiere della staffa.
     Da che è dipeso, allora, questo scivolamento morboso nel ripristino e nel recupero di un’ideologia (modi di pensare e di fare) di chiara matrice antiliberale? Siamo, noi italiani, fondamentalmente fascisti oppure occasionalmente, opportunisticamente fascisti? E se riusciamo ad esserlo, con ambedue le opzioni, che tipo di attività politica, di vita socio-economica, di gestione culturale ci aspettano? È fin troppo facile rispondere: ci aspetta una politica che libererà l’attuale premier da qualsiasi controversia giudiziaria (ci siamo vicini), per farlo assurgere alla carica più alta dello Stato (manca poco); ci aspetta una vita sociale ed economica segnata da una rarefazione della forza-lavoro giovanile, da una riduzione delle più elementari necessità, dall’ingerenza sempre più protetta della criminalità organizzata nell’amministrazione delle “cose pubbliche”; ci aspetta una gestione culturale che premierà vecchi e nuovi parolai, che delimiterà le istituzioni storiche, garantendo tuttavia ai manager dismessi nuove e più favorevoli assegnazioni.
     Ad una destra ottimista si oppone, come da copione, una sinistra pessimista e rinunciataria: i “promotori della libertà” hanno appoggi e sostegni di grande suggestione (le televisioni, le segreterie del clero, i salotti che contano, le alte gerarchie dei servizi) e, più che sul consenso, si autopromuovono sull’ascolto di quanto vanno dicendo o smentendo, tra proclami e correzioni di rotta. La sinistra si basa invece su un consenso di dovere, di devozione (una specie di inevitabile autodafé) e, come una squadra di provincia, si assegna un obiettivo fondamentale: primo, non prenderle. La sinistra, poi, ha un ascolto, se vogliamo, raffinato ed elitario: la satira televisiva ci diverte e ci fa ridere, ci fa riconoscere e ci ricorda la nostra identità e talvolta ci illudiamo di aver “sistemato” le nostre ansie di libertà e il nostro “cursus honorum”.
     Programmi o libri di denuncia fanno scattare la nostra attenzione e il nostro indomito spirito libero anche se, tra le righe, scorgiamo una “monumentalizzazione” non tanto del programma ma delle vicissitudini contrattuali dell’anchorman che, certamente, vanno a incidere sul nostro stato di salute democratica e civile. Diligenti e attenti, seguiamo i programmi di riflessione politica, i libri di denuncia e i film tratti dai film di denuncia, i dibattiti rissosi, le ragioni degli uni e degli altri, i politici che dicono qualcosa e non contano e quelli che contano e non dicono niente, i giornalisti di destra che ridono sardonicamente, quelli moderati che propongono dubbi e metodi di pensiero, quelli di sinistra acquartierati un po’ dovunque a difendere, secondo i casi, il deserto o la folla, la minaccia o il pericolo, il degrado o la fine della democrazia.
     Dunque è un po’ colpa nostra se fagocitiamo tutto ciò che ci viene propinato: abbiamo le manifestazioni di piazza, è vero, che ci riscattano ma anche lì siamo costretti ad osservare il culto delle personalità, anche quelle diventano eventi mediatici di vittime della discriminazione. Non che la destra stia meglio, parlando di ritualità: la destra è il suo leader-signore-sultano, non altro: non è un partito, non fa congressi ma solo standing ovations, barzellette volgari e galanterie da bordello. Su quest’ultimo tema anche la sinistra ha offerto un esempio per così dire eterodosso, ma è stato subito purificato nel novero delle libertà individividuali che in Italia valgono più del diritto e della convenienza etica.
     In un momento come questo di confusione politica e di crisi economica, assume un ruolo secondario la pochezza culturale del nostro paese: non a caso, alla sinistra effimera o patetica ha fatto seguito quella ludica ed estemporanea, che ai più appare come una transizione obbligata, una soluzione superstite, in attesa di qualcosa che presumibilmente accadrà.
     Tanti, molti, tutti si dànno già da fare per completare e giustificare questo quadro di “rinnovamento generale”, dagli intellettuali che professano equidistanza ma ruminano a destra (o all’ombra delle torri di controllo del governo) ai portavoce- lacchè sempre pronti e scattanti a rettificare o smentire sortite infelici, o ad accusare e delegittimare quella parte del paese che ancora si presenta sotto il segno dell’insofferenza.
     Ma cosa ci guadagnano i lacchè del premier? Cosa può mai guadagnare un lacchè se non la protezione del “signore” vita natural durante? E cosa ci guadagnano gli elettori e gli oppositori di questo governo?
     Gli elettori – i più scaltri, quelli che hanno le mani in pasta – ci guadagneranno condoni e privilegi, favori e segnalazioni (i giovani, vista la pochezza del loro bagaglio culturale, non aspettano altro che di essere raccomandati dal premier in persona); gli altri elettori – i più acculturati o economicamente auto-sufficienti – si aspettano una rivalutazione della loro “libertà” e del loro prestigio, calpestato e vilipeso per troppo tempo dall’egualitarismo “comunistico” della sinistra. E c’è da dire che, in fatto di egualitarsimo, la sinistra vaticinò e introdusse – sia pure per empatia – una società di uguali fondata su princìpi mai di fatto realizzati e su insopprimibili teoremi di eguaglianza in una società agitata da conflitti (basti pensare che in cinquant’anni la DC non riuscì a far sovvenzionare le scuole private religiose ma ci riuscì, con pregevole tempismo, un governo “progressista”).
     La sinistra si è opposta e si oppone ai governi di destra con “prese di posizione” (come in una meditata partita a scacchi), con solidarietà ai sindacati, satira televisiva, notti bianche, aperture di musei, riforme scolastiche con i college e i campus, pazienza e bon ton, dissidi interni e compiacenza esterna. La sinistra ha vissuto un po’ sulla luna, definendo e ridefinendo all’infinito il suo nuovo ruolo, il suo nuovo assetto, il suo nuovo logos. Non le si chiedeva certo di “fare la rivoluzione”, ma di far capire che cosa intendesse quando prometteva le riforme e quali riforme avesse in animo di fare. Si è dibattuta, la sinistra, tra moderatismo e radicalismo (come si faceva negli anni ’70) col risultato di disorientare e perdere i moderati e di fare arroccare e perdere i radicali. Vive e sopravvive con un “io diviso” di se stessa, di quello che non vuole più essere e di quello che non sa cosa o per chi essere. Ha abbandonato, confuso o esasperato il suo codice di comportamento, il suo paradigma, il suo staff di personalità e, non ultimo, come si dice, il suo “rapporto col territorio” e questo territorio, per contrappasso o per ritorsione, si è volatilizzato, impoverito, imbastardito.
     Riuscirà la sinistra a combattere l’approssimazione culturale? Riusciranno gli intellettuali a lasciare il limbo delle loro sofferte ambiguità?

***

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3 pensieri riguardo “Impubblicabile (II)”

  1. gentile dott. schiavone leggo la sua analisi, purtroppo, in fretta rendendomi conto che la fretta nuoce al “capirla” come si diovrebbe.. tuttavia da “artista impegnato” e da allievo ideale di j. joyce, direi solo che sto rimeditando sul gramsci che aveva ben inmtuito le istanze del nuovo perpetrate da marinetti e il suo futurismo e a dispetto che esso orbitasse lungo il fadcismo (o i fascismi?) … ma poi tornerò atteso che l’argomento mi affascina moltissimo, colgo occasione per salutarla e salutare il padrone di casa .. a presto e dopo un breve periodo di “stop” per vacanze
    erremme

  2. Eh caro Antonio
    viviamo oggi inuna società dai pensieri omogeneizzati; cosa sarà capitato al “nostro signore del dubbio e del metodo”? semplicemente è finito nel frullatore della banalità pure lui, si è lasciato amalgamare nella miscela del meglio stare dalla parte del più forte, nel magma indistinto di riflessioni estemporanee e della pochezza culturale imperante in più settori della nostra esistenza.
    UNa volta, poi, parlando con una mia amica proprio della posizione dell’inmtelletuale in politica, ricordo che ho fatto notarecome spesso nell’ambito della Cosa Pubblica, i posti di comando sono in linea di massima occupati da, magari non al livello più alto, personaggi malleabili o comunque variamente reazionari o retrogradi; come pure ho messo in evidenza come a volte magari il Paese è anche un pò progredito, solo teoricamente forse? ma poi al potere c’è gente che rema contro; in definitiva non si capisce più nulla e gli intellettuali ahimé non sono quasi mai inclusi nelle alte sfere decisionali.
    Cosa sta comportando tutto ciò? tutto questo ci sta privando di guide che possano comunicare l’importanza della riflessione e del dubbio appunto, questa nuova realtà regalataci dal nuovo corso “progressista”, non desidera affatto che si venga educati ad esercitare il pensiero critico e a controbbattere per le rime e soprattutto ha ormai “infettato” inesorabilmente le nuove generazioni: si incoraggia la lettura nel nostro Paese tra i giovani? non credo propriocon programmi frammentari e disarticolati nelle scuole, cosa si può pretendere? Incentivando solo una coscienza impreditoriale, manageriale, machista, celodurista, come volete chiamarla persino nelle scuole, come si può arrivare a pensare che la figura dell’intellettuale ne esca positivamente?
    Un appunto però mi viene spontaneo rivolgerlo a quei pochi pensatori che rimangono ancora in “vita”: bisognerebbe che si calassero, forse, un pò di più nele questioni pratiche dell’oggi; se dovesse capitar loro di ricoprire un ruolo guida in qualunque ambito, dovrebbero innanzitutto conoscere la realtà che li circonda per saper meglio approntare programmi risolutivi nel tentativo di risollevare una una società alla deriva su più fronti, insomma dovrebbero scendere in campo in prima persoan, dico.
    IN fine ciò che più ha focalizzato la mia attenzione in questo tuo articolo, Antonio, è quella tua domanda se siamo o no, noi italiani, fondamentalmente oppure occasionalemente o opportunisticamente fascisti; si, secondo me si, lo siamo, è sconfortante ammetterlo ma lo siamo stati e lo siamo ancor di più oggi, fascisti, siamo stranamente un popolo che ama le finte libertà, che dimentica troppo facilmente il male che ha subito, il dolore che ha provocato, le figuracce che ha fatto e che continua a fare, che impazzisce per le galanterie da bordello ( bellissima ed azzeccatissima definizione), degli uomini ma che da parte di alcune donne, diciamolo pure, sono anche accettate, siamo una nazione di balordi e di imbroglioni ed i più mi sa che lo sono nel “progredito” nord, dove si guarda storto chi non stà al gioco e non occupa posti importanti ed invece si loda chi spadroneggia dittatorialmente e si è costruito posizione e fatto i soldi con una mentalità celodurista e anche legalmente ambigua, ne vogliamo di più? è meglio che mi fermi qui.

    Un abbraccio Antonio

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