Impubblicabile (III) – I compagni Karamazov

Antonio Scavone

Sezione Curiel

L’avranno affittata come sala-giochi ma una ventina d’anni fa, al Vico San Nicola a Nilo, tra i portici di Via Tribunali, era sede di una sezione cittadina di un partito politico. Portava il nome di Eugenio Curiel, quella sezione: il nome di un perseguitato, di una vittima di un sistema totalitario. Come molte altre sedi sezionali, anche la “Curiel” era spoglia come una casa in disarmo, anonima e con le luci al neon: due grandi tavole, una cinquantina di sedie di legno, un’altra trentina di sedie di plastica pieghevoli, alle pareti qualche manifesto elettorale dalle falde pendule, qualche foto-ricordo di visitatori illustri, bandiere con le grinze, striscioni di cortei, posacenere e cestini porta-rifiuti.
     Alla riunione di oggi (cosa saranno mai vent’anni passati?) sono presenti molti nuovi iscritti: quelli che si sono ringalluzziti per l’ultimo successo elettorale o quelli che hanno deciso di aderire al partito perché stanchi di essere dei lone wolfs, come aggiunge facondo Ciretiello V., che fa pensare chissà perché a un personaggio minore dei romanzi russi. I “lone wolfs” sono i lupi solitari dal repertorio dei fumetti, quelli che hanno sempre diviso un po’ snobisticamente le loro aspettative da quelle del partito, ma qui alla “Curiel” l’aria che si respira, pur molto selettiva, fa ritenere ai vecchi e ai nuovi iscritti di poter condividere invece il destino di ciascuno con quello del partito.
     La seduta non è ancora cominciata ma già si avverte quell’atmosfera di attesa dell’evento epocale e non poteva essere diversa, quest’attesa, giacché gli avvenimenti che si preannunciano “rivoluzionari” una qualche ansietà dovranno pur provocarla. Si aggirano incerti gli iscritti più vecchi, come tante “anime morte” che sono sicure di non trovare sbocchi e soluzioni alle loro rimostranze e per le quali, comunque, hanno approntato un intervento inequivocabile nel corso del dibattito assembleare.
     Gli iscritti più giovani – i cinquantenni delle lotte e delle rivendicazioni degli anni passati – confabulano, puntualizzano, squadrano con sospetto gli altri che non conoscono e di cui evidentemente non si fidano. Poi ci sono le signore di quarant’anni e le giovani di venti-trent’anni: anche loro sembrano uscite da “Guerra e pace” o da “Anna Karenina”.
     Arrivano i pezzi grossi, comincia il romanzo della serata: l’architetto Pino Ivan Karamazov che ha aperto da poco un locale polifunzionale in anticipo sui tempi: si può leggere un libro o ascoltare musica (da Aram Kačiaturian a Serghej Prokof’ev) e magari mangiare anche un pasto casalingo.
     Veste distinto Pino Ivan Karamazov, con papillon rosso di velluto e spezzato in tweed, con scarpe gialle lucide: è un dandy, ovviamente, ma negli occhi aleggia un tormento, una sofferenza interiore che non si riesce a intendere, mascherata da un portamento da nobile decaduto, da estremista tradito e affossato dalla sua stessa incertezza.
     Triste anche lui ma più ficcante nell’eloquio e nelle tesi che smonta e rimonta è Gianni Smerdiakov, servo e figlio di serva nella casa del capostipite Fëdor Pavlovic Karamazov. Gianni Smerdiakov ha gli occhi di ghiaccio, la barbetta sottile da impiegato delle finanze, la voce stridula, le mani piccole e bianche: tesse e ritesse trame, percepisce rancori e risentimenti ma non offre risposte, solo moniti, avvertimenti, consigli sottili come i pochi capelli che ha in testa e come i fili della tela di ragno. Molti cadono nelle sue finissime insidie manichee e molti, per questo, lo temono, lo rispettano, preferiscono subirlo più che contestarlo. Gianni Smerdiakov lo sa e non ha bisogno di farsene un vanto.
     Ed ecco Luca Dimitri Karamazov, detto anche Mitja: astuto, spregiudicato, affabulatore. Parla come un disco, Luca Dimitri Karamazov: si infervora, si accalora ma non prende posizione, lascia tutti di stucco con i suoi voli pindarici, le sue congetture da serata al bar alle quali si aggrappa con finta disperazione, scivolando poi via, staccandosi di colpo come per una sbornia bloccata in tempo, come per dire che il ritorno alla realtà è, per forza di cose, impietoso ma necessario.
     Luca Dimitri Karamazov accentra su di sé l’attenzione di tutti, uomini e donne, ma non di tutte le donne: in un angolo c’è la virago Liliana Grusen’ka che non ha voglia di immischiarsi in battaglie ideologiche o dispute sessuali, ha già deciso per chi votare ma non lo dice e, meno che mai, lo direbbe al vanaglorioso Luca Dimitri. Lo va dicendo a tutti invece l’ex-fidanzata di Luca Dimitri – la pallida Caterina Katerina Ivanovna – che non sa se accettare le deboli premure di Pino Ivan Karamazov: sono deboli, quelle premure, perché Pino Ivan non ha più nulla da chiedere alle donne e la pallida Caterina Katerina Ivanovna – stasera con una chioma biondo-platino – non sa più cosa chiedere a se stessa.
     È Ciretiello Grigorij, il vecchio servo di casa Karamazov, a svelare intrighi e complotti: tutti, in qualche modo – sostiene Ciretiello Grigorij – vogliono eliminare il vecchio Fëdor Pavlovic, ormai rozzo e dissoluto, che tuttavia non si è fatto ancora vedere: eliminare il vecchio Fëdor Pavlovic significa, fra l’altro, poter disporre di un patrimonio cospicuo che, stando alle indiscrezioni, dovrebbe essere facile caparra della prima mozione, quella che ha stabilito un cambiamento di nome e di strategia, snaturando – si teme e si sospetta – il passato e la dignità di un partito glorioso che si appresta a diventare meno glorioso e meno partito.
     La seduta comincia e prende la parola Franchino Aleša Karamazov: il suo è un pistolotto morale che vuole infondere negli animi ormai eccitati la supremazia della compassione sul rancore e del bene sul male. È vero, parla come un prete Franchino Aleša Karamazov – ha studiato con Don Zosima, un monaco-coraggio di provincia – ma le sue preoccupazioni hanno il pregio di essere oneste, senza sotterfugi, eppure non convincono, non incidono più di tanto ed è lo stesso Pino Ivan a scoraggiarne la portata e l’influenza, smentendone sul nascere l’aleatorietà del precetto moralistico, buono per una sagrestia o per una cella di pentimento. Ma nessuno è pentito per la semplice ragione che ci si prepara ad una votazione spartiacque: favorire la mozione del cambiamento formale e sostanziale, la mozione dell’immodificabilità oggettivamente non più perseguibile o la mozione speciosa di una dubbia collusione tra le prime due?
     Si insedia la ‘verifica dei poteri’ che qualcuno, pur aduso alle pratiche del partito, non sa cogliere: i letterati ne spiegano il significato citando il libro di Fortini dal titolo omonimo, gli istintivi rivelano agli sprovveduti che ‘verifica dei poteri’ significa semplicemente “seggio elettorale”.
     A vidimare la validità della votazione compare, dal romanzo della sua vita, Carlo Fermariello, indimenticato combattente di lotte politiche e del film inimitabile de “Le mani sulla città” di Francesco Rosi, nel quale Fermariello interpretava il ruolo di un consigliere irriducibile, come fu davvero nella sua vita.
     Si vota in silenzio, si scrutina nella tensione del momento, si contano le schede, si accendono nervose le sigarette, si attende l’esito. Carlo Fermariello, quasi controvoglia, dichiara la vittoria della prima mozione, quella che cambia nome e destino del partito. Segue una lunga pausa di smarrimento, anche per quelli che hanno votato la prima mozione, forse perché la ritenevano pretestuosa e provocatoria.
     I Karamazov tacciono compunti e impenetrabili: la scelta è fatta, il futuro sancirà la svolta storica e il valore politico che scaturità da questa svolta. Liliana Grusen’ka e Caterina Katerina Ivanovna trattengono stille di lacrime nostalgiche e Ciretiello Grigorij deve sedersi affranto per mitigare un’indocile crisi di sconforto. Solo Franchino Aleša Karamazov accenna a una breve conclusione, che lui chiama “La leggenda del Grande Inquisitore”, di un incontro improbabile e contraddittorio tra l’Inquisitore e Gesù Cristo ma quella era la leggenda di Siviglia, nel romanzo di Dostoevskij: questa è stata la breve storia di un altro romanzo non scritto, di una sezione cittadina che portava il nome di Eugenio Curiel, vent’anni fa.

***

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3 pensieri riguardo “Impubblicabile (III) – I compagni Karamazov”

  1. Se quella bocca della verità svolgesse davvero la sua funzione, mi chiedo quanti ,oggi, oserebbero infilarci la mano……………………

    con mille abbracci
    jolanda

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