La parola giuridica e la parola letteraria

Livio Borriello

 

La parola giuridica
e la parola letteraria

[Tratto da
Diritto di parola
a cura di Felice Casucci
Edizioni Scientifiche Italiane
Napoli, 2009, pg 88-98]

[…]

Proviamo a verificare come concretamente la letteratura possa servire al Diritto, nutrendolo e sostenendolo.
Ecco forse l’incipit più popolare della letteratura contemporanea, quello di Cento anni di solitudine, di G. Garcia Marquez:
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”(1).
Cosa si può trovare di etico, o di giuridico, in una frase così immediata, che sembra parlare solo all’immaginazione del lettore, e che sembra suscitare soprattutto sentimenti di nostalgia e caraibica saudade?
In realtà, il meccanismo di produzione del “sentimento”, la modalità con cui nel corpo, alla lettura di una certa parola, le rappresentazioni esterne si vanno a caricare di un certo significato, per cui si attivano certi neurotrasmettitori, circolano certi ormoni, e in definitiva si riproduce nel corpo del lettore uno stato psicofisico corrispondente a quello dello scrittore – il meccanismo con cui si verifica l’inspiegabile e profondo miracolo della comunicazione fra due corpi autonomi e separati, non è mai tanto semplice come appare. Proviamo tuttavia a analizzare nella maniera più diretta e sintetica cosa può produrre, secondo un’ipotesi plausibile, la lettura di questa frase.
Probabilmente la reazione emotiva che essa induce è dovuta innanzitutto a un effetto di azzeramento temporale. L’azione è colta nel momento in cui il soggetto narrativo, il colonnello Buendìa, è bambino e viene condotto dal padre a “conoscere il ghiaccio”. Ma il narratore onnisciente sa che questo momento tornerà alla memoria del colonnello nel punto estremo della sua vita, molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione. Lo sguardo del narratore è dunque atemporale, schiaccia l’attimo del presente su quello del futuro remoto, anzi identifica i due momenti. Il passato, trattato dal gesto narrativo, si addossa al futuro, e questa contrazione ci trasmette il senso vertiginoso dello scorrere della realtà, e insieme del fatto che questo suo moto incessante sia solo apparente. Ma perché questa zoomata metafisica ci procura anche una struggente emozione, un lancinante senso di nostalgia? Perché questo sguardo distanziato, permettendoci di misurare col colpo d’occhio dell’immaginazione la brevità e la provvisorietà della condizione umana, concentra al massimo grado il valore del presente che stiamo vivendo. Nel momento in cui ci accorgiamo del valore che può assumere l’atto più inconsapevole della vita, quale può essere quello della scoperta del ghiaccio da parte di un bambino, se lo osserviamo dal punto di vista di chi la sta perdendo per sempre, ecco che ogni attimo dell’esistenza che stiamo vivendo “in questo istante”, e in cui siamo immersi senza averne consapevolezza, ci appare inestimabile e prezioso. Finalmente, ci accorgiamo di esistere, e che ogni istante di questo esistere è unico e irripetibile, dotato di un valore arcano e misterioso, che solo il trattamento letterario ha messo in luce, estraendo il presente dallo scorrere inavvertibile della vita, e fissandolo in una dimensione atemporale e assoluta.
Marquez, costruendo questa frase apparentemente elementare, ha in realtà elaborato un meccanismo sofisticato che carica di valore l’esistenza al massimo grado.
Ed ecco allora che noi, scrivendo o leggendo questa frase, stiamo compiendo esattamente un’operazione etica e giuridica, stiamo producendo, o ribadendo, o definendo, un valore assoluto e fondante della nostra società e del nostro Diritto, quello della vita.

Siamo volutamente partiti da un esempio di scrittura semplice e immediata, per dimostrare che anche un gesto letterario apparentemente solo immaginativo, povero di contenuto intellettuale o di nozioni culturali, può in realtà produrre etica e diritto.

Forniamo ora un esempio per molti versi contrario, estratto da un lavoro di Valère Novarina, teorico acutissimo, poeta, autore teatrale e attore svizzero-francese, considerato l’erede più innovativo del teatro di Artaud, e il cui lavoro si può considerare uno splendido e sofisticato esempio di ricerca sul linguaggio.
Il testo teatrale da cui estraiamo queste due brevi sequenze – la scena finale de Il dramma della vita – è in realtà quasi esclusivamente composto da un elenco di nomi propri e appellativi. Una struttura monolitica di puri significanti – il nome proprio infatti, secondo la distinzione di De Saussurre, si caratterizza per essere un segno privo di significato, e dotato solo di referente – in cui il piacere del lettore e dello spettatore deriva dalla continua e incessante invenzione onomastica, dall’ipnotica iteratività della sequenza, forse dalla dismisura stessa del testo, dai suoi eccessi, e dunque paradossalmente dalla stessa noia che in alcuni tratti può indurre, ma soprattutto dalla percezione della plasticità e plasmabilità della lingua, dalla sensazione di quanto il gioco e “l’operazione “ sui nomi possa produrre, come dal nulla, realtà.
Ecco l’inizio e la fine dell’elenco – che va avanti per svariate pagine- nella bella traduzione di Andrea Raos:
“Algone, Longhis, Settimo, Nordico, Bocca, Giondé, Lo Sciarmatore Luiggi Bogère, Laruota, Sapor Beante, I Genitrati, Efiso Tagan, Raccomandatore, L’Antico Palabrese, Ritmale, Il Bambino Zucreto, Funzione di Verga, Galtino, Vangetto, Il Professore che Porta, Gedeone, Albi Recton, Sermone Femnico, I Bambini Parietali, Rameau, Il Coro, Azione Comica, L’Uno, Lanciere Scopico, Circolazione del Crim,
[….]
Totò Necessità, Il Musicista di Carne, Il Cadaveriere Ménebro, Il Cadaveriere Sospetto, Il Musicista di Silenzio, Il Borsaro Violento, L’Attore Pessimo, Il Musicista Legista, Il Bambino Multìpede, Il Bambino di Gelizia, L’Animale del Mondo, Il Musicista Violento, L’Uomo dai Pantaloni Verdi, Il Bambino Scudetto, Il Bambino Minuscolo, L’Uomo degli Oltraggi, Il Bambino di Parlante, Il Suo Grande Penultiere, Il Bambino di Sembiante, Gli Innamorati Urs e Uri, La Francia, L’Infermato, Lobase, La Gente Vivente, L’Òmpido Carnato, Pampelùche, Il Campione Carlino, La Curlina del Campione Gerente, Sberma, Il Bambino Dottore, Il Bambino Medico, Gian Buco che Verba, L’Uomo Altrui, Madama Sperma, La Sua Scopa, Landrone, Attone, Seneratrice, Adamo”
(2).
Anche questa è letteratura, anzi forse, da Rimbaud in poi, la letteratura è soprattutto questa, invenzione surreale, incontrollata e delirante, flusso di linguaggio che affluisce dallo psichismo profondo, pura fricazione col mondo, significazione prodotta dall’apparente insignificanza. Ma in che modo questa letteratura è ancora pertinente al nostro discorso? E’ indubbio che quanto più ci si avvicina all’asemanticità, al puro gioco melico e fonetico, e dunque alla poesia come pura musicalità, tanto più si fa vaga la sua attinenza col sapere giuridico. Eppure anche il gesto letterario di Novarina, è lo stesso gesto fondatore di valori che ha compiuto il primitivo di Willendorf, e poi Omero, e poi Montaigne nei suoi saggi morali, e poi Marquez, ed anzi per alcuni aspetti lo è in maniera più radicale. Novarina, rappresentando con verità artistica il suo sentire profondo, giocando con l’impossibile dei nomi, danzando funambolicamente sulle sillabe e sui meccanismi inconsci di generazione onomastica, sta estendendo il nostro territorio percettivo, sta verificando nel profondo gli automatismi inerti dei nostri processi primari di elaborazione della realtà, sta estendendo e costruendo le eccitazioni attive – per usare la terminologia di Merleau Ponty – che costituiscono la nostra percezione, e dunque immaginando altri mondi e altre condizioni di esistenza possibili. Senza questo lavoro sulla percezione, nessun riorientamento, nessun cambiamento radicale e profondo della nostra vita è possibile. D’altronde, il linguaggio letterario, a differenza di quelli referenziali, consiste sempre innanzitutto nella propria fisicità, nella propria qualità fonetica e materiale, nella propria capacità di trasferire in un altro oggetto sensibile, altrettanto concreto, opaco e cosale, la corporeità dell’autore, e in questo senso è sempre essenzialmente insignificante. Ogni linguaggio letterario, anche il più astratto, è sempre innanzitutto una “cosa”, un oggetto senza significato, nel modo in cui lo è la musica. Richiamandosi ancora a Merleau Ponty, “se spingiamo la ricerca abbastanza lontano, troveremo infine che anche il linguaggio non esprime null’altro che se stesso, o che il suo senso non è da esso separabile” (3), da cui deriva il fatto che “il senso pieno di una lingua non è mai traducibile in un’altra“(4).

Esaminiamo ora un caso più problematico dal punto di vista etico, nel quale è più evidente il contrasto batailleano fra regola e trasgressione, fra legge e corpo, e nel quale la problematicità della dialettica Letteratura Diritto si manifesta in maniera più appariscente.
La fama di Sandro Penna va accrescendosi costantemente negli ultimi anni, a partire probabilmente dal cambio di prospettiva morale segnato dal ’68, e poi più marcatamente dalla sua morte. Penna, scoperto da Saba, fu già stimato grandemente da contemporanei come Montale, Pasolini, Morante ecc. ma fu prevalentemente relegato nel ruolo del poeta minore, grecizzante, poco significativo sul piano sociale. La sua reputazione poetica è invece di recente cresciuta al punto che un critico di indiscussa autorevolezza e sobrietà di giudizio, come Cesare Garboli, fa capire di considerarlo, in verità attraverso la velatura di una preterizione, come il maggior poeta italiano del novecento (5).
Il valore poetico dell’opera di Penna è assodato, ma il caso etico e giuridico si pone perché essa è interamente costituita da poesie, che in senso largo si possono dire erotiche, dedicate ad adolescenti. “Sempre fanciulli nelle mie poesie!/Ma io non so parlare d’altre cose/Le altre cose son tutte noiose/Io non posso cantarvi Opere Pie”(6).
Penna amava e cantava solo gli adolescenti, e anzi rivendicava orgogliosamente di non essere omosessuale, ma precisamente pederasta. Pur distinguendo fra pederasta e pedofilo, dobbiamo ammettere che tutte le passioni di questo poeta, come gli adescamenti che talvolta riferisce, essendo indirizzate a minori, agli occhi della legge si potrebbero configurare come un’apologia di reato . Con ciò, non vogliamo cadere nel frequente errore di perdere di vista la distinzione fondamentale fra chi mette in atto una reale prevaricazione, il che assumiamo come inaccettabile da qualsiasi punto di vista, e a qualsiasi oggetto sia diretta, e chi viva la sua passione nel rispetto dell’altro, e magari in molti casi solo immaginativamente (7). Questa distinzione non esaurisce però il discorso da un punto di vista valoriale e culturale.
Notiamo anche che mentre in senso giuridico non esiste una netta demarcazione fra il pederasta e il pedofilo, questa distinzione esiste nettamente sia da un punto di vista etico, che da un punto di vista letterario, visto che a fronte di una vasta letteratura pederasta, non risulta che ne esista una pedofila. Gran parte della grande letteratura greca e latina, senza escludere il testo che è a fondamento di tutta la visione occidentale dell’eros, e cioè il Simposio di Platone, ha per oggetto la passione per gli efebi, e la mole si farebbe sterminata se volessimo allargare il discorso all’amore omosessuale.
Tutto questo discorso non può essere convenientemente sviluppato in questa sede, dato che dovrebbe entrare nel merito sociologico, antropologico, psicobiologico di una questione antica e complessa, quella della normalità sessuale. Ai fini di quanto vogliamo mostrare, tuttavia, ci limitiamo a far notare che l’odierno dibattito sui diritti degli omosessuali, come pure, per un altro verso, la vasta e delicata normativa e giurisprudenza sui diritti dei minori, questioni che ormai sono diventate a tutti gli effetti politiche, ed anzi biopolitiche, prima ancora che private, si potrebbero impostare in modo forse più costruttivo, sicuramente più consapevole e umano, depurato da livori e volgarità, a partire dalle delicate e eleganti poesie di Penna, dalla grazia e dal panico e insieme struggente senso di felicità che le pervade. E a esigere quale preciso dovere culturale da parte dei giuristi e magistrati che si occupano di queste spinose e urgenti questioni, di conoscere approfonditamente la letteratura che rappresenta le passioni, le sensibilità e i meccanismi psichici reali, che esse mettono in gioco.

La Storia della colonna infame, di Alessandro Manzoni, è un capolavoro assoluto della nostra letteratura civile, un piccolo grande libro che resta purtroppo misconosciuto, come nota giustamente Sciascia prefando l’edizione Bompiani (8).
E’ notoriamente l’indagine sul drammatico errore giudiziario che portò a far dilaniare vivi, con tenaglie roventi, due innocenti accusati di aver propagato la peste a Milano, con sistemi che oggi possiamo giudicare con certezza impraticabili e inefficaci.
Esistono molti testi compilativi sull’errore giudiziario, ma perché questo, che è letterario prima di essere giuridico, e proprio perciò diventa insostituibile per il giurista, è probabilmente di molto più potente e più penetrante degli altri? Non tanto per la straordinaria eleganza formale, ma perché, per dirla col Croce, esso mostra appunto “l’origine passionale dell’errore”, e nella misura in cui questa passione non può essere di competenza d’altri che del letterato, ancor più che dello psicologo, e in generale dello scienziato.
In ogni caso, è impossibile accedere a una reale conoscenza della passioni per il giurista puro, per colui che volesse basare ogni proprio atto giuridico su una competenza tecnica chiusa quanto perfetta. Tale giurista non potrebbe fidarsi d’altro che dei dati inoppugnabili. Ma i dati inoppugnabili non esistono nemmeno in matematica e fisica, che trattano di pietre e corpi a bassa e riproducibile reazione, figuriamoci nel Diritto, che essendo, secondo una nota formula di Ermogeniano(9), hominum causa, non può che lavorare su quel materiale plastico e imprevedibile che è la psiche umana. Questo rigido tecnicismo sarebbe in realtà un falso rigore, un surrogato equivoco e pericoloso del rigore. La realtà è che non può esistere Diritto che non si fondi su una letteratura, su una filosofia, su un’estetica, su una sociologia, su un’antropologia e infine su una psicologia implicita, ovvero sulla conoscenza di tutte le discipline che mirano a conoscere l’uomo (10), e che se esso non acquisirà questa coscienza, sarà condannato a fare letteratura, filosofia, psicologia ecc. inconsapevolmente, e dunque in maniera da una parte rudimentale, dall’altra perversa e incontrollata.
D’altronde bisogna anche convenire che quasi sempre la letteratura è più efficace delle altre scienze umane nell’indagine sull’uomo, poiché strumento meno rigido, più libero e spregiudicato, più radicale, uno strumento che assorbe immediatamente tutto il sapere e la cultura del tempo con la facoltà privilegiata dell’intuizione. O in altri termini, perché essa indaga e conosce a partire dal corpo, rappresentando un modo di rapportarsi all’oggetto del mondo – al mondo che gli sta di fronte come un oggetto – non solo analitico e meccanico, quale può essere quello di un computer o di una scienza sufficientemente evoluta e sofisticata, ma con tutto il corpo. Il letterato arriva all’oggetto dopo aver attraversato il proprio sangue, il proprio fegato, i propri polmoni, le proprie emozioni e passioni, e consapevole di tutta la rischiosità e l’incertezza che questo percorso comporta.
Ed ecco dunque che Manzoni ci spiega che nel caso in esame “le vere e efficienti cagioni” dell’errore “furono atti iniqui, prodotti da che, se non da passioni perverse?”. E alcune le elenca:” la rabbia contro pericoli oscuri, che, impaziente di trovare un oggetto, afferrava quello che le veniva messo davanti […] resa spietata da una lunga paura […] l’odio e puntiglio contro gli sventurati[…] il timor di mancare a un’aspettativa generale[…] di parer meno abili[…] di voltar contro di sé le grida della moltitudine[…] di gravi pubblici mali che ne potessero derivare […] l’abuso del potere, […] la smania di condanna ecc.”(11), tutte passioni che li indussero a punire “un delitto che non c’era, ma che si voleva”.
Altre ne potremmo aggiungere, rintracciandole nel vasto campo della Letteratura sul Diritto: la salvaguardia del prestigio giudiziario, in senso personale o collettivo; l’aggressività latente verso l’altro uomo; la pervicacia dei giudici nelle proprie convinzioni iniziali; la paura, o semplicemente la suggestione e l’istinto di imitazione di quella specie gregaria che è l’uomo che viziano la testimonianza col ricatto psicologico; la difesa di lobbies e gruppi di potere a scapito di altri più deboli; i pregiudizi ideologici; la rete di vincoli giudiziari troppo stretti, e le colleganze fra giudici e pubblici ministeri; il difetto di immaginazione della giurisprudenza, il tecnicismo, il formalismo procedurale; fino ad altre più oscure e sottili, come quella specie di assimilazione kafkiana fra colpa e imputazione, per cui l’accusato viene automaticamente ritenuto colpevole, e confermato tale dai meccanismi della selezione positiva; i torbidi odi o semplici ma altrettanto micidiali antipatie, spesso aventi ad oggetto il debole o il diverso.
Tutte queste “cagioni “ e le loro conseguenze vengono analizzate dalla Letteratura, con una finezza e profondità che al letterato è concessa proprio in misura di quanto egli si sia addentrato negli abissi della psiche umana, più di quanto sia consentito ad altri. Ecco quindi che la franchigia garantita batailleanamente al poeta, mostra i suoi effetti sul mondo profondamente etici e giuridici. Fossero stati quei giudici più colti in senso non solo tecnico, ma profondo e gramsciano, avessero avuto più dimestichezza con le favole letterarie, non sarebbero probabilmente incorsi nelle loro tragiche crudeltà giuridiche.
Ma altri problemi cruciali e delicatissimi emergono dallo studio, come quello dell’uso ricattatorio e inevitabilmente suggestivo, per usare un puritano tecnicismo, della tortura, fisica allora, psicologica nella prassi processuale contemporanea. E quello abissale e metafisico del valore della testimonianza, unica prova a carico dei due infelici.
Col problema della testimonianza, entriamo nell’ordine di quei problemi nei quali l’apporto al Diritto della letteratura, qui associato ancora alla psicologia ma ancor di più alla filosofia, appare imprescindibile.
La menzogna non è certo una novità nell’universo, dato che la sua origine risale alla caduta degli angeli dal Paradiso e dunque all’esistenza del diavolo (dia-bolos in greco significa appunto calunniatore). Tuttavia mentre la letteratura e le scienze umane hanno evoluto meccanismi estremamente sofisticati per smontarla, non è stato trovato un modo efficace per trasferire e applicare queste conoscenze nelle discipline giuridiche. La giurisprudenza sembra fondarsi sul presupposto che la menzogna sia una specie di incidente di percorso della parola. La menzogna, invece, o più precisamente l’opposizione fra menzogna e verità, fra diabolos e symbolon, è intrinseca alla parola stessa. In qualche senso è la possibilità stessa dell’individualità, di un io separato dall’esterno, che si fonda sulla possibilità di mentire, di filtrare il mondo escludendo l’altro attraverso una rete di omissioni e rimozioni . E così anche lo strumento giuridico della testimonianza, che viene adoperato così meccanicamente dalla giurisprudenza, è intriso di questa ambiguità. In altri termini, il diritto fa per propria comodità un uso fisico, materiale della testimonianza che non è tecnicamente possibile, trattandosi di un prodotto umano, incerto, che non ha la controllabilità dei materiali rigidi ma è fatto della sostanza molle e inaffidabile della psiche.
Certo, la coscienza letteraria e filosofica dell’inaffidabilità della parola, dell’indecidibilità assoluta del suo valore, come dell’impossibilità della prova cruciale in psicologia (Merleau Ponty), la coscienza che ogni affermazione dell’uomo, da quella sull’entità del proprio dolore – su cui Wittgenstein fonda il proprio discorso sulla privatezza delle sensazioni – a quella sull’attendibilità dei propri ricordi – e qui è Sciascia a mostrarci quanti danni può provocare una ingenua fiducia in quel dinamismo plastico e autoproliferativo che è la memoria (12) – e in generale a qualsivoglia constatazione e deposizione – che può essere inficiata come abbiamo visto da passione o malafede – la coscienza, dicevamo, che ogni parola umana è radicalmente inverificabile, perché il suo valore di verità è riposto nelle latebre di quell’abisso profondo, misterioso e costitutivamente inesplorabile che è l’io, non deve arrivare a negare l’uso in sé di questo strumento giuridico, e pregiudicare tutta una pratica millenariamente consolidata. Essa però deve quantomeno determinarne un uso accortissimo e consapevole, che potrebbe evitare molti errori (13).
Giudicare, ius dicere, dire il giusto, è difficile, è porsi al di sopra dell’umano essendo uomini, e non per nulla è funzione e competenza che è sempre stata delegata in ultima istanza alla divinità. Proprio perciò, essendo uomini, sembra che non ci sia altro modo per approssimarsi a una giustizia ideale, che l’essere consapevoli della nostra limitatezza e fallibilità, e dunque imparare a fondare il giudizio in quella sua alonatura metafisica che è il dubbio, a dubitare prima che a giudicare, a dubitare ancora, forse, mentre si giudica.

Con quello della testimonianza, siamo approdati a quella categoria di problemi che abbiamo chiamato metafisici, perché essi concernono assunzioni di per sè inverificabili, assiomatiche. Questi problemi costellano tutta la pratica del Diritto, e in verità tutto il Logos umano. Un altro importante nodo può essere evidenziato a partire da questo racconto brevissimo di Peter Handke, che possiamo riportare integralmente:
Domanda d’esame n.2
Un uomo giocando con uno dei propri figli, che non è ancora in grado di camminare, lo lancia in aria e lo riprende. Stimolato dalla gioia del piccolo ripete il gioco, il bambino durante la caduta gli scivola dalle mani, sbatte per terra e muore. L’uomo viene condannato davanti al tribunale per omicidio colposo. Invitato dal giudice a narrare come è accaduta la disgrazia, allo scopo di illustrare in modo più concreto il proprio racconto, e anche per dimostrare la propria innocenza, l’uomo si fa consegnare dalla moglie presente in tribunale l’altro bambino e lo lancia in aria. Il bambino cade, gli scivola dalle mani, sbatte per terra e muore
(14).
In realtà sono molte le questioni che si potrebbero porre a partire da questo racconto sconcertante, surreale e sofisticato, da quello dell’”incremento” del crimine prodotto dal sistema giuridico, a quello della fatalità del delitto, che si può far risalire alla tragedia greca, o in ambito moderno a E.A. Poe, a quello della colpa, e della passività della colpa, di matrice kafkiana.
Ci sembra però che più profondamente esso ne concerna un altro, e cioè quello dell’intenzionalità del crimine.
Come fare a stabilire infatti in che misura l’uomo è colpevole in questo caso del primo omicidio, e ancor più del secondo? Se è evidente che nella prima circostanza non aveva nessuna intenzione di uccidere, in che misura si può attribuire un’intenzionalità, o comunque un concorso della coscienza nel caso successivo?
In realtà questo racconto ci prova che ci troviamo di fronte a un’altra questione indecidibile, nella quale il Diritto deve affidarsi ad assunzioni del tutto arbitrarie, e ha bisogno necessariamente della Letteratura per avere almeno una visione più profonda e stratificata, più tridimensionale e prismatica, dei problemi che sono in gioco.
Come nel caso della testimonianza, e per le stesse ragioni, noi non abbiamo nessuno strumento scientifico certo per affermare fino a che punto un soggetto abbia avuto intenzione o meno di compiere un delitto. Come è ben noto, gli avvocati più scaltri, giocano spesso su questa indecidibilità di fondo per far assolvere i propri assistiti, facendoli dichiarare pazzi o incapaci appunto di “intendere e volere”. Ma non si può dire che sia pazzo, incapace di intendere e volere, costretto da circostanze sociali e esterne, o magari interiori e psicologiche, qualunque soggetto che compie un crimine? Non è forse pazzo, nel momento in cui uccide, ogni omicida? Non sta agendo in lui il cervello rettile, la componente animale e dunque involontaria? Non ha in quell’istante perso la coscienza delle conseguenze delle proprie azioni, o comunque non ha in quel momento una coscienza indebolita del male che sta procurando alla vittima? E seppure si dimostra, in qualche modo comunque fumoso e inverificabile, che il delitto era intenzionale e premeditato, non è stato egli indotto a quella premeditazione in un momento di follia? In termini più radicali, si può dire che non esiste un netto punto di discontinuità fra l’io e l’esterno, fra l’io e il mondo, per cui ogni atto individuale si può far risalire a un punto esterno al soggetto, si può considerare l’effetto finale di una concatenazione che origina prima della sua volontà (in una pulsione incontrollabile, nei geni, nella storia psicologica, nel milieu sociale, nell’uva acerba mangiata dal padre che allega i denti al figlio, fino al peccato originale della visione cristiana …). Dunque, tutto può essere e non può essere intenzionale, e anche in questo caso, più che meccanici strumenti tecnici, solo l’intuito psicologico, la coscienza etica, il senso pratico e altre facoltà extra-giuridiche possono indurci a decidere o non decidere, in ogni caso a scegliere nella maniera il più possibile approssimata al bene.

[…]

Siamo partiti dall’identificazione del Diritto col tu devi. Questa definizione, che a qualcuno potrebbe apparire restrittiva, nel momento in cui intende l’idea di dovere in senso passivo, come necessità di sottostare a un sistema cogente e coattivo di imposizioni, come peso inesorabile da sopportare, non lo è se accogliamo il termine nel suo senso etimologico, come de-habere, come svuotamento e superamento altruistico dell’avere, come riconoscimento del debito etico verso l’altro. In questo senso, il Diritto rappresenta null’altro che una diversa fase di quel riconoscimento dell’essere a cui ci ha portato la Letteratura, e in cui abbiamo identificato la sua più alta funzione etica e sociale. Se l’altro non è, come vorrebbe Hegel, la negazione del Medesimo, ma, nell’ottica di Levinas, il luogo in cui il Medesimo si fonda e si istituisce, se è nell’Altro che ciascuno di noi, in quanto uomo e non in quanto meccanismo inerte e dunque mortale, trova la sua più viva e profonda ragion d’essere, allora l’essere pienamente a cui ci conduce la Letteratura, coincide col dovere a cui ci richiama il Diritto. Non si può essere pienamente, se in noi permane il residuo inerte dell’avere, come non si può dovere pienamente, se quel dovere non è in conseguenza dell’essere. E’ in questo intreccio, forse, che è da cercare la ragione più profonda di quel legame che noi intuiamo così necessario fra Diritto e Letteratura, è in questo punto che la parola giuridica e la parola letteraria finalmente coincidono.

 

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NOTE

(1) Marquez Gabriel Garcìa, Cento anni di solitudine, 1967, trad. it. Mondadori, Milano.
(2) Novarina Valère, Il dramma della vita, scena finale, trad. it. Andrea Raos in www.nazioneindiana.com
(3) Merleau-Ponty Maurice, Fenomenologia della percezione, 1945, trad. it. Bompiani, Milano, 2003, pg 260.
(4) Ibidem, pg 259
(5) “Sandro Penna è uno dei più grandi poeti italiani del Novecento: non dico il più grande, solo perché non amo le graduatorie”. Cesare Garboli, Prefazione a Penna Sandro, Poesie, Garzanti, Milano, 1989, pg. VII.
(6) Penna Sandro, Poesie, Garzanti, Milano, 1989, pg. 305.
(7) Non mancano d’altronde nella storia della cultura esempi di criminali in senso proprio, da Caravaggio a Althusser, da Gesualdo a Genet, da O. Henry a W. Burroughs, per citare i primi nomi che vengono alla mente. E chissà quanti avranno ucciso in guerra, probabilmente lo stesso Dante. Esaminare questi casi, significherebbe tuttavia entrare in un altro ordine di problemi. Notiamo solo che si tratta spesso di autori dalla produzione culturale pacifica e rasserenante. Lo stesso Hitler, d’altronde, dipingeva mazzi di fiori e ameni paesaggi montani. Alle carneficine alfabetiche di Sade, corrispondono invece delitti piuttosto modesti, e tutto sommato etici. Finì alla Bastiglia per qualche trasgressiva, ma ben pagata frustrata alla mendicante Rose Keller. Oggi avrebbe potuto soddisfarsi in qualche localuccio per amatori, e certo aprirne lui stesso uno di successo.
(8) Sciascia Leonardo, Introduzione a Manzoni Alessandro, Storia della colonna infame, Bompiani, Milano, 1985, pg. III.
(9) Ermogeniano o Ermogene fu un giurista greco vissuto nell’età dei Severi (III sec. d.c.) a cui si attribuisce un compendio noto come Epitome iùris o Codice Ermogeniano.
(10) In particolare, non può prescindere dalla conoscenza della psiche, perché quel che eccede, esubera nell’uomo dall’animale, è semplicemente e soltanto la psiche, ovvero un sistema di reazioni che non ha nulla di meccanico e lineare.
(11) Manzoni Alessandro, Storia della colonna infame, Bompiani, Milano, 1985, pg. 5.
(12) Sciascia Leonardo, Il teatro della memoria, in Quattro inchieste di Leonardo Sciascia, Club del libro, Milano, 1982.
(13) Nonostante i progressi della criminologia scientifica, nella attuale prassi l’incerto valore della testimonianza ha ancora un peso determinante, con conseguenze spesso funeste. Basti pensare agli effetti delle leggi sul pentitismo, o ai casi recenti, per citare i più eclatanti, dei processi a Tortora, Andreotti, Sofri, Scattone e Ferraro, Tinelli. Sono tutti casi in cui l’elemento decisivo in senso assoluto, e spesso l’unico, è stata una testimonianza, come accade quasi di regola nei casi di errori giudiziari. E si consideri che secondo statistiche dotate di una certa attendibilità, perché evinte da revisioni di processi e risarcimenti, negli ultimi 50 anni di questi errori ne sono stati commessi in Italia circa 4 milioni.
Si può dubitare fortemente che i giudici responsabili di questi errori abbiano letto o comunque ben metabolizzato fondamentali scritti sull’argomento, come quelli di Manzoni, o Sciascia sul caso Tortora, o Zola, altrimenti si sarebbero posti almeno quel ragionevole dubbio in presenza del quale la costituzione impone l’assoluzione dell’imputato.
(14) Handke Peter, Storie del dormiveglia, trad. it. Guanda, Parma, 1983, pg. 86.

La numerazione delle note è stata modificata, rispetto all’originale in volume, in funzione di una maggiore leggibilità del testo, visto che qui si presentano alcuni passi espunti dal più ampio saggio di Livio Borriello. (fm)

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9 pensieri su “La parola giuridica e la parola letteraria”

  1. Mi ha molto interessata questo post, perché “cala”, dispone, o suggerisce di disporre, la letteratura come una rete “fisica” di orientamento, a reale conoscenza dello “spazio”-mondo umano, ivi compresa “l’origine passionale dell’errore”
    in modo tale che “lo spazio del dire” letterario, proprio perché spazio duale (allargo un po’ il senso matematico) di quello umano, possa consentire (come rete, come tensione, ma anche come metodo) di “dire il giusto”, (“giudicare, ius dicere), che “è difficile”, in quanto “è porsi al di sopra dell’umano essendo uomini,”.

    Questo al di là, e anche, per certi versi, grazie (qui porti diversi, illuminanti, esempi), alla “coscienza letteraria e filosofica dell’inaffidabilità della parola, dell’indecidibilità assoluta del suo valore”, alla coscienza ”[…]che ogni parola umana è radicalmente inverificabile”

    perché, per “in ogni caso scegliere nella maniera il più possibile approssimata al bene”,
    occorre orientarsi lungo e dentro quel movimento (dato da “il più possibile”) del farsi prossimo al bene, includendo e superando proprio l’apparente valore limitativo del participio passato (quello di essere cmq una maniera “approssimata”).

    Grazie davvero del post e di tutti gli spunti (particolare grazie per il racconto di P. Handke)

    ciao

  2. Credo tu abbia toccato non solo il senso profondo di questo saggio ma anche molti temi che caratterizzano la ricerca e la scrittura di Borriello.

    Grazie, come sempre, dei tuoi interventi che sanno aggiungere note peculiari all’intelligenza complessiva dei testi.

    fm

  3. sarebbe bello discutere approfonditamente, magari di persona, delle questioni che pone margherita, individuando in effefti il punto più “aperto” del testo, e più suscettibile di essere sviluppato, quello dell’approssimazione al bene. che significa realmente questa formul che suggerisco, e come in leteratura si può effettivamente applicare? m. mi sembra suggerire che questa approssimazione debba essere dinamica, processuale, ma ci si può contentare di questo? non bisogna rendere la letteratura concretamnte utile, non deve produrre pensieri e sentire immediatamente e praticamente utilizzabili? non so s è posssibile approfondire in rete queste questioni complesse…

  4. Livio, la tua ultima domanda mi desta sinceramente qualche perplessità, soprattutto considerando che i processi di produzione del “fatto” letterario e, più in generale, l’intera “pratica cultura”, sono da sempre nelle mani di chi materialmente gestisce il potere e ne fa l’uso più funzionale al suo mantenimento, strategie finto-aperturiste e finto-democratiche comprese.

    Prefigurare per la letteratura un’intenzione didascalica, fosse pure mossa da intenzioni etiche e finalizzata a un “sentire immediatamente e praticamente utilizzabile”, è un sogno, stanti gli attuali rapporti di forza e la legittimazione in chiave neoliberista di logiche apertamente di classe.

    Se il libro avesse questo potere di trasformazione e producesse per germinazione spontanea saperi comunitari in grado di progettare e realizzare un “ordine” diverso, credi forse che chi ha in mano le leve del potere lo consentirebbe? Una letteratura come quella che richiami esiste, marginale e marginalizzata, fuori dai circuiti della divulgazione che risponde alle logiche di mercato: ma la sua esistenza, sia pure umbratile e di nicchia, non intacca minimamente il messaggio dominante – quello del divertissement, sia pure “colto”, del disimpegno sia pure ben camuffato.

    Non è la letteratura che può cambiare l’ordine dato delle cose, ma è un ribaltamento di quell’ordine che può generare una letteratura a misura dell’uomo e del suo immaginario non colonizzato. In breve: nessuna poesia (o quello che vuoi) può cambiare o salvare il mondo; ciò può avvenire solo a patto che lo scrittore, o l’intellettuale in genere, trasformi la sua percezione del degrado e della maceria in azione concreta da spendersi nel reale: la pagina può darne conto, rifletterci sopra, produrre molteplicità di risonanze, di aperture, di prefigurazioni e di letture, mai può sostituire quell’azione.

    fm

  5. a parte il generoso incoraggiamento di FMarotta, che ringrazio per tutto, non solo per questo, molto schiettamente confermo che il tema e il post mi risultano molto interessanti, ma altrettanto schiettamente ammetto di non essere addetta ai lavori in nessuno dei due ambiti (“parola letteraria” e “parola giuridica”).
    Cmq, pur non avendo risposta “concreta” al tema di fondo, proprio per rendere dinamico, più chiaro ecc, il processo di restituzione della lettura, aggiungo altre considerazioni che via via ho pensato leggendo e che ho ritenuto fosse necessario condensare nel mio primo intervento.

    Una riguarda l”approssimazione”, processo, sì dinamico, al quale do sempre valenza positiva in quanto consente di fornire un metodo, dunque una modalità di “azione”, oltre che di giungere ad un risultato, ok approssimato, ma “il più possibile” tendente a.
    L’approssimazione ha sempre a che fare con l”errore”, nel caso del “dire il giusto” l’errore è quello del giudizio (e non, ma sto dicendo l’ovvio, quello che causa il supposto delitto).
    Per questo il metodo, e la sinergia di fattori nel metodo, è fondamentale e allora, anche se le tecniche proprie della disciplina (giuridica) rimangono, secondo me, imprescindibili (tali tecniche, d’altra parte, a loro volta, nascono dalla “letteratura” in materia),

    il fatto che la parola letteraria fornisca un metodo per la analisi profonda e il riorientamento “valoriale e culturale” per affrontare poi fattivamente le questioni giuridiche
    (vedi ’odierno dibattito sui diritti degli omosessuali, come pure, per un altro verso, la vasta e delicata normativa e giurisprudenza sui diritti dei minori, […] si potrebbero impostare in modo forse più costruttivo, sicuramente più consapevole e umano, depurato da livori e volgarità, a partire dalle delicate e eleganti poesie di Penna”, oppure la letteratura sul dubbio, sulla veridicità falsità della memoria,ecc…, al di là appunto dell’inaffidabilità intrinseca della parola),
    credo sia da salutare come un cofattore, attivo!, certo non trascurabile (“D’altronde bisogna anche convenire che quasi sempre la letteratura è più efficace delle altre scienze umane nell’indagine sull’uomo”), epperciò auspicabile
    (nn so, mi sembra addirittura, restrittivo, coercitivo, invece l’ “esigere quale preciso dovere culturale da parte dei giuristi e magistrati […] di conoscere approfonditamente la letteratura).

    La domanda, infatti, è forse quale / tutta la letteratura ? Dato che il riorientamento, a sua volta, lo intendo, come un movimento all’interno di gradi di libertà e non certo un “attaccarsi” a coordinate statiche (inoltre, a questo proposito, mi riallaccio in completa sintonia all’ultimo intervento di Marotta, che adesso, postando ho letto)

    E cmq, a questo proposito, ed è l’ultima osservazione, mi sono chiesta ad es. se la “Storia della colonna infame” sia, pure nel suo sapere mostrare “l’origine passionale dell’errore”, effettivamente più utile, a livello giuridico (del dire il giusto), delle “Osservazioni sulla tortura” di Verri.

    Spero di nn avere annoiato,

    ciao!

  6. fr., la tua posizione è chiara, ma non è la mia – come si deduce anche dal mio scritto. io credo che l’uomo sia parola ( e cos’altro?) ch la realtà umana sia percettiva, immaginativa, linguistica: noi produciamo mondo col pensiero e l’immaginazione… il mondo in sè non c’è, c’è il contorno che gli assegna la ns. percezione. dunque se pensiamo un altro mondo noi creiamo quel mondo. il mondo dello scimmione era banane e intrichi verdi di cibi (foglie), il mondo dei greci contemplava l’etica, se noi studiamo debord, impariamo a smontare il berlusconismo, se apprendiamo il bello, non “vediamo” più il suo carisma dozzinale.. anche le condizioni strutturali e economiche hanno un sesno solo in un sistema di valori culturali… vado un po’ a ruota libera, anche qui, difficile venire a capo in poche battute… ma la tua visione svaluta la cultura (la riporta al realismo socialista, in pratica…) dimenticando quanto ha apppreso tutto il pensiero dlla 2 metà del 900, che l’uomo è linguaggio…

  7. forse devo specificare ulteriormente, ,
    mi sono chiesta, per es, se, nel caso de “l’origine dell’errore” l’aggettivo “passionale” sia effettivamente rilevante (per un grado quindi diverso di rilevanza nel ruolo della letteratura), per l’aspetto prettamente giuridico della questione

    inoltre, tu stesso utilizzando l’avverbio “probabilmente” ( Fossero stati quei giudici più colti in senso non solo tecnico, ma profondo e gramsciano, avessero avuto più dimestichezza con le favole letterarie, non sarebbero probabilmente incorsi nelle loro tragiche crudeltà giuridiche. )
    lasci, e io dico correttamente, un po’ in sospensione di dubbio la questione.

    Per quanto riguarda, infine, lo spazio del dire (letterario), la mia immagine di rete “fisica” era proprio, appunto, non quella di un contenimento, ma piuttosto quella di un vero e proprio modello fisico dinamico (le parole-curve generatrici direttrici).

    sperando di non avere aggiunto caos, auguro una buona notte.

  8. Livio, io sto al realismo socialista come M.me Pompadour e Suor Virginia de Leyva stanno alla castità. Molto semplicemente.

    Probabilmente, diciamo le stesse cose da due prospettive diverse. E ci sta. Ma ne riparliamo domani, appena mi sarà possibile. A Zdanov piacendo.

    fm

  9. riporto un capoverso da un mio vecchio post su Naz Indiana relativo alla funzione della scrittura. fra queste, anche quelle di sostenere quella mentalità “dubbiosa” (da cui i “probabilmente” ecc. ) di cui dice margherita. la conoscenza della letteratura è biologica… è fatta di linee storte come quelle degli alberi…

    ….La forza della scrittura, infatti, è proprio questa: che la scrittura è l’impressione sul supporto, della parola. E la parola, più del cinema, o della musica, è ciò che ci costituisce, ciò che ci compone, ciò che struttura il nostro tessuto psichico.
    Se l’uomo è l’uomo, lo è perchè pensa, se lo è diventato, è stato da quando, per caso, o per necessità ha duplicato il suo corpo su un supporto materiale (che dapprima era ancora nel suo stesso corpo, era in un settore del suo stesso sistema neurale – come in una memoria ram ), poi è riuscito a articolare i segni di quel corpo duplicato, poi li ha piegati a riflettere il mondo.
    La parola deve scavare, deve forzare la realtà, deve astrarre, deve spiegare (e cioè mirare all’assente, scrive Cesare Viviani) più che descrivere, deve precedere gli altri alfabeti, deve sbattere wittgenstainianamente contro le pareti del linguaggio, deformarle, provare a perforarle. Deve negare la realtà (il non albero non esiste nei linguaggi iconici, è una mera apparizione verbale), deve produrla, ma non nel senso in cui la produce il cinema – che altro non fa che riprodurre incongrui montaggi e perverse deviazioni morfologiche, ovvero produrla tecnicamente, bensì in quello di sconfinare, di elaborare nuovi pensieri plausibili e accettabili, di sviluppare nuovi volumi psichici, di sedimentare strutturando nuovo materiale umano. Deve spiegare, deve addentrarsi in quegli oscuri e nitidissimi reticolati della logica, nelle inferenze e le concatenazioni in cui l’uomo, apparendo, si è disposto. Deve essere, sì, anche pesante, complicata, pretenziosa, falsa, contorta, perchè questa è la sua natura. Non deve temere gli intellettualismi, perchè è di intelletto che siamo fatti, perchè quando il pitecantropo ha impugnato il bastone, già ha peccato di intellettualismo – con la sola differenza che lo ha fatto meglio di certi intellettuali odierni. Deve essere sporca di pensiero, ma anche di presente, di realtà. O essere limpida, incisa e luminosa, ma perchè ha mutato il rapporto con lo spazio che la circonda, perchè ha captato e assorbito in sè il sillabare disperso dagli uomini nello spazio mentale.
    Deve infine pregare. Deve dire l’indicibile, e cioè non dirlo, se è tale, e dunque dire a malapena il dicibile che confina con l’indicibile o vi si addossa, vi si approssima: ma è importante che sia proprio la parola a non dirlo. …..

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