Frammenti di maestro

Sebastiano Aglieco

“voi imparate anche dalle parole che feriscono. oppure non ascoltate. avanzate, con la nettezza e la brutalità dell’aratro e seppellite i semi cattivi. sono forti, lo sapete, rispuntano sempre. oppure trasformate i modesti fiori di campo in bellissime modelle da sfilata. bellissime, ma vuote. innocue, dunque. neutralizzate i pensieri cattivi bendandovi gli occhi. ma non fermatevi. lasciate nel vostro cammino i drammatici solchi di un inseguimento. gli schizzi di fango. ali a brandelli”.

un anno di teatro
(ottobre 2000 – giugno 2001)

ai ragazzi di teatrinsieme

che brutta cosa l’innocenza. prima imparano a liberarsene e meglio è. l’astuzia ripaga, l’innocenza ci riempie di pulci fastidiose, di zecche.

*

l’età della difesa ad oltranza di tutte le infanzie, di tutti i bambini del mondo, sta per finire. spazio e parola saranno traguardi da conquistare con durezza, con violenza. i grandi hanno finito di fingere. ora potete contemplare le loro belle facce pulite e sincere semplicemente guardandovi allo specchio. assomiglierete alle loro parole e finalmente sarete ciò che per anni hanno costruito con pazienza.

*

vorrei trovarmi a parlare con persone che hanno imparato meglio degli altri. bambini di una specie aliena.

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non sono un prete. non è un sermone. sono cattivo. sì. perché sono molto arrabbiato. e poi vi dico questo perché vi amo.

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“l’unica cosa che ti porta soddisfazione è ciò che non puoi mai fare. a scuola ti chiedono di essere bravo, di prendere dei bei voti. è questo che vogliono da te. dei bei voti. e poi la società è malata. a cosa serve?”

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non accetto il giudizio se non viene da chi a sua volta è stato giudicato ed ha saputo accettare la durezza del mondo, delle voci di tutti i giorni.

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riuscire a vedere la maschera stralunata del mondo, la sua grottesca indifferenza.

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un maestro è qualcuno che non sa mai dove stare e che cosa fare. i bambini si prendono spazio e fiato. i bambini non ci lasciano mai veramente in pace. a volte bisogna proteggersi, preservarsi.

*

“parlate sinceramente”.
“la sincerità: quando hai capito cos’è la sincerità hai finito di essere sincero”.

*

ciò che è gratis non ha valore. e allora non disperdete questo: non pensate mai che un potere vi possa ostacolare. anzi, pensatelo liberamente: sì, è vero, il potere ci ostacola ma non lo ammetterà mai. vi convincerà che ha ragione, che c’è legge, e giudizio, e morale. e giustezza in ciò che decide. regole, leggi. i grandi hanno sempre mille maniere per ingannarvi. e voi non potete ribellarvi.

*

penso ancora a ciò che si intende per professionalità: bisogna rimanere distaccati, osservare dall’esterno, non farsi prendere la mano, adottare metodi, strategie, da buoni professionisti. siamo dei professionisti, non possiamo commuoverci.

*

non posso ferire in loro una giovane fiducia. ci sarà tempo perché l’innocenza sia ferita. se avvenisse ora, se questa mancanza di fiducia da parte mia, se questo spezzare prematuramente la corda venisse da me, non capirebbero il rifiuto, non capirebbero la delusione.

*

trovarsi all’inizio, per cancellare e poi ricostruire la nostra immagine di bambino davanti al mondo. per questo continuiamo ad adorare un bambino. il bambino che è ancora in noi, spogliato di tutto ciò che deve ancora avvenire. dalla placenta alla mangiatoia. senza l’evocazione del lusso della vita. è un attimo, l’attimo brevissimo della contemplazione. subito dopo ci sono già i magi coi loro doni regali. il tripudio. ma all’inizio c’è l’oscurità di una mangiatoia. siamo noi all’inizio. momento rapidissimo.

*

a volte scrivo questi appunti a fior di pelle, scrivo come se dalle mie parole dovesse dipendere il destino di tutti i bambini del mondo. durezza inaccettabile del mondo. in nome della verità bisogna rinunciare a scrivere in uno stile, la bellezza verrà dopo.

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non si può essere sempre precisi in un giudizio. non si può dire: è giusto così. a volte bisogna imparare, per pietà, a sospendere il giudizio.

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ecco cosa penso sia il teatro: mostrare semplicemente, ma intensamente, la bellezza di due occhi liberandoli di tutta la tradizione del teatro fatto a scuola, delle paillettes e dei lustrini, delle “mosse” insegnate dalle maestre, dei fiori di carta e delle scenografie rococò.

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le nostre piccole azioni non possono cambiare il mondo, si dice. ma in cambio c’è un’assoluta mancanza di piccole azioni.

*

esiste in questi ricordi, il rischio dell’idealizzazione, del dimenticare ciò che ferisce e delude.

*

e poi dal sentire al fare. l’imitazione. ma nell’imitazione comincia ad insinuarsi il proprio mondo, ad autorappresentarsi. è questo il passaggio più delicato e importante: ora è mio, ora ho capito.

*

c’è una specie di doppio senso nella parola che usano per chiamarmi: “magi”, abbreviazione di maestro. una volta megi – magi, maestro magico. temo che sia ancora così. nei loro visi, nei loro corpi scompostamente in evoluzione, vedo ancora gli occhi di quel bambino che crede a un maestro magico capace di cambiare il mondo con la sola forza della bontà e delle parole oneste. e non è ciò a cui hanno creduto i poeti?

*

è facile rendersi conto di essersi smarriti, di aver lanciato al vento messaggi che nessuno ascolterà. la nostra arte è finita, condannata a mostrarsi nello spazio ristretto di una voce amica, non di un pubblico. io dove sono, ora? io, come mi sono sprecato?

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ho capito che cosa vuol dire diventare grandi! Vuol dire riuscire a sentire ciò che sente un altro che non sono io.
dal film “Favole”

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la mia anima è per te, è un universo infinito, dove c’è il caldo del mio cuore, è per te. G.

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penso e m’incazzo: non hanno capito proprio niente. dovrei dire, attaccare, ribadire: cosa fa un bambino al cinema? l’attore? e perché al cinema i bambini sono bellissimi? e perché in televisione sono bruttissimi? e perché a teatro i bambini non possono essere belli? perché non si può provare a farli sembrare belli?

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“io mi ricordo quando il maestro ci leggeva le poesie”

*

leggere poesie. ascoltare. vedere con occhi nuovi. sentirsi attraversati dall’emozione di una parola che non è quella che usiamo giornalmente. generalmente si chiede al bambino una spiegazione, l’asservimento di una formula matematica. analisi, spiegazioni. ad ogni parola deve corrispondere un preciso significato. tutto deve passare dalle maglie del pensiero e del discorso esattamente e correttamente formulati. ho provato a leggere a questi bambini svogliati e immaturi poesie di ogni tipo. aspettavano quel momento con gioia. nella lettura a viva voce essi sentivano in qualche modo il richiamo di una voce che li chiamava all’appartenenza e il fascino di parole delle quali avvertivano solo il colore, il suono. questo è il primo approccio alla poesia. avvertire qualcosa.
“ascoltiamo il rotolare di una bottiglia vuota sul ripiano della scrivania. e ora scriviamo sul quaderno che cosa sembra, a che cosa assomiglia”.
annotano: lo sferragliare di un treno. un passo minaccioso che avanza. un tuono. l’apparizione della regina della notte.

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“cosa vuoi che mi metta a fare. con tutto il programma che ho da svolgere!”

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non esiste una progressione matematica nelle nostre azioni. ciò che ci sforziamo di educare è la risultante di tante bolle di ossigeno che vengono a galla dal profondo. non facciamo altro che battere l’acqua.

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invece: “eh si, perché a scuola esistono anche i professori fascisti…bisogna prenderne atto… a scuola non si educa, badi bene, a scuola si corregge…”

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“certe idee che vengono dal settecento noi non possiamo condividerle. il potere non può venire dagli uomini ma da Dio”.

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con che metro giudichiamo e operiamo? con lo stesso per tutti? così salviamo solo i più forti e condanniamo i deboli ad essere giudicati come gli ultimi dei paria. non possiamo dirlo, possiamo solo farlo intuire. la nostra è una società democratica, prevede formule per dire e formule per disdire, salvaguardando i diritti di tutti. in realtà spedisce delicatamente al rogo. imparzialità della Legge che, in quanto Legge, non può fare differenze, quindi non giudica equamente.

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difficile è altro: per esempio l’idea che non si possa mai sbagliare, che la distanza che separa le generazioni sia segnata da un patto terribile per cui ai vostri occhi, bisogna sempre essere forti e tenaci come un muro di gomma. non rimandare nulla delle voragini che rischiano ogni secondo di inghiottirci. i nostri dubbi, i nostri trasalimenti.

*

del mio passato di battezzato mi è rimasto, forse, la sensibilità per il dolore, per gli occhi che ti guardano e che vorrebbero dire tutto.

*

penso alla frase di un libro recentemente letto: “Estensione del dominio della lotta”, di Michel Houellebecq:
Il mio scopo non è incantarvi con sottili notazioni psicologiche. Non ho ambizioni di strapparvi applausi per la mia finezza e il mio spirito. Questo genere di cose lo lascio agli scrittori che usano il proprio talento per descrivere i differenti stati d’animo, i tratti del carattere, ecc. Io con loro non c’entro niente. Tutta questa mole di dettagli realistici, questo dar vita a personaggi plausibilmente differenziati, m’è sembrato, scusate l’ardire, una grande stronzata.
non c’è in queste frasi la negazione della possibilità di raccontare, ma del raccontare per sotterfugi e scaltrezze, corteggiando la falsità dei generi letterari. eppure qualcosa dobbiamo nascondere, qualcosa dobbiamo trarre dalla vita, non fosse altro che imparare a guardarla con occhi disincantati, da una certa distanza, la distanza che ogni arte necessariamente deve imporre agli occhi di qualsivoglia spettatore.

*

eppure li portiamo alla vita, li spingiamo a crescere. in tutto ciò che facciamo c’è questa richiesta non svelata di venire alla vita, di rimpiangere un’innocenza che tutti noi sentiamo come perduta. e che cosa perdono, allora, quando diventano degli adulti? qualcosa devono pur perdere se il mondo va come va.

*

la difficoltà di Tommaso. il mio vero santo, il mio vero nome segreto. nella difficoltà di appartenere a una Comunità, pesa veramente il rimando a un giudizio mai veramente pronunciato con le parole: non puoi appartenere perché non sei stato veramente battezzato.

*

vittimismo. cioè credere di essere stati trattati come delle vittime: “hai anche piegato le spalle”. ma forse, nel momento in cui ci sentiamo delle vittime, avvertiamo l’assenza di un ascolto e chi ce lo dice è colui che non ci ha ascoltati e non ci ha guardati. se ne è stato in silenzio e ha partecipato del potere. ecco perché, forse, è ingiusto esporsi così ferocemente: è come uscire dal mondo, alimentare il potere del mondo.

*

Il testo di una improvvisazione:
– Perché non sei venuto. Avevamo un appuntamento no?
– Non ho potuto. Avevo troppi compiti da fare
– Sarà che non avevi voglia di uscire con me
– Mica siamo fidanzati che avevamo un appuntamento, non ho capito!
– Se non vuoi essere più mio amico dimmelo che facciamo prima
– E se fosse?
– Ma vai a quel paese…
– Ci sono già a quel paese
– Guarda dicevo quel paese, il tuo, quello da dove vieni. Dici una parola e ti capiscono solo in dieci. Che razza di lingua!
– Almeno al mio paese puoi andartene in giro quanto vuoi, a giocare per strada, non come qua, sempre chiusi a casa come i topi. Qui al massimo la mammina ti manda ai giardinetti
– Noi ci abbiamo i giardinetti ma voi che ci avete? La camorra no? Che quando vai a comprare il pane devi guardarti alle spalle se no potrebbe entrare un camorrista da un momento all’altro
– Prova a venire al mio paese te e poi vedi che fine ti fanno fare
– Camorra, mafiosi, tutti qua venite. Perché non ve ne state a casa vostra?
– Già, in che bel paese di merda dovevo arrivare. Io se potessi me ne sarei già andato.
– Sei ancora un nomade. A te piace startene in giro come i nomadi.
– Tanto, per gli amici che ho a scuola! Io da uno come te non imparo proprio un bel niente
– Ma stai zitto, lama caimano
– Ha parlato il suricato
– Tamburo delle Ande
– Uno si spaventa a vedere la tua faccia
– Porcilandia
– Ecce bombo
– Senti ciccio, anzi, paesano, tornatene a casa tua
– Io me ne vado, ma tu resti solo. Tanto nessuno ci esce con te
Silenzio
– Scusa…

*

le parole – eppure le loro, risistemate dopo le improvvisazioni – non riescono del tutto a simulare il gioco e i ragazzi confondono il personaggio con la persona. reazione di A. dai suoi occhi escono le lacrime, ed è bellissimo nel suo pianto sconsolato, vero e sincero. i compagni guardano e se ne stanno zitti.

*

“noi non abbiamo diritto di causare dolore agli altri, perché il dolore è universale, perché noi sappiamo cos’è il dolore. quando accusate, o vi accusate: frocio, marocchino di merda, mongoloide, state provocando dolore e non ne avete il diritto. chi è diverso da noi non è un nemico, se non ci fa del male. è solo diverso da noi”.

*

vedete, nel mondo c’è il dolore. tutti soffriamo. anche quando calpestiamo gli insetti, quando uccidiamo una mucca, queste creature provano dolore. un dolore piccolo serve a crescere, un dolore grande ci fa soffrire e ci distrugge, si fa un nido nella nostra pancia e se ne sta lì, in agguato.

*

questo è il regalo che a natale avrei voluto fargli. un dono prezioso. qualcosa che si chiude nel palmo di una mano. una parola povera e importante. l’essenziale di un pensiero. non se ne dimenticherà – ne sono sicuro -. saprà ricordarsi, voglio credere, nel momento di maggior sconforto, quando per sopravvivere dovrà reagire alla pigrizia e all’inganno del vittimismo. ricorderà: qualcuno mi ha parlato e mi ha detto l’essenza di un pensiero. sono stato risarcito nella finzione del teatro per imparare a non sprecarmi nel mondo.

*

vorrei chiederti del male, del male di tutti. vorrei che tu mi spiegassi. tu che cosa puoi dirmi del male? dov’è in me, per esempio? dove sbaglio?

*

io riesco a comunicare totalmente solo quando ogni barriera è caduta, solo quando dall’una e dall’altra parte non si ha più niente da perdere.

*

scrivo le pagine di questo diario in giro: nei bar, sui fazzolettini morbidi del burghy, che ho cominciato a frequentare per necessità. raramente a casa. non ho neanche il tempo di tornarci a casa.

*

c’è un litigio con F., per via di certi suoi atteggiamenti infantili che incontrollabilmente tira fuori. solo che, siccome se ne vergogna, è tutto un nascondersi, un agire dietro al sipario, un disturbare, per non farsi vedere. stuzzica di nascosto un compagno mentre sta entrando in scena e io l’insulto pesantemente dandogli dell’immaturo e del bamboccio. ascolta, senza farsi vedere e se ne va via. così si rifugia in un angolo com’è suo solito e non riesco a schiodarlo da una sorta di intransigenza, di orgoglio. mi accorgo della sua assenza solo al termine della lezione e intervengo. gli dico che faccia pure, tanto si autocondanna alla sofferenza, gli altri non lo aiuteranno. gli chiedo dove si sente il nervoso e lui risponde: “nella pancia”. ribatto: “anche a me veniva nella pancia. a volte nella gola”.

*

un anno dopo, una di quelle sere umide e fredde di ritorno dal teatro con le biciclette, F. mi ha riferito le esatte parole di quella sera, che io ho dimenticato: “un amico non si mette in un angolo, un amico si usa. usami”, devo avergli detto. le ho dimenticate queste parole ma lui evidentemente no, e me le ricorda, e mi lascia uno strano turbamento, una conferma in ciò a cui crediamo fermamente: “io e il pubblico sappiamo quello che i bambini imparano a scuola. Coloro a cui è fatto del male, il male faranno in cambio”. Wystan Hugh Auden.

*

addio, bambino che sono stato, vestito della festa, vestito della scuola, soffice e fragile come una nuvola. addio pensieri piccoli e indifesi, pensieri per un bambino ingenuo e felice. addio giochi nel cortile, gelato alla frutta, zucchero filato e bolle di sapone. addio e arrivederci…arrivederci, ragazzi!
M. commenta. è strano. è come perdere tutto per poi ricevere daccapo.

*

ogni sera davanti al tuo balcone, vorrei cantarti una canzon d’amore… vorrei baciare i tuoi capelli neri, le labbra rosse e gli occhi tuoi sinceri…
spuntano dal fondo, con l’abito della festa, timidi e impacciati. si corteggiano, si escludono. vorrebbero ma non osano. primi rossori dell’amore fugace, dell’amore non corrisposto.

*

ci fermiamo qui, ci hai portati qui. siamo arrivati. il treno si ferma, si scende. arrivederci. questo immagino che mi diciate un giorno.

*

una mamma delle prime elementari mi chiede perché ho scelto di lavorare intorno alla favola di Orfeo ed Euridice. essendo preso un po’ alla sprovvista, rispondo che, gli elementi perché possa essere una storia apprezzata dai bambini ci sono tutti: la carica simbolica, la capacità di trasfigurare la realtà tipica del linguaggio infantile, la paura, i mostri. ma forse mi dimentico di dire la cosa più importante, e cioè che è la favola di Orfeo, il cantore, il primo poeta del mondo, e che io sono un poeta. è come assumersi la responsabilità di un manifesto programmatico: partire da Orfeo, dal canto alto, dalla poesia.

*

ecco quello che possiamo fare: stare accanto, anche quando guardiamo a distanza. stare in vedetta. ma non possiamo cambiare il mondo, non possiamo cambiare i ragazzi, noi stessi.

*

il don ha chiuso il bar dell’oratorio “almeno per un mese”.
“ma don, non è stata colpa nostra, sono stati quelli lì, i grandi”.
“bella scusa, e io come faccio a sapere che non siete stati voi a dare della puttana alla barista?”.

*

c’è anche un lato tragicomico in questa faccenda: nel corso dell’ultimo scontro con il capo d’istituto, si è ripetuta la reazione alle mie intemperanze: “sa, quando il maestro si arrabbia io mi chiudo a chiave, non si sa mai”.

*

“magi, ti piace la mia bicicletta nuova?”
facciamo un tratto di strada insieme. mi pesa, improvvisamente, anche questo modo di pedalare. balzano e saltano, conoscono le scorciatoie, io li seguo. ad un certo punto, non so perché, mi metto a correre. come se scappassi.

*

quando potrò discutere con qualcuno di voi di un quadro del Caravaggio? sapere che nel mondo c’è la violenza, la violenza subita e commessa, non basta a capirne il senso. siccome senso non ha, bisogna solo mostrarla cogliendone l’essenziale, non illustrandola nei particolari. non dobbiamo diventare guardoni della violenza. la violenza va colta nel suo risvolto terroristico, adombrata per non perire, per non diventare noi stessi mostri prendendone parte.

*

“non ridi mai, sei sempre così serio”, mi ha detto una volta M. a scuola elementare. è vero. già. con voi è un gioco maledettamente serio.

*

musica da grandi. giochi da piccoli. contrasti. contraddizioni. F. commenta: “secondo me, tu costruisci le cose con la musica”.

*

“bisogna partire dal silenzio e dal nulla. tutto deve affiorare da uno stato di attenzione, di percezione cosciente. se guardiamo questa stanza con gli occhi di tutti i giorni, possiamo dire soltanto che è una mensa, e che ci sono dei banchi. ma un artista deve guardare con altri occhi, deve riuscire a vedere in questa stanza qualcosa d’altro. ecco, io vi guardo, vi conosco, e sulla vostra pelle acconcio un vestito, come se fossi un sarto. ma non deve essere un vestito troppo comodo, troppo perfetto. è come se ci avessi nascosto qualche spillo, come se avessi deciso di usare apposta una stoffa un po’ più ruvida.

*

“io li odio! voglio che si facciano schiacciare da un camion. sono vecchi vecchi vecchi! sono brutti. quando penso che sono i miei genitori!”
“magi, io non voglio dirle queste battute”.
ecco allora una speranza: non c’è veramente il male nella mente di un bambino. esso arriva da un qualche tempo, da un qualche luogo.

*

capiremo l’amore quando, nell’assenza, lo invocheremo. ma ora, qui, nel mondo, noi non sappiamo misurare, non sappiamo amare.

*

F. di seconda elementare.
“oggi è la festa del papà. tu sei papà?”
“no”.
“meglio così. io se fossi grande, non vorrei avere figli. oggi i bambini sono terribili”.

*

cos’è questa malinconia che mi attraversa, questo sentire lo stacco, netto, tra l’inverno e la stagione dei fiori, del polline che appassisce sui muri, come un fiotto di sperma che si è abbandonato al mondo, e si è perso, dimentico della sua funzione, e infine è stato investito dalla mancanza di respiro della morte? malinconia per mancanza, per avvertimento della perdita. andate nel mondo, ragazzi, entrate nel ciclo vorticoso della morte e della nascita come il polline nell’aria! io sono una minuscola particella della forza che vi sospende, che vi suggerisce la tecnica per non cadere. quando saremo finalmente felici? guardo il cielo sfacciatamente azzurro, i visi dei ragazzi con i brufoli, noi stessi che non ci siamo formati, innocenti nel nostro andare, e ci siamo perduti nel labirinto. e tuttavia guardiamo ancora il cielo, speriamo che l’incantesimo si spezzi.

*

forse non volevo scrivere un diario, raccontare cronologicamente dei fatti. forse volevo ribadire la durezza della necessaria realtà: partire da voi per arrivare a me stesso. un viaggio nel viaggio prima di voi, e insieme a voi. ecco allora che si ritorna alla realtà, ai fatti spiccioli.

*

nella sua corsa, alla fine dello spettacolo, nella sua sporca corsa, c’è qualcosa che ha trovato, qualcosa che mi intenerisce. un corpo grande e grosso che si smuove. scomposto, in precario equilibrio.

*

una corsa, una corsa verso che cosa? non lo so. è solo uno spettacolo, una recita. e invece no. è qualcosa di più. qualcosa che gli altri non devono necessariamente capire. è un andare verso qualcuno con parole non dette.

*

i fantasmi di A.
“perché piangi? perché ti ostini a pensare che la gente ti perseguita, che i compagni non ti vogliono bene? non vale più, lo sai, la scusa che non sei italiano. lo sei. se sbagli, se ricevi sconfitte, se non vai bene a scuola, non dipende dal fatto che sei uno straniero, ma semplicemente perché non hai fatto il tuo dovere”.
F. gli sta accanto, lo contiene con le sue mani: ”non piangere, ti prego non piangere, se piangi fai piangere anche me”.

*

“a te non ti si può rinfacciare niente, proprio niente. solo una volta non mi sei piaciuto: quando hai detto le parolacce nel giardino della scuola”.

*

ci hanno portato questo bambinetto spiegandoci la sua delicata situazione familiare, il suo bisogno di affetto e attenzione. noi ci siamo commosse e preoccupate. gli abbiamo dato carta e penna e lui ha disegnato un diavolo rosso!

*

Non si può mai abbandonare un bambino senza precipitare se stessi nella perdizione, mai.
Peter Hoeg, “I quasi adatti

*

cerco un finale, come per tutti i libri che si rispettino. ma un finale non è finire. è, piuttosto, ritornare, dopo un lungo viaggio. partire, andarsene, portandosi con sé qualcosa di cui all’inizio non conoscevamo il senso e che ora finalmente ci fa capire perché siamo partiti; perché ce ne siamo andati. o perché ritorneremo. ecco: scrivere un libro è un po’ come partire e poi ritornare.

*

“ma chi si crede di essere il maestro, Blasetti?”

*

si può stare in un luogo e nello steso tempo rinunciare ad esserci tutte le volte. ritornare, e capire che nulla ha senso veramente. tutto è silenzio dietro il trambusto dei bambini.

*

guarda questo scugnizzo che recita ad essere orlando. uno degli ultimi ospiti incontrati a Serra. tarchiato, con la bocca gonfia di parolacce. due occhi come spilloni. entra con una turlindana di cartone che sembra veramente la spada dell’arcangelo, la fa roteare e grida, caccia via tutti e infine si esibisce in una sputazzata pazzesca che il tecnico blocca in fermo immagine.

*

sì, ragazzi. il riassunto del nostro viaggio è in questo qualcosa che ancora non sappiamo e che dobbiamo cercare. non nella cronaca spicciola, come vi abbiamo insegnato a scuola – abbiamo fatto questo e quello – ma nell’aver saputo guardare in un momento di silenzio i particolari di qualcosa che ci è accaduto intorno. un ascolto in sordina, come quando tutti intorno a noi parlano, fanno schiamazzi e noi siamo dentro una campana che guardiamo, e ascoltiamo.

*

non si può che essere seri in questo mondo, e decisi, e forti, ma anche ingenui: un misto esplosivo.

*

ecco la critica più importante che abbiamo ricevuto. apparentemente la più cattiva, la più grave: “attraverso i suoi ragazzi si vede il suo mondo, la sua poetica, i suoi pensieri sul mondo. tutto ciò che si vede è troppo”.

*

“allora, quanti soldi abbiamo vinto?”
“niente soldi!
“e che cosa abbiamo vinto allora?”
“non abbiamo vinto niente, solo un pensiero. un piccolo pensiero buono. per riposarci, e poi andare avanti. un pensiero per dare senso a ciò che facciamo. ma non basta. è importante il dopo; che cosa saremo capaci di farne di questo pensiero?
“siamo stati i migliori, lo devi ammettere”
“chi precede ha la responsabilità di farsi campione di umiltà. un premio è soprattutto una responsabilità”

*

lo spettacolo di questa sera è una richiesta morale ai grandi, di un’attenzione maggiore, di una presenza più assidua e meno superficiale nel valutare le esperienze che i ragazzi fanno. perché servizio non è solo richiesta ma anche, e soprattutto, scambio. è imparare a dire “grazie”, e insegnarlo ai bambini.

*

tutto tace, tutto sembra già essere votato all’archiviazione. mi aspetto ancora poche cose: so che rimarranno i brandelli della festa.

*

dopo la recita, il grande capo: “non mi hanno neanche fatta salire sul palco!”
quello che seguì, è irraccontabile.

*

in una delle ultime lezioni a scuola, una ragazzina ha il coraggio di parlare con Dio e di chiedergli perché suo padre non si degna di venirla a cercare. lo dice tra le lacrime e improvvisamente gli altri capiscono che cosa volevo da loro: farlo scendere dal piedistallo. insultarlo, come si fa da adolescenti con i padri.

*

mischio i ricordi per un desiderio di esplosione. per confondere tutto. in video, a Serra, durante la cerimonia di premiazione, appaiono ragazzi cattivi che si dipingono la faccia con segni di guerra. siete voi. ma per un momento io vedo solo dei ragazzi cattivi. dei ragazzi stupidi. arroganti. come quello lì che ha continuato a fischiare durante lo spettacolo. quando è il mio turno mi alzo e sul palco vi nomino tutti. lascio il telefonino acceso ma non squilla.

*

domani si parte. domani si ritorna nei nostri cappotti. la bicicletta attende, ci attendono gli acquazzoni della pianura padana, il nostro cielo plumbeo e quotidiano. la nostra preghiera per chi è assente. per chi non capisce. per voi, per noi, per tutti. per la nostra incapacità di stare al mondo e di sostare; di mettersi in cambiamento. per imparare a vivere.

*

al termine della recita del 19, a Monza, mi avete regalato dei fiori di campo: girasoli e fiordalisi. “difficile trovare i fiori adatti per un uomo”. ma i fiori di campo sono i miei preferiti. sono i fiori dell’inconsistenza, delle cose che durano poco e se ne vanno presto. bellissimi. di una bellezza che non vuole durare perché sa che il mondo non dura. umili e modesti fiori di campo. gli ultimi. girasoli per seguire il giorno nei suoi umori, fiordalisi per un mondo più innocente dove prevalga l’azzurro. ma ancora c’è chi non sa vedere, chi non sa ascoltare.

*

voi imparate anche dalle parole che feriscono. oppure non ascoltate. avanzate, con la nettezza e la brutalità dell’aratro e seppellite i semi cattivi. sono forti, lo sapete, rispuntano sempre. oppure trasformate i modesti fiori di campo in bellissime modelle da sfilata. bellissime, ma vuote. innocue, dunque. neutralizzate i pensieri cattivi bendandovi gli occhi. ma non fermatevi. lasciate nel vostro cammino i drammatici solchi di un inseguimento. gli schizzi di fango. ali a brandelli.

*

ma ancora una domanda, l’ultima, vi prego. spiegatemi: perdere le ali, le benedette ali, è per la salvezza o per la perdizione? è per imparare a stare sulla terra, ben staccati dal cielo, o per rimpiangere il volo degli uccelli che ci scherniscono con il loro canto? è perdere il bozzolo, venire fuori, alla luce, tutti i giorni della nostra vita, e riuscire a sentire ancora la voce del bambino che ci ha accompagnati? forse è per questo: per la memoria del nostro angelo custode. noi, da bambini. l’ombra delle ali che abbiamo perduto. l’ombra della nostra innocenza alle spalle. angelo di Dio, che sei il mio custode, illuminami, custodiscimi…una nenia recitata in dormiveglia, nel silenzio di una stanza. una candela proiettava la nostra ombra sui muri. è forse lì che abbiamo intuito che avevamo delle ali. perdonate queste parole sommesse, questo tono da giaculatoria. è per il congedo, per il distacco. arrivederci ragazzi.

***

8 pensieri riguardo “Frammenti di maestro”

  1. Qui si può imparare.
    Dalle loro parole e da chi le sa ascoltare e da chi ci regala questi frammenti.
    Oh come vorrei cambiare il mio lavoro, oggi, e invece che i folli ascoltare i bambini!
    Grazie, Sebastiano.
    Marco

  2. E’ un diario davvero bello e interessante: l’apertura su un mondo che diventa tanto più distante e sconosciuto quanto più crediamo di stringerne e di padroneggiarne anche i minimi particolari. Chi narra è dentro la materia del suo racconto, la sua riflessione è parte integrante di quel divenire, forse ne è la sostanza stessa che lo alimenta: proprio come il segno tracciato sulla pagina – che è poesia prima ancora di farsi materia intelleggibile e comunicare il suo dire.

    fm

  3. complimenti! ovvio anche ai bambini per questa testimonianza di vitainsieme.
    Mi piace molto anche il titolo, che sembra suggerire ogni bimbo come parte necessaria per fare il tutt’insiememaestro.

    Quest’anno è capitato anche a me di leggere dei cartelloni fatti da bambini, diverse poesie e frasi,
    una su tutte, che mi sono segnata e che riporto

    “vai,vai,vai/ leggi e scrivi/ corri, corri, corri/ i verbi che dobbiamo studiare/ ma a me non va e/ accetto solo la felicità” – dal cartellone classe 3°elementare

    ciao!

  4. Bellissimo, Sebastiano, sai quanto apprezzi e ami questi testi tuoi-loro-ancora c’è speranza-se si vuole e la si cerca- in cose come queste, altre dimore del tempo sospeso che però, trattandosi di bambini, si vorrebbe fare scorrere nel tempo presente e futuro…
    lucetta

  5. Di passaggio a Monza, brevemente. Grazie Francesco. Il testo è parte di un libro molto più ampio: diari raccolti in questi anni. Buona estate a a presto. E un saluto anche ai cari commentatori.
    Sebastiano

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