Il libro dei doni – Capitolo VIII, 4

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Mauro GERMANI   Lisa SAMMARCO
Sergio BARATTO   Francesco TOMADA   Mario FRESA
Sebastiano AGLIECO   Michele RANCHETTI

 

Il libro dei doni – Capitolo VIII, 4

 


Mauro GERMANI
[da: Livorno, 2008]

 

      UN DIO DI NIENTE

Scriverò la storia dei morti, diceva,
l’eterna differenza della notte.
Saranno segni non più opposti,
doni forse nell’invisibile cielo…

 

*

 

Io come niente, come nessuno.

Un graffio bianco a ricordare,
a dire perché in una stanza vuota,
in un ronzio di voci,
come un allerta di nuvole e di capelli,
come una discendenza di mani…

 

*

 

Scegliere il silenzio, ecco,
scrivere per non capire,
per non essere più…

Ma è così difficile
bruciare la voce,
così strana questa sera
malata e onnipotente,
questa follia di bocche
e di vento,
questo grido alle spalle
che sanguina
e trema
e mi perde.

 

*

 

Una casa per dire qualcuno oppure sempre.

Come a cercare un giorno,
una parola lontana, un tempo fermo.

Come trovare un’infanzia e una collina,
un attimo di terra, un destino vero,
nome e cognome in un punto solo,
una pausa infinita, un dio di niente…

 

*

 

Poiché tutto finirà
o forse
tornerà una parola
una soltanto
nell’ultima voce.

 

      L’APERTO

Due occhi all’aperto.

E sillabe rosse e gole nere,
viandanti appena morti
in questa domenica di vento
e di nuvole alte.

Poi una strada e palazzi,
rovine di voci.

E pensieri, sabbia,
ombre di fiumi a dire no,
a perdere, a passare la mano.

Dove non c’è sacramento
ma aria sollevata sui tetti
e sogni, destino
di antiche parole.

 

*

 

Buio nel tempo
e passi
che verranno
alle porte
come orazioni
da impiccare
o verbi
bruciati da sempre.

Finestre,
campi rovesciati
nel vuoto.

Sputi d’infanzia.

Nessuno chiama,
nessuno vede
dal mondo
di fronte.

 

*

 

Ad uno ad uno
dolori
e sguardi
precipitati, fosse
di giorni.

Poi domeniche,
luci
che resistono,
fratelli di guerre
immaginarie
o soltanto
deserti.

Dov’è l’ombra
che domanda,
la voce persa
che altrove risuona?

Dov’è la parola
che da sempre
cancella?

 

*

 

Andammo lontano
in quel segreto
dei visi
in quelle lacrime
perse.

E scegliemmo
vocali scure,
nomi
abbandonati alla terra
anni
feriti dal tempo.

Come a pregare
nel vuoto,
dire pietà
ai morti,
a un vento
straniero.

Come a difendere
un amore
condannato
un figlio di neve

nessuno

senza riposo.

 

*

 

Fu una domanda
una scintilla
negli occhi.
E poi
tracce senza
soccorso
una croce
vuota,
qualcuno
nel mattino
già freddo.

Tutto
a solcare
un pensiero
un grido
fermo
all’infanzia
che diceva
“è presto,
è presto questo
battere sordo,
questo morire
a frammenti
nel cielo
di marmo,
questo nome
che non so
pronunciare”

 

*

 

Qui si uccideranno
i mesi, terre
appena sfiorate.

Profili di mondo,
colline
e donne di sera.

Io aspetterò
dalla mia torre,
da una stirpe
di pagine perse.

Tu sarai ancora
un orizzonte
il vento
e le luci lontane.

 

**********

 


Lisa SAMMARCO
[da: Perché è così, Inedito, 2008]

 

Suggestions che non significa suggestioni : Dimensioni

La prima cosa, senza un ma o un per piacere,
è stata di non usare le maiuscole
è come urlare dritto nelle orecchie
e della poesia? rimase nulla, si perse
noce acerba
schiacciata dal rimprovero spicciolo
si perse
come se invece fosse stata
a malapena inutilmente sussurrata,
più tardi dalla rabbia
ho scritto qualche verso, neanche lo ricordo.
Forse non è sempre
solo questione di dimensione e
nelle parole qualcosa resta fuori.

 

Suggestions che non significa suggestioni : Where are you?

Leggere molto, leggere poco
leggere i francesi, soprattutto Les Maudits
ma anche Pavese,
non leggere gli sconosciuti
leggere chiunque ti arrivi fra le mani,
io mi sono innamorata di un americano,
del tempo che non dicono le parole
del nero del mare che io non avevo mai visto
della neve e del suo e del mio svanire
mi accadde lo stesso anche a vent’anni
ma fu un’altra storia
fu l’amore, il sesso,
il tempo che non finiva mai
forse come allora è questo l’errore,
la suggestione
                  (- where are you? -)
perché ora sono malata di un male
che somiglia ad una dislessia
che mi porta a non sapere mai
dove mi trovo
né se quello che dico o sento
stia realmente accadendo in questo momento
-chi è questa gente che entra e esce dalla mia vita?-

 

Suggestions che non significa suggestioni : Enter

mettersi a nudo, mettersi nuda
è la solita vecchia diatriba
fra un maschile e un femminile
decidere a quale genere appartiene la poesia
la stessa solitudine
é la solitudine stessa
è cosa che scorre e che rimane,
quasi inutile parlarne
così come spedire una lettera senza indirizzo

 

Suggestions che non significa suggestioni : Exit

ma io del dolore
non ne voglio parlare
è la mia porta chiusa
se volete ecco l’eco dei calci,
il legno che lo separa
da ogni cosa

 

Suggestions che non significa suggestioni :Dopo la poesia

Ecco, sono esaurite tutte le parole belle
e anche tutte le teorie e l’ora pro nobis
allo schianto del corpo quando s’apre,
e il balbettare della semantica a fior di pelle.
La bocca è in un cerchio chiuso e muto
senza più ferite da causticare agli orli,
senza piaghe assorte all’aria,
alla polvere del mondo.
Ma è che ora piove, piove sull’uso del mare
sul cancellare senza rima del tempo
un tic-tic, come di un verso omesso,
[
                                    ]
e poi sarà già domani.
Cosa resterà di questa poesia
se non l’angustia del rimanere?

 

Perché è così, l’amore: Passaggi

Fu solo molti mesi dopo
ripensando a qualcosa che ti avevo detto
che scrissi quella poesia. Quando la leggesti
mi dicesti che era bella,
ma che forse era
nell’essenza
troppo americana, che forse
mi lasciavo influenzare
dalla suggestione dei suoni, e non capisti

 

Perché è così, l’amore: Idea

una la scrissi
ancora prima di conoscerti
affiorò
in versi carsici,
mentre lavavo il pavimento
me l’appuntai
senza neanche togliere i guanti
venne di getto,
come acqua strizzata da uno straccio,
una parola dopo un’altra,
con quell’idea di amore
così vaga e inquieta
così come a volte guardando uno sconosciuto
affiora incontrollata
e astratta l’idea di un figlio

 

Perché è così, l’amore: Effetti (Acqua)

dopo aver riletto tutte la poesie d’amore
che avevo scritto
guardando l’arruffarsi delle lettere
i ghirigori elettrici
la loro ridicola ostinazione a volteggiare
fra metafore ruffiane
capii che i poeti non lo dicono
ma le scrivono a se stessi
quando si sentono la vita addosso
o anche la morte
e allora compresi che
non c’era da farsi troppe illusioni
sull’esistenza dell’amore
ma anche che ne avrei scritte ancora
perché l’amore nei poeti è roba di tutti i giorni
da ruminare
triturare tri-turare tri-turare
moltiplicare in mille coriandoli
in milioni di milioni di gocce di un triste temporale
e poi in miliardi di miliardi di parole.
È un bisogno liquido, è l’amore da ingoiare.

I medici lo chiamano effetto placebo

 

Senza un perché: leggendo Pavese a Reggio Emilia

Sarà che qui non c’è la bocca del mare,
né quella sua malattia
che non la vedi se non in certe ore
quando il mare, la malattia, l’ora
sono il salire dentro un corpo di donna.
Qui c’è il piano delle strade che le fa lontane
come certe colline che le vedi alte
quando le guardi
dando la schiena all’orizzonte.
E poi i rumori, che è come se passassero
attraverso una notte e
la notte è il girare delle ruote.
Leggo Pavese senza un perché,
solo per mettermi dentro l’aria
e non sentire le voci dei muri,
o il peso di qualcosa da dire
intanto che muore.

 

**********

 


Sergio BARATTO
[da: Inediti, 2001-2007]

 

Per la fine dei tempi

Verranno a prenderti di notte
in tre su una macchina nera
ti porteranno alla Lubjanka finale
o su treni piombati finirai
in un campo di transito
per un tempo impreciso

Nell’ombra enumeri
le offese inflitte gli insulti subiti
il conto non torna non dà mai
lo stesso risultato un pomeriggio
smetterai l’algebra e comincerai
semplicemente ad aspettare

*

Verranno forse una sera a cenare con te
tra gli stridi degli astori in volo
e sarà passato ti racconteranno
portandosi il pane alla bocca
il tempo dei satrapi crudeli dei tiranni

poi la digestione i rutti – si uscirà
a scalciare la sabbia coi sandali
davanti a tutto quel tramontare
a quella quiete improvvisa e terribile

quelle sere d’estate – hai presente – quando
tornavi in bicicletta da Cafarnao centro
in una mota invisibile
ch’era tutta stelle e voglie di baci
se a breve tornerà – dirai –
io non sono pronto non ancora

e i saluti finali
spartani
come si addice a un vero addio

ecco non senti più nessun rumore

tua sorella dorme nel suo letto
tuo fratello dorme nel suo letto
tuo padre dorme nel suo letto
tua madre dorme nel suo letto
tua zia dorme nel suo letto

perdonatemi il mio modo di amare
questo mio stupido modo di amare

dirai
ma zitto zitto
come sempre

 

      Taklamakan

1. I sobborghi del secolo nuovo

Come sempre sarò l’ultimo a vedere
che il mio succo è poca cosa
se l’ho sempre saputo l’ho sempre nascosto
ai miei occhi senza misura
sono sempre sembrato un gigante nano

(So thought our young man
a thirty-three year old night errant
of the early 21st century
’twas so funny the way
he tried to look
like a poor knight with his
stupid fake helmet of Mambrino
and the typical imaginary A.M.D. shield) (*)

Fuori città cominciava il Taklamakan
ma prima cartelli fluorescenti motel
pompe di benzina e dovizia di pulotti
il tutto pensato per rendere più morbido
l’impatto tra i civili morituri – tutta
brava gente bastava non farla parlare –
e la nuova barbarie in rigoglio ormonale

poi le bombe le scarpe i cecchini
e i cadaveri allungati in stupore
corrosa la lingua cariata la bocca
e di fiamme ricinta la fronte

così attraversammo le piazze nella corsa
una ragazza dal corpo angioino
cadde un braccio restò a vigilare
sull’asfalto ancora sporco di sanguinella

[“Così pensava il nostro giovane / un notturno errante trentatreenne / all’alba del XXI secolo / era tanto buffo il modo / in cui tentava di sembrare / un cavaliere povero col suo / stupido finto elmo di Mambrino / e il tipico scudo A.M.D. immaginario”.]

 

2. Kronštadt 8 marzo 1307

„Ich sterbe“ сказал Антон Павлович
и умер все вокруг было тихо и светло
а все равно Антон
исчез во тьме времен
пролили немного крови
пришел бульвар ребята
развратились малафьей занимались
девчата после уроков потом
октябрьский дождь умыл весь божий свет (*)
ibo kommunizm’ est’ grad’
v’ nem’ že ot’lučajut’ ot’ cr’k’ve eretik’i
(**)

Dire a Dolcino che s’armi
rinforzare le bocche di fuoco su Oranienbaum
alle donne alle lavoratrici un abbraccio
alle loro caviglie un bacio
alle conchiglie delle loro orecchie
non esistono labbra più dolci
oggi è l’otto marzo e nevica
i Rossi bombardano il burro è finito
Ave Margarita Dulcinus vale
nessuna speranza nessuna resa
domani i crociati attraversano il pack
aspetto il vescovo sui bastioni gli urlerò
Raniero dei miei coglioni
se ho culo faccio in tempo a piantargli
un palla in mezzo agli occhi

[* “Io muoio” disse Anton Pavlovic / e morì ogni cosa intorno era quieta e lucente / eppure Anton svanì / ugualmente nel buio dei tempi / fu versato un po’ di sangue / venne il boulevard i ragazzi/ si depravarono di sborra si occupavan / le ragazze dopo i compiti poi / la pioggia ottobrina lavò tutto il mondo di Dio”.
** “Poiché il comunismo è una città / in cui gli eretici sono esclusi dalla chiesa”]

 

3. L’uomo di Cercen

Non ho il coraggio ho la ferocia
ho un buco in fronte il bacino sfondato

la manovalanza sanculotta
l’avrà sempre persa
gli inchini per cieca obbedienza
sono il sale della civiltà

le stelle continuano a ruotare
cicli di stagioni ere geologiche yuga
tutto come prima come sempre
nel tempo che è dato alla vita
prima che il Sole si mangi ogni cosa

sfrecciano le rondini le perseidi
a sciami le città sempre sporche
i devoti a buco ritto
si andrà avanti così anche dopo di me

se all’ingresso della nuova storia
verrà a prendermi il Cristo
e mi dirà Piccolo teppista
cosa vuoi che ti redima
so già cosa rispondergli

la lingua di un cane
che si abbevera al tramonto

 

4. Taklamakan

Ce furent les années en fuite
qui faisaient un bruit de feuilles mâchées
ou la voix des ancêtres endormis
dans la poussière salée (*)

veteres Seres nulla humana loquebantur lingua
sed oris sonum trucem edabant (**)

ou tout simplement la pluie
qui tapotait dans la cour –
comme les nuits de mai sont encore fraîches
bien qu’on ne soit jamais prêt à partir (***)

mi sono detto
attraverserò il deserto
per non dover più tornare
se anche mi pentissi
dal Taklamakan non si torna (****)
male che vada giacerò
come un mucchio di stracci
accanto all’uomo di Cercen

der bestirnte Himmel über mir
und eine ruhige Stille in mir (*****)

[* “Furono gli anni in fuga / che facevano un rumore di foglie masticate / o la voce degli avi addormentati / nella polvere salata”.
** “Gli antichi Seri non parlavano alcuna lingua / umana ma emettevano un rozzo suono”
*** O molto semplicemente la pioggia / che picchiettava in cortile – / siccome le notti di maggio sono ancora fresche / benché non si sia mai pronti a partire”
**** Deserto dello Xinjiang
***** “Il cielo stellato sopra di me / e una placida quiete in me”.]

 

5. Die bestirnte Stille (*)

Nella polvere il sale
mi preserverà i capelli
i quattro peli di barba

gli uomini di Cercen dormono nella piana
come ciottoli il deserto
li sorveglia
non si sogna più non si torna più
indietro

Così d’affanno e di temenza sciolto
le età vuote e lente
senza tedio consumo. (**)

[* “La quiete stellata”.
** Leopardi, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie.]

 

**********

 


Francesco TOMADA
[da: A ogni cosa il suo nome, 2008]

 

      In suo nome

(parla lei)

Sembrava bello che costruissero le case al posto dei campi
poter vivere in un posto dove prima si era solo lavorato
forse ho sbagliato perché era il tempo della tv in bianco e nero
e non ho mai guardato fino in fondo il colore dei tuoi occhi
ma in te ho creduto davvero mi sembravi la liberazione
dopo un’infanzia di mattoni e stracci e fratelli da crescere
forse ho sbagliato perché le ragazze di buona famiglia hanno fretta
e così tanta paura della solitudine da correrle incontro
forse perché lavoravi come meccanico di aerei
e ho pensato che sapevi aggiustare le cose
e se tornavano a volare i mostri da dieci tonnellate di metallo
allora avrei potuto farlo anch’io che un giorno ci avevo provato
saltando dal secondo piano del fienile con un ombrello per paracadute]
e un poco di leggerezza dovevo averla già dentro di mio
se non mi ero fatta niente

 

(parla lei)

Abbiamo ristrutturato una casa per viverci
travi a vista e odore di malta e legno
un nido d’amore dicono ma io
non ho mai visto animali con un nido di cemento
a volte stiamo insieme come è scritto che si deve fare
a volte tu esci e non so dove e con chi vai
                       quando avrò una figlia
per prima cosa le insegnerò che gli uomini
certe sere vengono troppo presto
ma in altre non arrivano mai

 

(parla lei)

Un giorno voglio crocefiggerti sul letto usando le mie braccia
riprendermi il piacere ed il dolore della prima volta
per ogni notte in cui sei stato indifferente sarò il giudice e la pena
tu sarai la terra dove scavo un solco passando e ripassando con i piedi]
la traccia a semicerchio consumata dai cani alla catena

 

(parla il figlio)

Come tutti gli anziani raccontavi
cento volte lo stesso episodio
di quando andavi a scuola in bici sotto le nevicate
di quando ti sei ammalata di difterite
un poco abbiamo avuto pazienza ma dopo
abbiamo detto basta

è da allora che hai cominciato a prepararci ogni settimana
un piatto diverso di cucina friulana
polenta frico gnocchi di zucca
quel cibo povero che un giorno era l’unico possibile

e sarà che passi sempre la domenica mattina
ma la tua non sembra una semplice gentilezza

piuttosto una comunione: questo è il mio corpo
prendete e mangiatene tutti

 

(parla lei)

Io non sono mai stata brava con la rabbia
l’ho sempre mantenuta fino a consumarmi
l’ho trasformata in silenzi così lunghi da disimparare le parole
in espressioni così misurate da dimenticare i sorrisi
credo che per questo le spalle mi si siano incurvate
sotto una tensione che le prende da dentro
come se un cavo legasse le scapole alle ginocchia
lo sento il cavo che passa proprio in mezzo al cuore
lo sento il cuore che pulsa come un uccello nella sua gabbia di costole
a volte ho pensato che se non fosse stato per i figli
avrei aperto questa gabbia
l’avrei lasciato volare via

 

(parla lei)

Adesso se volessi potrei raccontare
ma le frasi mi costano ancora fatica
ogni congiunzione copre un respiro da prendere
ogni verbo definisce un gesto che poteva essere diverso
così queste parole le scrive il solo figlio che ci resta
da te ha preso gli occhi e la rabbia
da me i silenzi
lo sguardo: quello che in lui vive non sei tu e non sono io
ma un uomo che è cresciuto
come una radice
nello spazio tra di noi

 

(parla il figlio)

A volte la vedo camminare china in salita
ricorda certi anziani quando riempivano
le tasche di sassi per resistere al vento
ma penso che il vento lei lo porti dentro
il muoversi dell’aria che non trova un posto dove stare
l’anima che sbatte come una tovaglia stesa
ad asciugare sui fili del bucato – è da lì che sale quel profumo di sapone
che lei tratteneva fra i capelli nelle poche volte in cui l’ho abbracciata
avrei dovuto dirle che odoravano di nuvola e di shampoo Palmolive
lei si irrigidiva come se a stringerla fosse di nuovo mio padre
avrei dovuto dirle che non sono io
il passato che rivive

 

(parla lei)

Il figlio di mio figlio ha sette anni e chiede proprio a me
com’è sopravvivere a un infarto
e chissà come si vedono le cicatrici sul cuore

            se si potesse appoggiarci le dita
            le sentiresti come una linea un poco più dura del resto
            è muscolo che non riesce più a pulsare
            ma si tiene alle parti buone, le segue
            ed è il suo modo di tornare a vivere
forse per questo d’istinto gli allungo la mia mano
e lui la prende

 

**********

 


Mario FRESA
[da: Separazione dalla luce, Inedito, 2008]

 

      Notturno e mattutino

Ero un esile e curvo respiro e riparavo
ansioso nella tua mano e poi mi rifugiavo,
calmo, sotto un albero di verbi, dopo l’ultima
festa delle luci; era un nuovo stratagemma
per l’attesa ch’io ricevevo come una danza:
sopra le labbra tu accoglievi, in un istante, il vero.

 

*

 

Tu sei nel mondo intero
e nella grazia. La dolce coralità degli occhi
insegna: risvegliarsi e corrompere
gli acuti grattacieli.
Io non distinguo; cado ai piedi
dell’infanzia. Precisione degli sbagli.
C’è una visione di fedeltà, di un
odorare silenzioso che ricade come fuoco
tra le spalle e che già imbroglia la forma
dell’attesa.
Permetti che sia questa, la risposta?
Sulla porta segreta i corpi annunceranno
nuovi nodi e nuove resistenze: ma tu
non hai lasciato che una distratta veglia,
una povera cena, un paradiso.

 

*

 

Non ci sono amarezze nelle parole divenute
incandescenti per il rigore vivo delle tue
mani: ma quando si capirà questa
congiura, questa furiosa infanzia?
I dati assillano la prosa quando, al mattino,
si battezzano pazientemente gli occhi: ma con l’arrivo
di una stella così forte dove mai questa mente scriverà
le sue difese?

 

*

 

Questa voce è una severa fuga questa rovina è un
vento che ci vuole abbandonare: così deciderò
come lavare questa sera con una
nuova con una bella attesa.
Perfino il volto accoglie quell’annuncio, così
veloce, ascolta; poi nel viaggio ci rassicura
quella superba vista: il sonno che ci darà
vittoria.

 

*

 

Io perdo in questo gioco di poveri rapporti
che limano ancora
accecamenti chiari, con le risse dei vetri
che invocano il tuo corpo.
Se adesso dalle tue labbra viene e cade quel sapore
dei segreti incoronati al buio,
noi saremo, da oggi, meno innocenti: nell’antico desiderio
si attenderà quel turno di prevedere gli angeli così severi,
così imbiancati in una vera
pietà per la tua dolce mano.

 

*

 

Così tu segui i portentosi rulli di luce
intervenire su di un sorriso nuovo.
Ma inventare si può
soltanto nell’ingrato seminare di orologi
che preparano discordie:

le rose ti consumano la vista.

 

*

 

Dopo i sorrisi si distingueva appena: un’autentica
giostra che incideva l’infinito delle forme.
Ma io sono così rotto, così diviso e stanco:
ma una pace richiama! Ed ecco, allora, ecco il famoso
destreggiarsi ecco il mio dono!
Così, da fuoco a fuoco:
non rimane che il buio;
così, da uomo a donna, si avvera sempre la sostanza
della pioggia sulla vista universale: e allora,
la dura immagine degli occhi
resta per sempre e tace.

 

*

 

Eppure questa lotta non cede,
non crede ai ritornelli: ci salveranno
i suoni o il nume ci toglierà la sorte?
Ma il gesto non insegna il gesto insegue.
Quando si scende noi si è chiamati, allora:
noi sogneremo il volto
o il cuore sarà per sempre vinto?

 

*

 

Riaffiorano le fiabe sulle dita
che dividono i fiori e le sentenze:
tu sei da bruciare,
tu sei da amare.
Ma il rifiorire annuncia nomi dimenticati:
dimenticami, allora.
Non rifiorisco, certo, per il tuo caro
vaneggiare: e questo lungo vaneggiare
adesso accoglie nuove torture dolci
come sbagli,
come sonagli. Invece i crediti
svaniscono al mostrarsi
dei movimenti che s’innalzano
dalla chiarezza al fondo, teneramente
al fondo parlo; così che ti dimentico e
ricordo: archi funesti e semplici
giardini di sofferenza vera;
ma le ragioni dell’esattezza gridano un manto
di verità nascoste
per questa pelle che non ha certo più
benedizioni; ma incandescenti lame
che promettono, dal buio: salvezza e
perdizione.

 

*

 

Il fiume attraversava quel sorriso
con una fine destrezza vieni:
e il lavoro di entrare e di
riempire significava, infatti:
sciogliere i nodi e
imprigionarsi al cielo.

 

**********

 


Sebastiano AGLIECO
[da: Oriente prossimo venturo, Inedito, 2008]

 

    I REDUCI

Vale per queste piccole nuove mani
due occhi che tutto hanno veduto:
finché ci cantava la vittoria nelle strade
abbiamo spezzato lo stesso pane
e siamo stati fratelli.
Forse l’occhio che tutto vede
era solo un miracolo
noi siamo stati i paria
i semi indeboliti con l’oltraggio nel cuore
i sempre scampati
da quella porta tenuta chiusa.
Bestia viscida e schifosa
pulsazione nella preghiera:
era un destino
uno stato di polvere del nostro sangue
uno staccarsi del fuoco che ci governa
la separazione netta
tra l’Occidente e
la linea della città.
Noi siamo stati i morti del novantadue
il sangue marcio
l’innocenza tradita.

 

DIECI O VENTI UOMINI

Fluire dell’ombra verso la luce
gesto rapido del taglio
mani e bocca
solo mani e bocca.
Mentre venivano in controluce
i fratelli
le belve
i giovani sorrisi degli infanti
dei padri
i soldati in sentinella
col ghiotto riposo nei pantaloni.
A sera la luce ci parve
un limone spremuto
quattro o cinque
la stessa macchia di contagio
lo stesso sfiorire, vecchie o vergini
per un dolore venuto meno.
Era stato perché credevamo nell’istinto
l’incedere del gesto verso l’orifizio
la conseguenza di una colpa di madri
che ci era appartenuta?

 

NELLE CANTINE

Gli odori appartenevano alla terra
poca terra inclinata
restituita al mare
forte di una conversione
di un supplizio di bocche.
Le ore le conoscevamo dalla memoria
ed era ciò che tornava
con consistenza fissa:
essere di terra e ghiaccio
spaccati nella scalfittura
sempre appartenuti
a quell’unico millimetro
a un rotocalco settimanale
per annotare i suicidi.
Ogni giorno c’era chi si svestiva
e chi si preparava a risalire.

 

AGGUATO

Dalle pistole
si scansarono i superstiti che
avevano perduto la strada
ci riunirono in uno spazio
condominiale, le donne da una parte
gli uomini, i bambini.
Fu, forse, per un dio
una voce risvegliata dalle sue
vene, una pietra spaccata
dov’era custodito un sigillo.
Le donne si bendarono gli occhi
i bambini persi: ammasso di rottami
gli uomini con i muscoli e con le vene.
Poi ci fu un silenzio tacito
occhi che ci spogliavano fin dai
capezzoli, desiderio di figli bastardi.
Ai confini di questa casa
dove l’ora era segnata
ci parve di sentire il fischio
di un treno, giovenche che
nel trambusto gettavano il latte.
E se tu eri la mia donna
adesso sei un ginepraio funesto
e i miei occhi non ti possono contenere.

 

I LUPI DALLE MONTAGNE

Dalle campagne si alzavano voci che
non avevo mai sentito, fili d’erba coatti
cielo che ci diceva un nome
opere di questi giorni ormai in salita.
Sognavo di una preghiera sottile come la vita
una parola che potesse spezzare il dolore.
Eppure li avevamo allattati come figli
vino dalle nostre tasche e pane nero
lo stesso fiato di terrore che ci governa.

 

PER DOVERE

C’era un sentiero di quindici corpi
un dovere piazzato con un
cappello di metallo in mano
ubbidienza e dedizione
ed era questo l’unico senso.
Case dove crescemmo bambini
gli stessi alberi
le stesse ciotole di latte
dove bevemmo, mutui.
E adesso istinto e rovi, solo rovi.

 

LA GIUSTIZIA DEL COLTELLO

Tornavamo da ubriacature domenicali
niente più pensiero, niente dolore
un flusso dell’ombra sui capelli della mia donna:
– finirò per baciarti a pezzettini
per divorarti, come quei mostri di Omarska –
Eppure ci pareva di vedere le luci di Trieste
il suono di binari che scricchiolavano
i volti contenuti in pochi treni
così avari di parole.
Ci finirono dalle nostre teste
simulacri di un dolore dissotterrato
una stessa logica antica che avevamo sottovalutato.
Ma chi può dire della morte
chi potrebbe consolarci di queste necessità?
Il pane era nero come i confini
liberi di ogni convenzione
e di ogni giuramento
il fuoco sbranava le piccole cose
ci riduceva negli istanti di una razza
cammino a ritroso verso l’origine.
E ora siamo ancora qui
a riguardarci in un gesto primordiale:
un colpo di pugnale
due occhi sottratti alle orbite.
Il fiato naviga negli agnelli
odore di crisantemi, pattugliamenti
neanche il sale nella bocca.
Uno stesso paesaggio
una stessa invocazione nella preghiera
di quel quarantasei delle nostre città.
I treni portavano la beffa di una canzone
– chist’ é ‘o paese do sole
chist’ é ‘o paese d’ammore –
e io non so più
quale sputo avrei dedicato ai poeti
al destino e alla poesia.

 

*

 

In questo tempo che in noi si
forma come un architrave, vieni
parola mia, mai detta veramente
mai posseduta.
Un sospiro si posa in loro
chiuso in questa stanza occidentale
io mi vergogno
d’essere appartenuto a questa casta.
Ma poi viene l’inverno e scendono le parole
nel nostro cuore si radica un Oriente venturo
chi non siamo stati
ciò che non abbiamo reso al tempo.

 

**********

 


Michele RANCHETTI
[da: Inediti, 2008]

 

Il prodigio di te demente
arresta la mia parola
e la mente e mi accusa
il tuo tacere assoluto
amico mio,
questo è il tuo amore eterno
che tu offri e non devo
interrogare la tua speranza.
E’ la mia, la stessa e vivo
e cresco per una luce.

 

*

 

«Geme la ferita al costato
punge la corona di spine.
Ah non mi fossi incarnato
Ah se non fossi sublime…»

 

*

 

La linea della vita nella mano s’arresta
a una croce: dirotta, poi, dentro il palmo
ad incontrare segni più leggeri di ferite
malattie morti stravaganze, precipita
in un solco più fondo sino alla più certa
fine vicino al polso e nel tragitto
crepe di dolori, fitte sofferenze, tagli
(amori collinari dentro l’ombra)
delle alture lunari delle dita.

 

*

 

I)

Naso adunco, bocca stretta, corpo esile,
gambe lunghe, chioma riccia, palpebre
senza ciglia né pianto, lucida mente,
corpo serrato, mani adunche, mani
leggere, dita rigide, articolate, occhi
senza colore né luce, fissa, assente.

 

II)

Occhi cerulei, capelli radi, lunghi,
occhiali quasi da sempre, corpo
sgraziato, mani piccole, utili,
sfogliano libri, uno ad uno, la fronte
le accompagna, le labbra grosse
acconsentono, il vestito è grigio
come la mente, il cuore è di fuoco.

 

III)

Mente fragile e violenta, occhi
scuri e atterriti, corpo forte, bocca
grande e ridente, immoderata, scossa
da una profonda crisi di vita prima
prima di ogni possibile presente.

 

IV)

Da un capello essiccato di Aristotele
trae il senso dell’essere difficile, l’incomprensibile
strage dei campi di sterminio, il non dire e il suicidio
dei superstiti. La traduzione è errata, il capello
è un falso, ma tant’è: quel che conta è esibire
la bravura del nulla.

 

V)

Nube di lacrime, alba di orrore,
senno di sofferenza, allucinata
quiete per la fine imminente, senza
luce del mondo per ogni
disperata assenza.

 

*

 

Particolari: il nome
mio ripetuto in altra voce
il mio corpo
più vicino del solito
all’uso dello sguardo,
la caduta del cuore di fronte all’apparire
di due che vanno stretti: io tra di loro
prendo dall’uno all’altro
un amore per me.

 

*

 

Sempre come dalla finestra che era il limite
aperto entro cui il volo delle rondini
urtava lo spazio puro e introduceva il moto
dell’errore, violava il cielo libero senza la vita –
ero malato a guardare il quadrato del cielo
ed il suo tempo era l’assenza delle rondini,
il mio tempo era breve per me solo…

 

*

 

Uscire dal morente
bruco, farfalla, madre
nel regno dell’esistente
dove chi muore è assente.
Ti fermi a contemplare
abisso o altare
fra quinte di rimosse
fertili assenze.
Il predominio della virtù
conoscitiva sull’esilio
della soglia ripetuta.

 

*

 

Tra la parola e il silenzio
la distanza cresce
come fra ora e ora
se tu non sei
a trattenermi nel tempo.

 

***

16 pensieri su “Il libro dei doni – Capitolo VIII, 4”

  1. compendio antologico scelto con rara competenza; testi taglienti e degni di riflessione. Caro Francesco, se ho latitato non è certo per supponenza ma per una serie di poroblemi più o meno gravi che fino a non molto tempo fa hanno condizionato in buona parte la mia vita. Vorrei riprendere i contatti proponendoti magari alcuni brani poetici inediti. Tuttavia, nel corso di una recente “ripulitura” totale del PC è andato perduto – insieme a molti altri – il tuo recapito email. Puoi rifornirmelo? Intanto un caro abbraccio con immutata stima e amicizia.

    Mirko Servetti

  2. Poeti che ammiro. Per originalità, ricerca, passione. Per la voglia di essere poeti fuori dagli schemi.
    Grazie, Francesco.
    M.

  3. Francesco, la ricchezza e la qualità che ci regali è davvero inestimabile.
    Grazie, sempre e più di sempre.

    Un carissimo abbraccio a te e ai poeti di questo splendido capitolo.

    jolanda

  4. Francesco, un immenso grazie. Non sai quanto importante sia per me essere oggetto della tua stima, ed è sempre bello ritrovarsi qui.
    Ringrazio te caro Carmine, e anche Stefano Guglelmin, sul tuo blog trovo sempre spunti per interessanti riflessioni, e ovviamente ringrazio questo luogo e tutte le voci che lo animano.

    grazie
    lisa

  5. Vi ringrazio.

    Condivido l’apprezzamento per la Sammarco. Per quanto mi riguarda, si tratta di una delle scoperte più importanti dei tre anni di vita di Rebstein: tanto schiva e riservata come persona, quanto mirabile e autenticamente matura e originale la sua scrittura.

    fm

  6. Rileggo anch’io la Sammarco con più attenzione e concordo con i giudizi positivi: una voce autorevole e nuova, di ferma classicità. Da registrare nel diario dei vivi (intendo i vivi, veri poeti).
    M.

  7. concordo con francesco riguardo a Lisa
    scoperta qui sentita vista crescere alta forte come le foglie verdi sull’albero
    esposte al vento al sole alla pioggia
    indomabili come questa forza della sua poesia
    una delle voci contemporanee mai lette e non solo in Italia
    un caro saluto
    c.

  8. Carissimi, questo vostro segno di apprezzamento mi coglie di una piacevole sorpresa, e senza la generosità di Francesco ciò non sarebbe stato possibile. D’altra parte ho sempre pensato di potermi dire molto molto fortunata per aver incrociato la mia strada con persone come lui, Carmine, Franz, Fabrizio che con puro altruismo mi hanno dato l’opportunità non solo di essere letta ma anche di accedere a luoghi di confronto che non fossero solo la mia testa :-) e in cui ho potuto sentirmi sempre a mio agio.
    grazie a tutti davvero
    lisa

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