Voci di muto amore

Manuel Cohen

vita, vita colpita
tritata a questa mola
irredenta ferita
al giorno che non vola
alto sulla stranita
stanza, cellula viola
impazzita al sudario
alto letto atro estuario

 

*

e intanto, portano ire
e indossano su corpi
dichinanti a patire
la rabbia d’anticorpi
e intanto, hanno mire
coltivano nei torpi-
di giorni ogni ambizione
a dirsi in guarigione

 

*

 

altri nomi, altri volti ammutoliti
animule, ombre di sguardi ferite
sotto le bende… siamo poi calati
con la sera tra le cliniche: vite
come altrove, là, nel dolore, dati
di sofferenza, infermità patite
di ore in ore, in un sommesso livore
in separate stanze, in disamore

 

*

 

sono tempi di terapia radiante
quando ovunque pulsa o sale un dolore
dal piede al petto nel sangue fluttuante
e sai che s’espande o cade un fervore
d’opporsi, di non cedere, al costante
danno, all’avanzante male latore
di un orrore dissepolto…o inseguire
o finire, nel folto… o da non dire

 

*

 

(otto gennaio 1980)

terapia del dolore, afasia, l’ira
che prende quando passa la morfina
hai imparato tutto, già, bestemmiare
implorare anche il cielo, o chi, vicina
altro non può che ascoltare, alleviare
asciugare la fronte dalla brina
“questo, forse, varrà dimenticare
questo, nel mutuo amore, da non dire”

 

*

 

la sala d’attesa dei raggi roentgen
era insolitamente deserta ( oltre
la parete e la porta l’infermiere
armeggiante a giganti coni s’ode
al soffitto a travi appese di bende
di ferro fasciate isolanti ) oltre
la parete dalla soglia dal muro
un silenzio infetto un suono puro

[E’ un rifacimento di un testo letto su un numero di «Anterem» degli anni Ottanta o primi anni Novanta. E non ricordo più se di F. Ermini o di S. Martini.]

 

*

 

“vieni conforta la vita ferita
tieni stretta quest’ora d’infermità
di vita, getta gli occhi alla stranita
stanza” mentre spera nell’oscurità
di dire a uno, dirsi, mentre s’avvita
a sé, s’inchioda a un letto d’inermità
la vita, mentre la mente è muto
scrigno, l’altro un incontro arcigno, muto

 

*

 

è presagio che penetra, è presenza
buia, bianca, della lotta, della resa
è alibi, è veleno, la pestilenza
che striscia lungo i corridoi e la chiusa
porta, inferrata ad hangar la stanza
ove ogni colma visita è preclusa
“ora offesa, di diffusa infermità
ora d’intesa, inarresa all’empietà”

 

*

 

il tempo è venuto. taci. non dirlo.
ti divora in soluzione. parlami
dell’ora nostra. potessi trovarlo
un senso. una ragione. tu guardami.
pelle in poca carne. e riconoscerlo
questo corpo. oppure non arrendermi
a una lenta consunzione. tentando
un respiro. oltre contagio. sfiatando.

 

*

 

e sono spore, spoglie
mortali, e sono fosse
d’antiche lingue, glosse
e reliquie su soglie
ree e reali…e sono doglie
di penne, pene forse
ideali, mute mosse
frante disperse voglie

 

______________________________
I testi appartengono all’inedito Centotredici (dieci inverni); un lavoro riassuntivo, di un silenzio ventennale (1990-2010). m.c.

Il titolo della sezione è un omaggio all’omonimo Voci di muto amore, un romanzo sulla solitudine, sulla malattia e sulla vecchiaia, tenero, ironico e di straordiaria bellezza dell’israeliano Yehoshua Kenaz (Anabasi, Milano 1994).
______________________________

 

***

15 pensieri riguardo “Voci di muto amore”

  1. “vieni conforta la vita ferita”
    Che sorpresa questi versi sul dolore e sulla malattia di Manuel Cohen, e quanta bellezza, quanta verità dove i corpi scontano il tempo dell’infermità. Parlammo pochi giorni fa degli scrittori israeliani, ricordi, caro Manuel? e di Kenaz tacemmo, anche se forse è proprio il migliore, certamente il mio preferito. fra questi tuoi versi penso che ogni interruzione, ogni sospensione del tempo, per quanto crudele, custodisce il fondo, la noce di una verità che potrebbe renderci tutti un po’ migliori, più devoti alla vita, all’essere insieme.
    Ti abbraccio, caro amico, grato di esserlo, fra noi. Tuo Fabio

  2. Trovare Manuel come poeta è un regalo. Mi sembra, anche se non lo conosco di persona, che la sua “timidezza” nel proporre i suoi lavori sia pari alla sua grande capacità critica e intellettuale. Dunque quando lo fa si sentono il tempo trascorso, la necessità, il dolore; e se lo fa, significa che sono poesie di alto valore, umano e letterario. Come qui.
    Grazie.

    Francesco t.

  3. Sono molto grato a tutti voi. A Francesco Marotta, che, a questo punto, è il mio primo sostenitore. A Fabio, per la consonanza. A Francesco Tomada, per la sua generosità. Pur scrivendo versi da molti anni, li tiro fuori di rado, forse perchè temo di non essere all’altezza o di deludere. E perchè poi, generalmente, mi vedono come uno che fa critica. Grazie a tutti voi.

  4. sono molto commossa, mossa nei sentimenti e nell’intelletto. la tua indubbia capacità critica esce rafforzata da questo tuo lato umano, di grande libertà, che umilmente metti a disposizione.
    grazie.

  5. questa terribile timidezza mi divora
    come quelle date che ad alcuni non dicono niente ma sono giorni che nelle nostre vite hanno il peso o la leggerezza del dolore e dell’amore
    grazie a M
    e al grande F.
    c.

  6. Natàlia e Carmine, vi sono molto grato. Siete sempre molto attenti. Non ci conosciamo, ma non importa. un caro abbraccio a voi.

  7. il tema mi tocca molto, e come l’hai “offerto” mi suscita la commozione della quale dice Lucy.
    in particolare mi toccano-trattengono, come ancore nella lettura, anche da un punto di vista formale e di ritmo (sempre, tralaltro, molto “congruenti” con il contenuto)
    le terminazioni dei versi

    in certe poesie, in una o due in particolare fra quelle qui proposte, sono quasi tutti participi passati, non per dare un senso di passato, magari!, anzi, ma piuttosto il senso di un che di passivo, subito e percepito come fisso,
    come di dolore o stato, non transeunte, almeno nella percezione che di esso si vive.

    in un’altra invece sono participi presenti, proprio “tempi di terapia radiante”

    in un’altra ancora, sono verbi per riconoscere, guardare in faccia, senza arrendersi o magari solo tentando di sfiatare, “il tempo” che “è venuto”

    in un’altra sono parole precluse-recluse come in tutto ciò che istanzia nella stanza resa del sé

    e così via..

    Questo ad una prima lettura
    grazie
    ciao!

  8. Grazie Margherita. Ti do del tu, è più semplice e più giusto. La tua è una lettura molto affilata: molto è infatti detto con i tempi verbali. Le scritture sono anche un po’ divaricate, perchè appartengono a varie stagioni, e a varie stazioni. L’ho offerto nella modalità più ‘naturale’ che potessi. Affido al ritmo e più, alla rima, una istanza di veicolazione: di chiarificazione o chiarezza: mi riconnetto in qualche modo a una linea minoritaria…>(Saba, Marin, Penna,Kavafis). grazie ancora. entriamo in contatto.

  9. Grazie a tutti gli intervenuti. Manuel bisogna costringerlo, se si vuole leggere qualcosa di suo che non siano le pagine che, con tanto generoso acume, dedica agli altri.

    Presto, comunque, ci farà una graditissima sorpresa…

    fm

  10. Belle, intense poesie.
    Soprattutto la penultima: l’uso dei punti è originale, forte, e ferisce il lettore.

    tu guardami. /pelle in poca carne/

    Grazie, Marco

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