Tre lettere a Picasso

Antonin Artaud
Roland Barthes

[N. d. T.] Le lettere di Artaud, conservate negli archivi del Musée Picasso di Parigi, sono apparse in «Europe», n. 873-874, 2002, pp. 39-43; le ultime due sono state poi riprese in A. Artaud, Œuvres, Paris, Gallimard, 2004, pp. 1143-1145. Le singolarità grafiche (ad esempio gli «a capo» nel corso della frase o la punteggiatura lacunosa) sono ovviamente presenti nel testo originale. La traduzione qui proposta è apparsa in «Arca», n. 10, 2004, pp. 117-120. Il saggio di Barthes, Artaud: écriture/figure, datato 21 giugno 1971, doveva servire da prefazione ad un libro su Artaud di Bernard Lamarche-Vadel, che poi quest’ultimo ha rinunciato a pubblicare; il testo è apparso in «Luna Park», n. 7, 1981 e ora si legge in R. Barthes, Œuvres complètes, III, Paris, Éditions du Seuil, 2002, pp. 877-879. [Giuseppe Zuccarino]

 

Antonin Artaud
Tre lettere a Picasso

 

Parigi, 13 novembre 1946

     Caro Pablo Picasso,

    

Dopo il mio ritorno a Parigi(1) ho scritto 5 poesie(2) per le quali ho avuto delle difficoltà: la rivista «La Rue» che voleva stamparne 2 è fallita. Altre 3 mi sono state RIFIUTATE da diversi giornali e periodici.
     Per contro, ho trovato un editore: Pierre Bordas, che vuole stamparle, pubblicarle tutte e cinque in una plaquette e mi ha pregato di chiederle se sarebbe disposto ad illustrarle con 5 o 6 acqueforti, o litografie. Ciò comporta parecchio lavoro per lei, ma gliele mando lo stesso. Forse dopo averle lette, vorrà, Pablo Picasso, dire qualcosa al riguardo.
     Creda nei miei fedeli e cordiali sentimenti

                                                           Antonin Artaud

 

*

 

Parigi, 20 dicembre 1946

     Caro Pablo Picasso,
            Caro amico,

    

Ho depositato a casa sua 5 poesie battute a macchina.
     Pierre Loeb l’ha informata che Pierre Bordas voleva farne un’edizione: 300 esemplari di lusso su carta pregiata, e mille esemplari su carta ordinaria, questo su mia richiesta affinché possano leggerle gli studenti e i poeti poveri, i giovani senza denaro, e non solo i ricchi profittatori del mercato nero, gli Americani del nord o del sud e i lama che al loro paese non hanno più visto una guerra da quando centomila anni fa il maschio ha sconfitto la femmina, ecc., ecc.
     Con ciò voglio dirle che le poesie sono per me un appello a quella che in mancanza di un termine migliore si continua a chiamare la coscienza, poiché dove è mai la coscienza da quando regna il male –; a parte alcune rare parti del corpo, cos’è che nella coscienza umana non ha commesso qualche porcheria?
     Non ho fatto in questi testi un lavoro artistico, riservato ai soli amatori, ed ho pensato che Pablo Picasso avrebbe voluto dare un colpo di bulino o di stilo su tutto ciò che, al pari di me, detesta.
     A meno che non mi giunga un suo avviso in contrario, passerò a vederla sabato a mezzogiorno.
     Il suo

                                                           Antonin Artaud

23 rue de la Mairie
Ivry-sur-Seine

 

*

 

Venerdì 3 gennaio 1947

     Pablo Picasso,

    

Io non sono un debuttante alla ricerca delle illustrazioni di un grande pittore per lanciare i suoi primi scritti.
     Ho già cacato e sudato la mia vita in scritti che valgono quasi solo i tormenti da cui sono usciti, ma che bastano a se stessi, e non hanno bisogno del patrocinio o dell’accompagnamento di chicchessia per fare la loro breve strada.
     Da tutte le opere che ho scritto dopo la mia uscita dal manicomio di Rodez, ho estratto cinque poesie che hanno attratto un editore, il quale ha desiderato che le poesie fossero illustrate da sei acqueforti eseguite da lei,
     poiché, per quanto mi riguarda, non ci avrei mai pensato.
     Sono capace anch’io di fare il mio ritratto e di illustrare i miei testi con figure che cessino di essere dei disegni per diventare dei corpi animati(3).
     E proprio perché a Rodez ho continuato a fabbricare corpi animati, l’amministrazione poliziesca dei manicomi francesi non ha smesso di torturarmi.
     Ho cinquant’anni.
     Abito ad Ivry. Sono passato attraverso nove anni d’internamento, di sottoalimentazione e di fame, complicati da tre anni di segregazione, con sequestro, molestie, cella, camicia di forza, e cinque mesi di avvelenamento sistematico con l’acido prussico e il cianuro di potassio, ai quali, a Rodez, sono venuti ad aggiungersi due anni di elettroshock, punteggiati da cinquanta coma, ho sulla schiena le cicatrici di due coltellate, e le tremende conseguenze del colpo di sbarra di ferro che nel settembre 1937, a Dublino, mi ha diviso in due la colonna vertebrale, con ciò voglio dirle che in queste condizioni faccio fatica a trascinare il mio corpo, e che non è stato molto gentile avermi costretto a trasportarlo già per cinque volte da Ivry alla rue des Grands Augustins(4), e in pura perdita.
     Può darsi che le mie poesie non la interessino e che secondo lei io non valga la pena di fare uno sforzo ma sarebbe stato quanto meno necessario dirmelo e concedermi l’onore di una risposta, quale che sia.
     Il momento è grave, Pablo Picasso.
     I libri, gli scritti, le tele, l’arte non sono nulla; un uomo lo si giudica in base alla vita e non all’opera, e cos’è quest’ultima se non il grido della sua vita?
     La mia opera è quella di un uomo sofferente ma casto, io vivo da solo,
e credo che, più di tutto, quel che le ha impedito di rispondermi sia il Demone che, nonostante l’età che lei ha raggiunto, la tiene ancora assoggettato a non so quale preoccupazione o ossessione, non so quale asservimento alla sessualità.
     La coscienza odiosa che dirige tutto, dispone di parecchi mezzi per trattenere gli uomini che talora hanno creduto di volersi impegnare a far saltare in aria la bestialità: e fra quei mezzi, c’è la grazia di un erotismo che concede più di quanto promette(5).
     dio è nato da un ritorno dell’io sulla clavicola sagomata del sesso ed è per questo che si è proclamato spirito e non corpo
     e non spetta
     ai pochi e rari uomini che hanno pensato di essere nemici nati della malvagità
     fare, con la loro adesione alle astuzie [innominate?(6)] del sesso, il gioco del fascismo eterno di dio.

                                                           Antonin Artaud

 

***

 

Roland Barthes
Artaud: scrittura/figura

 

Come parlare di Artaud? La domanda non è solo specifica (potrebbe esserlo per qualsiasi autore) ma, per così dire, semelfattiva (poco importa l’odore scientifico del termine): l’impossibilità di parlare di Artaud è press’a poco unica; Artaud è quello che in filologia si chiama un hapax, una forma o un errore che si incontra una sola volta in tutto il testo. Tale singolarità non è quella del «genio» e neppure quella dell’eccesso, non ha nulla di ineffabile, la si può anzi enunciare in maniera molto razionale: Artaud scrive nella distruzione del discorso; questa pratica presuppone una temporalità complessa: il discorso, per dar da leggere la propria distruzione, non può né essere stato distrutto (se così fosse la pagina sarebbe bianca), né soltanto annunciarsi come distruttibile (sarebbe ancora discorso); occorre, scandalo logico, che il discorso si rigiri contro se stesso anche con veemenza, e si divori alla maniera di un personaggio sadiano, consumatore dei propri escrementi. Senza dubbio l’imprecazione di Artaud, eternamente rivolta contro la sudiceria della scrittura, può essere incessantemente recuperata dal discorso stesso dell’imprecazione: è questo il pericolo in cui incorre ogni violenza: nulla è più fragile di essa: il codice la spia e il senso, finora, ha sempre trionfato sulla violenza (è per questo che, nei riguardi della distruzione del discorso – occidentale, cristiano, ecc. –, si può, tatticamente, preferire un discorso astuto a un discorso violento, Brecht ad Artaud).
     Di fronte a quest’altalena minacciosa (espressione semplice di un’alienazione storica della scrittura), spetta al lettore liberare il testo dall’istituzione letteraria: il lettore, cioè quel soggetto fragile, lacerato, pluralizzato, che si trova coinvolto nella comunicazione impostagli da Artaud (comunicazione che definisce il testo artaudiano e al tempo stesso la sua struttura retorica). Bernard Lamarche-Vadel è per noi tale lettore: ha scritto la propria lettura. Con quest’espressione non indichiamo un discorso critico o analitico; Lamarche-Vadel non ha, in senso proprio, censito delle idee, dei temi, delle forme, non ha sviluppato il nostro sapere su Artaud, non ha culturalizzato Artaud (e in ciò ha avuto bisogno di un certo coraggio, o fiducia, o innocenza, vista la destinazione universitaria che accettava di dare al proprio testo); la sua materia principale (il suo «soggetto», come si dice nella retorica scolastica) è stata la propria scrittura: e tuttavia in essa Artaud è più presente che in molte dissertazioni «su» Artaud. Questa riuscita dipende dal fatto che la scrittura di Lamarche-Vadel è più volte (a più livelli) citazionale.
     Il testo stesso di Artaud (il suo testo storico, filologico, editoriale) viene incessantemente coinvolto nel volume del testo di Lamarche-Vadel; sono come delle bolle di nutrimento che scoppiano nella piena luce del secondo testo; Artaud viene ricopiato nella sua coniazione, nella sua vocazione citazionale, nella sua energia di scrittura (ciò significa, secondo la terminologia attuale: come produzione e non come prodotto): smembrato, frammentato, può sciamare; si realizza così, con un paradossale ritorno, una conoscenza di Artaud superiore a tutto il sapere didattico, filologico, storico, che il discorso della scientificità potrebbe raccogliere su questo autore; andando fino all’estremo, si potrebbe dire: beato chi conoscesse Artaud soltanto in questa forma spezzata, disseminata, eraclitea (la «sudiceria della scrittura» non è forse altro che la sua continuità, quel flumen orationis in cui la retorica antica vedeva il valore supremo dello stile e che Flaubert, per sua grande fortuna, non è mai riuscito a raggiungere).
     Lamarche-Vadel cita Artaud in un modo diverso: non imitandolo, ma prendendo da lui quanto meno quelli che si potrebbero chiamare i movimenti del corpo; la scrittura (se si compie al di fuori della semplice scrivenza), è in effetti il corpo ri-generato di se stessi, tramite feticismo narcisistico e isteria collettiva: senza dubbio ciò che Lamarche-Vadel definisce la figura. Lamarche-Vadel si immette nel respiro del corpo scritturale di Artaud; senza mai parodiarlo, ne ritrova, nella propria pratica, e non, ancora una volta, nella propria analisi, il totale eretismo, cioè le sensualità, le chiarezze, le sorprese, le rotture e, più in generale, il valore nuovo (un valore ricercato, qua e là, per quanto in modo timido): la scrittura-idea, l’idea scritta, la cui funzione attuale sta nel disperdere il discorso antecedente, filosofico o letterario, e nel confondere l’opposizione tra l’arte e il pensiero, la cosa enunciata e la forma enunciante.
     Ad un terzo livello, ciò che Lamarche-Vadel mette in scena, non è solo Artaud (nella sua lettera e nella sua figura), è ogni scrittura. La scrittura, in effetti, non è composta di «tratti» stilistici, ma di rigetti, disposti a zig-zag, di invenzioni, di concessioni e riprese; la scrittura, in breve, è uno spazio tattico, determinato in rapporto alla cultura anteriore, un brusco scivolare lungo la china della lingua millenaria, paterna. Qui, Lamarche-Vadel raggiunge ancora una volta esattamente Artaud; il suo testo è una rottura che riesce tuttavia a sottrarsi al gesto della castrazione: nel testo che si è sul punto di leggere c’è un sapore profondo (il sapore, non dimentichiamolo, è la figura stessa del combinatorio: il piacere che ne risulta non è idealista).
     Insomma, alla domanda: come parlare di Artaud? Lamarche-Vadel risponde: non parlarne, e neppure scrivere «su» di lui, bensì: scrivere con Artaud. In tal modo alla critica trascendentale (ossia al posar sopra al testo di un autore un discorso che lo «comprende») si sostituisce un scrittura concomitante, un carosello di testi, che non fa (o non farà) dell’autore (qui Artaud, Lamarche-Vadel) null’altro che un gesto abbozzato dal corpo ma continuato dalla massa.

 

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Note

(1) Nel maggio del 1946 Artaud era stato dimesso dalla clinica psichiatrica di Rodez per essere accolto in quella di Ivry-sur-Seine, presso Parigi; nella nuova sede aveva a disposizione un appartamento proprio e poteva uscire quando lo desiderava.
(2) Sono quelle che compongono la raccolta Artaud le Mômo. La si veda in A. Artaud, Œuvres complètes, XII, Paris, Gallimard, 1974; 1989, pp. 9-65 (tr. it. in Artaud le Mômo, Ci-gît e altre poesie, Torino, Einaudi, 2003, pp. 51-125).
(3) Infatti Artaud le Mômo sarà pubblicato nel 1947 (dall’editore parigino Bordas) accompagnato da otto disegni eseguiti dallo stesso Artaud.
(4) Ossia al domicilio di Picasso.
(5) La lettera è dattiloscritta, ma le righe che seguono sono state aggiunte a mano da Artaud.
(6) Parola quasi illeggibile nel manoscritto.

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9 pensieri su “Tre lettere a Picasso”

  1. Oltre al piacere di rileggere le lettere comico-tragiche di Artaud a Picasso, che mi riportano ai tempi della “curiosità” di “Arca” e della nostra antica e inattuale ricerca, rinnovata oggi nell’inattuale Dimora, mi intriga conoscere queste pagine barthesiane. Al di là di alcune riflessioni determinanti sulla “distruzione” del discorso, mi colpisce che il testo sia dedicato a un’opera critica che non è mai venuta alla luce. Quando si dice “distruzione” nel senso letterale del termine, ma come sempre non si distrugge mai fino in fondo…
    Grazie a Giuseppe e Francesco.
    Marco

  2. A parte, ad un livello molto (molto! eh) superficiale, ritrovare nelle lettere di Artaud, una specie di quello ”spazio tattico”, del quale Barthes dice a a proposito della scrittura di Lamarche-Vadel su/con quella di Artaud (ma in generale, “ad un terzo livello”, a proposito di ogni scrittura),

    ”spazio tattico” che nelle lettere include
    non solo il contenuto interno:

    [stringato e inerente la sola richiesta (senza alcun contesto-motivazione-rivendicazione sociale o personale) nella prima lettera,
    con “un appello” ad un’azione condivisa, affinché il lavoro artistico, nn sia “riservato ai soli amatori”, nella seconda,
    ampio e pieno “di rigetti, disposti a zig-zag, di invenzioni, di concessioni e riprese” personali e non, nella terza,]

    ma anche il contorno, per es. la disposizione grafica, l’incipit e il finale
    (alquanto indicativi i passaggi dal “Caro Pablo Picasso” – “Caro Pablo Picasso,/ Caro amico,”, al “Pablo Picasso,”
    o dal
    “Creda nei miei fedeli e cordiali sentimenti/A.A.” – “il suo / A.A.” alla sola firma “A.A.”)

    a parte questo, come Marco, mi ha molto interessata la pagina barthesiana,
    soprattutto in quel suo prefigurare lo ”spazio tattico”del lettore
    (“al quale spetta liberare il testo dall’istituzione letteraria”)
    come colui che “ha scritto” – scrive – “la propria lettura”
    (Barthes parla in primis di Lamarche-Vadel, ma certo di ogni lettore/scrittore, anche per es., chessò, prendo a caso :D, certamente di G.Zuccarino),

    “scrivere” la propria lettura

    (magari come fa “la scrittura di Lamarche-Vadel a più volte (a più livelli) citazionale”)

    nel senso non solo fattivo-effettivo di produrre un testo sul testo letto,
    ma anche in senso figurato – di “figura” -,
    per riuscire proprio a prendere i “movimenti del corpo dello scrittore nella scrittura
    ( la scrittura (se si compie al di fuori della semplice scrivenza), è in effetti)
    “il corpo ri-generato di se stessi”

    insomma a “scrivere con” .

    Questo,
    ah, poi plauso a quell’immagine dei più livelli di lettura-scrittura-citazionale che sono “bolle di nutrimento che scoppiano nella piena luce del secondo testo; “.
    Secondo me (tenuto conto che la bolla contiene: forza-tensione – tensione anche alla distruzione della quale dice Ercolani- iridescenza eraclitea, e anche vuoto), migliore sunto di tutto il discorso non c’è
    (potevo dunque non farla tanto lunga e cavarmela con ciò :)).

    Grazie a G.Zuccarino e F.Marotta.

    Ciao!

  3. La “lezione” che Barthes attribuisce a Lamarche-Vadel la vedo a tratti operante e realizzata, pur se con modalità espressive diversificate, negli scritti creativi di Ercolani, nella scrittura critica di Guglielmin, Aglieco, Rizzante, Cepollaro.

    Il “problema” è che Artaud è presente, lo si voglia o meno, anche quando chi scrive se ne sente a debita e “precauzionale” distanza di sicurezza. E meno male…

    Un grazie a Marco e a Margherita, as usual.

    fm

  4. grazie a rebstein per gli stimolantissimi testi, anche se non mi è chiaro se ci sia una relazione fra i 2. effettivamente, parlare di artaud è difficile, assurdo appare il suo rapportarsi a un artista esuberante, solare, vigoroso, sano – la sua antitesi insomma – come picasso (a proposito, qualcuno sa come è andata a finire con le litografie?) … problematico appare il rapportarsi alla sua opera persino di uno scrittore anticonvenzionale come barthes, studioso fra gli altri di Sade… io concordo con artaud, è la vita che conta più della scrittura… ma come la mettiamo quando andiamo ad applicare questo principio ad artaud stesso (la cui vita di fatto giustifichiamo proprio con la scrittura)?

  5. ” Ho già cacato e sudato la mia vita in scritti che valgono quasi solo i tormenti da cui sono usciti, ma che bastano a se stessi, e non hanno bisogno del patrocinio o dell’accompagnamento di chicchessia per fare la loro breve strada ”

    Sembra quasi la sintesi perfetta e totale della sua opera, la consapevolezza di aver sudato e sofferto parola per parola, punto per punto, una scrittura fatta con il sangue, il sudore, le interiora, il corpo che si disfaceva sotto i colpi dei medici, la sempre più forte certezza che l’essere in salute fosse uno stadio più subdolo e celato della malattia. Grazie per avermi fatto conoscere tutto questo.

  6. Non conoscevo questi testi.
    La lettera terza di Artaud è qualcosa che ogni artista vero o presunto dovrebbe ruminare notte e giorno, per capire la differenza tra l’indignazione di uno spirito offeso nella sua reale dignità e il risentimento fondato su pura ambizione narcisistica, da cui gli uomini di lettere oggi sembrano unicamente divorati.
    Grazie fra, il tuo blog è un posto dove si può rinascere alla curisità del Verbo.

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