Repertorio delle voci (XI, 2)

Gianni Fucci

Gianni Fucci
di Manuel Cohen

Competente linguista e studioso della poesia romagnola, autore di un Dizionario dei poeti dialettali romagnoli del Novecento (2006), Gianni Fucci, decano della poesia neodialettale, nato in Francia nel 1928 da padre toscano e madre romagnola, vive dall’infanzia a Santarcangelo. Varcata la soglia dei cinquant’anni, come spesso è accaduto nel Novecento, a Scataglini, Loi, Baldassari, Pedretti e Baldini, Fucci arriva all’opera prima relativamente tardi con La mórta e e’ cazadour, La morte e il cacciatore (1981), sebbene tracce di suoi testi risalgano ai primi anni ‘settanta, gli anni della nuova grande messe dialettale. I critici più avvertiti segnalano da subito l’eccezionalità della varietà linguistica adottata dal poeta: si tratta infatti della parlata santarcangiolese più defilata, la più a contatto con una civiltà di natura; è l’idioma delle contrade, che presenta voci di lessico rurale desuete e autoctone, molto distante dalla varietà in uso in paese dalla piccola borghesia artigiana, e più in rapporto di contiguità con l’italiano, quella per intendersi di Baldini o di Guerra; un idioma dalle sonorità più aspre, nelle dittongazioni più chiuse, e permeato da una considerevole e connaturatamente congrua ‘vivacità espressiva’ (Brevini) propria degli strati più popolari della popolazione. In questo è dunque possibile cogliere un primo elemento della ricchezza germinale nella lingua di Fucci, come pure della sua densità di rappresentazione icastica e, al contempo, analogica, realistica eppure visionaria. L’altro, si riconnette idealmente alle sue origini spatriate, alla sua naturale permeabilità a nutrirsi di una cultura filosofica, politica e letteraria ad ampio spettro, europea e post-simbolista (Baudelaire, Rimbaud, Eluard, la grande poesia francese del Primo Novecento, il simbolismo europeo, ma anche Lorca, Ungaretti, Montale, Fortini e Pasolini, per non dire del suo concittadino Pedretti, un riferimento nel tempo). Sebbene sia poi sempre rimasto nella sua Santarcangelo, Gianni Fucci si è rivelato un poeta residenziale, che dalla sua couche fisica e antropologica, dal cui serbatoio ha attinto i suoi motivi ispiratori, dal suo linguistico socioletto, ha dialogato con il territorio circostante e con la cultura poetica e il pensiero espresso a ogni latitudine. Compiutamente, a partire dalla seconda opera, Êlbar dla memória, Alberi della memoria (1989), che sin dal titolo dice di un destino di ‘devozione’, a vagh in devoziòun, a girovagare tra metaforici alberi (così nel testo eponimo, Êlbar dla memória) nella ricerca di senso tra biografia e antropologia: Mo ancòura a n so arivàt invéll / e dreéinta ad mè l’à za scatȇ la trapla., Ma ancora non sono arrivato da nessuna parte / e dentro di me è già scattata la trappola (La zirca, La ricerca, in Êlbar…, cit.), frequentando i non-luoghi del nulla contemporaneo, o le occasioni delusive storiche, politiche e sociali, di una umanità affaccendata in scenari di consumi e di guerre fratricide, e che saranno tra i temi nevralgici delle raccolte mature: Tèmp e tempèsti, Tempo e tempeste (2003), Vènt e bandìri, Vento e bandiere (2005), Rumanz (2010). Ricerca e assunzione linguistica delle radici, e tuttavia enunciato, Êlbar dla memória, polisemico e programmatico di una scelta che tenga ben conto delle due coordinate fondamentali che caratterizzeranno questa poesia di visione e pensiero anche negli esiti successivi: l’elemento naturalistico, di paesaggio abitato, di manifestazioni atmosferiche, di universo faunistico: emblematici i molti volatili, e, su tutti, l’allodola, i suoi strilli sul deserto del mondo, in Sòtta e’ bèch dla lódla, Sotto il becco dell’allodola (in Vént e bandìri, Vento e bandiere, 2005) quasi incarnante un autentico mandato della poesia in tutto l’iter fucciano; o della flora: qui una ricerca capillare e competente di piante e radici, di attinenza rurale e idioma popolare, e ovunque una enorme libertà di esercizio rappresentativo della natura tout court che è leopardianamente al centro della sua dimensione lirica, sociale e civile; quindi l’elemento culturalistico-speculativo, di una ricchissima intramatura metaforica, esercizi di surrealtà in una visionarietà simbolica, è nella ricerca di senso e di ragioni, di radici geologiche e elettive: un autentico Ethos, lo diremmo, quello di Gianni Fucci, di cui la stessa struttura del libro, e delle opere successive della seconda stagione, compresa La balȇda de vént, La ballata del vento (1996), uno dei vertici fucciani, è contraddistinta da coerenza interna di motivi, richiami e lemmi, di immagini ritornanti e di suoni : “uno spirito ritmico meglio udibile e cernibile nel fresco e vivace intarsio acustico […]. Quando infatti si pensa che Fucci sia più interessato all’espressione convenzionale e convenuta del testo, e non invece all’improvvisazione e a un estro improvviso, che rimanga più accosto e incline a un tono contenuto ed asciutto e non alle scansioni interiorizzate, giusto allora ci si avvede di come la sua sensibilità rovesci la dizione ‘naturale’ in una sorta di semilavorato sul quale cadono le più diverse campionature” (Gualtiero De Santi). L’elemento prosodico-ritmico dunque, in campiture di versi sorprendentemente duttili di endecasillabi alternati a settenari, in catene di suoni ritornanti e rime, allitterazioni e continuità di senso e timbri data dai frequenti enjambements, ballate appunto, con raffinata percezione acustica, come nella omonima La balȇda de vént, dove vento inteso come fenomeno atmosferico e vento figurato di eventi, di storia, di idealità e destino, danno luogo a uno dei esiti più alti e ariosi della poesia italiana degli ultimi trent’anni segnata da una clausola memorabile: Éun tla su véita u n sarà mai cuntént / se emȇnch u n’à tentȇ ‘l strȇdi de vént!, Mai, nella vita, sarà contento / chi non avrà tentato le strade del vento. Fucci non ha stilato raccolte di versi, bensì rispondendo alla esigenza di raccordo e di richiamo policentrico, di antica tradizione di canzoniere coniugata a una molto contemporanea attitudine a concepire opere totali o meglio, opere-mondo, capaci di accogliere la complessità dell’epoca, di portare in sé i germi e i geni della natura e dell’arte, gli stigmi della memoria e della storia. In questa direzione si muovono le sue recenti opere, fino a giungere al vertice di perfezione formale e di elaborazione, con la sua opera più ambiziosa, a cui ha lavorato per decenni, scritta come un poema ariostesco in purissimi e distesi endecasillabi strutturati prevalentemente in strofe in ottava rima: è Rumànz, Romanzo in versi, popolare e privato, saga epico-famigliare delle origini, ma anche della storia occidentale dell’ultimo secolo, le sue guerre, le sue idealità nell’arte e nella politica. Raramente la poesia in Italia ha prodotto poemi perfetti e significativi, in cui una vicenda personale si fa carico di testimoniare e rappresentare epoche e mondi. Rumànz e tutta l’opera di Gianni Fucci, è sicuramente tra questi.

______________________________

 

 

Gianni Fucci

RUMÀNZ

 

Da: TÉRZA CHÊNTA (RUMAGNA CÓMM E’ PȆN).
Da: TERZA CANTICA (ROMAGNA COME PANE).

 

CAPÉTTAL XIV
PAR I SANTÌR DLA PARÓLA
CAPITOLO XIV
PER I SENTIERI DELLA PAROLA

 

1     Cumè s’avéss una févra a quarênta,
êli ch’a l bat te schéur; éulta ti andréun
la vérgna ’d ’na stasòun par mè impurtênta
– sla féin d’un mònd, – dvè ch’e’ pêrla i canéun
d’na brótta guèra! Sl’òc ch’u s’inchênta
insìna che Dò ad Zógn, (a sérra Arzéun!)…
Stória,! stória ch’e’ fó, ch’la invècia al vòusi
dla ràbia antéiga ch’la fa arléus al cròusi.

1 Come avessi una febbre a quaranta,
ali battono al buio; per l’androne
la solfa di una stagione importante
– sul finìr di un mondo, – in cui parla il cannone
d’una brutta guerra! L’occhio s’incanta
a quel 2 Giugno (ero a Riccione!)…
Storia! storia che fu, che invecchia voci
di rabbia antica che fa brillar le croci.

 

2     A sint ancòura tótt che smasìr schéur:
sal pórti e’ vén a zarmuiê la mórta,
òmbra d’un òmbra, luce nira, uréur.
Pu l’impruvéis l’aria cèra la m pórta
cmè par mirêcal e’ profómm di fiéur
ch’e’ cundéus la sperênza ch’la cunfórta:
…e questo è il valzer del buonumor, réis
patêti e fasul…
”, la m pórta e’ suréis,

2 Sento ancora quel buio scalpore:
germinava la morte sulla porta,
ombra dell’ombra, nera luce, orrore.
Poi, improvvisa, l’aria chiara porta
come per miracolo il profumo d’un fiore
che reca la speranza, che conforta:
“ …e questo è il valzer del buonumor, riso
patate e fagiol” mi porta il sorriso,

 

3     e la s spargóia l’aria piò preziòusa.
Una vòusa ch’la parévva stunêda
e magara ênca stràca e un pó nervòusa
la impévva tótta cl’aria scunquasêda
e dréinta ta i santévvi pauròusa
l’ònda ’d guèra ch’ la pasa tla Cuntrêda…
Stanòta u i è stê “Pippo” l’aviatòur:
tal fóli u i érra e’ lópp a mètt teròur!

3 e nell’aria si diffonde preziosa.
Una voce che pareva stonata
e magari anche stanca e un po’ nervosa
riempiva tutta quell’aria squassata
e l’ombra in cui sentivi ancora paurosa
l’onda di guerra che passa nella Contrada…
Stanotte c’era “Pippo” l’aviatore:
nelle fole, c’era il lupo a far terrore!

 

4     Stèli féssi de zil, quanta mai ràbia
pr e’ vòst tranquéll destéin d’eternità
speci quand ch’e’ mór un améigh ch’u n’àbia
gnénca ségg an, par la fatalità
ch’l’è t’una schèggia ad fugh, e cmè la sàbia
tra ’l dàidi, la su véita la s ne va
e la rósa de sangh adès la s spand
tramèz i uléiv, t’un dul sémpra piò grand.

4 Stelle fisse del ciel, quanto fa rabbia
quella placida vostra eternità
specie se muore un amico che abbia
meno di sedici anni, per la fatalità
ch’è in una scheggia di fuoco; come sabbia
fra le dita, la sua vita se ne va
e la rosa del sangue ora si spande
tra gli ulivi, in un duol sempre più grande.

 

5     U s ciaméva ênca léu Pippo, simbén
che u n’avéss agli êli, mo un cór grand!
Dlà dal nòti e di dè adès e’ vén
la vòusa cèra che l’ulvèid e’ spand
cumè memória ad vént, ad dè parbén.
Mo un’aria ad rêm la smêsa tra cal rêmi
e l’òmbra la s fa fugh ad strêdi infêmi

5 Anche lui si chiamava Pippo, sebbene
non avesse le ali, ma cuor grande!
Oltre le notti e i giorni adesso viene
nella voce che l’uliveto spande
un ricordo di vento, di giorni perbene.
Ma un’aria di rame fruga fra quei rami
e l’ombra si fa fuoco di strade infami

 

6     indvè ch’ò vést dal fazi ma cla frêda,
ócc smaréid at chi urénd vaghéun piumbêd
ch’i pasévva at cla sàira desolêda.
E l’érra chi ócc, chi sguèrd ad disperêd:
“ARBEIT MACHT FREI” (malégna bufunêda)
ch’i vidrà, me canzèl nir, sconsolêd,
cumè l’avdéuda, ma l’éultum cunsómm,
ad tótt’ cal véiti ch’a l s n’andrà te fómm.

6 dove ho visto i volti a quella grata,
occhi a quegli orrendi vagoni piombati
che passavano nella sera desolata.
Quegli occhi, quegli sguardi disperati:
“ARBEIT MACHT FREI” (maligna buffonata)
vedranno, al nero cancello, sconsolati,
come accoglienza all’ultimo consumo
di quelle vite che se ne andranno in fumo.

 

7     Adlà de spèc adès e’ stréid e fugh,
dòunca pénsa mal mêni e me su ardòur
parchè e’ pensìr l’arléusa at tótt i lugh
te témp, senza miséura; se tu amòur
tè ta t’incórz quant ch’l’è tremènd ste zugh!
U n decéid chi ch’ pérd, chi zéd me dulòur,
e i n còunta nè par mè nè par niséun:
ch’i è za, te vént ch’u i pórta véa, féun.

7 Oltre lo specchio adesso stride il fuoco,
dunque pensa alle mani, al loro ardore
perché il pensiero brilli in ogni luogo
nel tempo, a dismisura; con amore
ti rendi conto quanto è duro il gioco!
Non decide chi perde, cede al dolore,
e non conta né per me né per alcuno:
son già, nel vento che li trascina, fumo.

 

8     Sè! e’ pasarà ênch quèst cmè ch’l’è stê
pr i mascaréun dla nòta; pu d’arnóv
l’inversarà i franguéll e sòura i prê
u i sarà l’aria cèra d’un témp nóv;
sla lòza de cór a m putrò afazê
e cla bucìna azórra ch’a m’artróv
in zéima la cardénza, tra i pastrócc,
l’è un lêmp ad zil ch’u m asaséina i ócc.

8 Sì! passarà anche questo com’è stato
per gl’incubi notturni; poi di nuovo
canteranno i fringuelli e ogni prato
sarà nell’aria di un tempo nuovo;
alla loggia del cuor starò affacciato
e l’azzurra boccetta che mi ritrovo
in cima alla credenza, tra i pastrocchi,
è un lampo di cielo che mi trafigge gli occhi.

 

9     A mètt d’arnóv in mót la fantaséa
te spalanchês d’una bèla stasòun
l’e’ un rimbòmb ad squéll a furavéa:
cmè una lusénga, Flenghi che surgnòun,
l’invéa in completa freneséa
che su masnéin a tròmba; tótt l’andròun
ligar u i chênta dri: “Bandiera rossa…
Avanti popolo alla riscossa…

9 A rimettere in moto la fantasia
all’aprirsi della bella stagione
è un risonar di squilli fuorivia:
come una lusinga, Flenghi sornione,
avvia in completa frenesia
il suo grammofono a tromba; l’androne
lieto gli canta dietro: “Bandiera rossa…
Avanti popolo alla riscossa…”

 

10     Alòura e’ trema e’ cór dal vèc’ Cuntrêdi!
cugóll d’idéi ’zardòusi e ’d gàti gnósi.
Tl’aria bóna ch’la sguélla par al strêdi
l’aréiva a undêdi e’ bón profómm dal rósi
ch’e’ fa dvantê piò bèl e’ sòul dl’instêda.
…Dòp, l’è suzèst una gran masa ad cósi
e niséun pénsa piò ma la miseria
nè a patimént, o guèri, o cativeria…

10 Allora trema il cuor delle vecchie Contrade!
covo d’audaci idee e gatte oziose.
Nell’aria buona che spira per le strade
arriva a ondate un profumo di rose
che fa più bello il sole dell’estate.
…Dopo, sono successe tante cose
e più nessuno pensa alla miseria
né a sofferenze, o a guerre, o a cattiveria…

 

11     Ségg an apéna! un pas, du pas… e pu?
Quènti pasiòun brusédi tl’ilusiòun
d’una giustéizia ad véita dòp che i bu
i évva sgné sla su sórta cla stasòun
dla “Nóva zuvantó”, credénd che pu
u s’arnuvéss e’ mònd at cl’ocasiòun!
Mo e’ véinz e’ , e’ néun l’è derelétt
e la fraternità guèsi un delétt…

11 Sedici anni appena! Un passo, due… poi?
Quante passioni arse nell’illusione
d’una giustizia di vita, dopo che i buoi
con la loro fine segnano la stagione
della “Nuova gioventù”, credendo poi
di rinnovare il mondo all’occasione!
Ma impera l’io, il noi è derelitto
e la fraternità quasi un delitto…

 

12     Paèis d’una ligrèzza antéiga, umên;
vàirdi verandi ch’u s’afàza e’ mònd,
pórti zétti ch’a l s’érva manimên
mal trêmi nóvi d’un santéi giocònd,
e’ strémmal ch’u t trasmètt un tu luntên
desidéri d’Oriént e’ piò profònd
ch’e’ déndla féil ad talaràgni d’ór:
pensìr ch’e’ nas e e’ mór, ch’ nas e e’ mór…

12 Paese d’allegrezza antica, umano;
verdi verande cui s’affaccia il mondo,
porte silenti s’aprono man mano
a nuove trame d’un sentir giocondo,
impulso che ti trasmette un lontano
desiderio d’oriente, il più profondo
che culla fili di ragnatele d’oro:
pensier che nasce e muore, nasce e muore…

 

13     Adès e’ pasa i an t’na bagatèla
ad òuri, sa che séns ad luntanênza
ch’e’ mêrca e’ témp zirànd la manuvèla
de su fatêl cunzègn. Mo la sperênza
la n’arcórda piò al tòmbi; e tla bavèla
de vént u s sint a rimbumbê i mumént
dvè ch’e’ bat l’êla di tu dè fiurént!

13 Ora passano anni in una bagatella
d’ore, con quel senso di lontananza
che il tempo marca girando la manovella
del suo fatal congegno. Ma la speranza
non ricorda le tombe; e la bavella
del vento riecheggia quei momenti
cui batte l’ala dei tuoi giorni fiorenti!

 

14     E cla bandìra ròssa, s’éun l’à fàida,
e l’à ségg an, u n duvrébb ès un mêl:
l’è un’età, quella, che quand ch’u s’à saida,
u s bài senza badê da che buchêl!
Però s’l’è ancòura un vênt (bsògna ta i cràida),
alòura rógg cla còulpa cmè un reghêl
e smòla cal paróli a cór cuntént
zért ch’ a l n’andrà sparguiédi te vént.

14 Quella bandiera rossa, se uno ha fede,
e ha sedici anni, non significa il male;
quella è un’età, che quando si ha sete,
si beve senza curarsi del boccale!
Ma se ancora è un vanto (se si crede)
urla quella colpa come un dono regale
e molla quelle parole a cuor contento
certo non andranno disperse nel vento.

 

15     Ênca se pr i suféstich u n’è ’d zért
la poeséa, a indichê i santìr
dla véita; ta l pò déi, ta l’é sofért
da e’ mumént che ta t ci vést prisunìr
ad che mònd ad meschéin. E t’é ênca zcvért
(sa cla ciarèzza dl’aqua t’un bicìr)
che la paróla, piò vséina e surèla
l’è quèlla ch’la dà e’ sangh ma la favèla

15 Anche se per i sofistici non è certo
la poesia, a indicare il sentiero
della vita, lo puoi dire, l’hai sofferto
da quando ti sei visto prigioniero
di un mondo meschino. E hai poi scoperto
(con la chiarezza dell’acqua in un bicchiere)
che la parola più vicina e sorella
è quella che dà sangue alla favella

 

16     parchè la poeséa la pò arivé
– za préima dla paróla, – me pensìr
cumè lózzla ch’la vén a inluminé
l’energéa dla lèngua, – se santìr
dvè ch’u s rivela e’ mònd, – e’ su mudé
in ór , ór féin, e’ strimuléi lizìr
dl’amna che la vistéss la tu paróla
me fugh sòtta la zèndra dla tu róla…

16 perché la poesia può arrivare
– già prima della parola, – al pensiero
come favilla che viene a illuminare
l’energia della lingua, – sul sentiero
dove si rivela il mondo, – il suo mutare
in oro fino il fremito leggero
dell’anima che veste la parola
al nascosto fuoco della tua arola…

 

17     A t’aringrêzi Arthur par la miséura
e’ curàg, l’inteligenza e l’aspèt
ad cla tu guèra campànd l’aventéura
de mònd: Bateau ivre, forsi cmè rispèt
ad véita e poeséa, s’una chéura
«qui porte, confiture exquise aux bons poèts»
pr al paróli d’ “Alchimie du verbe
tè, eleghênza d’espresiòun e ghêrb…

17 Io ti ringrazio Arthur per la misura
il coraggio, l’intelligenza e l’aspetto
della tua guerra, vivendo l’avventura
del mondo: “Bateau ivre” come rispetto
«che rechi ai poeti squisita confettura»
di vita e poesia, amore e affetto
per le parole d’”Alchimia del verbo”
tu, eleganza d’espressione e garbo…

 

18     E dal mi paróli znìni (o grandi?),
a pòs déi ch’a l fa la Stória? e i su santìr
i è testimóni ad trêmi miseràndi
d’un’Itaglia imbruiòuna, òz cmè ir?
Sénza risposta u i è parècci dmàndi
da “Tangentopoli” a i “fazandìr”.
E’ frêna tra ’l vargògni e la rughênza
una “Préima Repóbblica”… e u s’avênza.

18 E del mio parlar meschino ( o grande?),
posso dir che fa la Storia? e i suoi sentieri
sono testimoni di trame miserande
d’un’Italia imbrogliona, oggi e ieri?
Senza risposta son tante domande
da “Tangentopoli” ai “faccendieri”.
Frana fra le vergogne e l’arroganza
una “Prima Repubblica”… e s’avanza

 

19     Léu che “scende in campo” òunt de Signòur!
déis: – a salvê la nòsta libertà, –
s’ cla faza ligra, da prestigiadòur
e’ mòstra a e’ mònd tótti al su qualità;
un salvadòur dla Patria imprendidòur:
ch’u i vu at che chêmp de sbózz, dl’abelità!
Par quèst bênchi, giurnêl, televisiòun,
chi piò, chi mênch, l’è “vòusa de padròun”.

19 Lui che “scende in campo”, unto dal Signore!
dice: – a salvare la nostra libertà, –
con faccia allegra da prestigiatore
mostra al mondo le sue qualità;
un salvator della Patria imprenditore:
in quel campo ci vuol genio, abilità!
Per questo banche, giornali, televisione,
chi più, chi meno, è “voce del padrone”.

 

20     Òz la paróla cèra la s nascònd
– parchè è zcòrr la guèra alà at chi séid, –
la s bréusa te silénzi piò profònd;
cmè vén tla telvisiòun di svampéid:
quell ch’e’ suzéd in Bosnia e’ curispònd
ma tótt chi zchéurs vêgh, lénd e sfurbéid?
Niséun ch’e’ dégga ad nò! I zuga e’ lòt
sa cl’uranio targhêd duséntrentòt?

20 Oggi la parola chiara si nasconde
– perché parla la guerra in quei siti, –
si brucia nel silenzio più profondo;
come avviene alla Tivù degli svampiti:
ciò che succede in Bosnia, corrisponde
a quei discorsi vaghi, lindi e forbiti?
Nessuno dice no! Giocano al lotto
con l’uranio targato duecentotrentotto?

 

21     E’ sentimént l’è una vòusa feréida
una lumìra dénsa, un vént manêd
ch’l’aréiva da la tu fròunta sfurbéida.
Mè a racòi e’ féil lòngh ormài smanêd
ad burdéll at cla lumìra paséida.
Burdéll ch’i crèss, ch’i dvénta ómman sprêd
e d’ilt burdéll ch’i zirca i su fradéll!
Tla luce di su ócc ch’i è acsè béll

21 Il sentimento è una voce ferita
una lumiera densa, un vento malato
che giunge dalla fronte forbita.
Io colgo il filo lungo scompigliato
di bambini in quella luce appassita.
Bambini cresciuti, adulti disperati,
altri bambini in cerca dei fratelli.
Nella luce di quegli occhi così belli

 

22     e’ zarmòia la mórta. E’ zil l’è sfònd
a n sò sé se òz l’è òz o s’l’è za dmên!
se proféil êrs dal muntagni a m cunfònd
sagli òmbri ad chi sgraziéd d’americhên:
pòrbia e fugh dal Dò Tòrri: e’ finimònd.
Misericórdia par tótt i cris-cên!
At cl’aria ênca al ròndi agli è ’d mêrum.
Quand e’ carètt dla mórta e’ sarà férum?

22 germoglia la morte. Il cielo è sfondo
non so se oggi è oggi o s’è domani!
sull’arso profilo dei monti mi confondo
con le ombre dei poveri americani:
polvere e fuoco: le Due Torri: il finimondo.
Misericordia per tutti i cristiani!
In quell’aria anche le rondini son di marmo.
Quando il carro della morte sarà fermo?

 

23     Sperémma prèst! ch’l’à, in dóta, la favèla
l’òman! insén sla lózzla de pensìr!
e’ mistér che l’arléus cmè una fiambèla!
dòun de poeta ch’u n’è prisunìr
cmè ch’l’è, dréinta l’arlózz, una rudèla:
che al su paróli al vòula t’un lizìr
sguèrd ad pasiòun se mònd: cmè una carèzza,
profómm dla rósa antéiga dla belèzza.

23 Speriamo presto! che ha in dote la favella
l’uomo! con la scintilla del pensiero!
il mistero che brilla come fiammella!
dono del poeta che non è prigioniero
com’è, nell’orologio, la rotella:
le sue parole volino in un leggero
sguardo di passione sul mondo: carezza,
profumo della rosa antica della bellezza.

 

______________________________
[Gianni Fucci – Rumànz]
______________________________

 

***

5 pensieri riguardo “Repertorio delle voci (XI, 2)”

  1. Notevoli questi passi. Mi auguro davvero che possa andare in stampa.

    Complimenti all’autore, poeta che non ha certo bisogno dei miei complimenti ma sono rimasto molto colpito da questo lavoro.

    Un caro saluto

  2. ma qui si parla l’attuale!

    un’ottima presentazione, profonda e chiara, per questa che senz’altro, anche da quest'”assaggio”, si intuisce essere una vera opera-mondo, dono del poeta che non è prigioniero/com’è, nell’orologio, la rotella

    grazie
    Ciao!

  3. Dobbiamo ringraziare sempre mauel per queste splendide letture.
    Fucci? Un grande poeta che sento assai vicino -in questo momento- al mio sentire.
    salvatore

  4. Grazie a tutti, per le vostre parole e i commenti. Speriamo che il libro di Fucci trovi al più presto giusta collocazione editoriale. A guardarsi intorno, ci si rende conto che le ingiustizie letterarie non sono da meno di quelle sociali e morali.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.