Le parole che dobbiamo imparare

Nadia Agustoni

Le parole che dobbiamo imparare.

A chi scrive dall’esilio o dalla solitudine, da un’esperienza del margine vissuta a tratti collettivamente e quasi sempre individualmente, l’incontro con chi è già di là del margine, forse senza averne toccato l’alterità, è un arduo confronto. Uso parole come esilio, margine e alterità perché ognuna racchiude uno dei significati che hanno investito scrittura e vita di alcune generazioni negli ultimi decenni. Ci siamo affidati alle parole perché sono il luogo in cui immaginare l’utopia diventa possibile, ma l’utopia è ciò che non è mai presente, più simile al riattraversare il confine da parte a parte ogni volta, che a una concretezza. Qualcuno, dopo averle amate, ha rifiutato le parole, da principio con la forza del grido e in seguito facendo suo il diniego di un “Bartleby”, ma nonostante tutto quel “di là” utopico ci è rimasto precluso. Per questo è difficile sentire nostro questo tempo, ma cosa voglia dire scoprire un altro tempo, cosa compiono le parole quando hanno la presenza della propria tragicità e ci portano un’esperienza completa dell’umano, noi possiamo saperlo da altri.

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Claude Simon e la mano che scrive

Giuseppe Zuccarino

Claude Simon e la mano che scrive

     L’arte della descrizione

     In uno dei primi romanzi di Simon, poco noti in quanto l’autore non ne ha mai autorizzato la riedizione, si incontra un brano per molti versi significativo. Il narratore interno al testo immagina che chi sta leggendo gli rivolga delle domande e cerca di rispondere alla propria maniera. Le due voci che s’incrociano in questo dialogo vanno districate l’una dall’altra: «Mi scusi se la interrompo, signore, ma vorrei chiederle un chiarimento. Lei mi farà perdere di vista il soggetto. Non può riprenderlo in seguito? È difficile. Il soggetto non aspetta. Qual è dunque questo soggetto? Una corsa in velocità. Continua a leggere Claude Simon e la mano che scrive

Il libro dei doni – Capitolo IX, 2

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Sergio LA CHIUSA  Mario BERTASA  Biagio CEPOLLARO
Elio GRASSO  Alfonso CARDAMONE  Adriano PADUA
Roberto COGO  Lucetta FRISA  Franco ARMINIO

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Doppia indennità

Antonio Scavone

     Siete robusto, uomo di mondo, sui trentotto anni, scapolo e avete una pallottola nella spalla: che fate? Il pensiero che vi tormenta, oltre alla ferita, è di non aver calcolato per bene tutte le mosse, di aver sprecato un’occasione irripetibile, di essere stato precipitoso e di esservi fidato di una donna che vi ha usato come strumento e che, per di più, vi ha sparato per eliminarvi. Ma c’è una cosa sensata da fare: tornate in ufficio, alla Pacific Insurance di Los Angeles nel ’44, e cominciate a registrare, più che la confessione, il racconto di questa maledetta avventura che vi ha soggiogato ma che avete architettato sin da quando il profumo di caprifoglio vi aveva inebriato, sin da quando quella donna, Phillis, vi si era offerta con spregiudicatezza, come non vi era mai capitato che fosse una donna a sedurvi e a tenervi in pugno. Continua a leggere Doppia indennità

Dall’inferno

Giorgio Manganelli

     Secondo ragione, dovrei ritenere d’esser morto; e tuttavia non ho memoria di quella lancinante decomposizione, l’opaca decadenza corporale, né delle smanie interiori, terrori e speranze, che dicono accompagnino il percorso verso la morte; ma sì rammento una tal quale aridità e del corpo e della mente; una neghittosità taciturna, un continuato distogliermi da pensieri gravi, per indugiare su immagini tra povere e sordide, quasi giocherellassi con le sfrangiate nappe dei miei terrori. Una pigrizia fonda, e la tenace riluttanza ad una persistita esistenza in luoghi sempre più estranei. Ma non dolore del corpo, e se i gesti mi si facevano via via più angusti, non veniva se non da una mia ripugnanza a muovermi, ad agire nel mondo. Né rammento gesti violenti contro di me: non mi sono suicidato. Continua a leggere Dall’inferno

Paralleli sull’informale

Jean Fautrier

Castor Seibel

 

 

 

 

 

[N. d. T.] Parallèles sur l’informel, datato dicembre 1958, è stato pubblicato prima in traduzione tedesca in «Blätter + Bilder», 1, 1959, poi in francese in «Cahiers du Musée de Poche», 4, 1960: ora lo si legge in J. Fautrier, Écrits publics, Paris, L’Échoppe, 1995, pp. 23-29. La presente traduzione è apparsa in «Arca», 2, 1998, pp. 104-106. Il testo di C. Seibel costituisce la prefazione al citato volumetto Écrits publics, pp. 7-13.

[Giuseppe Zuccarino]

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Nottario (II, 1)

Marco Ercolani

“Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata.”

(Charles Baudelaire)

La realtà autentica è composta da tutti quegli esseri e da tutte quelle opere che la storia ha ingiustamente omesso o cancellato e che però restano, come humus sotterraneo o fantasie rimosse, nelle scritture residue, nei sogni segreti. Chissà che uno scrittore non debba proprio riparare al lutto di queste dimenticanze ogni volta che inizia a scrivere. (m.e.)

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Indefinito canone

Mirko Servetti

Contiene un’esuberanza vigilata, un lirismo conscio del peso del tempo, la poesia di Mirko Servetti. Nelle poesie qui proposte il linguaggio spazia con misura e padronanza dal racconto al sogno, dalla descrizione di stati d’animo all’analisi attenta, a volte ruvida, di situazioni e rapporti interpersonali. E’ una scrittura, quella di Servetti, che ha piena coscienza di quanto sia presente e in qualche modo ineluttabile questa “età delle parole/ mutile di luce e superflue al cuore”, e quanto sia crudo questo “inesorabile tempo presente / senza suono e senza terra”. Ma il suono, un’aspirazione ad una forma possibile di armonia, Servetti lo ricerca e lo attua comunque, con sentimento e tecnica, seppure per rappresentare, con onestà, una terra che soffoca e opprime o una donna che offre “amore di lupa che irretisce / il doppio di me riflesso ai miraggi”. Continua a leggere Indefinito canone

Il giorno dopo il vento

Francesco Tomada
Francesca Pellegrino

E’ passato poco più di un anno da Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, la precedente raccolta di Francesca Pellegrino, eppure in Chernobylove molte cose appaiono mutate. Fortunatamente non la forza di Francesca, che si nutre di una poesia vivissima, formata da angoli, dolcezze, contrasti, e trova le sue basi su un talento decisamente notevole; il nuovo lavoro però appare più compatto e unitario, e per diversi aspetti anche più cupo. Già il titolo, estremamente evocativo, richiama ad una catastrofe ed insieme opera una fusione tra pubblico e privato, ed è questo uno dei tratti distintivi dell’intera raccolta: quasi tutti i testi portano un nome che richiama direttamente o indirettamente filastrocche, slogan pubblicitari, espressioni comuni nel dire, ed allo stesso modo quasi tutti i testi sono estremamente privati e personali, ed hanno come tema il come ci si sente “il giorno dopo il vento”, dopo che l’amore è finito. Due catastrofi che si compongono di dolore e rabbia, di insicurezza e necessità di riaffermazione del proprio orgoglio: in questo orizzonte la poesia di Francesca Pellegrino coraggiosamente diventa esposizione-escoriazione del sé, mettendo a nudo gli spigoli e le amarezze in misura più immediata di quanto facesse in passato.

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Turning doors (I)

Francesco Forlani

 

Dopo Autoreverse, ecco prendere forma, sostanza e corpo, in attesa della definitiva veste tipografica, Turning doors, secondo capitolo di una ideale trilogia che si concluderà, stando alle intenzioni dell’autore, per le strade e gli alberghi di Parigi, inseguendo il fantasma di Raymond Roussel sotto lo sguardo vigile e complice di Leonardo Sciascia.

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Il libro dei doni – Capitolo IX, 1

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Patrizia VICINELLI   Nanni CAGNONE
Massimo SANNELLI   Roberta BORSANI   Nadia AGUSTONI
Lucianna ARGENTINO   Domenico LOMBARDINI
Jolanda CATALANO   Marina PIZZI   Danni ANTONELLO

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Impubblicabile (IV)

Antonio Scavone

Cultura è leggere un libro, vedere un film, guardare un’opera d’arte, compilare la ricevuta di una raccomandata, scrivere una domanda di partecipazione a un concorso, inoltrare un’istanza di condono, concepire una lettera di protesta, parlare di se stessi, argomentare una tesi, contrapporre una critica, seguire un avvenimento sportivo.
     Cultura non è solo elaborazione del dire e dello scrivere ma soprattutto trasmissione del sapere (lo diceva Beniamino Placido negli anni ’80) e la trasmissione del sapere è correlata – spesso condizionata – ai mezzi di comunicazione di massa (“Il mezzo è il messaggio”, secondo McLuhan) e ai metodi – non tutti innovativi e originali – che i media hanno inventato o raffazzonato. Ma per essere comunicata, e quindi trasmessa, la cultura ha bisogno di strumenti e attrezzature, ideologie e finalità, istituzioni e individui preposti al compito. Continua a leggere Impubblicabile (IV)

Il treno del ritorno (II) – Su Dana Wynter

Antonio Scavone

     Data l’esiguità delle immagini reperibili in rete, Francesco si è visto costretto ad usare, come riferimento iconografico dell’attrice anglo-americana Dana Wynter, un’immagine che non appartiene al film di Philip Dunne, Il treno del ritorno del ’55, ma al più celebre film di Don Siegel, L’invasione degli ultracorpi del ’56.
     Dana Wynter (nata in Germania da una famiglia britannica, cresciuta in Rhodesia ed emigrata negli USA) non ha fatto molti film, o non ne ha fatti di memorabili, tranne questo de Il treno del ritorno con Richard Egan, L’invasione degli ultracorpi con Kevin McCarthy (fratello della scrittrice Mary) e I cinque volti dell’assassino di John Huston, del ’63, con Kirk Douglas e George C. Scott. Continua a leggere Il treno del ritorno (II) – Su Dana Wynter

Tre lettere a Isabel Nicholas

Alberto Giacometti
Maurice Blanchot

 

 

[N. d. T.] Le lettere sono tratte da Alberto Giacometti – Isabel Nicholas, Correspondances, Lyon, Fage Éditions, 2007, pp. 57-59, 81-82, 83-85. La pittrice inglese Isabel Nicholas (1912-1992) ha risieduto spesso a Parigi, e la sua conoscenza con Giacometti risale alla metà degli anni Trenta. Essendo anche modella, Isabel ha avuto il privilegio di essere ritratta da artisti importanti come Derain, Picasso, Giacometti e Bacon (gli estimatori di quest’ultimo la conoscono come Isabel Rawsthorne, dal cognome del terzo marito). La présence, prima sezione di Traces, si legge in M. Blanchot, L’Amitié, Paris, Gallimard, 1971, pp. 246-249; la traduzione del testo blanchotiano è già apparsa in «Arca», 7, 2001, pp. 68-70.

[Giuseppe Zuccarino]

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Un’estrema danza di parole

Giannino Di Lieto, Velluti rossi all'opera

Mario Fresa

Giannino di Lieto
e la sua estrema danza di parole

     Il fuoco interminabile che può trasmettere – con tutta la sua cieca potenza – un’autentica voce poetica deve sempre rifuggire da qualsivoglia risposta. Ciò significa, allora, che un vero poeta non può essere amato, né capito: le sue domande vibrano nell’attimo di un precipizio che mai nessuno osa riprendere e interrogare.

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