Eterna insonnia

René Char

Marco Ercolani

I testi Su una notte senza ornamenti, Per un Prometeo sassifrago, Noi abbiamo, Nel cammino, Contravvenire, I merletti di Montmirail, sono tratti dalle sezioni La bibliothèque est en feu, Au-dessus du vent e Quitter di La parole en archipel (Paris, Gallimard, 1962), ora in René Char, Oeuvres Complètes, Bibl. de la Plèiade (ivi, 1983). A questi, da me tradotti e pubblicati in «Arca», 2, 1998 e che qui ripropongo con lievi modifiche, ho aggiunto una breve scelta di testi da Aromates chasseurs (Paris, Gallimard, 1975, ora in René Char, Oeuvres complètes, op.cit.) a cui ho attribuito un titolo mio, Casa mentale. (M.E.)

“Arrêtons-nous près des êtres
qui peuvent se couper de leurs resources,
bien qu’il n’existe pour eux que peu ou pas de repli.
L’attente leur creuse une insomnie vertigineuse.
La beauté leur pose un chapeau de fleurs.”

Fermiamoci accanto agli uomini
che possono privarsi dei loro beni,
nonostante non esistano, per loro,
che scarsi o inesistenti ripieghi.
L’attesa
scava in loro un’insonnia vertiginosa.
La bellezza gli pone sul capo
una corona di fiori.
(fm)

 

ETERNA INSONNIA

Su una notte senza ornamenti

(Sur une nuit sans ornement)

     Guardare la notte colpita a morte: continuare, in lei, a bastare a noi.

     Nella notte, poeta, dramma e natura sono una cosa sola, ma ascendendo e aspirando.

     La notte nutre, il sole affina la parte nutrita.

     Nella notte facciamo tirocinio, per servire altri dopo di noi. Fertile è la freschezza di questa guardiana!

     L’infinito ci assalta, ma una nuvola ci salva.

     Notte affiliata a non so quale istanza vitale disposta a terminare in primavera, a volare attraverso bufere.

     La notte si tinge di ruggine, quando acconsente a socchiudere per noi le grate dei suoi giardini.

     Rispetto alla notte vivente, talvolta il sogno non è che un lichene spettrale.

     Non si doveva bruciare il cuore della notte. Bisognava che là, dove si cesella la rugiada del mattino, dominasse l’oscurità.

     La notte succede solo a se stessa. La solare torre campanaria non è che una tolleranza interessata della notte.
È la notte che s’incarica di ricondurci al nostro mistero: la toilette dei prescelti, è lei ad eseguirla.

     La notte scaltrisce il nostro passato umano, inclina il suo specchio girevole davanti al presente, mette incertezza nel nostro avvenire.

     Mi colmerò di una terra celeste…

     O notte assoluta dove il sogno sgraziato non occhieggia più, conserva vivo ciò che amo.

 

Per un Prometeo sassifrago
Toccando la mano eolica di Hölderlin.
(Pour un Prométhée saxifrage
En touchant la main éolienne de Hölderlin)

Denise Naville

     Che cos’è la realtà, senza la dislocante energia della poesia?

     Dio era vissuto fra di noi con troppa potenza. Non sapevamo più alzarci o partire. Le stelle, che furono sovrane nel suo sguardo, sono morte nei nostri occhi.

     Sono le domande degli angeli che provocarono l’irruzione dei demoni. Ci inchiodarono alla roccia per colpirci e per amarci. Ancora.

     L’unica lotta è dentro le tenebre. La vittoria è solo ai loro confini.

     Nobile seme, favore e guerra del mio prossimo, davanti alla sorda aurora ti conservo col mio tozzo di pane, attendendo il giorno previsto d’alta pioggia e verde fango che verrà per chi arde, per chi si ostina.

 

Noi abbiamo
(Nous avons)

     Dopo il dolore e la rovina, l’arcipelago della nostra parola vi offre le fragole che riporta dalle terre dei morti, con le dita calde per averle cercate.

     Per voi, tirannie senza delta, che il mezzogiorno non illumina mai, noi siamo il giorno invecchiato; ma ignorate che siamo anche l’occhio vorace, benché velato, dell’origine.

     Scrivere una poesia è prendere possesso di un aldilà nuziale che si trova sì in questa vita, molto stretto ad essa, e tuttavia prossimo alle urne della morte.

     Bisogna stabilirsi all’esterno di sé, sul punto di piangere e nell’orbita delle carestie, se vogliamo che si produca qualcosa di straordinario, solo per noi.

     Se l’angoscia che ci scava lasciasse la sua grotta gelata, se l’amante nel nostro cuore fermasse quella pioggia di formiche, il Canto riprenderebbe.

     Nel caos di una valanga, sposandosi al volo, due pietre potrebbero amarsi nude nello spazio. L’acqua di neve che le ingoia si è stupita della loro schiuma ardente.

     L’uomo fu sicuramente il desiderio più folle delle tenebre; è per questo che, sotto la potenza del sole, siamo notturni, invidiosi e pazzi.

     Una terra che era bella ha cominciato la sua agonia, sotto lo sguardo delle sorelle volteggianti, in presenza dei figli insensati.

***

     Abbiamo in noi immense distese che non arriveremo mai a incalzare; ma sono utili all’asprezza dei nostri climi, propizie al risveglio quanto alle perdizioni.

     Come respingere nelle tenebre il nostro cuore di prima, e il suo diritto di reversione?

     La poesia è il frutto che stringiamo maturo, con tripudio, nelle mani, nello stesso momento in cui ci appare, con futuro incerto, sullo stelo coperto di brina, nel calice del fiore.

     Poesia, unica ascesa degli uomini, che il sole dei morti non può oscurare nell’infinito perfetto e burlesco.

***

     Poiché un mistero più forte della maledizione rendeva innocente il loro cuore, piantarono un albero nel Tempo, si addormentarono ai suoi piedi, e il Tempo si fece amorevole.

 

Nel cammino
(Dans la marche)

     Quelle incessanti e fosforescenti tracce della morte su di sé che leggiamo negli occhi di chi ci ama, senza il desiderio di nascondergliele.

     Bisogna distinguere fra una morte orrenda e una morte preparata dalla mano degli dèi? Fra una morte dal viso di bestia e una morte dal viso di morto?

     Possiamo vivere solo nella fessura, esattamente sulla linea ermetica che separa l’ombra dalla luce. Ma noi irresistibilmente siamo proiettati in avanti. Tutta la nostra persona offre aiuto e vertigine a questa spinta.

     La poesia è allo stesso tempo parola e silenziosa provocazione, disperata del nostro essere-esigente per l’arrivo di una realtà che non subirà concorrenze. Incorruttibile, quella. Non immortale: perché corre gli stessi pericoli di tutti. Ma la sola che visibilmente trionfi della morte materiale. Tale la Bellezza, la Bellezza d’altura, apparsa fin dai primi tempi del nostro cuore, ora derisoriamente cosciente, ora luminosamente accorta.

     Ciò che gonfia la mia simpatia, ciò che amo, ben presto mi causa tanta sofferenza quanto ciò da cui mi distolgo, resistendo, nel mistero del mio cuore: velati preparativi di una lacrima.

     L’unica firma in fondo alla vita bianca è la poesia che la disegna. E lo fa sempre fra il nostro cuore esploso e la cascata apparsa.

     Per l’aurora, la disgrazia è il giorno che sta per venire; per il crepuscolo, la notte che ingoia. Un tempo vi furono uomini d’alba. E all’imbrunire, forse, noi. Ma perché con il ciuffo, come le allodole?

 

Contravvenire
(Contrevenir)

     Obbedite ai vostri porci esistenti. Io mi sottometto ai miei dèi inesistenti.

     Restiamo esseri d’inclemenza.

 

I merletti di Montmirail
(Les Dentelles de Montmirail)

     Sulla sommità del monte, fra i ciottoli, le piccole trombe di terracotta degli uomini delle vecchie gelate bianche pigolavano come aquilotti.

     Per un dolore fitto, se c’è dolore.

     La poesia vive di eterna insonnia.

     Sembra che sia il cielo ad avere l’ultima parola. Ma la dice cosìpiano che nessuno la sente mai.

     Non c’è ripiegamento: solo una pazienza millenaria alla quale siamo poggiati.

     Dormite, disperati. È presto giorno, un giorno d’inverno.

     Abbiamo una sola risorsa con la morte: fare arte prima di lei.

     La realtà non può essere superata se non sollevandola.

     Nelle epoche di angoscia e d’improvvisazione, qualcuno viene ucciso per una notte, altri per l’eternità: un canto d’allodola delle viscere.

     La ricerca di un fratello significa quasi la ricerca di un essere, nostro simile, al quale desideriamo offrire quelle trascendenze di cui abbiamo appena finito di sbozzare i segni.

     La tomba più onesta: un mucchio di grano. I chicchi per il pane, la paglia per il letame.

     Guardate una sola volta l’onda gettare l’ancora nel mare.

     L’immaginario non è puro: non fa che andare.

     I grandi non diventano eterni che attraverso i grandi. Si dimentica. Solo la misura è ferita.

     Cosa sarebbe, un nuotatore, se non sapesse scivolare interamente sotto le acque?

     Di pugni per colpire fecero mani povere, per lavorare.

     Le piogge selvagge favoriscono i passanti profondi.

     L’essenziale è ciò che ci scorta, a tempo debito, allungando la strada. È anche una lampada senza sguardo, nel fumo.

     La scrittura da fanale azzurro, addensata, dentellata, intrepida, del Ventoux allora bambino, correva sempre sull’orizzonte del Montmirail, e ad ogni istante il nostro amore me la portava, me la toglieva.

     Ruderi di re, di una ferocia inespugnabile.

     Le nubi hanno disegni impenetrabili, come quelli degli uomini.

     Non è lo stomaco a reclamare la zuppa ben calda, è il cuore.

     Sonno, come sale sulla piaga.

     Un’innominabile ingerenza ha tolto alle cose, alle circostanze, agli esseri, il loro azzardo d’aureola. Non c’è evento, per noi, che a partire da quest’aureola. Ma lei non ci rende immuni.

     Questa neve, che amiamo, non aveva strada, scopriva la nostra fame.

Casa mentale
(da: Aromates chasseurs)

     Chi libererà il messaggio non avrà più identità. Smetterà di essere un oppressore.

     Per te che mi avvicini: è quando non ci si riconosce che si esiste. Ricòrdalo.

     Il presente-passato, il presente-futuro. Niente prima e niente dopo: solo i doni dell’immaginazione.

     Casa mentale. Dobbiamo occupare tute le stanze, le sane come le malate, e quelle ariose, con la conoscenza prismatica delle differenze.

     Bisogna smettere di parlare alle macerie.

     Una scrittura incagliata. Quella a cui oggi mi oppongo. Paesaggio che si ripete in cima alla notte, paesaggio da cui si alza un chiarore.

     Gli amanti sono inventivi nell’alata ineguaglianza che li accoglie al mattino.

     Oh il nuovo soffio di chi vide una scintilla solitaria penetrare l’incavo del giorno! Bisogna reimparare a battere la selce all’alba, e opporsi così al flusso delle parole. Solo le parole che amano, le parole di materia e di vendetta, solo quelle, ritornate selce. La loro vibrazione, inchiodata alle finestre delle case.

     Noi inventiamo forze di cui tocchiamo gli estremi, non il cuore.

     A ciascuno la sua clessidra, per farla finita con la clessidra. Continuare a scorrere nell’accecamento.

     Vorrei che il mio rimpianto fosse antico come la ghiaia nella ghiaia: profondo. Le sue correnti non se ne preoccuperebbero.

     La domanda come risposta è la risposta dell’essere. Ma la risposta al questionario è una seduzione del pensiero.

     Fra telescopio e microscopio: è lì che siamo, in un mare di bufere, al centro della deviazione. Inarcati, crudeli, oppositori, indesiderati ospiti.

     La verità è personale.

     Prendetene coscienza: non tutti sono degni della fiducia.
O grande barra nera, in viaggio verso la morte, la tua sorte sarà sempre quella di mostrare il lampo?

     Impara la tua chance, afferra la tua felicità, va verso il tuo rischio. A guardarti, loro si abitueranno.

***

3 pensieri su “Eterna insonnia”

  1. Siccome anche la lettura è uno stare nella fessura del testo, partecipando e godendo, per quanto è nei propri elementi e forze, alla sua alchimia
    leggo quel vivere dentro la fessura
    (“Possiamo vivere solo nella fessura, esattamente sulla linea ermetica che separa l’ombra dalla luce.”),
    grande madre alchemica
    certamente anche un po’ caverna…:D

    come un venire alla linea della luce, ma mai, pienamente e in modo fisso, nella luce (pena l’accecamento),
    rimanendo proprio su quel bordo che si e ci trasforma incessante a partire dalle tenebre
    (”L’unica lotta è dentro le tenebre. La vittoria è solo ai loro confini.”, “A ciascuno la sua clessidra, per farla finita con la clessidra. Continuare a scorrere nell’accecamento.”)

    D’altra parte, è proprio usando fessure (chiare, larghe, strette, scure) che si producono e si osservano diversi fenomeni della luce (spettri cromatici, spettri marginali caldi/freddi ai bordi..ecc..),
    e sempre questo in rapporto alle tenebre,
    tanto che, per es, (penso agli esperimentii di Goethe con le fessure buie) per la genesi dei colori il buio è importante quanto la luce.

    Ed è tramite le fessure che si viene “proiettati” ( “Ma noi irresistibilmente siamo proiettati in avanti. Tutta la nostra persona offre aiuto e vertigine a questa spinta.”)
    fino alla “vertigine” (al proiettarsi anche dei sensi nel moviimento dellla allucinazione)

    e cos’è infine “l’eterna insonnia” se non uno stare sul crinale del sonno-veglia, laddove “L’immaginario non è puro”, cioè non è completamente bianco
    (tabula rasa o foglio vergine, silenzio siderale),
    ma mormorio di segno che “non fa che andare”, trasformandosi incessante?

    Sta allora alle scritture, che come Prometeo rubano scintille di quella stessa insonnia, “ battere la selce all’alba” battere la linea iridescente di luce e ombra, e opporsi così al flusso delle parole […]
    La loro vibrazione, inchiodata alle finestre delle case.”

    un tema questo (della luce, ma sì anche della scrittura, ma solo in seconda battuta :)) che molto mi piace. Grazie a tutti dunque di questo post (e posto!) bellissimo
    ciao.

  2. Grazie, a Francesco, per questo post. E grazie a René Char, che mi accompagna nelle fessure luminose della scrittura da circa un trentennio. Fra gli ottimi spunti che coglie Margherita, ne sottolinerei uno. “L’immaginazione non è pura”. Già, non è pura: non foglio bianco, luogo siderale, ma mormorio, bisbiglio, vibrazione. Parola che cammina. Nonostante la sua apparente e misteriosa staticità oracolare, che mette i critici in stato di inquietudine, Char illumina la parola poetica all’incrocio di molte vibrazioni, e fa incontrare prosa e poesia con enigmatica naturalezza.
    Marco

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