4 pensieri riguardo “La Biblioteca di RebStein (XIII)”

  1. ho scaricato il pdf. Ho visto che è un’opera teatrale su un accadimento che non conoscevo.
    Sarà fra le mie letture. Grazie. Ciao!

  2. E’ davvero strano come, spesso, le risposte che cerchiamo a un qualche ” perchè ” ci vengano, all’improvviso, e ci chiariscono un percorso esistenziale eliminando curve pericolose.

    ” Quando si torna a casa non si muore più, Koratov! E non si è più vecchi e non si è più giovani! Siamo soltanto noi stessi e siamo vivi, vivi, vivi! ”

    Queste battute che Liuba rivolge a Koratov mi hanno già da subito fatto amare ” Partono i bastimenti “, questo ennesimo e superbo testo teatrale di Antonio Scavone.

    Ma una lettura emozionale potrebbe essere riduttiva e non dare al testo la rilevanza che merita.
    E poichè non sono un critico, tenterò il mio approccio personale.

    A un primo impatto la storia della Veteran, la nave ancorata al porto di Napoli per ben sette anni, sembra assurgere a protagonista assoluta di tutto il canovaccio così bene intrecciato dall’autore. E in effetti, per un certo verso, lo è. Un grande contenitore di anime, ciascuna con la sua personalissima storia, vicende umane che, intersecandosi, raccontandosi, fanno luce e ombra, colmano o allontanano distanze in quella specie di limbo in cui sono costrette a vivere-agire.
    Perchè di coercizione si tratta se i protagonisti della vicenda non sono liberi di far ritorno al loro luogo d’origine per problemi burocratici a causa del fallimento della loro compagnia di navigazione.

    Sullo sfondo della vicenda, ma non meno importante, s’intravede la Napoli affidata dall’Autore al faccendiere De Marco che interagisce con i sei membri dell’equipaggio e, a modo suo, è l’unico ponte tra quell’umanità reclusa e la vita che, fuori dalla Veteran, continua il suo corso come sempre.
    Sarà proprio lui, tra intrallazzi e gesti cortesi, a “tenere in vita” il filo sottile che lega quelle persone che non sanno darsi una definizione precisa. Non sono emigranti, neanche clandestini e nemmeno turisti.
    Sono soltanto anime sospese tra i ricordi di un passato, la negazione del presente, e la disillusione per un futuro che, pur ritornando in patria, non sarà sicuramente come da aspettative prima di quei sette anni.

    E il palcoscenico trasuda di questa umanità varia, i sentimenti, tutti, sono palesi e quasi palpabili. Cambiano le lingue, le tradizioni, le culture, ma i sentimenti sembrano non avere alcuna nazionalità.

    E noi, spettatori di questa vicenda che può essere capovolta infinite volte nello spazio e nel tempo, noi che abbiamo assistito alla rappresentazione e continuiamo ad assistere-agire a mille altre rappresentazioni dentro e fuori da una qualsiasi altra Veteran, quand’è che ci siamo arenati dentro le sabbie infide di quel limbo dal quale non riusciamo ancora ad uscire?!

    Lieta di essere stata invitata a teatro, ringrazio con un grande abbraccio Antonio Scavone e Francesco Marotta, giganti per sempre!

    jolanda

  3. Sì, a volte, una lettura emozionale corre il rischio di essere riduttiva, cioè di ridurre il testo che si è appena letto ad una percezione emotiva che sovrasta e ridimensiona quella critica. È pur vero che un testo (in questo caso un testo teatrale) stimoli di per sé una lettura “istintiva” (per tante ragioni: per l’ambientazione della storia, il taglio psicologico dei persona, il linguaggio dei dialoghi), ma è altrettanto vero che quel contatto emotivo o sentimentale (innescato poi dall’autore) sia spesso l’artificio fondamentale perché una storia teatrale funzioni al di là della sua validità letteraria.

    Tutto questo per dire cosa? Che l’approccio del lettore/spettatore (ma in questo caso del lettore) risulta essere sempre “critico” pur reggendosi su un “innamoramento emozionale” della storia, solo che quest’approccio critico – o, come dice Jolanda, approccio personale – si è fermato all’inizio, alle intenzioni, all’emotività. L’emotività, talvolta, è una innocente benda sugli occhi che non risolve o non conclude l’apprezzamento che si sente di nutrire per una storia, per quella storia letta. Se fosse stato rappresentato, “Partono i bastimenti”, e avessi letto la recensione di Jolanda su un giornale (come da questo commento sul blog della “Dimora”) avrei detto che il critico aveva lasciato la sala a metà dello spettacolo, pago e contento del suo personale godimento emotivo a tal punto da negare ai lettori del giornale, alla compagnia teatrale e al sottoscritto come autore quello stesso godimento e quella profondità di giudizio che ci saremmo aspettati da un approccio così favorevole.

    Voglio dire che il critico teatrale, come quello letterario, non deve isolarsi nel suo personale appagamento ma ha il dovere di sviluppare temi e riferimenti dello spettacolo cui ha assistito o del testo che ha così premurosamente letto. La critica lettera prescinde dagli approcci personali quando questi si limitano ad essere allusivi o illustrativi (solitamente barocchi e ridondanti); la critica letteraria – anche quando non è “militante” – coglie, sottolinea e indica le peculiarità di un testo svelandone segreti e metafore, compiutezza e “artificio”, senza essere sfacciatamente sodale, solidale o immaginifica. “Partono i bastimenti” persegue una linea espressiva di teatro realistico (o della realtà politica ed esistenziale), si ispira a modelli di stile (l’asciuttezza del teatro eduardiano, l’ampiezza tematica di quello brechtiano, la desolante tragicità che va da Beckett a Edward Bond) ma, al di là dei doverosi omaggi agli scrittori citati, è – questo atto unico – un testo che entra e vuole entrare in sincronia con la realtà dei tempi, dei nostri tempi. Quanto alle motivazioni sotto traccia, devo dire che mi riconosco in una dizione compatibile e condivisibile che ha dato il critico-regista Giuseppe Rocca del mio modo di scrivere teatro: il teatro dell’atto sospeso. Anche Jolanda ha parlato di “anime sospese”: non pretendo, è ovvio, che un commento, sia pure stimolato da una lettura emozionale, debba per forza di cose configurarsi in una chiosa critica di spessore ma, visto l’inizio, c’era da attendersi una conclusione più densa o più coraggiosa.

    “Partono i bastimenti” trasfigura la realtà della cronaca per attivare teatralmente/letterariamente una consapevolezza che molte volte è latitante nella realtà e nella cronaca. I riferimenti sono molteplici e non è il caso, qui, di tenere una lezione cattedratica ma di concludere ciò che Jolanda ha solo abbozzato: che tutti, in fondo, aspettiamo che partano i nostri bastimenti.

    Come al solito mi sono dilungato (parlando oltretutto di me stesso, cosa che non mi entusiasma), ma non c’era nessuna intenzione di sminuire la persona, Jolanda appunto, ma semmai di chiudere un discorso di verità.

    Un carissimo saluto a tutti

    Antonio

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