Un’estrema danza di parole

Giannino Di Lieto, Velluti rossi all'opera

Mario Fresa

Giannino di Lieto
e la sua estrema danza di parole

     Il fuoco interminabile che può trasmettere – con tutta la sua cieca potenza – un’autentica voce poetica deve sempre rifuggire da qualsivoglia risposta. Ciò significa, allora, che un vero poeta non può essere amato, né capito: le sue domande vibrano nell’attimo di un precipizio che mai nessuno osa riprendere e interrogare.

     La voce di chi è travolto dalla poesia non può far altro che tremare all’idea di un colloquio. Anzi, potremmo dire che la poesia diventa affatto viva, e bruciante, soltanto quando essa si rivolge ad una specie di tempo trasversale; dirigendosi al futuro – a chi non c’è ancora; o al passato – e, quindi, a chi non c’è più.

     Ecco: il respiro della poesia non vuole contemporanei; non aspira alla mutua consolazione del dialogo e dello scambio. La poesia vive di separazioni e di inciampi; la si può intendere, forse, per errore: cioè da sonnambuli o da storditi, come una scheggia che ci coglie impreparati, come quando noi siamo vinti dalla disattenzione; o dall’estasi di un vuoto di memoria.

     La scrittura poetica è una lettera d’amore che non desidera alcun destinatario (essa sarà sempre una pagina bianca, cioè troppo vuota o troppo piena, finanche quando si tenterà di aprirla).

     Dobbiamo allora ricordare che, quando noi tentiamo di svelarla, essa rileva un’altra, sotterranea maschera: e un’altra, e un’altra, e un’altra ancora; e più sotto – soprattutto per chi si avvicini alla scrittura da poeta – si incontreranno, all’improvviso, (e senza mai volerlo), la crudeltà lucente di una lama e la sottile grazia di un sempre nuovo, e sempre antico stupore.

     Giannino di Lieto (Minori, 1930-2006) è stato un artista che ha costruito la bellezza con il tramite di una lingua continuamente in fuga.

     È una lingua (presente e remota; luminosa e scottante) che si potrebbe, forse, definire poesia: ma di Lieto, lo sappiamo, ha navigato senza riserve contro lo stesso canone di ogni imprigionante scrittura poetica (la sua battaglia contro le facili risoluzioni del verso lo avevano spinto a una riflessione di totale alterità rispetto al mondo dei poeti ufficiali).

     Forse Giannino non voleva essere definito poeta. Le sue parole – libere, alte, sorridenti – sono tutte sospese sopra il filo vertiginoso di un gioco inconosciuto, privo di regole, di mappe, di accomodanti agnizioni; la scrittura di Giannino di Lieto si muove, incessantemente, con una insofferenza incontenibile; e vive a dispetto del misero spazio del foglio (ché il suono grande della poesia deve sempre superare tutti i limiti della pagina; deve uscire da essa: e dedicarsi all’aria, al sussurro, alla memoria, al canto).

     Non si può spiegare la meraviglia dolce della poesia di Giannino. Bisogna rivolgersi ad essa con umiltà, con abbandono; dimenticando se stessi e ripristinando la bianchezza del’innocenza, la sospensione della voglia di intendere e di possedere il senso degli eventi (è una poesia che sempre va ascoltata, e non meditata; non vuole interpretazioni; e non chiede attenzione: ma stupefazione, magia, sbalordimento).

     La felice anarchia di Giannino di Lieto merita solo la vertigine di un inconsapevole amore; il lettore dovrà farsi attraversare dalla lava dei suoi indomabili versi come un dono inaspettato. Qualcuno, ricevendo tale dono, cercherà un poco di carpirne il segreto, ovvero il succo suo profondo; si cercheranno trame, bussole, dimostrazioni: ma la poesia di Giannino, ferma e intangibile, rimarrà soltanto lì, oltre la comprensione, oltre il lettore-ascoltatore; oltre – e nonostante – se stessa.

***

14 pensieri riguardo “Un’estrema danza di parole”

  1. Lo scritto è bello e interessante, però io fatico ad accettare la definizione di poesia come di un dire che non ha destinatario. Al contrario a me pare che la parola poetica si alzi come una fiamma in direzione del Tu. Un Tu che nessun tu può esaurire e che non è la semplice somma dei tu. Un Tu a cui non è affatto necessario conferire lo spessore ontologico del divino se non si vuole.

    Comunque grazie per regalare sempre questi bei momenti di riflessione,

    roberta b.

  2. La felice anarchia è definizione da vertigine, terreno dove sembra mirare l’affetuoso ricordo di Fresa; m’auguro vi sia presto anche qualche altro testo di di Lieto

  3. Interessante e complesso omaggio ad un poeta e alla poesia. Uno scritto di una complessità non fine a se stessa, ma appassionatamente alla ricerca di un’espressione consona a rappresentare il tormentato rapporto dell’autore con la vita e con la scrittura, mai disgiunte, mai separabili. Felicitazioni a Mario Fresa

  4. Interessantissimo saggio, soprattutto per l’originalità dello stile ricco d’immagini e suggestioni (stile, a sua volta, poetico).
    Non ho conosciuto di persona Giannino di Lieto, ma, a giudicare dalla sua scrittura, credo ne sarebbe entusiasta.
    Complimenti!
    Marco

  5. Caro Mario,
    grazie per questo tuo magnifico, forte, oscuro/lucente scritto per Giannino Di Lieto, che per me fu, a suo tempo, interlocutore e poeta amico.
    Grazie di cuore per questo “doveroso” ricordo, in un tempo che – ahinoi –
    dimentica, dimentica, e quasi impone di dimenticare…
    Con affetto, un saluto da Mariella

  6. Grazie per gli interventi, e grazie anche al gentile “nightporter” per i links e il commento musicale in altra sede.

    Credo che gli interrogativi che l’opera di Giannino di Lieto pone, a chi la legge, siano oggi particolarmente pregnanti, carichi di un senso che, molto probabilmente, non sarà nemmeno colto, andrà perduto nel bailamme di un tempo che, come giustamente dice Mariella, “impone di dimenticare”.

    Ne rilancio uno, fra i tanti possibili, e urgenti, solo apparentemente marginale rispetto alla splendida analisi di Mario: che senso ha continuare a scrivere, in un’età in cui il (presunto) verso è alla portata di tutti, se non si è capaci di distaccarsi dalla marea informe e incolore dove domina l’identico, dove migliaia e migliaia di (presunti) poeti non si distinguono l’uno dall’altro se non prendendogli le impronte digitali?

    Che senso ha, dunque, se non si è capaci di “forzare” una forma, di tentarne un’altra, di elaborare un’ipotesi di scrittura, di spostare in avanti i limiti e gli orizzonti di significazione della “parola”?

    Sono problemi vecchi come il cucco, ci si arrovellava, facendone una conditio sine qua non del poiein, un certo Dante Alighieri; ed è ben strano (o forse non lo è per niente) che nessuno se li ponga oggi, in un tempo dominato da una miriade di mezze tacche che “inventano la poesia” ogni volta che prendono la penna in mano…

    Non è per niente un caso, allora, se Giannino di Lieto è uno dei pochissimi poeti “danteschi” degli ultimi decenni.

    fm

  7. Grazie agli amici intervenuti e grazie a Francesco della sua ospitalità.
    Esemplare e giustissimo è il rilevare l’aspetto “dantesco” nel modo ferocemente onesto – e spietato – con il quale Giannino si avvicinava – e avvicinava gli altri – alla poesia.

    C’era una franca, gioiosa fanciullezza, priva di stizza o di rancore, nel suo essere distaccato dal mondo accademico dei “poeti laureati” (che era – ed è – continuamente proteso al presenzialismo e al “successo” editoriale).

    Giannino va costantemente amato e riletto; comprendendo, però, che le soluzioni e le interpretazioni relative alla sua scrittura sono sempre provvisorie e frammentarie; perché incompiuta e fragile è la stessa natura della poesia.
    M

  8. mi piace quyesta presentazione di uomo artista e poeta oltre i linguaggi.. grazie mario per questo dono sensibile..

  9. ” perchè incompiuta e fragile è la stessa natura della poesia”

    Davvero grazie a Mario Fresa e per le riflessioni e per il sentito ricordo di un poeta che ho imparato a conoscere ed apprezzare proprio su questa unica Dinora.

    un caro saluto

    jolanda

  10. Ho letto Giannino di Lieto nei post di questa Dimora, e ritrovo qui, in questo splendido passo,

    “Le sue parole – libere, alte, sorridenti – sono tutte sospese sopra il filo vertiginoso di un gioco inconosciuto, privo di regole, di mappe, di accomodanti agnizioni; la scrittura di Giannino di Lieto si muove, incessantemente, con una insofferenza incontenibile; e vive a dispetto del misero spazio del foglio”

    un wow anche a quest’altro passaggio:
    “La poesia vive di separazioni e di inciampi; la si può intendere, forse, per errore: cioè da sonnambuli o da storditi, come una scheggia che ci coglie impreparati, come quando noi siamo vinti dalla disattenzione; o dall’estasi di un vuoto di memoria.

    Grazie!
    ciao

  11. Caro Mario, complimenti davvero per aver voluto con questo saggio picconare la “vacatio” di soluzioni sostanziali e stilistiche di tanti autori di versi contemporanei. “La felice anarchia di Giannino Di Lieto” non si appaga di dinamiche o formule banali, approssimative o sommarie ma afferma in tutta la sua idiomatica pienezza il concetto del divenire in poesia, privilegiato sprone a nuove ricerche e cimenti espressivi. E quando dici che la poesia vive di separazioni e inciampi mi vedo perfettamente fotografata in questo tuo assunto: vivo sotto l’usbergo d’un codice senza leggi in cui l’assoluta libertà e non la premura di piacere o di essere alla moda, raggiunge il necessario quorum di determinazione e tenacia per andare avanti. La poesia non chiede di essere capita (è forse un lucus a non lucendo), ma semplicemente di essere amata. Grazie per queste tue riflessioni nelle quali mi riconosco
    Monia Gaita

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