Tre lettere a Isabel Nicholas

Alberto Giacometti
Maurice Blanchot

 

 

[N. d. T.] Le lettere sono tratte da Alberto Giacometti – Isabel Nicholas, Correspondances, Lyon, Fage Éditions, 2007, pp. 57-59, 81-82, 83-85. La pittrice inglese Isabel Nicholas (1912-1992) ha risieduto spesso a Parigi, e la sua conoscenza con Giacometti risale alla metà degli anni Trenta. Essendo anche modella, Isabel ha avuto il privilegio di essere ritratta da artisti importanti come Derain, Picasso, Giacometti e Bacon (gli estimatori di quest’ultimo la conoscono come Isabel Rawsthorne, dal cognome del terzo marito). La présence, prima sezione di Traces, si legge in M. Blanchot, L’Amitié, Paris, Gallimard, 1971, pp. 246-249; la traduzione del testo blanchotiano è già apparsa in «Arca», 7, 2001, pp. 68-70.

[Giuseppe Zuccarino]

 

Alberto Giacometti

Tre lettere a Isabel Nicholas

 

Parigi, sabato [1938?]

     Da giorni mi porto in tasca questo foglio per scriverti ma verso sera, quando volevo farlo, uscivo sempre stanco per essere rimasto in piedi e per di più mezzo malato, avendo preso freddo, ed ero incapace di fare qualsiasi cosa. Oggi ho smesso di lavorare prima e sono venuto qui al caffè Bonaparte che da qualche tempo è il mio luogo di scrittura. Ma sono le sei! Ho lasciato l’atelier alle tre e mezza, mi ci vuole del tempo per riprendermi un po’, a causa dei residui di influenza. Non so se hai ricevuto la mia ultima lettera, credo che fosse abbastanza brutta, però non me ne rendo ben conto, spero solo che tu non l’abbia trovata del tutto impossibile. Tutti questi giorni, in maniera latente, volevo scriverti, lo faccio spesso mentalmente, in modo non molto preciso.
     E se ti scrivo vorrei raccontarti cosa accade e su questo non c’è granché da dire. Ho lavorato molto, ho avuto molto freddo, delle vere bellissime giornate d’inverno. Ho ricominciato parecchie volte le stesse cose, vorrei arrivare alle proporzioni e alle dimensioni desiderate e poter presto lavorare di nuovo col modello. Stai lavorando, Isabel? Cosa fai?
     Ho ricominciato varie teste in creta, piuttosto grandi e ora ne ho di diversa scala e lavoro un po’ a tutte ma senza abbandonare quelle piccole. A parte questo, non ho visto né letto nulla di interessante. Sono incapace di descriverti ciò che ho visto nella mia camera l’altro ieri, e che mi ha meravigliato. Mi ero steso verso sera e addormentato; svegliandomi verso le sei guardo il soffitto bianco e noto due macchie abbastanza grandi di cui non mi ero ancora accorto, allora guardo il resto del soffitto e di colpo vedo proprio davanti a me un filo come un filo di ragno ma si tratta di un filo di polvere, sottilissimo, che penzola dal soffitto piuttosto alto. Tanto sottile che non si vede esattamente dov’è agganciato, a quale punto sulla superficie bianca, ma verso il fondo è più spesso per una breve lunghezza poi di nuovo sottile e all’altra estremità è un punto. Il filo non era immobile, malgrado la finestra chiusa, ma in continuo movimento, formando una grossa curva, sollevandosi, abbassandosi, tendendo la testa, o mantenendola quasi ferma mentre il corpo aveva i movimenti più inattesi e vari. In maniera allucinante, era come un animale, un serpente, e mai nessun animale ha fatto dei movimenti di una simile bellezza, io sono incapace di descriverli, leggeri e grandi e sempre diversi. Naturalmente avevo l’impressione di trovarmi io in alto e di guardare verso il basso.  Senz’altro ha l’aria assurda scrivere questo, o almeno bisognerebbe saperlo scrivere, ma sono certo che tu avresti trovato che valeva la pena di guardare. Era anche come una ballerina, con una grazia e un’elasticità illimitate. C’erano dei movimenti che cominciavano proprio in alto e si sviluppavano come onde fino al fondo che, da parte sua, si muoveva appena. Alla fine, mi sono messo in piedi sul letto per osservare più da vicino, il filo era graziosissimo, non si capisce come faccia a stare assieme (è come una serie di piccoli punti) e a sopportare tanto movimento. Da allora non l’ho quasi più guardato, ma è sempre là, si è persino un po’ allungato (per di più c’era anche l’accompagnamento dell’ombra), ora la smetto ma l’argomento non è del tutto esaurito. Bisognerebbe dire questo in un altro modo, ma disegnare le curve sarebbe ancora più difficile, del tutto impossibile. La cosa più curiosa, è che niente potrebbe fare simili movimenti, solo la posizione sospesa e la sottigliezza del filo li rende possibili, nessun animale e nessuna pianta ne sarebbe capace. E poi è sorprendente che in una stanza chiusa ci sia un tale movimento nell’aria, o piuttosto dev’essere a causa del freddo e del caldo provocato dal riscaldamento, ma non so, naturalmente i movimenti erano lentissimi. Basta, lo leggerai tutto questo? Ecco il più grande evento della settimana. Di sera esco e vedo più o meno la stessa gente del solito. Ho conosciuto un giovane pittore americano, è un’ottima persona e ha una testa graziosa, anzi bella, sembra però che alle donne (testimonianza di Linda, amica di Donald(1), e di altre) non piaccia, troppo folle o troppo sporco. Sa molte cose, disegna bene ma vorrebbe essere innamorato perché, dice, un uomo senza una donna che lo ami è un uomo solo a metà, io gli dico che alla sua età non ha molta importanza e gli suggerisco di prendere delle donne che non ama. D’altronde lo vedo pochissimo (l’ho conosciuto tramite Linda), Tzara è piuttosto giù di morale, Sonia non spassosa, Marc tragico, Gruber altalenante, una serata con Sonia a casa di Bianca L. impossibile(2). Ho visto da Colle un quadro di Balthus(3), natura morta sul ripiano che sta sopra un caminetto, bambino che tiene la mano. Non so ancora se sia il migliore o il peggior quadro che abbia fatto, forse l’una e l’altra cosa al tempo stesso. Per un certo periodo sono stato con una donna (con due bambini graziosissimi) (storia abbastanza curiosa, o forse no), ora è finita, un po’ occupato da altre, sono tutte sullo stesso piano come delle ombre. Non vado più là dove Tzara vorrebbe sempre vedermi! Dico questo solo perché penso a ciò che dicevamo a Montmartre nel caffè al momento del tuo arrivo, ora mi ritrovo su un piano un po’ fluttuante e mi fermo (è stupidissimo dirlo), ho mal di testa.
     Negli ultimi giorni pensavo che forse sarai presto a Parigi e sono impaziente, o piuttosto mi piacerebbe molto trovare una lettera a casa mia. Tutti i giorni mi chiedo cosa stai facendo, come stai (non proprio in questi termini), nella mia mente c’è un posto che è sempre occupato.
     Il tuo Alberto.
     [P. S.] Mi scriverai, Isabel?

 

***

 

Ginevra, 14 maggio 1945

     Da mesi e mesi, aspetto il momento di poterti scrivere ma quel giorno non è ancora arrivato, tuttavia, quasi mio malgrado, non posso più aspettare a lungo senza dirti almeno quanto sono impaziente di spedirti finalmente una lettera, se mai avrò modo di farlo. Siccome ero impaziente di finire il mio lavoro, almeno in un certo stato, e di potertelo dire, ho vissuto di otto giorni in otto giorni, come qualche anno fa, con quest’idea e adesso penso la stessa cosa, essendo persino convinto che malgrado tutto ci riuscirò.
     Mi è molto difficile sapere cosa stai facendo, come stai, sono convinto che tu stia bene e come se nulla si fosse mosso. So che la signorina Scherbatoff(4) è andata a vedere mio fratello, a dare tue notizie per me, dicendo che puoi recarti a Parigi quando vuoi, forse ci sei già stata, io sono paralizzato qui dal 1942, dove sono venuto (rimpiangendo infinitamente di lasciare Parigi anche solo per poco) deciso a rientrare, al più tardi, cinque mesi dopo ma con una scultura come la volevo; trascorso quel tempo mi sono trovato con una scultura che non funzionava affatto, allora, incapace di muovermi, ho rinviato la partenza di giorno in giorno fino ad ora, lavorando più che potevo. Ho ricominciato molte volte la stessa cosa, senza mai raggiungere l’obiettivo. Ogni volta la mia figura finiva col diventare talmente minuscola che il lavoro si faceva imponderabile, sebbene fosse quasi quello che volevo, soltanto avevo in mente una certa dimensione a cui dovevo arrivare e da un anno a questa parte ci sono, ma non al punto che voglio (parlo della dimensione, sì). So tuttavia che non mollerò più la figura a cui sto lavorando da settembre e che malgrado tutto arriverò in fondo, a meno che io non viva in una completa illusione, cosa che stento a credere dato che ogni giorno c’è un piccolo progresso (ho visto questo pomeriggio un numero dei «Cahiers d’art» con la produzione pittorica del periodo della guerra a Parigi e ciò non ha fatto altro che spingermi ad agganciarmi ancora di più, se fosse possibile, a quel che faccio). In parte a Maloja(5), in gran parte qui in una camera d’albergo che potrebbe essere in rue d’Alésia(6), ho lavorato ogni notte, specie in questo momento, e ogni pomeriggio, e il tempo è passato terribilmente in fretta. Non ho fatto altro, né esposto né venduto, solo un quadro, un ritratto iniziato un anno fa o più, e due articoli in un giornale-rivista(7). Non sto a darti maggiori dettagli (e poi diventerebbe troppo complicato) in questa lettera, perché penso che comunque fra pochissimo tempo sarò a Parigi e potrò vederti e parlarti. Ma prima occorre che io abbia finito qui, che abbia un calco, prima di questo non posso far niente e cerco di riuscirci il più presto possibile, non ho nient’altro in testa per ora, ma penso che presto potrò scriverti di nuovo.
     Il tuo Alberto
     57 route de Chêne, Ginevra
     Mi spiace per questa carta tutta sgualcita ma ho fretta di scriverti e non ne ho altra sottomano.

 

***

 

Ginevra, 30 luglio 1945

     È domenica pomeriggio, impossibile comprare della carta, è tutto chiuso, ma sono impaziente di scriverti questa lettera che da quattro giorni, da quando ho avuto la gioia di trovare la tua scendendo a mezzogiorno dalla camera, ti sto scrivendo mentalmente. Ma da dove cominciare, Isabel? Ci sono tante cose che vorrei dire contemporaneamente, nello stesso momento – la tua lettera, la tua scrittura un po’ cambiata (ma forse è solo un caso e dipende dalla carta, dalla penna usata in quel momento) – tutto ciò che dici, tu a Parigi, le mie lettere degli anni passati che non hai ricevuto, a quanto mi dice Connolly(8), tutto quello che mi raccontano di te e Balthus che è passato di qui l’altro ieri (ma l’ho visto un’ora appena), la mia grandissima impazienza di rivederti, tutto ciò che mi impedisce di farlo subito, la mia gioia che tu rimanga a Parigi, all’Hôtel St. Romain, strano, è il posto dove sono andato a cercare la tua lettera dopo che sei partita, tutto questo tempo lunghissimo o brevissimo, non so, imponderabile; tu saresti meno umana nel viso? vedere! vedere! più umana piuttosto, mi sembra, nella scrittura e in ciò che dici, il disegno di te su una scatola di fiammiferi lo ricordi? Presto ti vedrò, è solo la mancanza del visto che mi impedisce di rientrare, rientrerò quando vorrò, sì. È la mia scultura che mi impedisce di rientrare da tre anni, che mi trattiene qui a Ginevra in una vita sospesa, ora separata da tutto, e io faccio l’impossibile per cavarmela nel modo più veloce, così da poter partire, ci vogliono quindici giorni a Maloja per diverse cose e poi rientro. Portare tutte le mie sculture, Isabel? Se soltanto riesco a portarne una sono più che contento (ce ne sono di piccolissime, quattro o cinque, ma non sono ciò che intendo e poi una, a cui lavoro adesso per fare un calco, sempre la stessa distrutta venti volte da quando sono qui – venti sculture distrutte realmente –, non la distruggerò più ma voglio arrivare fin dove posso e non ricominciare, se riesco ad avere un calco che regga appena un po’ è sufficiente, a partire da esso avrò del lavoro all’infinito, continuando senza mai più ricominciare tutto.
     Ma forse mi sono sbagliato e ho perso molto tempo, no, non credo, il tempo non è perso, occorreva fare questo lavoro prima di ogni altra cosa, anche prescindendo dal risultato, e poi ci sarà un risultato. La figura sei tu, vista per un attimo tantissimo tempo fa, immobile in boulevard St. Michel, una sera, ma se lo dico così non è del tutto giusto, perché al tempo stesso ci sono di mezzo molte altre cose… ma bisogna farla. Diego (sono contentissimo di ciò che Balthus e il mio altro fratello(9) mi dicono di lui, ma anche molto impaziente di rivederlo) ti mostrerà delle piccole sculture in gesso e in bronzo che sono nell’atelier, vai a vederle, ma come sono? temo che non si veda quasi niente; se una ti piace prendila e anche più d’una nell’attesa di altre, ma non sono ancora quasi niente. Finire qui al più presto, sistemare le cose per quanto riguarda il visto, andare a Maloja, rientrare, tutto questo il più in fretta possibile, ma non voglio assolutamente rientrare con le mani del tutto vuote e non posso lavorare più di quanto sto facendo, ogni giorno, ogni notte, fin tanto che ci vedo chiaro, che riesco a stare in piedi. A parte questo, non ci sono altri lavori, un anno fa ho iniziato un quadro, molto migliore di quelli che conosci, in ciò ho fatto di sicuro grandissimi progressi. La scultura è infinitamente più difficile per me, è davvero la cosa che so fare di meno; ho scritto degli articoli per «Labyrinthe» su Laurens e Callot, non ci vuole granché e avrei una grandissima voglia di scriverne altri più tardi su diverse cose, ma bisogna fare quello che si sa fare o quello che non si sa fare?? Watson e Connolly hanno chiesto la mia collaborazione per «Horizon»(10). Andrai a vedere Picasso da parte mia come ti ha detto Balthus? Bisogna che faccia ciò che ha promesso, non lasciarlo in pace finché non lo fa!
     Mi sembra, Isabel, che tu sia seduta qui accanto a me. Fra un mese, un mese e mezzo al massimo, bisogna che io mi trovi a Parigi.
     Adesso non ho voglia di parlare d’altro, dei nostri amici, di chi vedi tu, di chi vedo io, di ciò che fanno tutti quanti, e neanche di pittura, di ciò che si legge, di tante altre cose che ci interessano. Penso a te, a innumerevoli momenti, a tanti posti, a tante ore – ma perché mai dovevo avere delle complicazioni (fisiologiche precise) che mi facevano impazzire e mi disgustavano un po’? Forse però non era un male, anzi senza forse, e poi non so perché ti dico questo adesso! Devo provare piacere (non è la parola esatta ma molto vicina al vero) a pensarci e a dirtelo!
     Vado a lavorare, sono ansioso e impaziente di fare tutto in fretta, in fretta, e presto… – non trovo le parole per dire tutto ciò che voglio, ci sono molte immagini nello stesso tempo. Spero di scriverti prestissimo. Non finisco questa lettera
     Il tuo Alberto.

 

* * *

 

Maurice Blanchot

La presenza

 

Ciò che Jacques Dupin ha scritto su Alberto Giacometti è all’altezza di un’opera tanto evidente quanto poco appariscente, e sempre pronta a sfuggire a chi voglia valutarla. Dopo aver letto questi «testi», capisco meglio perché una simile opera ci è vicina, voglio dire vicina alla scrittura, al punto che ogni scrittore si sente chiamato in causa da essa (che pure non è affatto «letteraria») e avverte il bisogno di interrogarla di continuo, pur sapendo che non potrà ripeterla per iscritto(11). «Sorgere di una presenza separata», «opera incessante», «discontinuità del tratto» («quel tratto sempre interrotto, che apre il vuoto ma lo annulla…»): con ognuna di queste indicazioni, dissociate e connesse, che Jacques Dupin ci propone, siamo chiamati verso il luogo da cui potremmo vedere una tale opera (Femme debout, Femme de Venise)(12), se vedere convenisse al rapporto che essa ci chiede. Il rapporto è quello di una distanza, una distanza assoluta. Ciò che appare davanti a noi, ma come senza di noi, a tale distanza assoluta, è il «sorgere di una presenza», presenza che non è qualcosa di presente; quel che si trova lì, senza avvicinarsi né sottrarsi, ignorando tutti i giochi dell’inafferrabile, ha l’evidenza brusca della presenza, che rifiuta il graduale, il progressivo, il lento manifestarsi, l’insensibile sparizione, e tuttavia designa una relazione infinita. La presenza è il sorgere della «presenza separata», che giunge a noi impareggiabile, immobile nella subitaneità della sua venuta, e si offre pur restando estranea, immutata nella sua estraneità.
     Jacques Dupin dice: «Ci sono (e soprattutto c’erano) in Giacometti un istinto di crudeltà e un bisogno di distruzione che condizionano fortemente la sua attività creativa. Fin dalla più tenera infanzia l’ossessione del delitto sessuale provoca e domina certe sue rappresentazioni immaginarie… Egli si appassiona per i racconti di battaglie. Lo spettacolo della violenza lo affascina e lo terrorizza». Da qui l’esperienza che Giacometti ha fatto della presenza. La presenza è inattaccabile. Si può uccidere un uomo, fargli violenza; è capitato a ciascuno di noi, sia con gli atti che con la parola che con la volontà indifferente; ma la presenza sfugge sempre al potere che compie la violenza. Scompare di fronte alla distruzione che vorrebbe raggiungerla, ma resta intatta, ritraendosi nella nullità in cui si dissipa senza lasciare tracce (non si eredita la presenza, essa è senza tradizione). All’esperienza della violenza risponde l’evidenza della presenza che le sfugge. E l’attentato violento è divenuto, in Giacometti, il gesto di quel formatore-deformatore, creatore-distruttore di cui Jacques Dupin ci parla in questi termini: «Il gesto di Giacometti: il suo ripetersi, il suo iterarsi smentiscono la brutalità deformante di ogni singolo intervento. Fare e disfare incessantemente equivale a sminuire, ad attenuare ogni gesto… Così la figurina che egli sta modellando sotto i miei occhi mi sembra dapprima indifferente alle cure crudeli che lo scultore le infligge. Plasmata com’è da un tocco imperioso, violento, parrebbe che un’apparizione talmente fragile dovesse immancabilmente tornare al caos da cui proviene. E tuttavia resiste. Gli assalti distruttivi che sopporta non arrecano al suo grazioso aspetto che impercettibili modifiche. Il loro moltiplicarsi la immunizza e la protegge… Ad essi la figurina si presta e si abitua… Anzi, la sua autonomia e la sua identità derivano proprio da un simile supplizio, purché sia illimitato».
La presenza è tale solo a distanza, una distanza assoluta, cioè irriducibile, cioè infinita. Il dono di Giacometti, quello che egli ci fa, consiste nell’aprire, nello spazio del mondo, l’intervallo infinito a partire dal quale vi è presenza – per noi, ma come senza di noi. Sì, Giacometti ci dona tutto ciò, ci attrae invisibilmente verso quel punto unico in cui la cosa presente (l’oggetto plastico, la figura rappresentata) si tramuta nella pura presenza, presenza dell’Altro nella sua estraneità, ossia, al tempo stesso, radicale non-presenza. Questa distanza (il vuoto, dice Jacques Dupin) non è affatto distinta dalla presenza di cui fa parte, così come appartiene a quell’assoluto distante che è altri, tanto che si potrebbe dire che Giacometti scolpisce la Distanza, ce la offre offrendoci ad essa, distanza mobile e rigida, minacciosa e accogliente, tollerante-intollerante, e tale che ci viene concessa una volta per sempre, ma che ogni volta sprofonda in un istante: distanza che è la profondità stessa della presenza, che, essendo tutta manifesta, ridotta alla propria superficie, sembra priva di interiorità, e tuttavia è inviolabile, poiché è identica all’infinito del Fuori.
     Presenza che non è quella di un idolo. Nulla di meno scultoreo di una figura di Giacometti, nella misura in cui il regno della scultura vuol fare della manifestazione una bella forma, e della forma una realtà piena e sostanziale, quindi nella misura in cui, tramite il regno della scultura, s’instaura la presuntuosa certezza del visibile. Possiamo definire la Femme debout figura, o anche figurina, possiamo descriverla nella sua nudità; ma che cos’è questa figura? Non è ciò che rappresenta, ma il luogo della presenza non presente; e la sua nudità è l’affermazione della presenza nuda, che non ha e non è nulla, non trattiene e non dissimula nulla. Presenza della trasparenza umana nella sua opacità, «presenza dell’ignoto», ma dell’uomo come ignoto, che volge verso di noi quel che sempre si distoglie, ponendoci di fronte a ciò che esiste fra uomo e uomo, ossia l’assoluta distanza, l’infinita estraneità.
     Così, ogni volta, riceviamo da Giacometti una duplice scoperta, anche se, è vero, ogni volta la perdiamo subito: solo l’uomo può esserci presente, solo lui ci è estraneo.

 

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Note

(1) Le persone a cui si allude nella frase tra parentesi sono Melinda Marling e Donald McLean. [N. d. T., come tutte le successive.]
(2) Tra i nomi citati, si notano quelli del poeta Tristan Tzara, di Sonia Mossé, del pittore Francis Gruber.
(3) Il gallerista parigino Pierre Colle e il pittore Balthus (Balthasar Klossowski de Rola).
(4) La principessa russa Mara Scherbatoff.
(5) Oltre alla casa dove viveva a Stampa, in Svizzera, la famiglia aveva uno chalet a Maloja, utilizzato d’estate come studio prima dal padre di Giacometti, poi dallo stesso Alberto.
(6) A pochi metri da rue d’Alésia, ossia al n. 46 di rue Hippolyte-Maindron, si trovava il celebre atelier parigino in cui Giacometti ha lavorato dal 1927 fino alla morte (tranne, appunto, che durante la parentesi svizzera negli anni del secondo conflitto mondiale).
(7) Si tratta di due articoli dedicati rispettivamente allo scultore contemporaneo Henri Laurens e all’incisore seicentesco Jacques Caillot, apparsi in «Labyrinthe» nei mesi di gennaio e aprile 1945.
(8) Il critico letterario e romanziere Cyril Connolly.
(9) In questo passo Giacometti fa riferimento ai fratelli minori Diego, il suo principale modello e aiutante (oltre che scultore in proprio), e Bruno, architetto.
(10) Peter Watson e il già citato Connolly sono stati redattori della rivista mensile «Horizon» dal 1939 al 1949.
(11) Jacques Dupin: Alberto Giacometti, textes pour une approche (Maeght Éditeur). [N. d. A.] Il libro, pubblicato nel 1962, è stato riedito più tardi (Paris, Fourbis, 1991, poi all’interno di J. Dupin, Alberto Giacometti, Tours, Farrago, 1999, pp. 9-79); si veda la traduzione italiana dei primi tre capitoli: Alberto Giacometti, testi per un approccio, in «Riga», 11, 1996, pp. 167-170.
(12) Il primo titolo è quello di molte sculture giacomettiane, mentre il secondo è riferito ad ognuna delle statue di una serie esposta alla Biennale di Venezia nel 1956 (notiamo però che Blanchot scrive, in maniera imprecisa, La femme debout e Femme à Venise).
______________________________

 

***

6 pensieri riguardo “Tre lettere a Isabel Nicholas”

  1. Commosso, come sempre, quando si torna a parlare di Giacometti. Giuseppe lo sa. Non conoscevo queste belle lettere, che testimoniano l’affanno tutto umano, tutto irrisolto, dell’autore; con le parole tenta di descrivere quello che non riesce a fare e ci riesce benissimo, non dimentichiamo che Giacometti è sì scultore, pittore, disegnatore, ma con le sue sempre indecise ma nitide parole stabilisce la sua poetica, facendo anche con le parole quello che fa con i segni, andare avanti per accumulo, poi cancellare, poi riprendere, poi cancellare ancora…
    Grazie di questo post, ricordando sempre il lavoro, prezioso e comune, dell’esperienza di “Arca”, che qui ritorna non come un fantasma ma come un dono della memoria.
    Marco

  2. Dice bene Ercolani: in queste lettere,
    lungo i paralleli pubblico-privato, presenza-assenza, della donna e dell’opera,
    le dichiarazioni di poetica di Giacometti, poi riprese da Blanchot, che vi aggiunge, acutamente, la vicinanza della “presenza separata” (dell’opera di Giacometti) con la scrittura, sottolineando gli aspetti ripresi da Dupin di “opera incessante”, «discontinuità del tratto», di attrazione verso quel “ punto unico in cui la cosa presente (l’oggetto plastico, la figura rappresentata) si tramuta nella pura presenza, presenza dell’Altro nella sua estraneità”,
    come se quel punto unico costituisse un punto di accumulazione, discontinuo in quanto di salto di dimensione (“presenza separata” anche nel senso di meta presenza), per quell’ iterarsi del supplizio illimitato del fare disfare, finanche distruggere ricreare sull’opera e, in duale, anche dell’opera sull’autore.

    Per essere un po’ più analitica trovo nelle tre lettere i seguenti passaggi direttamente riconducibili al saggio:
    l’osservazione (bellissima -e poetica-nella lettera I) ) di quel filo (di polvere?) che non si capisce come faccia a stare assieme (è come una serie di piccoli punti) e a sopportare tanto movimento

    che porta alla figura-figurina, incessantemente scalpellata o distrutta e poi ricreata
    (sempre la stessa distrutta […] non la distruggerò più ma voglio arrivare […], a partire da esso avrò del lavoro all’infinito lettera III)

    per arrivare ad una certa dimensione
    (Ho ricominciato molte volte la stessa cosa, senza mai raggiungere l’obiettivo. […] soltanto avevo in mente una certa dimensione a cui dovevo arrivare e da un anno a questa parte ci sono, ma non al punto che voglio (parlo della dimensione, sì).
    )

    Verrebbe perciò da dire,
    tenendo conto del farsi-disfarsi in potenza e atto dell’ opera-figura, spesso tanto martoriata che non si capisce “come faccia a stare assieme”, del suo frequente allungarsi assottigliandosi ad una “certa dimensione”(poi teniamo conto anche della immagine messa da Francesco),
    che le mani (e gli occhi e, ovvio, l’ispirazione tutta) di Giacometti lavorino come un laser di raggi luminosi posti a irriducibile – infinita- distanza, mani-occhi-raggi obliqui (nn è possibile una presa diretta…, e cmq alla luce diretta, perpendicolare, molto in essere accecato muore),
    obliqui come di sole-illuminazione nascente o morente in tensione , per scolpire-colpire una presenza che non è lì, ma già un po’ più in là: non è affatto distinta dalla presenza di cui fa parte epperò è il «Sorgere di una presenza separata».

    Infine, nel colpire, se vi è r-esistenza, parte dell’onda d’urto o di luce torna indietro, e di nuovo in avanti, in un incessante iterazione, ma anche interazione (opera-autore. opera-“fruitore”).

    Termino qui, ripetendo la mia predilezione, per quel “filo” della prima lettera.

    Grazie di tutto, ciao!

    1. Leggo con un anno di ritardo il commento piacevolissimo della studiosa Margherita Ealla, alla quale forse é sfuggito cosa scrisse Isabel Nicholas nella lettera pubblicata a ìlla pagina 104 del libro “Corrispondances” edito da FAGE per la Fondazione Giacometti, dove Isabel allude ad una storia di Alberto in Inghilterra che coinvolse il Direttore della Tate Gallery, relativa ad una statua di cui Lei taceva poiché troppo coinvolta… Ebbene, io sono il proprietario di una statua busto di donna di Alberto Giacometti che ha la caratteristica di avere non i volto di Isabel ma quello di Alberto! Cosa significherebbe tutto cio? Che Alberto perse la testa per amore di Isabel e la ritrovò, dopo aver distrutto oltre 20 statue (realizzate a Ginevra), proprio nel volto della statua di Isabel ! Questa statua “melangé”… fu probabimente acquistata nel 1949 dalla Tate Gallery e donata ad Isabel Nicholas, per il cui fatto il Direttore della Tate Gallery, John Rothenstein, ebbe dei problemi nel 1955 (fu accusato di aver impiegato i Fondi della Tate in modo non conforme), fatto che fece scalpore per cui un altro appassionato curatore di Mostre, David Silvester,a partire da Giugno fino a settembre 1955 organizzò una mostra alla Galleria Art Council esponendo la statua e le lettere d’amore di Alberto Giacometti. Ora l’archivio del Albert & Victoria Museum di Londra hanno la documentazione di questa Mostra ma per i diritti d’autore (?) vigenti in UK non possono inviare fotocopie della immagine della statua ma solo il testo del catalogo. Tutto sembra essere un gioco a rimpiattino? Si faccia buon uso di queste informazioni. Chi volesse vedere l’immagine della statua di A. Giacometti in mio possesso, veda su Facebook il mio diario a ritroso, la troverà pubblicata nei primi giorni di Agosto 2014. Cordialmente , e-mail: Torino, Italia.

  3. La riflessione blanchotiana sulla “presenza” è uno snodo fondamentale che va ben oltre lo specifico dell’arte di Giacometti.

    Quanti poeti, oggi, sono ancora in grado di confrontarsi con quella lectio?
    Enzo Campi, e poi?

    …..

    fm

  4. Comunico di aver creato un blog su Google: che venderei avendo 70 anni e non potendo portarmela né nella tomba, né esporla sopra la tomba avendo deciso di terminare la mia esistenza in un fiasco cinerario. Assolutamente un fiasco recuperato di vino Bsrbera. Cordiali saluti – Umberto Joackim Barbera- Torino 3485116565

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