Il treno del ritorno (II) – Su Dana Wynter

Antonio Scavone

     Data l’esiguità delle immagini reperibili in rete, Francesco si è visto costretto ad usare, come riferimento iconografico dell’attrice anglo-americana Dana Wynter, un’immagine che non appartiene al film di Philip Dunne, Il treno del ritorno del ’55, ma al più celebre film di Don Siegel, L’invasione degli ultracorpi del ’56.
     Dana Wynter (nata in Germania da una famiglia britannica, cresciuta in Rhodesia ed emigrata negli USA) non ha fatto molti film, o non ne ha fatti di memorabili, tranne questo de Il treno del ritorno con Richard Egan, L’invasione degli ultracorpi con Kevin McCarthy (fratello della scrittrice Mary) e I cinque volti dell’assassino di John Huston, del ’63, con Kirk Douglas e George C. Scott.
     Bellezza, come si è detto, eterea e aristocratica, Dana Wynter fu usata dal sistema ollivudiano per interpretare appunto donne della nobiltà (era “Lady Jocelyn” ne I cinque volti dell’assassino o “Lady Margaret” nel film Un generale e mezzo con Danny Kaye) o, comunque, donne dalla spiccata sensibilità e dall’inevitabile solitudine. Vedova e con un figlio ne I cinque volti, moglie e amante trascurata ne Il treno, fidanzata ritrovata e poi perduta ne L’invasione: a lei erano destinati ruoli di donna bellissima e seducente ma di una freddezza disarmante, che sconfinava quasi nell’inviolabilità della vestale. E come tutte le attrici “simbolo” o “icone”, anche Dana Wynter faceva parte di una sorta di gruppo di identità facilmente riconoscibili dal pubblico.
     Lo star system ha sempre creato (e non solo in America) un metodo pressoché infallibile nel casting degli interpreti da scegliere per un film: c’era il gruppo delle donne algide fino ai limiti della frigidità (da Dana Wynter a Candice Bergen), quello delle donne intrattabili (Joan Crawford, Bette Davis, Susan Hayward), quello delle donne passionali (Rita Hayworth, Jane Russell), le donne nervose e instabili (Lee Remick, Tuesday Weld), quello delle donne sensibili (Lillian Gish, Sylvia Sidney) o dispettose (Claudette Colbert, Jean Arthur, Piper Laurie), delle madri (Greer Garson), le fatali (Gene Tierney, Lana Turner), le mogli-amanti (Eleanor Parker, Jennifer Jones, Gena Rowlands), le sanguigne (Shelley Winters, Anne Baxter) per finire all’archetipo ineguagliabile di Marilyn Monroe.
     Le regole dei gruppi non erano fisse e non lo sono neppure con le attrici di oggi, tuttavia, una volta consolidato il ruolo naturale o verosimile, era difficile distaccarsene e, talora, persino controproducente. Uno stravolgimento occasionale dal ruolo assegnato (una specie di imprinting semiosico) sortiva l’effetto di sminuire il carisma dell’attrice e banalizzare il suo personale talento interpretativo. In altre parole, Dana Wynter doveva necessariamente soccombere a un destino infelice: stimolava, eccitava e seduceva il suo partner e il suo pubblico ma restava poi vittima della sua stessa bellezza, intoccabile come una vergine o una sposa bianca, amata ma non posseduta in una fantasia chimerica, adolescenziale. Il sesso era precluso, nella rappresentazione cinematografica, a questo tipo di attrici e ai personaggi che erano chiamate ad interpretare.
     E non era solo puritanesimo a buon mercato: si teorizzava, in altri termini, il “ruolo” stavolta sociale che quelle attrici potevano o avrebbero potuto additare, incarnare e nobilitare. Il cinema americano ha sempre mostrato questa terapeutica attenzione alla platea dei suoi spettatori: nessuna donna – o nessun tipo di donna – veniva per così dire svalutata o emarginata dall’immaginario collettivo che si voleva fare attecchire presso il pubblico e nessuna donna – dalla ballerina del più sordido dei locali notturni alla cameriera degli alberghi senza stelle – veniva presentata e rappresentata se non con le migliori credenziali per tutto ciò che riguardava l’aspetto fisico, il comportamento, il vissuto esistenziale.
     Shelley Winters, per esempio, ha dato corpo e anima a donne capricciose, sfruttate dal cinismo maschile, eppure ha sempre fornito, di quelle donne, una sincerità e una freschezza di intenti, non compassionevole e non caricaturale, che ci faceva amare tanto la sua interpretazione quanto “il personaggio” che veniva aumentato di spessore introspettivo.
     Non era il caso di Dana Wynter, si capisce, ma anche i suoi personaggi – col suo volto pudico e la sua recitazione asciutta – venivano scandagliati ed esteriorizzati, svuotati di ogni possibile ardore, quasi a mostrarne l’aria fatua di un prestigio di classe e la prevedibile e scontata assenza di desideri. Ed è proprio questo che le rinfaccia il personaggio del francese “Raoul Le Borg” (l’attore Jacques Roux) ne I cinque volti dell’assassino: di aver abbandonato troppo presto, per la vedovanza, ogni smania, ogni soddisfazione per far felice un uomo oltre che se stessa e lei, “Lady Jocelyn”, cioè Dana Wynter, non sa che dire, non sa che opporre e si rintana disorientata nella sua vile insipienza, nella sua sciatta tristezza.
     E tuttavia quest’attrice così altera e così infelice ci fa palpitare quando segue arrancando, stanca e sfinita, Kevin McCarthy ne L’invasione degli ultracorpi (l’immagine che Francesco ha postato), quantunque poi, sopraffatta dal sonno, cede alla minaccia degli ultracorpi che hanno invaso la città, diventando anche lei un clone di se stessa, informe e inespressivo.
     Sembra un paradosso, o un velenoso inganno: “Becky Driscoll” diventa informe e inespressiva come Hollywood voleva che fosse Dana Wynter, come a sentenziare che un certo tipo di bellezza è, per natura, inappagante, come Candice Bergen ne Il gruppo di Sidney Lumet.
     Ma forse l’abbiamo amata anche per questo, Dana Wynter, perché ci ricorda un sentimento o un desiderio sfuggito, che non abbiamo saputo o voluto coltivare.

***

2 pensieri riguardo “Il treno del ritorno (II) – Su Dana Wynter”

  1. È stato citato più volte questo film con Dana Wynter, “L’invasione degli ultracorpi”, che è quasi doveroso aggiungere una postilla al post, completare se non altro la citazione. Il regista era Don Siegel, maestro e mentore di Clint Eastwood: un regista che ha alternato noir a film d’azione con un mestiere sempre di prim’ordine e con delle intenzioni, a esser sinceri, non sempre condivisibili. Anche “L’invasione” è un film “splendidamente maccartista” – siamo nel ’56 – dove gli ultracorpi (versione italiana e fantasiosa per “ladri di corpi”) rappresentano o rappresentavano allora gli “altri”, ma non gli alieni di altri mondi, gli alieni di quel mondo e cioè i russi, i sovietici che riducevano gli uomini e le donne in uno stato di inespressività, di ebetudine, di mancanza di sentimenti e quindi di idee perché sono appunto i sentimenti e le idee a far soffrire stupidamente uomini e donne.

    Cosa opponevano allora i solerti americani difensori della libera iniziativa e del libero pensiero? Opponevano di opporsi alla massificazione che veniva dall’Est europeo, conservando però intatta la massificazione che costruivano a casa loro. Si contrapponevano due massificazioni…

    È un film degli anni ’50, allusivo e morale, ma Don Siegel – che non era certo un radicale di sinistra – riesce a farne un film di grande tensione con un racconto calibrato, senza inutili colpi di scena e senza tirate reazionarie. Il film è girato quasi tutto di sera, di notte, e passa dalla suggestione di una fantascienza non di maniera al thriller, alla storia d’amore. Siegel sapeva dosare pause e accelerazioni nel ritmo del racconto e nell’introspezione dei personaggi: certo, non andava per il sottile, i suoi tagli psicologici erano abbastanza grossolani e unilaterali (pensiamo ai film con Eastwood), ma in questo film Siegel fu più “umano”, più attento ai sentimenti che dominano la storia (sgomento, paura, amore, disillusione).

    Fu aiutato, in questo film, dagli interpreti: un attore versatile e fosforico com Kevin McCarthy nei panni di un medico che intuisce il pericolo di questa forzata clonazione e da Dana Wynter che diede il meglio di sé per il suo fascino di donna innamorata e l’imprevedibile tradimento quando diventa clone, quando non è altro che un corpo senz’anima e senza desiderio.

    Tra gli interpreti, o per meglio dire tra le comparse – nel ruolo di un benzinaio perfido perché già clonato – c’è addirittura Sam Peckinpah, il magistrale regista de “Il mucchio selvaggio”. Una comparsata e niente di più ma si era nel ’56 nell’America della caccia alle streghe.

    Grazie

    Antonio

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