Impubblicabile (IV)

Antonio Scavone

Cultura è leggere un libro, vedere un film, guardare un’opera d’arte, compilare la ricevuta di una raccomandata, scrivere una domanda di partecipazione a un concorso, inoltrare un’istanza di condono, concepire una lettera di protesta, parlare di se stessi, argomentare una tesi, contrapporre una critica, seguire un avvenimento sportivo.
     Cultura non è solo elaborazione del dire e dello scrivere ma soprattutto trasmissione del sapere (lo diceva Beniamino Placido negli anni ’80) e la trasmissione del sapere è correlata – spesso condizionata – ai mezzi di comunicazione di massa (“Il mezzo è il messaggio”, secondo McLuhan) e ai metodi – non tutti innovativi e originali – che i media hanno inventato o raffazzonato. Ma per essere comunicata, e quindi trasmessa, la cultura ha bisogno di strumenti e attrezzature, ideologie e finalità, istituzioni e individui preposti al compito.
     Ma quale cultura? Quella letteraria, quella filosofica, artistica, scientifica, economica, politica, sindacale, del recupero, della solidarietà? O quale tipo di cultura? La cultura dominante (che spesso “culturale” non è) o quella antagonista (che pretende di essere esaustiva)? E ancora: la cultura che scaturisce da una programmazione di un’équipe o da un individualistico bisogno di affermazione e di appagamento?
     Il tema delle culture (o del primato di una sulle altre) ha agitato il clima e il dibattito degli ultimi cinquant’anni del secolo scorso, dalla fine della seconda guerra mondiale. Il campo culturale fu definito essenziale per una rinascita positiva dei destini degli uomini e contribuirono a questo rinnovamento coloro che avevano interesse a promuovere approfondimenti e opportunità, cioè tutti “gli uomini di buona volontà” ma, ovviamente, non tutti allo stesso modo e per gli stessi obiettivi perché la buona volontà, di per sé, è un’ipostasi, qualcosa di là da venire, auspicabile come empito generico.
     I “politici” pensavano e continuano a pensare politicamente, cioè a circoscrivere nella pratica parlamentare, più che nell’azione politica propriamente detta, le loro attribuzioni, le deleghe, i mandati, le preferenze, le connessioni, le amicizie. E così, nondimeno, i letterati, i filosofi o gli artisti sia pure con uno spirito diverso, di inclusione/esclusione, di prestigio/privilegio. La cultura cominciò a diventare un bene da tutti invocato o perseguito ma diversamente cooptato dai singoli produttori di cultura. È senz’altro vero che la cultura sia un bene producibile (come un qualsiasi altro bene di consumo) ma non è detto o non è chiaro che sia prodotta per le esigenze di innovazione di una comunità.  La produzione di cultura è mirata a un certo tipo di utenza, di diffusione, di interdipendenza dei mercati “educazionali”. Resta un bene voluttario, non trascurabile ma difficile da gestire perché non sempre remunerativo, a meno che non venga inserito in una dinamica protetta delle offerte “a pacchetto”, che crei e regga la domanda diffusa di cultura, prevalentemente per eventi di consumo (concerti, premi, commemorazioni).
     Politiche protettive o protezionistiche per la cultura, nelle sedi nelle quali viene creata, di solito non sono concepite e non sono, per questo, economicamente rilevanti. Una sagra della salsiccia o lo scoprimento di una statua (magari ad un “eroe” controverso dei repubblichini di Salò, com’è accaduto di recente) valgono molto di più degli aiuti o degli sgravi fiscali alla ricerca scientifica e a chi, questa ricerca, di fatto la produce.
     Gli aiuti alla ricerca sono tuttora espletati dalle beneficenze dei singoli: un messaggino di un euro risolleverà l’obiettivo (quindi se il mezzo è il messaggio, il messaggino è il fine). In altre parole, noi aiutiamo la ricerca e la cultura con un obolo, con una donazione minima e compassionevole giacché le istituzioni non possono garantire la sopravvivenza dei centri di ricerca per insormontabili difficoltà finanziarie. Che senso ha sovvenzionare la ricerca quando dovrebbe essere invece garantita?
     E se la sagra della salsiccia o della bruschetta sono organizzate e finanziate tra le offerte turistiche di una ridente località di antiche tradizioni, quale cultura intendono promuovere? Quella dell’allevamento suino senza estrogeni, di una ristorazione semplice e genuina, del divertimento occasionale e senza pretese, dell’evasione da strapaese, dell’intrattenimento vacanziero? Probabilmente tutte nel loro insieme, per presentare al meglio, con una sociologia da cartolina, un patrimonio di usi e costumi rivisitato e aggiornato.
     Sono fin troppo familiari le immagini di queste sagre: fiumane di turisti, su due file, che si aggirano indifferenti o sdegnose tra le bancarelle dell’immancabile artigianato locale, di quello etnico, di quello extra-comunitario con la solita minutaglia di skin e plug per cellulari, magnetini da frigorifero, bigiotteria più o meno artistica, occhiali da sole “firmate”, orologi “di marca”: è la negazione di ogni cultura ed è l’affermazione di una cultura residua, la cultura del calderone, del primato paesano, del culturame nel quale la destra, da sempre in Italia, ha fondato origini, princìpi e traguardi.
     Nelle feste de “l’Unità” di una volta l’apparato scenografico non era molto dissimile: le bancarelle dei “fagioli con le cotiche” erano accompagnate e aumentate di senso da manifesti politici (Cuba, il Chiapas per un’iconografia diremmo esotica), da gigantografie di comizi affollati o di compagni famosi, ma l’intento degli organizzatori – per il caldo e la penuria del fondo-cassa – era quello di sollecitare una più convinta aggregazione di iscritti o simpatizzanti, una penetrazione nel territorio più franca e solidale, una reciproca trasparenza tra il partito e il popolo, tra il partito e l’ambiente.
     L’aggregazione, dunque, era ed è lo strumento fondamentale della trasmissione culturale: ci si aggrega intorno alle manifestazioni politiche, ai concerti di musica rock, alle feste di santi e patroni, alle adunate oceaniche del premier-venditore e a quelle selettive (una volta settarie) del segretario del PD.
     Non si scopre niente di nuovo, è chiaro: sappiamo bene che la destra stimola un’aggregazione borghese e sottoproletaria (professionisti in blazer blu accanto a palestrati tatuati, più o meno coatti), mentre la sinistra si appella agli scontenti storici, agli ex-intellettuali anonimi, ai transfughi di se stessi. Anche la sinistra ha i suoi “divi” e le sue “star” – acclamati conduttori televisivi, attori o registi che predicano la discesa in campo –ma il vocìo della destra è assordante, istintuale, legato al binomio soldi-sesso; quello della sinistra è insieme insofferente e reticente, arrabbiato e riluttante. Dagli abiti e dai comportamenti si passa alle parole e alle idee (non sembri arbitraria e indimostrabile questa relazione) e dalle parole e dalle idee prende forma e corpo un atteggiamento culturale che si configura, secondo le matrici originarie, nella ricerca e nella soddisfazione delle proprie necessità in ambiti rigorosamente distinti: per la destra “mani libere” in qualsiasi attività, per la sinistra regole e procedure (o “chiacchiere e distintivo”) per sancire la libertà e i diritti di ognuno nella libertà e nei diritti di tutti. Che significa questo? Che la destra è rimasta fascista e la sinistra comunista?
     La risposta è facile ma per molti è, nello stesso tempo, superflua, inutile, incongrua. La destra, che di solito non si circonda di intellettuali per il timore di subire indottrinamenti, confida sempre nelle istanze “naturali e strafottenti” (la citazione è da un testo di Patroni Griffi) del popolo o del popolino e promuove pertanto una cultura senza maestri e senza scuola, selvaggia e ossessiva, moralistica e, all’occorrenza, baciapile. Si è detto più volte che è definitivamente tramontata la destra di Luigi Einaudi o di Giovanni Malagodi (remoti nel tempo e nella memoria), ma quella era una destra che “era andata a scuola”, che si era acculturata anche sulle idee della sinistra, sfrondando dal proprio bagaglio genetico qualsiasi tentazione all’autoritarismo, al cesarismo, al pressappochismo. Era una destra che, pur lasciando irrisolti i conflitti sociali fra le classi e difendendo per elezione i ceti abbienti (le famiglie ricche più che i parvenu), si preoccupava di stabilire delle regole inderogabili tra la comunità che amministrava e le istituzioni, per garantire uguaglianza, assistenza, sviluppo. Una destra talmente aleatoria, all’inglese, che fu facile preda del trasformismo (unica grande invenzione della cultura italica) e del mimetismo democristiano.
     La sinistra, invece, che ha prodotto senza volerlo intellettuali di riferimento e di supporto, è sempre stata incerta e diffidente con i “maestri” che ne condividevano i percorsi: taluni li snobbava punendoli (quelli de il Manifesto) e di altri prendeva le distanze quando forse era troppo tardi (i cosiddetti “cattivi” maestri).
     Parole come “doroteo”, “moroteo”, “sinistra di base” oggi ci sembrano di un altro mondo e di un altro modo di far politica eppure sopravvivono tuttora sotto altre formule, modificate di quel tanto da presentarle come nuove e originali, oppure si sono evolute, negli anni ’80-’90, con una sigla – C.A.F., dalle iniziali di Craxi, Andreotti, Forlani – che è stata la summa di tutte le combinazioni possibili nel puzzle del potere in Italia.
     Le correnti della DC – come quelle laceranti del PSI o quelle nascoste del PCI – diffondevano in realtà la cultura dell’immobilismo, di un’apparenza dovremmo dire pirandelliana, che realizzava grandi opere inutili (autostrade più che ferrovie), grandi opere a metà (le cattedrali nel deserto di Gela e Ferrandina), i quartieri dormitori nelle periferie delle grandi città come speranza di riscatto, o “una casa per tutti”.
     Appoggiandosi ad associazioni di agricoltori, di piccoli imprenditori e piccoli artigiani, la cultura del benessere promosso dalla DC, nella straripante varietà della sua catena genetica, attecchiva più di qualsiasi altra lusinga o denuncia. Era la cultura di un falso liberalismo, di un liberalismo a metà o di un liberalismo “caduco”, “deciduo”, “inoperoso” che tendeva, da una parte, ad una presenza massiccia e incontrollabile del capitale (il liberismo di antica memoria ottocentesca, più volte aggiornato) e, dall’altra, ad un’espansione discreta e controllata di un sindacalismo politicizzato, di un’intellettualità irreggimentata, di un’opposizione da tenere in ascolto e da gratificare una tantum.
     La sinistra rispondeva e reagiva a questa cultura del mimetismo e dell’immobilismo con la diaspora che le è sempre stata propria nel conflitto (ideologico e antropologico) tra liberalismo e capitalismo. C’era chi restava comunista dopo i fatti d’Ungheria (’56) o di Praga (’68), introiettando una coazione a ripetere di cui conosceva benissimo la vacuità e c’era chi non voleva più essere comunista abbandonando pratiche e analisi del partito, rifugiandosi con amarezza in un obliquo e drammatico “cupio dissolvi” (le testimonianze di Elio Vittorini, gli anni del Politecnico).
     Ma c’era chi lottava dall’interno o ai limiti del partito per affermare una sintesi positiva, dovremmo dire hegeliana, tra ciò che lo stalinismo non aveva consentito, delegittimato e oppresso, e ciò che la realtà italiana (la sua storia, la sua tipicità, le sue intelligenze) avrebbe ancora potuto esprimere nei termini di una ricostituzione o di una ricognizione impietosa di quello che era stato il PCI. Ma se alla classe operaia un partito come il PCI garantiva, se non altro, una compresenza proficua e costante nelle lotte sindacali, agli intellettuali di sinistra – che cominciarono a lavorare “in proprio” un po’ dovunque – non bastava questa sorta di protezione o di alibi.
     L’intellettualità di sinistra si trovò ad affrontare una duplice contrapposizione: con il partito e la politica e con se stessa e la cultura. Agli scrittori, ai poeti, ai critici che abbandonavano il partito (Moravia scrisse un romanzo, “L’attenzione”, su questa realtà) facevano seguito politici, giornalisti e saggisti che, radiati o allontanati o peggio sacrificati, testimoniavano dolorosamente la doppia scissione che avevano proposto come salvifica ma che, in realtà, avevano subìto e vissuto come una sentenza di condanna.
     La crisi dell’intellettuale di sinistra nasce da questo psico-dramma, da una tensione ideologica che si spegneva e che non riusciva a ricomporsi in un un’autonomia culturale com’era auspicabile che divenisse. In quest’agitata atmosfera di dubbi e certezze, di reticenze e omissioni (tutte consapevolmente riconosciute e assunte), si riproponevano dibattiti e risoluzioni di vecchia data e di nuovo conio: Marx e Nietzsche, Croce e Heidegger, Sartre e Lévi-Strauss, Hobsbawm e Gadamer, come a dire antropologia e semantica, dialettica e declino della ragione. Queste antinomie, tuttavia, sono state espresse e di volta in volta risanate, all’interno della sinistra, con una terapia non sempre pronta e accurata.
     Gli scenari culturali che l’intellettuale, o l’ex-intellettuale di sinistra, ha occupato sono stati oggetto di studio e di applicazione scientifica, senz’altro, ma hanno corso il rischio di restare esemplari, di diventare ambiti totemici di una cultura elitaria, qualcosa di “spirituale” in una nuova e ineffabile tradizione ermeneutica.
     Venendo meno l’empito ideologico che pure aveva condizionato e frenato la cultura di sinistra nei suoi aneliti di modernità, ci si ritrovò tra vecchio e nuovo indecisi sul recupero di quanto fosse positivo nel “vecchio” o di quanto potesse essere sul serio “nuovo” su un percorso di sviluppo: o si era in anticipo sui tempi o ci si allontanava dallo spirito dei tempi. La cultura politico-filosofica trovò in altre discipline, nei segmenti politici e filosofici di altre discipline, l’abbrivio intorno al quale stava girando a vuoto si può dire dal secondo dopoguerra.
     La critica letteraria, lo strutturalismo, la grammatologia, l’innovazione letteraria sia come poetica che come supporto metatestuale (si pensi a una rivista come “Quindici”) restituirono nuova linfa all’impegno dell’intellettuale come produttore e conduttore di cultura, risollevandolo da quell’opzione primigenia che lo aveva, in qualche modo, “spoetizzato”. Questo non significava che la missione dell’intellettuale dovesse essere quella di “una bonifica delle paludi” (era da bonificare un rapporto, non l’artefice di questa interazione tra cultura e società), ma cominciava ad avere un significato molto più ampio dei compiti analitici e dialettici dell’intellettuale che, restando a sinistra, si rivolgeva contestualmente al mondo del dire e del parlare, quindi del sapere.
     Questo repêchage dell’intellettuale, in verità, si è grosso-modo fermato a metà degli anni ’90 quando, come sappiamo, alla disgregazione della DC e alla frantumazione del PCI è “sbucata” dal nulla del solito qualunquismo (di destra e di sinistra) quell’Italia nata negli anni ’50, cresciuta nel boom dei ’60, nascosta e silenziosa negli anni ’70: quell’Italia che da sempre considera la fabbrichetta più redditizia della scuola (avete mai visto “Il maestro di Vigevano” di Elio Petri dal romanzo di Lucio Mastronardi?), il successo molto più importante del lavoro, o la cultura succedanea al quiz. Se confrontiamo vecchi film degli anni ’50 con la situazione socio-politica attuale ci accorgiamo che niente, in fondo, è cambiato o granché cambiato: ritroviamo le stesse velleità provinciali e familistiche, le stesse cafonerie da bar, la stessa fatuità bozzettistica dei fatti e dei personaggi, ma va detto che, dopo il fascismo, una rappresentazione superficiale e scanzonata della realtà era quanto meno doverosa. Da allora a oggi quante stagioni di “decoro” sono passate furtive nell’immaginario collettivo degli italiani? Bisogna aggiungere, ovviamente, che quei film – semplici e lacrimosi, adolescenziali e ridanciani – furono spazzati via dalla tracotante e impietosa commedia all’italiana nelle sue espressioni più dissacratorie (Monicelli, Risi, Scola) e quindi dal nostro cinema d’autore. Ancora oggi ritorna l’Italietta degli anni ’30 e degli anni ’50: confusa, chiassosa, condominiale.
     Il premier parolaio e barzellettiere è quello che l’italiano medio o mediocre vuole essere o vorrebbe diventare: ricco, sfrontato, greve, indelicato, approssimativo e soprattutto seduttore e seducente. Gli perdonano tutto, gli italiani, perché lo perdonano o lo perdonerebbero a se stessi, rimuovendo con una battuta da caserma qualsiasi confronto con la realtà. Ma questa cultura della deriva plebiscitaria e del delirio cesaristico non sarebbe stata possibile se non avesse avuto la provvida collaborazione delle eminenze grigie della sinistra con le illuminanti strategie dell’avallo o dell’astensione. E tuttavia non bastò quella “signorile” omissione a decretare il prosieguo del premier-padrone. C’è voluta un’altra forza, la vera terza forza che regna da sempre in Italia: la Chiesa cattolica, con i suoi addentellati mistici e transeunti, arcaici e “liberali”, da meeting e da feeling. Una Chiesa che ha eliminato e ripulito le scorie del Concilio Vaticano Secondo, che ha fatto piazza pulita dei preti-operai, che si è inserita dopo gli scandali dello Ior e dei pedofili in una dinamica finanziaria e sociale di attenzione e di cautela, di riserbo e risentimento, predicando la trasparenza e la trasparenza, si sa, riguarda appunto l’ostia.
     La cultura oggi imperante in Italia è la sotto-cultura degli yes-men, delle corruttele tentate e di quelle scoperte, dei bavagli e dei legittimi impedimenti, del dileggio e della smentita, delle toghe rosse che mortificano – si dice – le libertà del popolo e delle toghe nere che semplicemente – si prevede – le scavalcheranno. Anche la sinistra ha la sua buona dose originaria di sotto-cultura, è evidente, e si sta attrezzando, dopo ogni sconfitta o dopo ogni breve vittoria, a fronteggiare pericoli e minacce alla democrazia. Ritenuto dai più un partito troppo spostato o malimprontato a sinistra, il Partito democratico si prefigge di restaurare una cultura della legalità e della solidarietà: il restauro è lento e macchinoso come le varianti in corso d’opera delle grandi infrastrutture che dovrebbero sveltire il traffico e la comunicazione di merci e persone.
     Nella difficoltà della comunicazione si ripresenta la problematica legata agli intellettuali e all’intellettualità del nostro paese: un intellettuale “democratico”, non più “di sinistra”, potrà democraticamente affrontare tematiche e democraticamente indicare soluzioni, anche quando la democrazia dovesse risultare deficitaria, compromessa o bloccata. Un intellettuale democratico saprà rispondere all’unica domanda che da qualche anno a questa parte tutto il mondo pone ai governanti di tutti i popoli: quale ideologia liberatrice ed egualitaria si può opporre a un capitalismo chiuso in se stesso e nell’unica logica che conosce? Perché la globalizzazione degli insediamenti industriali delocalizzati e degli scambi commerciali non è stata accompagnata e sorretta da una globalizzazione dei bisogni?
     Generosamente si risponde che ciò avviene quando manca – guardacaso – la democrazia nei paesi in via di sviluppo, nei paesi dimenticati, nei paesi con l’eccedenza dell’offerta e l’impoverimento della domanda. È strano: la democrazia, da tutti voluta e perseguìta, torna a essere importante solo quando deve proteggere il profitto. Nel secolo scorso si diceva che, quando il capitalismo ha bisogno di aggiustamenti, ricorre allo strumento sempre efficace delle guerre e degli armamenti: in questo inizio di terzo millennio le guerre e gli armamenti procurano, se non aggiustamenti, risorse a chi combatte per una causa qualsiasi, per delle vittime statistiche, per stabilire joint-venture di là da venire. Sembra una posizione da querulo pacifista ma è tutto molto più semplice e conseguenziale: i toni tribunizi fanno scena ma sono soltanto un elemento di disturbo. Il ricorso ad una politica e ad una cultura esercitate sulle piazze, sui cantieri e, perché no?, sui blog, dimostra – al di là della grande forza attrattiva che irradiano – come e quanto manchino una politica e una cultura, o per meglio dire: la politica e la cultura. E nell’attesa che questo vituperato ex-intellettuale di sinistra diventi non altrimenti definito “democratico” – attesa che non ci risparmierà dubbi e diffidenza – riprendiamo il discorso interrotto con l’intellettuale professore, l’intellettuale economista, ragioniere, filosofo, calzolaio, donna sola, vecchio, bambino: cioè con tutti quelli che, nonostante tutto e spesso senza saperlo, resistono.

***

6 pensieri riguardo “Impubblicabile (IV)”

  1. (Il premier parolaio e barzellettiere è quello che l’italiano medio o mediocre vuole essere o vorrebbe diventare: ricco, sfrontato, greve, indelicato, approssimativo e soprattutto seduttore e seducente. Gli perdonano tutto, gli italiani, perché lo perdonano o lo perdonerebbero a se stessi, rimuovendo con una battuta da caserma qualsiasi confronto con la realtà. Ma questa cultura della deriva plebiscitaria e del delirio cesaristico non sarebbe stata possibile se non avesse avuto la provvida collaborazione delle eminenze grigie della sinistra con le illuminanti strategie dell’avallo o dell’astensione. )

    una disamina completa, esaustiva, limpida e lampante. grazie Antonio e grazie Francesco.

  2. siccome penso esattamente tutte queste cose vorrei avere la lucidità, la ratio e il tempo per scriverne altrettanto. ho frequentato poco le sezioni: poco la figiccì, poco il pds ds, ho molti amici rifondaroli – e uso questa desinenza perché mi paiono più a destra di me, che mi reputo borghese alle midolla, non sapendo da che parte stare, sto appunto con la borghesia, cioè dalla parte del torto – e non sempre mi riesce di parlarci. ovunque ho sempre sostenuto che un intellettuale di sinistra – mi dà il prurito questa espressione, presa per ogni singola parola e nel suo complesso – doveva ricominciare a “parlare” con tutti, ascoltando le ragioni di tutti per fare il punto sulla situazione, rendendosi conto di quanto, mentre lui e quasi tutti quelli come lui si facevano di chiacchiere, il paese andava da tutt’altra parte, senza guida, senza progetti, senza un futuro. a chiedere semplicemente di ascoltare e di imparare dall’ascolto anche delle miserie intellettuali, dei pregiudizi ignoranti caratteristici di certe età, luoghi, categorie ero guardata con aria di sufficienza. e ben gli sta: perché gli operai ora votano lega, come era inevitabile che fosse nel momento in cui i meno preparati vengono lasciati da soli alle prese con i problemi reali, ampi quanto un condominio, una borsa della spesa, una strada dissestata, un portafoglio rubato.
    poi si aggiungono le pratiche ricordate da natalia castaldi, quelle pratiche baffute così poco di sinistra ancorché molto sinistre.
    non so se l’ho detto altre volte, ma una cosa semplicissima degli studi di antropologia culturale mi colpì molto da ragazza: l’esempio del topino spinto ad evolvere il suo comportamento rispetto alle gratificazioni, improvvisamente privato di esse e sottoposto a confusione. al suono del campanello non usciva più la nocciolina pigiando un pedale, ma una piccola scarica elettrica. dopo qualche giorno di prove il topino aveva capito il meccanismo campanello-pedale-cibo, dopo poche ore di maltrattamenti il topino giaceva disorientato e affamato. il primo che gli avesse offerto del cibo senza fatica sarebbe stato un dio per lui.
    e io cerco di ricordarmelo, cercando di non abbassare il livello di ciò che insegno, ma cercando di innamorare delle cose alte i ragazzi. mica riesce con tutti: ma anche quelli che si sottraggono non potranno per lo meno mai dire che sono stata disonesta.
    la cultura è chiarezza, onestà, confronto. se il confronto sta tra il proprio ego debordante e il proprio ombelico…

  3. è stato come essere messa davanti ad uno specchio, riflesso perfetto del mio pensiero.
    una disamina così è condivisibile, ma, ahimé, soltanto da chi ha fatto lo stesso percorso di ricerca e ne ha dedotto gli stessi concorsi di causa.
    gli effetti, malgrado siano sotto gli occhi di tutti, non sono realmente “visti” che da pochi.
    credo che il dramma vero di un popolo, del nostro popolo, sia la staticità di una ignoranza che ha radici nella ignavia e nel pressapochismo, tutto ciò che fa gioco al potere economico spacciato per politico.

  4. Il paese è, nella stragrande maggioranza delle sue componenti, fondamentalmente clerico-fascista, omofobo e razzista. Da sempre. Il ducio zerbinato non è la causa della “malattia”. E’ colui che, grazie al suo impero mediatico e allo strapotere economico, ne ha saputo interpretare il sentire profondo, facendolo emergere in tutta la sua devastante e desolante radicalità.

    fm

  5. Leggendo i commenti di Natàlia, di Lucy, di Cristina Bove e di Francesco si riaffaccia sempre una domanda essenziale: che cosa ci ha impedito o condizionato a ritenere e far valere il nostro comportamento (antropologico, professionale, culturale, letterario) come inevitabilmente succedaneo o surrogato all’ideologia corrente, al modus vivendi corrente, all’incultura corrente? Si è trattato di un nostro limite, dovuto magari a un eccesso di modestia e riservatezza? Oppure riguardava il nostro modo di relazionarci con le mode, i modi di dire, le idee astratte e strampalate dei tanti parolai che anche a sinistra hanno lasciato il segno e ancora imperversano?

    Non sto teorizzando (per carità, almeno in questo caso niente teorie e più fatti)… non sto teorizzando il prestigio isolato e puro dell’emarginato che vede appiopparsi addosso l’etichetta di “minoritario” oltre o dopo quella di “minore” (e sarebbe opportuno che qualcuno ne scrivesse di quest’antica malìa “minore-minoritario”), sto semplicemente rilevando come le esperienze dei singoli, cioè di noi tutti (dalla spesa alla lettura, dal cambio dei pannolini all’insegnamento, dalle difficoltà del sostentamento all’elaborazione letteraria) non dovrebbero essere affossate da coloro che decidono in un asfittico populismo di ritorno, in un’estetizzante esclusone dalla dignità e dal lavoro.

    Non ci siamo sforzati di essere onesti, siamo stati e siamo tuttora onesti (come ammonisce Lucy), non abbiamo pensato che l’ignoranza fosse un’inguaribile circostanza ma abbiamo sempre pensato che sia una necessaria convenienza (statica, come dice Cristina) e tuttora pensiamo di sottrarla alla facile lusinga dell’opportunità sociale e politica. Le nostre disanime non sono mai state accademiche ma, non per questo, sono state articolate per indulgere e nascondere, proteggersi o evitare.

    Sappiamo benissimo in quale paese viviamo (come ci ricorda Francesco) ma non possiamo più accettare che un libro non sia letto, un verso non sia scritto, un disagio resti irrisolto e che il nostro impegno sia giudicato come l’enigmatico e presuntuoso esercizio di un guastatore. Tornare all’essere – come tutti ci auguriamo – è salutare.

    Grazie e un caro saluto a tutti

    Antonio

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