Il libro dei doni – Capitolo IX, 1

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Patrizia VICINELLI   Nanni CAGNONE
Massimo SANNELLI   Roberta BORSANI   Nadia AGUSTONI
Lucianna ARGENTINO   Domenico LOMBARDINI
Jolanda CATALANO   Marina PIZZI   Danni ANTONELLO

 

Il libro dei doni – Capitolo IX, 1

 


Patrizia VICINELLI
[da: I fondamenti dell’essere, 1985-1987]

 

II. Il tempo di Saturno

Ancora poco e dal tempio dove
sussurrano le idee esse si sveleranno
quando la brezza darà inizio al loro
manifestarsi. Proserpina la si incontra
allora, e rende grazia alla sua regina e
si inginocchia, al sogno del suo nome
ha posto la fine.
Così dalla fonte, se li poteva vedere
i convitati nella loro allegria e scintillano
le coppe, un’alba come di gravida lunga,
ma tutti hanno fiducia.
E’ molto alta la vista da quel punto
anelli di grattacieli sotto nella caduta
dell’aria
essi festeggiano il ritrovarsi, hanno
raggiunto l’uscita della stanza di piombo.
Nella fontana dentro si bagnano gli esseri
non un attimo di strada la dimenticano
è il momento di rallegrarsi, ciascuno
ha attraversato quelle acque.
Sempre ha scelto l’altra via ora si trova
a una distanza irreparabile e segue convinto
il proprio disagio. E’ alla collina di fronte
che vorrebbe arrivare, ma la montagna
davanti a lui gli serra la gola.
Cigni neri e nuvole promettono nera acqua
dell’antico senso e resti sulla terra
le cui forme ancora si riconoscono,
errando con la mente nel fosforo
schiuma a picco sotto di sé
gli viene da illuminare la sua lampada
ma rimbalza sulla roccia il veliero senza scampo,
i morti quelli sbattono uno contro l’altro
nelle onde.
Aver sbagliato di poco la direzione, egli pensa
con la vertigine, dall’alto della vetta
non vedrò ancora le tue praterie e forse
la mia fiamma verrà mangiata dalle ali dei corvi
se tu non intervieni angelo, sarò piombato
nell’abisso.
Sebbene, guarda la notte esplosa, essa ha
frange chiare e si possono distinguere i contorni
delle vie le figure geometriche delle stelle fisse
emanano bagliori, dona certezza.
E la pioggia non finirà come la radice
la trovi mangiata ma tagliando fino al cuore,
lo ottieni il suo centro
che resta ardente sotto la discesa dell’acqua.
Ossa secche neanche il mantello servono
a quel corpo, la gloria giunge dopo la sconfitta
aver paura di vivere molto più di morire.
Entra il possibile passato nella proiezione
del presente, egli può scegliere
come entrare da un’altra porta, si avvolge
nel suo scudo atavico, ancora una volta osa
col rischio della fine camminare sull’orlo.
La pietra, quella in cui è ricordato
il passaggio, tiene nella sua forma le onde
che riverberò la luce durante mille giorni
potrebbe forse sostenerlo nella sua impresa,
o l’eroe da sempre funambolo cercatore con le lacrime
sulla fronte e dentro gli occhi
e cedere cedere come montagna crollata
sotto i piedi briciole briciole
la tentazione dell’aria.
E’ un uccello vivente che lo viene a cercare
se fosse di metallo darebbe un segno
neanche nel deserto si perderebbe
egli è sostenuto
porta con sé il suo drago e la colomba.
Ma la sua forza assomiglia a quella di un titano
attorno a lui si sveglia l’odore dolce
come quello di ciò che sta cercando
l’asta lo spinge avanti, serve da pertica
da ponte dona la direzione e vince nella lotta.
Egli si volta e trova luce egli si volta e trova
luce. Si abitua come a una condizione
può volare e navigare dall’acqua avvolto.
Dal profondo di sé egli si è raggiunto
mai avrebbe immaginato fosse così semplice
e così terribile come essi da bambini
nella disperante solitudine conscia della natura
e dover rinunciare egli deve poter crescere qui
alla fragilità alla forza interna di ognuno,
la menzogna.
La tenerezza gli renderà incandescente
il cuore e la sua spada è d’acciaio
vedeva svolgersi il sole al tramonto
sebbene meditasse grandi rivincite
avendo vinto la notte.
Dunque il sole era di fuoco in ogni luogo
e risplendeva per sempre nella sua continuità.
Nemmeno un attimo ci fu margine d’errore
ma lodi nella meccanica di nuove geometrie
esse formulavano la quiete di altri sistemi.
Un profondo silenzio, il totale silenzio
della coscienza uscita dal gorgo
quella di chi è entrato in una spiaggia sicura.
Meditava quella notte il tempo
e la sfuggevole inesattezza delle coordinate
che i naviganti donano, misere tracce
su intuizioni incerte, seppe poi
del camminare unico, per ognuno il suo creativo.

 

**********

 


Nanni CAGNONE
[da: Ça mérite un détour, 2007]

 

A marcia indietro. Autobus guidato da un bambino.
Altare, luogo intrattabile non tramandabile: nient’altro
che l’abbondanza oziosa dei ricordi. E non c’è corpo
che segua suoi ricordi. Ecco, lo scricchiolìo del metodo:
nel permaloso dove, nei vuoti decenni, le cose patiscono
ogni parola. Ma terra rossa, qui comincia il mare, il fare
solco dei carri dentro i sogni. Altare. Sì, quasi che l’alto
sia migliore del basso.

 

*

 

Sullo sfondo del vuoto, la sirena alle fornaci.
Rinomato suono, che aveva enfisema e appoggiatura.
Sarà concretezza sospetta, questa, o un trovar
precipizio in cose minute? E allora via, per obscurum,
molto bravissimi voi, e imparata presto una muscolatura
spontanea, quasi uno stile. Essere figli: malattia anamorfica,
giacitura d’incostante rammarico. Vi si concede di sostituire
il passato, ma non di contraddire chi tace. Perciò,
dal parallelismo dei fratelli, da loro avverata distinzione,
rispettosi auguri.

 

*

 

Non toglieteci i diminutivi. I messicani ne morirebbero
(ma anche noi, affranti). Nanni-Ino, quei due che
più lontano: scaltri imbecilli, autori di una genealogia
esotica, amanti di parole inutili, fautori del culto
dei fiori spontanei. E quando piovve malamente,
tra i favori d’autunno, intenti al secondo catalogo
del mondo, dalla perturbata proporzione.
Perché dite le parole non esistono? E la festa
dell’avverbio, allora? Dateci un nome per chiamare.

 

*

 

Toh, un animalino-melanzana. Ma son tutti così?
No, ci sono molte melanzane senz’animalino alcuno.
E i romani, gli ebrei: tutti pastori (che ci sia qualche
segreto nelle pecore?). Una torcia elettrica a sbiadire
un declivio d’erba rasa, e tu fermo così, mani per tasche.
Puoi forse chiedere a qualcuno di desiderarti?
Suivez-moi-jeune-homme (questo sì che è un bel
pirulino), e perché non può essere il cane a correr dietro
alla bimba? Perché quest’immagine compromette l’altra?
Ma quando sei felice adagi il piede su una foglia larga.
Viaggiatore difficile, azzardato, quale frase ti avrà
spezzato il cuore? Han più accenti di prima, le parole.

 

*

 

Ora, mastice amarene bachelite, lucciole cenere castagne,
neve platani leggende, rugiadabrina, felci rondini mirtilli,
cedri del libano cancelli, ferretti da tip-tap fionde lumache,
erba cachi lucertole, filo spinato, vetro ribes ruscelli
dicembre degli stagni, torri scale verande gallerie, sassolini
difterite, grilli scarlattina. E altro, alla cui esistenza poco
si è creduto. Pargoleggiare, tra solennità animali e abbuiati
conversari. Sopradentro e dietro tutto, il rumore che
fanno-disfanno le parole, nel vocabolario. Più tardi d’ora,
s’impara quel che accade verso qui e non si vorrebbe.
Di chi è, l’esperienza? (E chi sei tu, per interpellare?)

 

*

 

Tu, che non cerchi non chiedi e resisti nei minuti,
fra la stanchezza degli spettatori, nel torbido-ciò
che non appare, puoi trovare dei fatti che corrispondano
ai pensieri? Ignoro se fosse meglio seguire o precedere
l’ostile, e non so cosa volesse ottenere ogni rinuncia.
Chère Nana, dame sans merci, nessuna opera sarà mai
adulta. Sì, qualcosa è andato storto. D’ombra in ombra,
tutto scritto. Non vi dispiacerà se mi allontano.

 

*

 

E nel képos il gazebo perché non interrompe,
ripara-non-distoglie, approfitta della propria timidezza,
e insegna a scorgere. Gazebo, misurata volta terrestre
che era il nostro perfezionamento: qualcosa di domenicale.
Impara il colore senza la figura; impara quel suono,
la sua invocazione, prima che lo rivendano le musiche.
Di’ quel che si vede al buio. L’arte, qui, non ha niente
da fare.

 

*

 

Ad lumina, ad blues, ad vinum. Ma nero incompleto,
e nostra insaputa smania. E ora, controvoglia, dici
“sfiorire”, mio concitatore. È l’ultima pretesa d’ogni
corpo. Mendicante obiezione: dateci tempo, essere figli
ed essere figli sono ancora disuguali. Noi due: ereditato
sonniloquio, intrico; sproporzionata lividura.
Comprendere gli dèi, dalla posizione di veglia delle piante.
Secondo erede, vieni qui. Qui non piove, non fa male.

 

**********

 


Massimo SANNELLI
[da: L’aria. Poesie 1993-2006, 2009]

 

gloria al molto rosso, che copre
gli occhi. gloria toglie il silenzio:
piegato, una volta, in spine, poi luce
vera. Non brutta luce, ancora; invasione.
l’aria aggiunge gaiamente luce:
il sesto anno parla, di appunti
in appunti. dopo, unge e punge.

 

*

 

ti brucio viva è un grido
troppo barbaro, basta. IL PANE
è bianco, non preciso, ha tagli
sottili; senza i DENTI, tra
tutti i segni non è QUESTO
il più finale: la giustizia o
splendore, o perdòno, o
perdita di sangue
e di denaro, per la vita,
se viene.

Allo stato più alto

le briciole opposte, ad una compagnia:
ora spremi, qui mi lasci, io ti aiuto.

 

*

 

quella pace di palma, alta, non
guerra; non guasta. la tua infanzia
imitava questo tempo, beata in sogno.

ogni spazio del bianco è ecco
il figlio
, [ma ora dorme, è buono]. Appunti
nuovi: Merisi, Merisi, rifatto
con l’altra mano, creando non la poesia;
la giustizia provata negli appunti; le
ginocchia
piegate, i ginocchi spinti verso
un’altra vista. appunti nuovi:

luce, tutti; luce, e oggetto di virtù
dicendo, e perdendo
senza rimedio.

 

*

 

viene la propria salute, e si posa,
cioè aspra: «lucentissimo volto» e
volo, né gentilezza; oppure è il meglio:
metà pronuncia gorgoglia, metà è toscana.
la ragione porta il caldo. Questa, nostra,
non «è madre» per vivere: si mostra
gentile, e al pavimento nudo; appare contorta
sorella, e quasi: è al pavimento, aderisce
a quello: seme, ma vitalità. si rivede come
«tamburo battente» e tutta mente che trema: là
c’è l’infanzia.
l’uomo di prima la vuole. E il senso più buono
della mente vuole pace: «lucentissimo volto», monodia,
non abbraccio, che lo sconvolge, non coro, mai.

 

*

 

essi sono fiori e quella fronda amo: tu
prima amasti. ora verdeggia, come vista
dal primo Adamo, degnissima; / la furia
sceglie la famiglia nuova, preparata da altri,
scrivendo. / conoscere ha giovato all’uomo
interiore, e di colpo sorga.

non è più stesso splendore: questo
non è più splendore. tanto scritto umilia
la semplicità nella cristiana, a parte, madre;
e anima. e ancora dice io tremo. e tu con quella, sempre
con pensiero. loro libri, lei lingua, loro libri
non torneranno più, più. e lei lingua. il viso solo
è buono. la mistica non è Artaud:
Artaud è mistico: essi sono fiori, quella fronda
amo.

 

*

 

Tra due fuochi si prova: che cosa resta? la
scrittura riparo, che nasconde;
la timidezza, naturale o causata. Poi fuga
superba. Ma: i nostri privilegi non ci appartengono;
ci sono donati.

Tra i due fuochi sta una grazia
grande, tra uno e l’altro. Questa grazia
è apparsa inaspettata, che rimane.

 

*

 

uno scheletro di azioni, figli, amici: questo
impianto porta fuori: dalla prima casa. l’uscita
arriva negli amici, figli, azioni libere e respinte. Così
l’idea della vergogna si pone con equilibrio,
e bastoni, al cuore del mondo.
per una serie, detta libera, c’è
contrasto: il peccato manca, Dio
non è offeso. una sola chiusura
è un mostro.
si dice: esci e vivi: non questo mostro – il torso
di lui –, non completo.

 

**********

 


Roberta BORSANI
[da: Il rosaio d’inverno, 2009]

 

     Se t’incontrassi

se t’incontrassi fuori
dagli steccati del sonno
non mi stringerei a te
come gli altri

perché ci sono valli
nel crepuscolo viola
seminate d’asfodelo
e non c’è rondine né linfa
di primavera
solo perle e argento

io ci sono nata
in un posto così
io so come si mastica
la felce dell’angoscia
piano
perché non sia mortale.

Non ti stupire angelo
se ti voglio vedere
scintillante e implacabile
accendere di fuoco
ogni cosa fradicia.

 

     Si sono rotte le acque dell’origine

si sono rotte le acque dell’origine
fingere
d’essere nulla
non è più necessario

l’erba non fa rumore la pietra sogna
passa un ciclope enorme
come una nube

tutto il verde delle cose sale
alle stanze del visibile

un figlio dell’uomo dice
albero
allodola
fiume
e gli alberi sono gli uccelli sono i fiumi sono
e siamo noi piccole anime siamo
felici del nome
orgogliose del seme

pascoliamo
le tumide cellule
chiamando a raduno
dolcemente le spinge
l’anima mundi
con l’umido muso…

 

     Ci condussero a un luogo

ci condussero
a un luogo di bisce
e acacie selvatiche
chissà quali dee

c’era un uomo sul fiume

il petto e l’ombra
di mandriano infernale
asservito al Minotauro

il cielo era vuoto

più del rischio
mortale
mi ferì l’Assenza

seguirono anni amari

ad uno ad uno
si ruppero gli steli
di asfodeli gelati

io
presi molte forme
ma non rinacqui

non so come ne uscii

 

     Ora il vento non ha più suoni

ora il vento non ha più suoni
solo tremori
fra gli aghi invetriati di brina

morte
sei fredda e secca
se il gambo dell’anima afferri
e d’un colpo
violenta lo stacchi
nessuno si accorge
nemmeno la cagna
che dorme cieca
sotto la scala

 

     Vennero di notte

vennero di notte
scivolando su un filo di luna

ebbero a sorsi la nostra rugiada
e la carezza dell’unicorno

tu non volevi ucciderle
così miti lumache
più antiche del peccato
nate prima
di ogni male

all’inizio
attaccarono l’indivia
(non sembrava così grave)
poi
in letali
lattescenze
inumarono il pesco
il ciliegio maestoso
le dalie
innocenti

quando mute
si volsero al limone
dai rari fiori
che promettevano oro

scendesti nell’orto
con volto
scuro

 

     L’erba tace più forte

l’erba
tace più forte dopo la pioggia
è signora
non ha niente da dire
qui si nasce e si muore
più volte
ecco tutto

strisciano sul mondo umido
le prime nate della creazione
bestiole del latte
venuto dalle lune di Nettuno

la vita è questo

sporgersi quieto
delle cose nell’acqua
volgersi
al ramo della luce
con immensa lentezza

 

     Gli animali della sera

gli animali della sera
fiutano la luna

scivola un sogno
sotto una foglia

se c’è un’ombra sulla scala
non è niente non è nessuno
forse
è soltanto un ricordo che trema
e non osa morire
forse è la morte stessa
che ondeggia ubriaca
(a volte lo fa)

è l’ora del salice sull’acqua
delle cose quiete
inesorabili
è l’ora dei pugnali
e delle perle
quando il gambero di fiume
incontra pesci d’argento e denti
aguzzi

 

**********

 


Nadia AGUSTONI
[da: Nel cuore l’abbaiare dei cani, inedito, 2008]

 

se ero un cane

se ero un cane non sapevo niente del mondo
di cosa piace al mondo e cos’è cacciare da uomo
l’olfatto che sente la cenere e la direzione del vento
e i denti che sembrano mitraglie un rumore
che spaventa i conigli quando escono sui prati
cercando un sentiero l’acqua o un po’ di fortuna.

se ero un cane veniva la vita a prendermi
l’urto di una macchina l’osso lanciato in aria
la corsa nella sera fino alle case e sentire
il cuore nelle zampe nel cuore l’abbaiare dei cani
con cui ero nato e andare dietro alle stelle al cielo
alla nuvola che fa piovere e la tregua in questo spazio
è un buco nella terra è il grido di chi nasce.

 

risposta

le tue lettere arrivano ogni mese, apro le buste
con dita a uncino, ti rispondo a b c d o con inchiostro
che cancella le necessità, il dovere di dirti che non c’è nulla
in cui credere e mi servo della risposta come di un fossile
trovato nella terra.

le tue risposte alle mie risposte sono scheletri bianchissimi
c’è polvere di preistoria nel foglio, ancora ne rimane traccia
sulle mani, quando qualcuno le vede dico “è gesso, giocavo
con lavagne e frasi da scrivere, giocavo a essere un cuore
con sillabe, giocavo a chi arriva ultimo è scemo”.

le nostre lettere formano un plico come una torre
sono tante lingue che inseguono una cosa da dire
che dobbiamo dirci”, ci imparano mentre le molliamo al vento
mentre a bracciate raccogliamo i fiori e l’onda di papaveri e spighe
scende a sera e ti parlo con voce dentro il fiato.

 

confini

la profondità della pianura dove siamo soli
e il sottomondo dall’altra parte dei pensieri
ci cade come le foschie e lo stropiccio

dei giornali. quassù siamo acrobati, parliamo
con il vento, studiamo cartine stradali e figurine
negli album, fischiamo dietro alla pazzia degli altri,

gli diamo nomi che scimmiottano la vita nei film
e ai semafori contraccambiamo i saluti agli ex polacchi,
nel secchio d’acqua sporca la fine e l’inizio del parlare,

quei tarli di febbre che è già memoria e nel presente
d’ogni selvaggina il trascorrere dei giorni svanendo,
sui confini d’una periferia stanziare, le case sponda,

e il magro mangiatore di fuoco o il fachiro con i chiodi
ci stanno intorno come agnelli e ogni figura
si rovescia, ragioniamo un minuto e l’abitudine

muove da scacchista, il clacson fa il tempo
e lo usiamo nel darci le fughe, nello scarto di lato
o più in basso dove i gatti giocano col topo.

 

in cima ai rovi

c’è l’odore dei muri vecchi ammuffiti
e una croce storta lasciata lì a futuro monito
di chi camminando inciampi e trovi il suo golgota
in questa semicampagna dove la città finisce un po’
ma vedi i fumi delle fabbriche venirti dietro
e non hai che stracci di pensieri, la voglia sghemba
d’una rosa che spunti in cima ai rovi
e non si ripeta con altre rose, una e basta.

 

[Tre poesie edite, 2006]

 

picnic sull’erba

Il primo maggio dei vecchi socialisti
era un picnic sull’erba. Il giornale italiano
pubblicava la foto del gruppo, uomini e donne
di una bella età che guardavano
non più il sol dell’avvenire
ma il crepuscolo. Nessuno di noi giovani
commentava. Tutt’al più si correggeva socialisti
con anarchici, ma mentalmente. E sempre a mente
facevamo finta che fossero parenti americani
di città in cui la storia era finita (secolo breve, secolo
corto) prima che da noi.

A malapena potrei dire un cognome
né se avessero amato troppo
o avessero appreso
a dire thank you, very well, good
come se ne fossero fieri.

Poi ci furono meno foto
e l’annuncio di quelle e quelli che erano mancati.
La penuria fu un principio di realtà.

Abbiamo pareggiato con i sogni.
Le cose ultime (sia detto tra parentesi)
le scriviamo imitando il silenzio
andando a capo
aggiornando il computer, gli ideali…

non ne va più della vita…

 

Il naufragio della Exxon Valdez

Sul mare coi suoi neri sogni
a nutrirsi di fauna, flora, azzurri,
nido sui fondali che annichilisce le maree
e cattura i pesci dissipandosi.

Ci ha detto che morire è putrefarsi
e simile a balena ogni carcassa
ha pensieri superstiti
e un’intimità disponibile agli abissi.

Ha posseduto gli oceani il Leviatano
con zanne e cuore polari.
Di ferro la sua storia come la grande storia,
e di umor nero.

Il suo letto è un lunghissimo buio sotto le stelle,
un’Erinni intatta il suo futuro
la sua vita ferma a un pontile marcito
e scialuppe vuote.

Lasciatela ignuda!
Che sogni pasture e acqua
e un ovest che dilunghi lo squarcio
la folle fatica che tracanna.

 

Colfiorito
(qualcosa di bianco)

Una sera a Colfiorito vista di slancio.
Le rondini come foglie appiccicate
lasciavano il vento sotto i tetti.

A dicembre con Silvia
gli orti di Assisi a terrazza
uno spiovere di salite e azzurri
pensando ai container
ai vecchi che gelano
all’anno che finisce freddissimo senza case.

Mi sovviene – scandalosamente leggero –
il settembre bellissimo
gli olivi i solchi le colline vuote
il sole arreso il sonno una bugia fragile
un’amica che dice tu dormi con occhi che tremano
ma chiudo le imposte, con lei faccio l’amore fino al mattino
mentre i paesi crollano
in una luce senza terra
che finisce sul mare come un cosmo.

Dal margine del fiume, in un angolo
la cagna allatta i cuccioli
senza badare al resto della vita
o a cosa il tempo faccia dei volti
o se l’attesa è una crepa, un ossidarsi,
o qualcosa di bianco
qualcosa da compiere.

 

**********

 


Lucianna ARGENTINO
[da: Diario inverso, 2006]

 

Lei sapeva del silenzio che sarebbe venuto poi
per questo gli chiedeva “abbassa la voce”
pensava che se le parole si fossero fatte
simili al silenzio la loro assenza sarebbe stata
più lieve, come un bisbigliare oltre una porta chiusa
o come qualcuno che senti muoversi nella stanza accanto.

“Cambia tono” diceva a lei lui che non capiva
e confuso rallentava il passo, cercava un riparo
da quell’estate improvvisa, dall’assalto dell’inatteso.
Ma fu in quella luce stinta che cominciò a sentire
che le cose a volte implodono senza implorare altro
e tornano in se stesse e stanno affini al silenzio.
Così cedette e abbassò la voce tanto che tacque.

 

*

 

Visito quell’altrove dove le cose si spogliano
di vaghezza per indossare una nitidezza
più prossima alla verità, ma mi strattona via
quel suo sguardo per cui dell’insieme
sono il particolare che sfugge.

 

*

 

Avrei voluto una bugia o una verità inventata
che desse pace e un volto accessibile a quanto si negava
ribelle nelle sue parole senza cielo né sguardo.
Parole dette col fiato sospeso su una verità
vegliata da un dio vile – un dio da cui non avere nulla
da temere e nulla da sperare…

 

*

 

E’ fatica attendere, sperare,
vivere strappati da se stessi
stare come vino nuovo in otri vecchie
col timore che il legno ceda
e ci si versi in terra e la terra ci ingoi
e il tempo faccia a meno di noi.

 

*

 

S’avvia in briciole il cercarmi dentro una poesia
in redenzione di tutte le offese del mondo
o solo un luogo di me stessa dove si ristori la fatica
di vivere molteplici esistenze, dove redimere
una vita spezzettata in piccoli orizzonti
mentre la volevo lungimirante e ammirevole
la vedo simile ad una pozzanghera in cui si riflette il cielo
col suo passaggio di nuvole e di ali
ma più cielo del cielo quando nella sua acqua
gli uccelli vengono a dissetarsi.

 

**********

 


Domenico LOMBARDINI
[da: Soggettive, 2008, inedito]

 

I

l’aria non si fa abbracciare, con schiocco
le mie braccia chiudono circonvoluzioni
ridicole. solo ora mi accorgo: a loro basta
questo, la vìa sicura, il corso illuminato, il nodo
urbano del consumo, l’ingurgitamento;
il mondo è fango.

 

*

 

da questa eco altri riverberi,
e altri. mai che l’onda murata
si adagi e con spire avviluppi,
e dica qualcosa di conchiuso, netto.
il discrimine è sfumato; tutto stante
in apparente docilità. eppure spumava
il fermento. il più delle volte
misconosciuto, non visto, ci basti
vedere questo e questo, la casa
e il lavoro, e il desiderio, anche non ben saziato.

 

*

 

(viviamo vite kafkiane)
nel piccolo, nella brevità di passi
e gesti che per stanchezza e prassi
perdono levità, per code di facce
e scapole, lo sguardo fisso al muro,
l’incoscienza fatta regola – sul muro
scrostato di edifici,
una falena nera a dirmi
che questa vita è persa,
scappa, sentimi, scappa, vìa da questa farsa

 

II

perché,
se non hai sulla pelle segni, un dolore
che ha istoriato il suo passaggio, nulla di pietà è dato?
per pregare chiederei una pietà orfana, che non cede
il passo ad antichi torti, subìti e mai emendati, una pietà
liberata dal nulla, increata

 

*

 

ognuno vorrebbe per sé e i suoi cari
un alveo di eternità. accogliere un corpo
si può, purché si adagi con cura
su una giusta lettiera di foglie. prego,
e solo pietà invèra
il mio dire. alcuni, per difetto,
costruiscono monumenti e dicono:
ecco, questa è la mia pietà, la croce
e l’altare, il salmo e la parola.
ma poco attecchisce di ciò che s’innesta; si finge questo.
ai confini della mia pietà, nessuna parola,
solo gesti, ostensione, mìmesi; e questo è imparato.

 

*

 

guardando alla vita appare possibile
una forma, la giusta. vano sembra
un conteggio di morti e ricerca di senso.
cose da fare: accettare il meschino,
il negletto putrescibile dei corpi.
eppure vorrei abbracciare, in una casa
proteggere gli affetti – uno a uno –
e i corpi, preservandoli dal tempo,
da questa ottusa abitudine a consumarci

 

*

 

incluso, ed è mio. nessuno distrattamente
come chi tocca distratto potrà intuire sottotraccia.
per questo si è soli, e non fa niente.
anzi, pesa.

 

*

 

questo avvolgerci: con mattoni, con braccia, con altro.
a difesa, certo, e strenua; che non sia,
Dio non voglia che sia esclusione:
i reprobi di là. non voglia Dio
concentrazione, i corpi implosi e
soffocati dal peso di noi.

 

**********

 


Jolanda CATALANO
[da: Bolero, 2003, inedito]

 

Quale futuro

Quale futuro
se il male ancora incalza
e si allontana l’eco
di un sogno mai chiarito?
Ho perso e vinto
nell’attimo che vola
ma ciò che resta
è un embrione statico,
cellule rinate alla rovina.

 

Scivola sul mio corpo

Scivola sul mio corpo
il velo degli anni
e tutto si allontana.
Inafferrabile
in questa parentesi non chiusa
persino il tuo volto mi ritorna sfocato,
una foto d’epoca
o un sogno
tra le coltri e il mio letto
risorge a memoria
ma tu appari e scompari
mentre il fuoco si spegne.

 

C’è qualcosa che stona allo specchio

C’è qualcosa che stona allo specchio.
Questo canto
che nasce fanciullo
dentro un corpo
ormai greve per gli anni.

 

L’ultima sigaretta

L’ultima sigaretta
lo so, lo so,
la fumerò
quando mi diranno
“Ti sta scoppiando il cuore
e il sangue è fermo
dentro un ristagno d’ombre”.
Lo so, lo so,
ho peccato,
forse di vanagloria,
ma come spiegare il senso
di un primo giudizio all’alba
quando il mio verso
affogava il canto
dentro la luce tenue
del mattino
o nei colori accesi della sera
di un tramonto
a picco sopra il mare?
Lo so, lo so,
forse ho sprecato un terzo della vita
a crogiolarmi nel sogno
e poi aspirare
nel precipizio buio del non detto
boccate irriverenti
mentre il sole
mi passava accanto
e non capivo
che era quella
la luce che cercavo.
Non so, non so
se pentirmi
dell’ignoranza
che lentamente
mi consumava le ore,
ma come rinascere
due volte, infinite volte
nella vita
e non comprendere, mai,
il soffio dei minuti
dentro l’azzurro tenue
del pensiero?
E intanto
la sigaretta si consuma
nel dubbio che brucia ancora
la mia essenza,
questo presente
che non sento più mio,
forse un passato
appartenuto a un’altra,
forse un futuro
che non saprò fermare.

 

Ascolta

Ascolta,
non so se un alito di voce
possa condurre il canto
oltre i confini astratti del non detto
o nell’abisso-fuoco che riaffiora.
Di questa identità
che spesso non mi è chiara
afferro al volo, a volte, qualche verso
e poi lo spargo nel Tempo che dimora
dove si strugge e vive
amore e pianto.

 

**********

 


Marina PIZZI
[da: L’inchino del predone, 2008-2009, inedito]

 

1.

in un gravame di addio voglio andarmene
dondolo del caso sorso di abbandono
dono sul comunque di non essere
né senso né gelo di cometa.
in mano alla stazione del fu gusto
sto nel trabiccolo del polso
a rivendicare un chiodo di garofano
fannullone quanto vano sul comunque.
è qui che resta il greto dell’ultimo
fiume, il maestrale stravolto ed il cerchio
cattivo della rondine bonaria.

 

2.

in un ventre di alambicco veder flessa
la lucertola stantia della voragine
e piangerne dirotta la svanente
attenzione sul tutto. una in meno
la rotta benevola quella figlioletta
bella che accompagnava i vertici vivi
del buon sangue. la lucertola
morente in resa sa
vanesia la cometa della guazza
la guardia sulla rotta che non c’è.

 

5.

ora che mi guardi con le staffilate
in mente, prendi da me un apice di
vuoto, uno scompiglio atavico di
bosco. conosco le comete che
debordano morte, le confiscate
aureole dei morti. intona con me un
apice perdono, un dono sotto il fosco
della notte. dimmi perché il divieto
sa di frutto nonostante il frullo della
cenere. dimmi perché le nere cipressete
somigliano la rete dell’eclisse.

 

6.

nel frullo di sconfitte ho visto l’alba
oltre la baraccopoli del senso
e del verdetto. in pace sulle pertiche
del vento vado dove sono vedova
di niente, lieta nel felice. intruglio
a maremoto fu mia madre, dimessa
faccendiera di una bandiera
in arsione. so le pendule anemie
del vero. le faccende duttili di chi
muore piano. so la nomea del caso
atto di finzione per sopravvivere
veritiero andazzo di penombra.

 

10.

L’inchino del predone

ho un sesto senso che mi fa rapace
pace già panica e forse già logica.
non basto al mondo non ribasso
il prezzo che non incasso. ho una
lapide vermiglia intorno alla gola.
qui mi meraviglio di essere la viva
vedetta di me che già guarda
dormire gl’indici e le vette.
padre conserto madre senza latte
le verità ataviche del palmo.

 

14.

la lirica del vuoto dove avviene
popolare la fiaccola a resistere
terre del vuoto elemosine murali
le donne che interrano
le piante. in fase antica ti potei
guardare dare al vento le terrazze
con le vestali incluse alle girandole.

 

16.

eredità del sale
infuso di comete senza avvento
l’uso a morbo d’essere.
il ventre che estorce un po’ di vita
ferrigno dolo chiodo logico
non dà la vita né del remo il cerchio.
odo la doglia del paese estinto
la tinta vuota del corsaro sazio
verso un silenzio sfatto di salsedine.
tu remato occaso sorso secco
conosci le stature delle foglie
tutte clienti remore d’eclissi.

 

**********

 


Danni ANTONELLO
[da: Inediti, 2008]

 

Obelischi gaudenti che non volete
che il giorno si va affievolendo
e si porta tra i flutti violenti di sale
le imprese stordenti la fame
un’altra fuggiasca che viene.

 

*

 

Raro e celato, dice penombra
e cammina veloce, guardando basso
i marciapiedi delle città dolenti;
pesta asfalto e cementi, ombre svelate, bassorilievi:
larve bagnate che svegliano i tarli del battisterio,
gli untori del tempio.
La pergamena si legge appena, così
il nome è un tentativo,
gettata una chiave tra le colonne
in pasto alle ombre rade.

 

*

 

Ospiti i magi, turchini ma armati,
così volevamo un presente di mirra e meteore,
ma le promesse delle comete non restano
se i palmi mancini
chi viene li ha vuoti.

E tu, persona o pronome
del solo reso miriade, perché non dicesti
che uno o milione
la stirpe è cieca al patibolo
e arrota il coltello se il coro
tra il cielo e il banco dei pegni
baratta con l’oro corone di spine?

 

*

 

Star fuori dal lauto circo
bidding farewell
sarebbe questo, ci, a noi
             il cauto onorario
da spendere avendo memoria dei gesti:
le botti, il rosario, sicofanti e bauli
estratti, tutti, tre volte, ma contro la sorte.

Se il lancio di dadi nel pozzo
non recita numeri pari
e dallo specchio sul fondo
vedi salire il capestro dei dispari
con quella corda cattura i primordi,
il bianco dei lampi e il muro, i bauli
dove si sfanno bautte e costumi,
i ritratti inesplosi che non ricordi.

 

Macerata

I

Sei nella casa che scrive, grumo
di poca storia arreso alla calce,
umida corteccia, sughero, ascolto –

no, sono cane di terra, e fredda,
non riconosco imperativo.

 

II

Se incendia le labbra il liquore dei monaci
cataste assuefatte all’arsura
rinnegano pace e resurrezione:

il rogo – umida legna, fumo a battezzo,
promessa che arde – il rogo rovente
teme la cenere.

 

*

 

Sotterra l’ardesia gli inni di Ariele
come le spoglie dei minatori.
Sotto le volte infrante chi è rimasto
sa che i cori alle porte del limbo
hanno ritmo strozzato, gole a carbone.
Canta ancora a svanire il soprano sepolto
quando il Padre alle cave chiama le schiere
spaccate il mio nome spaccate il mio nome
picconi frantumano i gloria, dura arenaria.

 

*

 

Tra le vigne del Signore
un merlo ripeteva il suo sermone
ai grani martoriati dalla tempesta

di povero ottone era la predica
una tromba stonata da contadino

era tutto quello che c’era
un fiasco di suoni bassi
rauchi e preda ai vinti
                        ma durava
e strideva quanto dura
una nota liberata.

 

**********

20 pensieri su “Il libro dei doni – Capitolo IX, 1”

    1. Cara Marina, una volta piaceva anche a me l’idea che qualcuno, una tantum, si ricordasse pure del sottoscritto. Ma questo, molto probabilmente, è un capitolo chiuso. O mai aperto. Per tantissimi autori che pubblico su queste pagine, io sono, esclusivamente, quello che “gli mette su il post”. Soprattutto quando hanno “un po’ di febbre”…

      Ciao, un abbraccio.

      fm

  1. Francesco ha un “dono”: regala parole d’altri ad altri in un riverbero continuo di voci e stupori.
    Come queste parole di Patrizia Vicinelli:

    “La pietra, quella in cui è ricordato
    il passaggio, tiene nella sua forma le onde
    che riverberò la luce durante mille giorni”
    /…/
    “La tenerezza gli renderà incandescente
    il cuore”

    Un grazie particolare per averla ricordata.
    Ciao a tutti.
    Giorgio Bonacini

  2. Francesco, è un onore, per me, stare assieme ai poeti che impreziosiscono ulteriormente questo nuovo capitolo de Il libro dei doni.
    E’ stata una sorpresa perchè credevo che ormai avessi inserito i miei testi ovunque. Spero, tra qualche mese, di poterti inviare qualche inedito del 2010. Intanto ti ringrazio davvero di cuore perchè tutto ciò che per me è inaspettato è sempre un dono prezioso.

    Parole amare, le tue, nel primo intervento. parole che arrivano come un pugno soprattutto quando chi vorrebbe non possiede alcuna bacchetta magica…………….

    Un caro saluto a tutti gli altri poeti, a Nadia, che conosco meglio, un forte abbraccio.

    A te, carissimo amico, la mia stima e il mio bene, sempre!

    jolanda

  3. Grazie di questi doni, Francesco.

    Ottime poesie.

    Sono molto felice di rileggere Nanni Cagnone in questi versi che non conoscevo e che realmente sono un détour nella sua opera poetica, di sprezzante ironia, simili ad altri suoi pezzi di prosa o di teatro.

    Ciao anche a Giorgio (la tua mail è sempre la stessa? volevo chiederti una cosa.)

    Marco

  4. Non sono solito – e me ne scuso – postare commenti ma questa volta vorrei proprio rompere il mio riserbo al fine di ringraziare, publice, Francesco del lavoro che fa quotidianamente sul suo blog e che seguo con grande attenzione, sebbene in silenzio, e gratitudine, e poi per l’attenzione che mi ha dedicato ben più che ‘una tantum’. Un’attenzione, la sua, che, esattamente come dice Marina Pizzi, mi fa sentire decisamente meno solo e, se possibile ancora di più, letto, con attenzione, con comprensione e senza pregiudizi, di qualsiasi segno, il tutto oggi, in questa notte che viviamo senza accorgercene e che ci spinge a dormire in fortini chiusi. Non so davvero come ringraziarlo e mi addolora leggere delle delusioni che la sua generosità gli riserva e di cui, poco importa in che misura, evidentemente anche io ho colpa

    Federico Zuliani

    P.s. Ne approfitto – per una volta che scrivo qualcosa – per salutare Nadia Agustoni che non conosco di persona ma di cui seguo il lavoro, specialmente da queste pagine, con grande attenzione.

  5. Calma ragazzi, va tutto benissimo!!! Scherzavo, cercando di “fare coraggio” alla nostra amica Marina.

    Grazie a tutti, come sempre.

    fm

  6. Sono calmo, ma capisco il tuo scoramento – anche se occasionale, sono sicuro che sia così. Però è una buona occasione per ribadire tutta la mia stima e il mio affetto per te.

    ft

  7. ringrazio anch’io Francesco Marotta per questi e tutti gli altri doni molto graditi, nonché per la sua generosità nell’offrirli.

    ciao a tutti!

  8. non ragionam di lor ma guarda e passa..baci Francesco, sappi che il tuo lavoro è prezioso, anche nelle sbavature, nelle ire e nelle passioni, come ogni serio lavoro umano, buon ferragosto a te e Marina

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