Turning doors (II)

Francesco Forlani

Per un formicolìo d’albe, per pochi
fili sui cui s’impigli
il fioco della vita e s’incollani
in ore e in anni…

Turning doors

(La veranda di Montale)

Suite

Ho qualche minuto di anticipo sull’orario che mi era stato indicato e così ne approfitto per fare capolino alla biblioteca del Vieusseux, che è a piano terra ed è aperta. C’è la direttrice ad accogliermi e così mi presento, le dico perché sono qui e soprattutto quanto tempo mi tratterrò.

     – Ma è vero che i topi sono arrivati anche qui? – le chiedo. Lei sorride, avrà poco più di una quarantina d’anni e veste elegante come la maggior parte delle donne fiorentine.
     – A Firenze topi ce ne sono sempre stati. Diciamo allora che oggi si vedono più che in passato, ma in passato erano ben più pericolosi. Comunque qui tutto è a norma, e i manoscritti sono al sicuro, tenga, questi per esempio.

     – Cosa sono?

     – I libri dei prestiti. Fino al 1922 si teneva così il conto delle entrate e delle uscite. Venivano registrati gli utenti, con indirizzo e il resto e poi per ogni libro imprestato si scriveva il nome fino a quando il libro non veniva restituito e allora si tirava una linea sopra.
     – Diamine! Lettori eccellenti. Quello è Konrad Lorenz, cioè proprio lui?
     – Certo, e questo? Provi a leggere qui l’indirizzo, Pensione Suisse via Tornabuoni, numero d’inventario 8534, Dostoevskij.

Sto per esclamare qualcosa tipo cazzo!, però lei non me ne dà il tempo e continua il racconto.

     – Questo risale al primo soggiorno del 1862, con l’amico filosofo Strachov. Quando ritorna è con Anna Grigor’evna, sua moglie, nel 1868, e resterà qui per quasi tutto il 1869; aspetti che trovo la registrazione, con la firma, ecco, a pagina 111 del registro. Theodore Dostoewskij, via Guicchiardini n 8, au second. Alza gli occhi e aggiunge:
     – Ha presente?
     – Certo, ci passo ogni giorno, e ogni volta mi guardo la targa.
     – Perché lei dove si è sistemato?
     – Alla Pensione Annalena.
     – La pensione del Direttore.
     – Cioè?
     – Di uno dei direttori, il più famoso.
     – Parla di Eugenio Montale?
     – Certo. La sua storia con Irma Brandeis.
     – Sì, so tutto.

Mi fermo un attimo. Certo che è da piciu dire a una direttrice di biblioteca che si sa tutto quando hai sì e no letto solo un paio di libri. Allora mi correggo.

     – È una storia che mi affascina e così, avendone parlato un po’ in giro, il direttore del Vieusseux mi ha offerto una copia del carteggio tra i due. Che poi non è una vera corrispondenza. Non ci sono lettere di lei.
     – Sì, una, e se vuole, magari non ora che è tardi e lei ha il suo primo giorno di scuola, le racconto di quando è venuta a consegnare tutto il materiale proprio lei di persona.
     – Era bella?
     – Sicuramente, bellissima.
     – Grazie a una sua collega…
     – Chi? lei?

Mi volto e scorgo sulla soglia Helena, solare, con un vestito nero che le fascia il corpo riprendendone ogni respiro. Porta delle scarpe coi tacchi e così mi appare ancora più alta e magnifica che mai.

     – Mi sa che te lo troverai tra le zampe per un po’, certo ti dirà che è per via dei topi, per controllare la situazione, ma in realtà è per portare a buon fine le sue ricerche sull’amore impossibile della bella e la bestia. Guarda che la dottoressa Desideri, nomen omen, non è mica una facile!
     – Se è per questo, nemmeno tu lo sei, Helena, e comunque per ogni cosa sono a sua disposizione.
     – Un’ultima domanda. Dostoevskij quali libri ha preso durante i suoi soggiorni fiorentini?
     – Victor Hugo, Les Miserables, nel ’64, uno dopo l’altro tutti i volumi, e Les questions sur l’Enciclopédie di Voltaire, presi in prestito il 17 dicembre del 1868 e il 3 febbraio del 1869.
     – Grazie, veramente, verrò a trovarla, magari con un gatto.
     – O del formaggio. Quelli divorano tutto, non solo i libri. Ma se le interessa, alla Specola c’è una conferenza di una mia amica di Paris III, questo pomeriggio, su Eugenio Montale.
     – A che ora?
     – Alle 17.
     – E – rivolgendomi a Helena – credi si possa fare un salto?
     – Se la dottoressa Desideri ti firma il libretto, credo proprio che il direttore, il dottor Bossi, non avrà nulla in contrario.

Salutiamo la direttrice e ci avviamo verso l’ascensore. Faccio un accenno all’incontro con l’assessore, lei non mangia la foglia, e in fin dei conti visto che lei non sa che io, sì insomma, conosco la storia, non mi attardo sulla questione. Le porte si chiudono e Helena si appoggia a me lasciando che i capelli mi accarezzino il viso. Il profumo di lei è forte, come di bougainville, o di violetta. Lei se ne rende conto e spinge i fianchi contro il mio corpo. Inclina il capo e le nostre bocche sono ormai a pochi centimetri. L’abbassa di scatto non appena si riaprono le porte. Ma ha fatto in tempo a dirmi qualcosa, tipo scopami. Ora.
Di fronte la porta reca l’iscrizione, Centro romantico. Appunto, e sulla soglia davanti al portacenere c’è il direttore che ci accoglie con un grande sorriso.

     – Allora?
     – Bene, direttore, anzi mi vorrei scusare per il ritardo, ma ci tenevo veramente a ringraziarla per i libri, che mi sono stati utilissimi.
     – E cosa ha scoperto dell’amore?
     – Mah, pas grande chose, per restare nelle lingue romanze, o forse sì, dipende.
     – Da cosa?
     – Appunto quello le avrei voluto chiedere. La dottoressa Desideri mi ha informato di una conferenza alla Specola, nell’anfiteatro dedicato a Galilei, sui temi montaliani.
     – Che coincidenza, pensi che le stavo per passare l’invito proprio ora, eccolo – me lo porge – è una studiosa veramente in gamba oltre ad essere una bella donna, il che, capirà, non guasta e poi chi meglio di una donna così per una donna altrettanto bella e profonda.
     – Perché? Non era dedicato a Montale il convegno?
     – Certo, ma al difficile capitolo delle lettere non spedite; ecco, guardi sul cartoncino, c’è scritto tutto.

Leggo.
La SV è invitata presso la Sala conferenze del Museo di Scienze Naturali, La Specola, martedì 20 giugno ore 17, alla conferenza Una lettera che non fu spedita da Eugenio Montale. Interverrà la Prof.ssa Marie José Tramuta, ricercatrice a Paris III.

     – Lo posso tenere?
     – Certo, lo avevo preso proprio per lei. Ora l’accompagno agli uffici del piano di sotto. Helena, tu puoi prendere le nostre pubblicazioni sulle periferie?
     – Raccontare le periferie?
     – Certo, i due volumi. Prego Cocchinone mi segua, per le scalette faremo più in fretta.

In un attimo siamo al piano di sotto. In realtà si tratta di un mezzo piano su cui a raggiera si aprono quattro uffici. C’è la sezione manoscritti con due funzionari, anche loro sulla quarantina, e più in là l’ufficio del responsabile delle borse di studio, un po’ più anziano e come gli altri ospitale e sorridente.
Una volta entrati in ufficio con finestra sulla strada, il professor Bossi mi indica la scrivania, antica, vuota, deserta e la sedia, rossa appoggiata alla parete.

     – Allora?
     – Io qui ci resto tutta la durata del contratto, sempre che lei sia d’accordo…

Sorridiamo entrambi. Mi siedo al posto indicato e, quando tiro fuori il portatile, la prima cosa che mi dice è che ha lo stesso, e che l’umanità si divide in PC e Mac, senza ombra di dubbio.

     – Mazzini è PC, Garibaldi Mac, Juve PC, Torino Mac, provi anche lei e vedrà che funzionerà ogni volta.
     – Montale?
     – PC, Brandeis Mac.
     – Adesso la devo lasciare, ma ecco che arriva Helena; comunque non si preoccupi, non la lasciamo solo mai. La porta, se vuole, può chiuderla. Allora ci pensa lei, Helena, a raccontare quello che si fa per le periferie?
     – Sicuro, signor direttore, il tempo di sbrigare la faccenda e risalgo da lei.

È lei a chiudere la porta.

     – Bene, ora è chiusa e io adesso ti posso salutare come si deve…

#

Ormai manca poco alle quattro. Mi sono letto una buona parte dei documenti e devo dire che il lavoro è veramente interessante. Riuscire a parlare delle periferie dal di dentro, cercando di coinvolgere tutti i protagonisti, da chi le periferie le abita a coloro che vi operano e lavorano. Nella premessa alla prima edizione, il prof. Bossi scrive dei radicali mutamenti del paesaggio culturale in cui, dalla fondazione del gabinetto Vieusseux a oggi, Firenze è stata coinvolta, attraverso un racconto “che possa dare nuova linfa a un centro che è divenuto il simulacro monumentale di se stesso”. Particolarmente forte è il passaggio in cui sostiene che se si ha “da una parte il centro storico dipinto come il luogo della non vita“, la periferia, dall’altra, appare come “il luogo del non abitare, nel senso che comunque chi racconta sembra non riconoscersi come possessore degli spazi, del territorio che lo ospita giorno dopo giorno“.
Mi sono anche visto in rete un po’ di documenti e controllato se ci fossero state novità sul caso del chirurgo assassinato. Ma a parte qualche accenno nella stampa nazionale, nulla di veramente nuovo. Ho telefonato in pensione e Alexandra mi ha detto che c’era della posta per me, ma non urgente, tutta da Torino, una lettera di Viola, un pacco Città di Torino…

     – Se c’è della cioccolata te l’offro per questo lavoro supplementare da segretaria – le ho promesso.
     – No, grazie, la cioccolata fa ingrassare, ma se vuoi sdebitarti per forza, una bottiglia di Vodka, Krokodil, può servire.
     – Non sapevo che esistesse questa marca. Ispirata a Dostoevskij?
     – Non penso. Però ricordo lo slogan in una pubblicità in Russia, che faceva “Krokodil, perché non c’hai da tirare fuori la lingua“.

Così, dopo aver avvisato Helena, me ne vado alla conferenza. Ormai alla Specola sono di casa. Due volte in pochi giorni, però dal momento che avrò a che fare coi topi pure questa sortita ha una sua ragione d’essere. All’ingresso mi indicano come raggiungere la Tribuna di Galileo, dove avverrà l’incontro. È stato il direttore del Museo ad avere l’idea di far svolgere in quel luogo così magnificente e aperto gli incontri di critica. Visto che la tribuna era ormai vuota, avendo trasferito gli strumenti dell’eretico al Museo di Storia della Scienza accanto agli Uffizi, tanto valeva dedicarla a eventi che avessero come filo rosso l’applicazione di ogni strumento e principio di critica applicata, alle arti come alle altre scienze.
Lo spazio è pieno di studenti. Mi siedo nelle ultime file. Li senti respirare, parlare a bassa voce, come generalmente accade prima di una conferenza e, come a Napoli, ancora una volta sento ogni profumo della giovinezza sospeso agli affreschi che rappresentano lungo la volta il processo a Galileo. È il direttore in persona, capelli bianchi, naso aquilino, leggermente ricurvo, in un abito chiaro, estivo, a introdurre la studiosa che subito dopo l’applauso attacca. In quella frazione di secondo che vede il passaggio di testimone – il direttore aveva ceduto il microfono a gelato alla ricercatrice con la stessa fermezza di un atleta – mi volto e all’improvviso mi rendo conto di essere seduto proprio accanto a una riproduzione in cera e in scala uno a uno di un uomo. E senza che ne fossi veramente consapevole lo sguardo si era posato proprio tra le gambe, peraltro mirabilmente scolpite e solcate in modo più che realistico da vene ed arterie appoggiate delicatamente alle fasce muscolari. Allo stesso modo con cui capita che, dopo una partita di pallone, nella condivisione delle docce, con una strana ma innocente curiosità ci si ritrova a guardare l’intimità dei propri compagni di squadra, o i seni di una donna quando la scollatura adempie la sua più naturale funzione.

     – Salve a tutti, sono molto lieta di ritrovarvi qui a Firenze dopo un anno, per affrontare un tema a me molto caro di un poeta che so aver portato una piccola luce nelle vostre vite quanto nella mia. Per chi non avesse partecipato al convegno dell’anno scorso, troverete una piccola nota bibliò alla fine del documento della conferenza che potrete ritirare a conclusione dei lavori. Come molti di voi sanno, amo l’italiano al punto di averla eletta come lingua padre, essendo di lingua madre francese, e colgo l’occasione per perdonare al mio pessimo italiano ogni imprecisione, errore, che dovesse saltar fuori alla lettura.

L’accento francese, ma soprattutto la mimica leggermente diversa dalla nostra, aggiungono una nota in più di charme a quanto sta dicendo, ma l’attenzione di tutti è presto catturata dalle sue parole.

     – Una lettera che non fu spedita
da Eugenio Montale.

     Le vie dei messaggi sono infinite: farfalle, bottiglie dal mare, lettere non scritte e non spedite in forma di poesia ecc. Montale le utilizzò tutte e così fece per questa poesia: Una lettera che non fu spedita.
     L’epistolario del Nostro è cospicuo, basta citarne a mo’ d’esempio alcune, le Lettere a Svevo, il carteggio con Contini, la stupenda e sconvolgente corrispondenza con Sandro Penna, e il più recente, quello con Irma Brandeis, Le lettere a Clizia, pubblicate nel 2006. Irma le consegnò al Gabinetto Vieusseux, nelle mani di Alessandro Bonsanti, il 12 ottobre 1983, 50 anni dopo il primo incontro con Montale, allora direttore del Gabinetto Vieusseux. Notate anche la data del 12 ottobre, data anniversaria della nascita di Eugenio Montale, esattamente come sapete, il 12 ottobre del 1896, a Genova. Questo 12 ottobre che Montale amava ricordare come data commemorativa della scoperta dell’America. Le lettere all’amata americana non dovevano essere rese pubbliche prima di vent’anni dal conferimento. Così accadde. Ma insomma erano lettere spedite, anzi ricevute e poi affidate da Irma al Vieusseux.

     La lettera che esaminiamo è una lettera non spedita in forma di poesia, quindi la lettera non spedita si è trasformata in poesia, come pure si era mutato in poesia una lettera non scritta sotto il titolo Su una lettera non scritta. Ovviamente le due poesie sono legate. Non solo nella loro predeterminazione epistolare, ma dalla stessa negatività che le accomuna.
     Ricordiamo brevemente la poesia tratta da Finisterre, ossia la prima parte de La Bufera:

     Su una lettera non scritta

     Per un formicolìo d’albe, per pochi
fili sui cui s’impigli
il fioco della vita e s’incollani
in ore e in anni, oggi i delfini a coppie
capriolano coi figli? Oh ch’io non oda
nulla di te, ch’io fugga il bagliore
dei tuoi cigli. Ben altro è sulla terra.

     Sparir non so né riaffacciarmi; tarda
la fucina vermiglia
della notte, la sera si fa lunga,
la preghiera è supplizio e non ancora
tra le rocce che sorgono t’è giunta
la bottiglia dal mare. L’onda, vuota,
si rompe sulla punta, a Finisterre.

     “Ben altro è sulla terra”, la guerra, la fine del mondo, il “finis terrae”, Irma sta diventando Clizia, portatrice di luce dal Nuovo Mondo. Al di là della difficoltà dell’interpretazione della poesia (e rimando tra l’altro ai commenti di Dante Isella sulle poesie di Finisterre, Einaudi 2003), troviamo ovviamente la dedica a Clizia, ossia a Irma Brandeis di cui dicevamo prima. Luciano Rebay ha, anni fa, in uno splendido, a nostro parere, testo, Montale, Clizia e l’America, mostrato l’effetto del pun, cioè dei giochi o caballa con le lettere, le traslazioni, rovesciamenti, anagrammi, giochi alliterativi, ripetizioni parziali di una parola – cito a memoria – che sono legati al nome di Irma.  E qui lo troviamo questo pun, nel “RiaffacciARMI” del primo verso della seconda strofa, e ancora, lancinante, nel secondo verso, “veRMIgliA”, colore tra l’altro deputato a Irma.
Se mi concedete un’altra parentesi, esiste una poesia che riassume questo ‘gioco’ montaliano, la troviamo in Satura I, si intitola, addirittura, Le Rime (ossia Le IRME?), ascoltiamola:

     Le rime sono più noiose delle
dame di San Vincenzo: battono alla porta
e insistono. Respingerle è impossibile
e purché stiano fuori si sopportano.
Il poeta decente le allontana
(le rime), le nasconde, bara, tenta
il contrabbando. Ma le pinzochere ardono
di zelo e prima o poi (rime e vecchiarde)
bussano ancora e sono sempre quelle.

     Non ci evocano niente le dame di San Vincenzo, queste pinzochere, forse un po’ barbute, insistenti e indecorose, ma che sono pur delle IRME? Ne Costa San Giorgio, Maritornes – dal nome della serva brutta e altrettanto indecorosa che Don Chisciotte confondeva con una nobildonna – è anche lei portatrice di luce, o piuttosto non lo è più: “Non c’è respiro; nulla vale: più / non distacca per noi dall’architrave / dalla stalla il suo lume, Maritornes”.  Eppure in quanto lo è stata, e alla stessa tregua delle dame di san Vincenzo, delle pinzochere, della stessa razza di Irma ossia di Clizia.
     Se ci ponessimo la domanda di sapere se Montale sia un poeta decente, la risposta sarebbe certo un no chiaro e tondo. Il poeta che voleva divertirsi nell’aldilà e provocare tutto una parapiglia non è decente, e la lettura delle Lettere a Clizia lo conferma. La pratica dell’understatement li rende complici, anche se a volte tale pratica sbocca nel tragico ma se ne riparlerà più avanti. Gianfranco Contini, evocando Clizia e una visita che lei gli fece, scriveva in Istantanee montaliane, in Amicizie: “L’ammirazione per questa persona di eccezionale valore umano, di squillante intelligenza e di ilare, nonostante tutto, umorismo è stata immediata”. E se cito Contini è perché lo ritroveremo fra poco.

     Ora, Su una lettera non scritta fu composto in un periodo compreso tra il ’40 e il ’42. Irma aveva lasciato l’Italia in guerra e le sue famigerate leggi razziali, e il poeta sembrava avere abbandonato l’idea di raggiungerla in America.
     Si erano conosciuti nel 1933, quando la venticinquenne americana incontrò il poeta. Era direttore del Gabinetto Vieusseux. Irma era stata sconvolta dagli Ossi. Fu sconvolta, travolta, e reciprocamente, dal poeta. La storia d’amore fra i due fu prima contrastata dall’opposizione feroce di Mosca, Drusilla Tanzi, e poi dalla guerra e da altrettanti sensi di colpa del povero nestoriano, come si autodefiniva il poeta. Irma, mai nominata, tranne l’I. B. della dedica delle Occasioni, diventò Clizia. La lora corrispondenza durò tra il 1933 e il 1939, con interruzioni. Più una lettera, su cui torneremo, del giugno 1981.
     Quindi tra il 1939 e l’ultima lettera del ’81 a pochi mesi dalla morte, niente. Esiste però tutta una rete di messaggi, di cui Irma fu forse la prima ispiratrice e iniziatrice. E ovviamente ha a che vedere con la poesia che determina la presente conferenza.

     Cosa fece Irma Brandeis? Pubblicò nel mese di febbraio 1936 su “Harper’s Bazaar” un racconto, A lady alone. Faccio ricorso al riassunto che ne fece Paolo De Caro in Journey to Irma, nella prima parte dell’impresa, Il romanzo di Irma (1996), perché è a lui che dobbiamo la bellissima analisi dei rapporti di Irma col poeta e la scoperta del racconto (ce ne sono altri dieci) di Irma. In un’altra seduta, sarebbe interessante tessere il rapporto tra i due e l’uso della Short story. Torniamo a A lady alone. Ecco l’argomento: “È la storia di una giovane signora sola che entra nella lobby, nel salone d’intrattenimento, di un grande albergo. L’ambiente, nelle sue luci e nelle sue persone, è irreale e mutevole. La donna non aspetta nessuno. È lì per fumarsi, come ospite occasionale, una sigaretta su una comoda poltrona. Avviene allora una metamorfosi. Per quella capacità visionaria (una dote in comune con Eugenio) che aveva dettato a Irma ‘Lamb flight’ [titolo di una altra short story di Irma], ora, in questo salone, quella donna si sente un’eroina dostoievskiana, cinica, altera e disperata. Finisce la sigaretta, va in sala di scrittura, scrive una lettera. Poi, evitato un corteggiatore, ritorna nella realtà della strada. Si è fatto buio, ha lasciato in quell’albergo il suo doppio, strappa la lettera. Un groppo di pianto le stringe la gola.
     L’eroina dostoievkiana è la Nastassia Filipovna dell’Idiota. Ricorderemo che verso la fine del romanzo, il principe Myskin cerca di affidare all’amico Evgheni Pavlovitch una lettera da rimettere a Aglaïa. L’amico si ritrae, rifiuta l’impegno e si chiede: “Come può amare due donne? E ciascuna di un amore diverso?.. Povero idiota.” Il messaggio è chiaro. La lettera che la donna sola scrive e che butterà nel cestino dei rifiuti, viene chiamata, nel racconto: “The precious letter”. Ora, in una lettera del 24 luglio 1936, Montale scrive a Irma: “Impossibile scrivere oggi con questo caldo e queste (e altre) gravi preoccupazioni. Ma piuttosto che tacere ancora preferisco accludere il commento di Gianfranco Contini a ‘Costa S. Giorgio’. Send me back the precious letter.” Clizia non rimandò ‘the precious letter’ ma Contini scrisse pudicamente, nel testo già citato: “[Non] avrò l’insolenza di ricavare notizie da questo che ho definito un dono postumo; se non questa, perché illuminò uno dei capolavori montaliani, che mandandomelo in bozza, l’autore definiva ‘un carme d’amore (disperato)’: che Clizia abitava in quel tempo Costa San Giorgio. Montale aveva scritto giorni prima a Contini, l’11 luglio 1935: “Leggi questo mio conato poetico. […] Comunque è un carme d’amore (disperato)”. Altro acenno a Irma/Erma nel cARME e nell’AMoRE.
     Nella presente ‘Una lettera che non fu spedita‘ il dialogo con Irma non s’è interrotto, la poesia comincia proprio come una lettera: “Consenti mia dilettissima”, è lì, presente/assente, non un ‘Tu non ricordi ecc;’ ma uno scambio diretto, quasi fiducioso, e se dubitassimo della destinataria, basterebbe contemplare il ’mirifico lauro da te raccolto’, “MIRifico” per attestare la presenza “di chi era e sarà folgorata dal sole”, Clizia. Lode quindi a Clizia “seppur con un lasso di più lustri”, la cifra cinque essendo cifra magica in Montale, data del loro colpo di folgore un 5 settembre 1933. Ma che cos’è questo “scavo di talpa neppure sospettabile”, che si rivolge a chi congiunge l’alto al basso, il basso di “chi resta a terra”? Irma/Clizia/talpa: Irma che, come Montale, amava il bestiario insolito o diciamo non canonico (in AH!, Altri versi: “Amavi le screziature le ibridazioni / gli incroci gli animali / di cui potesse dirsi MIRAbil mostro”. Clizia, ricordiamolo, fu anche ragno, in ‘Clizia a Foggia‘. Comunque sia, c’è un’altra talpa, o meglio ci sono altre talpe nell’opera di Montale. Ascoltiamo ora la prima strofa di

     Il giglio rosso (La bufera):

     Il giglio rosso, se un dì
mise radici nel tuo cuor di vent’anni
(brillava la pescaia tra gli stacci
dei renaioli, a tuffo s’inforravano
lucide talpe nelle canne, torri,
gonfaloni vincevano la pioggia,
e il trapianto felice al nuovo sole,
te inconscia si compì);

     La parentesi sta per evocare ‘souvenirs’, immagini comuni e indugia, scriveva Isella, sui minuti particolari del luogo e dell’ora di una felicità perduta. Ma, direi, ritrovata o ripensata dal poeta della Lettera che non fu spedita, e ritroviamo quindi la talpa che scava e “il trapianto al nuovo sole” che calca lo “scavo di talpa neppure sospettabile [te inconscia] in chi era e sarà folgorata dal sole“.
     La seconda parte della poesia è addirittura dedicata a Irma, al suo nome: “Non importa / né a te né a me se accada che il tuo nome resti nell’ombra…“. Il che ricorda fra l’altro ciò che scriveva il poeta in una lettera ben scritta, quella che apre Satura II indirizzata a Mosca: Il vecchio colonnello di cavalleria / ti offriva negroni bacardi e roederer brut / con l’etichetta rossa. Disse il suo nome ma, /aggiunse, era superfluo ricordarlo. / Non si curò del tuo: del mio meno che meno./…
     Un nome restato nell’ombra era stato quello di Irma, conosciuta solo attraverso le iniziali della dedica alle Occasioni. Ma viene così associata, se così si può dire, al nome del “Nume incognito. Per cui vale la pena di vivere e di morire”. Nel quale è possibile intravedere sia la figura di Eros, sia quello della Libertà, per riprendere l’analisi di Rebay o ancora quello di Amore, che riunisce i due aspetti analizzati magistralmente da Paolo De Caro nel libro già citato dedicato a Irma.
     Ma la risposta ce la dà, senz’altro, il poeta in Credo (Altri versi, 1944, ma datato 1978):

     Forse per qualche sgarro della legge
del contrapasso
era possibile che uno sternuto in via Varchi 6 Firenze
potesse giungere fino a Bard College N.J.
Era l’Amore? Non quello che ha popolato
con un orrendo choc il cielo di stelle e pianeti.
Non tale la forza del dio con barba e capelli
che fu detronizzato dai soci del Rotary Club
ma degno di sopravvivere alle loro cabale.
Credo vero il miracolo che tra la vita e la morte
esista un terzo status che ci trovò tra i suoi.
Che un dio (ma con la barba) ti protegga
mia divina. E il resto, le fandonie
di cui siamo imbottiti sono meno
che nulla.

     Il terzo status ricorda di rimando il bellissimo racconto di Montale, intitolato Clizia a Foggia del 1956. Ricordate: Clizia perde il treno a Foggia ed è costretta ad aspettare il prossimo treno. Mentre attende nella sala d’aspetto, scorge un ragno preso nella striscia viscida di un acchiappamosche (il famoso understatement montaliano che di Mosche se ne intendeva e anche di trappole). Dopo un po’ Clizia esce sulla piazza ed avvisa un manifesto murale che propone un importante dibattito sulla metempsicosi. Attratta dalla frescura, entra nella sala del municipio dove si svolge la seduta. E poco dopo si addormenta e sogna di essere un ragno nel cortile di Pitagora. In realtà è stata ipnotizzata dal prof. Dobrowski (almeno lo crede lui) che spera assistere alla testimonianza di una possibile reincarnazione della Malibran oppure di Saffo. Delusione e obbrobrio. Il viaggio nell’Ade di Irma non ha portato consolazione: “La morte non ha altra voce / di quella della vita”, come ricorda un disticco del Palio.
     Ora in Lamb flight (Il volo dell’agnello), short story pubblicata da Miss Brandeis sul “New Yorker” del 15 dicembre 1934, la narratrice, alter ego di Irma, non riesce a dormire, il letto è comodo, il cuscino ha la consistenza giusta, eppure. Ricorre allora all’espediente risaputo. Conterà le pecore. Però la cosa non funziona. C’è una bella centinaia di soffici pecorelle che belano miti ma nessuna vuole saltare il recinto in pietra ‘piuttosto gradevole’ che Irma ha pazientemente costruito. Implora, grida, supplica. Niente da fare. Alla fine solo un agnellino subisce il fascino e si slancia al di sopra del muro e… si ferma. “Si fermò come inerte a mezz’aria, sospeso al di sopra del recinto, le zampe lanose irregidite e un nastrino azzurro in evidenza intorno al collo”. Solo la sveglia di Irma interromperà l’incanto o il sortilegio. Nel 1934, Irma come Eugenio era provvista di doni profetici: Terzo status.

     Ci fu un’ultima lettera, spedita quella volta da Montale e datata da Irma stessa “About June 15, 1981“.
C’era scritto:
          Irma,
          you are still my goddes,
my divinity. I prie for you,
for me. Forgive my prose.
Quando, come ci rivedremo?
Ti abbraccia il tuo

                                      Montale

     A loro spetta dircelo.

     Ho finito.
Grazie

Il tempo è volato. Controllo l’ora sul cellulare e vedo che sono le sei. Sono tante le domande che vorrei fare su alcune delle cose che ho scoperto dalle poche letture fatte. Lei però è impegnata con il direttore e non mi va di aspettare. Appena fuori mi accendo una sigaretta. E ripenso a questa storia della riproduzione anatomica dell’uomo in bacheca. Bastava che girassi lo sguardo e immediatamente mi appariva lungo tutto l’occhio destro il vigore di quell’uomo immaginato da uno scultore agli inizi dell’Ottocento e innaturalmente in piena erezione. Era quello l’unico muscolo esibito e sembrava per nulla turbato dall’essere al centro dell’attenzione. Che poi magari gli studenti c’erano abituati, sicuramente la cassiera che nella stanza attigua ce l’aveva sul proprio asse indipendentemente da dove guardasse. E così mentre me ne ritorno in pensione, tra un pensiero e l’altro alle cose appena dette durante la conferenza, una domanda tanto più ignobile che impertinente si imponeva con lo stesso vigore di quel cazzo di cera. Ma Montale, come ce l’avrà avuto!

***

5 pensieri riguardo “Turning doors (II)”

  1. A scanso di equivoci, e per permettere di gustare ancora di più la lettura, tengo a precisare che nel testo della Dott.sa Tramuta non c’è nessun refuso, di nessun genere.

    fm

  2. en fait come il marotta sa, ho chiesto a Marie, che è una delle massime studiose di Montale in Francia, di fare una conferenza solo per Cocchinone sulla questione delle lettere non spedite, che, per chi avrà l’occasione di leggere il romanzo – e spero che avvenga visto che non è mica detto che succeda- è uno dei punti chiave della delicata storia d’amore e di corrispondenza tra Montale e Irma Brandeis. Ho così chiesto a Marie di mantenere nel testo la dimensione di un testo detto più che letto mantenendo in uno o più passaggi la matrice francofona dell’oratore. Si tratta dunque di un documento prezioso per almeno due ragioni. Una, scientifica, trattandosi di una riflessione assolutamente inedita, l’altra per la parte documentaria che nella trilogia degli alberghi, così come per Pavese e come sarà per Sciascia, permane così essenziale al racconto.
    effeffe

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