Indefinito canone

Mirko Servetti

Contiene un’esuberanza vigilata, un lirismo conscio del peso del tempo, la poesia di Mirko Servetti. Nelle poesie qui proposte il linguaggio spazia con misura e padronanza dal racconto al sogno, dalla descrizione di stati d’animo all’analisi attenta, a volte ruvida, di situazioni e rapporti interpersonali. E’ una scrittura, quella di Servetti, che ha piena coscienza di quanto sia presente e in qualche modo ineluttabile questa “età delle parole/ mutile di luce e superflue al cuore”, e quanto sia crudo questo “inesorabile tempo presente / senza suono e senza terra”. Ma il suono, un’aspirazione ad una forma possibile di armonia, Servetti lo ricerca e lo attua comunque, con sentimento e tecnica, seppure per rappresentare, con onestà, una terra che soffoca e opprime o una donna che offre “amore di lupa che irretisce / il doppio di me riflesso ai miraggi”. Con nitidezza, ma non senza cuore e coinvolgimento, l’autore ci indica il luogo del non-dialogo, l’abisso avido di “quel dove che coltiveremo, / killer e mandatari di noi stessi”. Una poesia mai banale e scontata, quella di Servetti, da leggere apprezzando gli echi armonici, ben bilanciati, sul piano del linguaggio, e, simultaneo controcanto, la stringente attualità dei toni e dei contenuti. (Ivano Mugnaini)

 

Mirko Servetti, Indefinito canone (inedito, 2010)

 

Canone I

Eppure con l’età delle parole
Mutile di luce e superflue al cuore
Supponevo le strade come reali
Quando gli odori delle trattorie
Stemperavano note di mandòla
E il pane stava avvolto nei lunari
di tanti cieli prima. Della Russia
Da lavoro il nonno ne riportava
Fatiche su meraviglie e la strada
Questa strada che mai si realizzava
Dove la polvere nulla poteva
Contro le bacche più rosse dei fiumi
Me la figuravo senza guardare
Quel reale che potevo vedere
Solamente alla luna di febbraio
Il mese in cui nei campi fa silenzio
Anche il giorno e le notti sono immense
E recinte da macchie d’erba medica.

 

Canone II

Dunque le mareggiate senza vento,
rare come una sorsata di pioggia
pure se i tuoni promettono imprese
affatturanti e si cerchi riparo
col consueto travaglio d’ogni fine
licenza. Ma l’annunciato furore
non è che una città di mezzo agosto,
inesorabile tempo presente
senza suono e senza terra ma lacrime
tramate dalle stelle, poiché il canto
sciolto in freddi rivoli non insinua
incontri di regolare scadenza.
E il cemento d’alta stagione, unito
ai candelieri della bassa riva,
spegne i contorni dei sigilli impressi
al sentore d’ogni nuovo equinozio.

 

Diadema del nulla

Nel pieno delle tempeste lunari
ogni terra mi discorre di te,
quando al mezzo della notte fragranze
d’aria scolpiscono effigi di sale
e tergiversano i proemi del cuore;
così dissimuli il tempo allo specchio,
ora indossando la foggia invernale
sui cigli delle strade, ora schiudendo
con apprensione i cassetti tarlati
dei ricordi che avevi conservati
tra le calze di seta e un sillabario
in un mattino che sfidava il sonno
nonostante le fradice percosse
del vento. Grande è infine la riserva
marina che si estingue in squarci, nero
il tuo amore di lupa che irretisce
il doppio di me riflesso ai miraggi.
Dove quel dove che coltiveremo,
killer e mandatari di noi stessi…

 

Sequenza mobile

L’Occidente, al principio della fine,
si chiude nelle stanze circolari
che ti alloggiarono, bruna e febbrile
in un corpo che Dio non può sapere.

Il mito latino mi deglutisce
e mi disperde ai margini di te,
come un grumo di terra che si bagna
all’ annunciare delle fioriture.

 

Canone V

La goccia sottratta al nembo
Mi dice il tramonto
Che già si rivelò
negli anni degli dèi.
Cytera è la città dei giochi
Con gli occhi dei bambini,
Il segreto delle sfere, ma
L’amore è un’inezia un’offerta
discount e il sole
lava la terra la tua terra
una e trigona.
Mi aspettavi come un rivolo di falda
Come il resto in spiccioli
Di una bancarella cotta dal sole
Allo zenit della tua testa
In levare

 

Marginalia

Ora se ti è facile navigare
Il mio sonno dentro un’alba asturiana
Puoi ragionare di noi tra le mani
Più buie e gelide d’ogni altra notte.
Offri la bocca al sole color vino
Poiché hai narrato una villanella
al rintocco della rivoluzione.
Ed era bello udirti sussurrare
Di bianche fioriture al pomeriggio
Mentre alcune vecchie entravano in chiesa
Per stonare un fiume di avemarie.
La luce ti attende impaziente
E ti avvii nella direzione opposta
Alla dittatura delle parole.

 

Canone VII

Abito un luogo di fronte a quel mare
Così diverso nelle foto estive
Quando la lunga ombra del pomeriggio
Posa lieve sui tuoi piedi bruniti e
L’asfalto a pozze trattiene i colori
Come firme impresse al nostro cammino.
Nessuno sa spiegare quel sorriso,
Intuirne le dinamiche e le origini
Poiché gli occhi s’apriranno in serata
Piano piano, insieme al chiarore d’acqua
Atteso nelle radure di sosta

 

Tenuta per mano dalle Madri

Tenuta per mano dalle Madri
D’ogni spirito smarrito
Al sole di Baires
Piangi l’elettrico tango
Da una Plaza a un’Avenida
Per mitigare la rovenza delle canne
Che hanno appena dilaniato
Giovani corpi obreros y campesinos.
Da Baires a Rosario
È tutto un gemito di lampi oscuri
E tu passi con piedi di rosa rossa
Sugli spasmi sanguinosi
Di quelli che ci sono ancora

 

***

7 pensieri su “Indefinito canone”

  1. Pingback: Indefinito canone
  2. Sequenza mobile

    L’Occidente, al principio della fine,
    si chiude nelle stanze circolari
    che ti alloggiarono, bruna e febbrile
    in un corpo che Dio non può sapere.

    Il mito latino mi deglutisce
    e mi disperde ai margini di te,
    come un grumo di terra che si bagna
    all’ annunciare delle fioriture.

    **
    che belle Mirko!
    un saluto senza formalità.
    (luce)

  3. mi colpisce la corale, anzi è più che una corale, dell’esterno, spesso natura, di questo ” Indefinito canone”
    e come questa coralità, al di là delle direttrici, tutte umane, di zenith o equinozio, miraggi, se stesso…, sia poi quella di occhi, piedi, spasmi, gemiti…“Di quelli che ci sono ancora”

    I miei preferiti, di questo post, sono i canoni II e VII

    ciao!

  4. Valentina: Indefinito che ha una sua Fine, pura e provvisoria

    Natalia: forme lucoree in attesa di definizione, quella che non è data in assenza di rumore

    Marco: le Forme che “spezzano gli assi del mondo”; le Forme nel progressivo disfacimento… e un grazie

    Margherita: nel grazie in(de)finito, Coralia di forme precipitate all’Azimut

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