Nottario (II, 1)

Marco Ercolani

“Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata.”

(Charles Baudelaire)

La realtà autentica è composta da tutti quegli esseri e da tutte quelle opere che la storia ha ingiustamente omesso o cancellato e che però restano, come humus sotterraneo o fantasie rimosse, nelle scritture residue, nei sogni segreti. Chissà che uno scrittore non debba proprio riparare al lutto di queste dimenticanze ogni volta che inizia a scrivere. (m.e.)

NOTTARIO

(1990-2008)

Non sono tanto io che ho fatto il mio libro
quanto il mio libro che ha fatto me.

Michel de Montaigne

Ora voglio scrivere il mio diario e per gratitudine
chiamarlo il mio nottario […].

Robert Musil

La scrittura apocrifa

(Eco di un’eco)

1

Perché non scrivo cose mie? Racconti che firmo col mio nome e non attribuisco a nessuno se non a me? Perché mi nascondo dietro a nomi di altri autori e costruisco racconti immaginari che attribuisco ad altre identità?
La risposta è semplice: spesso, come scrive Valery, «non sono del mio parere». Scrivo racconti che attribuisco ad altre voci per riportare quelle voci alla mia, per scrivermi attraverso di loro senza l’indecenza della biografia. Uso il falso per dire il vero, per capovolgere la prospettiva e mettere nel «dentro di sé» il massimo possibile del «fuori di sé». Se scrivessi di miei ricordi reali e mie emozioni private, il resoconto avrebbe un interesse documentario relativo. Più suggestiva l’ipotesi che la scrittura sia un arcipelago di racconti fantastici persi nel regno rigoroso e fluttuante della finzione, come se la vita fosse un ponte su cui non edificare case personali. A cosa servono racconti e romanzi scritti nella tradizione di un io che si detiene padrone della storia che narra? Sono le storie ad afferrarci e non l’io a dominarle. Dall’io si pretende una custodia discreta, non un inutile controllo.

La mia scrittura ‘apocrifa’ è una dispersione di testi che privilegiano la forma del frammento, della lettera e dell’appunto critico, in quanto frammento, lettera e appunto si prestano a quel tono da confessione ultima, sospeso fra lucidità e vertigine, che non smetto di cercare. La loro apparente disorganicità rivela un pensiero ossessivo costante, articolato consapevolmente in forme frammentarie, che insegue sempre lo stesso tema: lo smarrimento dell’autore nei confronti della sua opera, i legami che uniscono la forma poetica dei testi al sentimento del ‘tragico’ che li genera.

2

Esistono destini di artisti che definirei marginali, eretici, saturnini, in sostanza misteriosi. Che oggi, a distanza di secoli, ci interrogano ancora, per la follia delle azioni, l’eccesso degli affetti, la bizzarria delle analogie esistenziali, la morte tragica o prematura. Esistono opere – e intendo per «opera» l’universo espressivo dell’uomo – che ancora oggi non sembrano risolte, comprensibili, «finite»; hanno qualcosa di frammentario e di incongruo, che magnetizza l’attenzione per la sua sotterranea e obliqua potenza, che manda echi a cui è necessario prestare attenzione. Insomma, esistono nodi irrisolti e dolenti, nella vita e nell’opera di un artista, che viene voglia non di spiegare ma di indagare ancora, come se certe domande esigessero sempre, dal mondo dei vivi, una risposta. A partire da tracce reali e indizi verosimili – frammenti di lettere, aneddoti, cronache, taccuini – è un gioco perturbante reinventare, reimmaginare, entrare di nuovo in quelle vite e in quelle opere: trasformare, correggere, «risognare» il passato. Chiedere a destini, consegnati alla storia o al silenzio, di tornare ancora incompiuti, di esibirsi sul palcoscenico di un racconto fantastico per svelare il loro segreto. Pur restando tale, quel segreto ci parlerà ancora, ci suggerirà delle ipotesi – inattuali e sconcertanti – di come fin dall’inizio, l’arte non sia stata che l’eco di un sogno, la necessità di un destino. Quale destino? La risposta è complessa. Direi: destino di esclusione, di resistenza, di sragione, di combattimento per la ricerca di una verità poetica intima e assoluta, contro tutte le verità plausibili e ortodosse. Nei miei racconti immaginari succedono cose imprevedibili: un dettaglio marginale viene alla luce, un paesaggio centrale si sfuoca, un sogno impossibile si compie, una voce si rivela, una visione prende forma. La condizione paradossale dell’autore apocrifo è creare un testo impossibile che, mentre viene scritto, diventa possibile. Ma possibile dall’interno di una scrittura-ombra che va alla caccia dei suoi fantasmi con ostinata pazienza, sapendo di costruire solo altri fantasmi, e naviga nel mondo delle ipotesi e delle congetture, dei commenti e delle fantasie, del vero e del falso, in una terra instabile e metamorfica, al confine tra veglia e sonno. Ogni letteratura “postuma” non ha niente di rassicurante: apre squarci nel passato, disorienta le leggi del pensiero, le carte della scrittura.

3

Una visione, pur restando indicibile, cerca sempre di rivelarsi. Io tento di favorire questa rivelazione attraverso un linguaggio che, pur restando lirico, privilegi l’urgenza espressiva. Le mie pagine, pensate come lettere o taccuini scritti in circostanze eccezionali o estreme, vogliono essere resoconti allucinati ma reali di un’idea che doveva essere espressa, pena la follia o la morte.

La realtà autentica è composta da tutti quegli esseri e da tutte quelle opere che la storia ha ingiustamente omesso o cancellato e che però restano, come humus sotterraneo o fantasie rimosse, nelle scritture residue, nei sogni segreti. Chissà che uno scrittore non debba proprio riparare al lutto di queste dimenticanze ogni volta che inizia a scrivere.

La soggettività rifiuta da sempre l’io come energia che la controlla o la possiede. L’impulso a confessare, fino alla nuda verità, un’emozione inconfessabile, obbliga il protagonista a dire io – ma in un contesto dove l’io, da tempo, ha già dimenticato le sue ambizioni. Ma il soggetto – il cuore che pulsa, la mano che scrive, il cervello che pensa – esiste, esisterà, e appartiene a tutti, nel combattimento incessante contro quanto cerca di soffocarlo.

L’accento della mia scrittura si sposta sempre verso uno «stato-limite» – metafora di un evento al quale non si riesce ad accedere. È proprio la metafora il principio strutturale costitutivo del mio mondo in perenne divenire e metamorfosi, dove de-costruzione e ri-creazione si chiamano simultaneamente attraverso le analogie della scrittura poetica.

4

L’io, temendo l’afasia, parla, non smette di parlare, ma non sa più perché e per chi. Pronuncia nomi, usa verbi e aggettivi, ma già il ritmo della frase lo infastidisce, vorrebbe liberarsene come da un peso. La sua parola sogna di essere ridotta all’osso, vicinissima al silenzio del dolore.

La scrittura, nel suo eccesso di parole, cerca lo spazio virtuale di una parola impossibile, «apocrifa», destituita dal suo autore. La sua memoria originaria è già una citazione, il riflesso di un riflesso. Ma gli effetti dell’emozione, le cicatrici del malessere, non sono l’eco di un’eco: sono segni. Lì la metafora diventa carne, riportando non al tema generico e universale del dolore ma alla tolleranza individuale e relativa dell’angoscia.

Chi si accinge a scrivere è un soggetto che produce visioni. Io scelgo questa prospettiva: il racconto fantastico. Ma sarebbe lecito pensare ogni scrittura come una prova estrema. E allora, perché parlare solo delle proprie visioni? Un solo io è ben misera cosa e descrivere la propria biografia è detestabile (Proust, che ha elevato sulle sue memorie una cattedrale di parole che, nel loro favoloso proliferare, contesta i canoni ortodossi della memoria, richiama piuttosto alle fantasie presenti nell’amnesia e nell’ipnosi.)

Chi scrive è traversato da visioni che possono non appartenergli. Michaux ha parlato di moltiplicazione dell’io, Pessoa ha inventato un certo numero di eteronimi. Chi scrive diventa il regista di mille voci sotterranee che gli brulicano dentro, che è lui a trascrivere ma che gli piovono addosso dal passato, dal presente, dal futuro, da analogie, racconti, rispecchiamenti. Niente è mai morto e niente è mai vivo. Si tratta di un’enciclopedia non sigillata, di uno spartito di voci possibili. La metafora è quella dell’oceano che sommerge le navi, e dello scrittore come navigatore che, attraverso i naufragi, resta vivo, perenne Ismaele. Chi scrive è una voce che cerca di farsi udire in mezzo al rombo di una cascata – voce fra voci che sono esistite, esistono ed esisteranno. Un goccia che stilla sulla pietra in mezzo al frastuono della massa d’acqua, inascoltata.

5

Per un certo periodo della mia vita ho scelto le vite e le opere degli artisti come un campo da dissodare e da reinventare, attratto da bizzarri dettagli biografici, da opere anomale frammentarie o incompiute, da destini paradossali. Vite spezzate. Mi sono aggirato nella biblioteca di opere possibili ma inesistenti e così ho corretto il passato, riscritto taccuini, reinventato lettere, terminato opere perdute. Mi sono identificato con esseri che potevano condividere la mia vita con la loro, entrambe postume. Sono diventato la loro ombra, come loro la mia. Non per creare paradisi retroattivi ma per guarire ferite sempre aperte.

Un modo per bypassare l’impasse del nostro povero io biografico è irrompere dentro di esso con scritture finte, altrui. Il tema è quello del portavoce – colui che si fa carico del destino di un altro. Io, quando parlo con la voce di qualcuno, mi trovo addosso il fardello del suo dolore e ne parlo, proprio perché non è il mio. I miei racconti apocrifi sono impossibili, anche se plausibili. Eppure, per grazia di paradosso, esistono. Io ne sono il portavoce.

L’evasione in altri nomi e in altre scritture, ha le caratteristiche della totale alienità. Conduce a scaricare l’energia espressiva in una fuga che appare senza ritorno, come un delirio. Ma dopo, bisogna tornare a se stessi, proprio attraverso questo delirio. Reiniettarselo nelle vene. Non permettergli di essere totalmente alieno. Ciò che è alieno – la fuga senza ritorno – non consentirebbe più, dopo, di vivere la pietas, la scomparsa della vita, l’irrimediabile malinconia, la tragicità dell’amore, altri affetti estremi. Che invece vanno rivissuti, ma dopo aver oltrepassato i loro confini.

Ogni lavoro della ragione modella un materiale folle, debordante, inafferrabile, e non è che il tentativo, fallito ma necessario, di descrivere, limitandola, un’emozione incontenibile. Le storie inventate a partire dalle proprie emozioni devono essere testi paradossali, che non possono violare il segreto dell’autore ma che a questo segreto si riferiscono sempre, attraverso una rete di analogie di cui non si vede né l’inizio né la fine.

6

La mia scrittura è sempre un fatto privato, è sempre autobiografica, ma a un punto tale di concentrazione da non consentirsi più il semplice dettaglio personale, da diventare scrittura «pubblica» di un fatto «intimo».

Il referente reale, nella mia scrittura, è l’antefatto emotivo, il conflitto rimosso, che nel racconto si mostra per segni obliqui, diventando visione. Ma allora, qual è il monstrum di questa scrittura? il «come» delle frasi che risuonano così come sono scritte sul foglio, l’apparenza del racconto con la sua nitida struttura verbale, o invece il suo indiretto, tragico avvicinarsi alla verità nascosta?

Non è essenziale che il pensiero diventi vertiginoso, quanto che la vertigine si organizzi come pensiero, cosciente delle forme della sua apparizione. Il discorso della scrittura è sempre sospeso fra vertigine e pensiero, ma la prima precede il secondo, come la follia – ma sé solo follia? – di Dioniso precede l’armonia – ma è solo armonia? – di Apollo. Così il sogno vuole arrivare alle soglie del pensiero cosciente per poi tornare sogno, arricchito dei mille pensieri che l’hanno modellato.

L’atto creativo è sempre criptomnesia. Si scrive per immaginare qualcosa che si sta ricordando. Ma chi ricorda non siamo più noi. Qualcosa ci pervade e ci persuade a scrivere o si scrive attraverso di noi. La natura della scrittura è più fluida di quanto non ci suggerisca la consistenza delle pagine di un libro.

La mia opera, in quanto articolazione di trame nascoste e non afferrabili, è polifonica, al contrario di quanto richiederebbe la nostra epoca, che predilige la linearità di un testo semplice e sempre visibile.

7

Ogni scrittura può esaurirsi nel momento della testimonianza o impoverirsi nel cerchio magico di un gioco formale: ma resta inesauribile nell’inventarsi una strategia sempre diversa, equidistante dalle forme e dai contenuti del messaggio, anche se rispettosa del rigore e dell’efficacia con cui queste si dibattono e si intrecciano in quelli.

Sogno che la lingua possa esistere al minimo della sua potenza, solo perché l’idea trovi le sue parole. Nel momento in cui questo si realizza con sufficiente chiarezza, definire «chi parla» è un esercizio insensato. La mia scrittura potrebbe scrivere se stessa, anche se io restassi muto.

Inventare una poetica significa, in sostanza, elaborare la propria esperienza dell’io e del mondo come un «tono» musicale. Sta a noi arricchire questo tono con tutte le sue potenzialità armoniche.

Ogni «discorso sul falso» riguarda marginalmente una prospettiva totalmente distruttiva ed «ironica» sul proprio essere-nel-mondo: la finzione è lo strumento più efficace, nella sua natura tragica, per esprimere la propria «verità emotiva».

8

Le visioni non appartengono al linguaggio: sono visioni. Si legano a immagini, nodi, ossessioni: non sono proprietà della letteratura o dell’io, traversano questo o quell’autore come personali modi di vedere il mondo. Non hanno bisogno di uno scrittore ma di un trascrittore, che regoli la propria voce secondo l’intensità della sua percezione.

L’impossibilità di tacere è l’urgenza di turbare un silenzio non innocente, che ignori da chi sia stato scelto. Ma bisogna dire comunque, perché accanto a te c’è sempre qualcuno che potrebbe toglierti la parola. La scrittura è il sogno concesso, per il tempo della scrittura, a un prigioniero a vita.

Nel momento in cui comincia a narrare, la mia scrittura – pur essendo traversata da impulsi soggettivi – rinuncia a essere lirica nel senso tradizionale del termine. Usa frasi asciutte, brevi. Cerca una sua lucida neutralità, ma intrisa di un pathos irriducibile. Il sogno è esprimere, con un banale frammento di frase, l’angoscia più potente o la gioia più grande.

9

Sogno una scrittura stilizzata e inattuale, che dipana o addensa il suo nodo teorico: essere tutte le possibilità, come in un sogno infantile e impossibile.

Non basta scrivere la storia del proprio cuore, anche perché il cuore ha una splendida capacità di scrivere di sé, cambiando ogni volta l’autore. Il sentimento è il filo d’acciaio che brilla con maggiore intensità ai bagliori del fuoco.

Scrivo con una certa fatica, senza assaporare le singole frasi. Ho un’idea di cui voglio sbarazzarmi scrivendo, e questo è tutto. De-scrivo, come de-strutturerei un paesaggio, un’ossessione, un’idea. Uso il linguaggio come si usa un ponte di corda per arrivare da un punto all’altro dell’abisso e concludere così il viaggio – il percorso stesso dell’intuizione appena apparsa. Solo in un secondo momento lavoro sulle parole, rivedo, cancello, aggiungo, riscrivo, arricchisco – ma quando ho già visto, nella sua interezza, tutti i nodi e gli intrecci del ponte. Un ponte non di cemento, di ferro o di marmo, ma di fibre diverse annodate insieme, oscillante e resistente, composto dal lavoro ostinato e onirico di migliaia di menti e di corpi.

***

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9 pensieri riguardo “Nottario (II, 1)”

  1. Francesco, grazie.
    Preciso che questi sono i testi più antichi del mio “Nottario” – risalgono al 1990-1995 – e sono una mia del tutto personale riflessione sulla scrittura apocrifa.
    M.

  2. nel leggerti trovo una grande assonanza, è come se volessi dar vita o ridare vita a quello che hai vissuto nelle letture. almeno, io tra le altre cose, percepisco quest’urgenza di dare movimento a quello che dentro si è generato.
    un abbraccio a te e Francesco.

  3. quello che tu dici Marco, qui relativamente alla tua poetica (di scrittura apocrifa), ma soprattutto quello che ho letto dei tuoi testi apocrifi
    mi fa pensare a quello che Salustio (Degli dei e del mondo) diceva del mito:

    “queste cose non avvennero mai, ma sono sempre”

    e allora, siccome, a mio avviso con un focus perfetto,

    parli de
    la scrittura apocrifa come di “eco di un’ eco”
    e inoltre, scrivi, in questi testi più antichi” che

    “L’io, temendo l’afasia, parla, non smette di parlare”,
    e che “La scrittura, nel suo eccesso di parole, cerca lo spazio virtuale di una parola impossibile, «apocrifa», destituita dal suo autore”
    così
    “Inventare una poetica significa, in sostanza, elaborare la propria esperienza dell’io e del mondo come un «tono» musicale. Sta a noi arricchire questo tono con tutte le sue potenzialità armoniche.”

    se unisco questi passaggi,a quelli relativi alle visioni che “non sono proprietà della letteratura e dell’io”

    beh, qui quello che “vedo” è appunto una scrittura apocrifa del mito di Eco e Narciso:
    o forse davvero quello che rappresenta Eco, colei che ritorna dallo specchio l’onda della parola- lingua “al minimo della sua potenza” (“Sogno che la lingua possa esistere al minimo della sua potenza, solo perché l’idea trovi le sue parole”)
    eppure carica proprio della deformazione, ossia della sua vertigine anche sfuggente,
    carica anche di quello che Narciso getta nello specchio come se stesso.

    mah, per ora è tutto, perché mi sa che fra il vedo non vedo mi sono persa anch’io nello specchio :)

    ciao!

  4. A Natalia:

    -“ridare movimento e vita a quello che si è generato dentro”. Non potrei dire meglio, natalia, del mio lavoro, che è sempre una “restituzione”.

    -se riesco ancora a raggiungerti al di qua dello specchio, Margherita, vorrei dirti: sì, è l”onda della parola che torna, la scrittura, per me. Eco di un’eco e, naturalmente, il mito di Eco. Un “ascoltare” la parola e farla rifrangersi nel mio io come su una sponda. Direi che l’attiva presenza di Narciso nel definirsi è ciò che detesto, mentre la sfuggente vertigine di Eco è quanto inseguo e non sempre raggiungo e ovviamente non posso raggiungere.
    Io vivo nei tsti che non esistono ma che sono sempre stati.
    Come quando Peter Handke dice di aver sognato una frase di Kafka che non esiste e piange per questa frase kafkiana che a noi, lettori, non rivela.

    Ciao, Marco

  5. marco, leggo questi tuoi appunti sempre affascinata. Più che aggiungere un commento, ché non potrei dire di meglio che non sia già stato detto, vorrei porti qualche domanda. Non credi che , al di là delle intenzioni più o meno consapevoli, chi si accinge a scrivere farà di ogni interpretazione del reale un apocrifo? L’interpretazione del reale non è un apocrifo nella sua sostanza temporale in quanto sempre postuma? E l’Io, anche quello più ingombrante non cede il posto, suo malgrado, alla parola?
    In particolare alla prima questione sono giunta associando quanto letto nei tuoi appunti alla poetica di Hopper, pittore che io amo, che a dispetto di quanto ad un primo approccio si creda è molto complessa. I suoi personaggi, rappresentano un dentro e un fuori dell’Io in una realtà che è, ma che allo stesso tempo è a divenire. Di fatto le composizioni pittoriche di Hopper sono per me degli apocrifi. Ed è proprio partendo da Hopper che qualche tempo fa ho scritto alcuni brevi testi in cui davo voce alle donne ritratte nel chiuso di una stanza da lui e da altri pittori. È stato solo un inizio, altre cose sono seguite, ma mi rendo conto che molto spesso, consapevolmente o meno, l’apocrifo fa da “ filtro” a ciò che scrivo, suppongo dunque che farsi interprete postumo di una realtà supposta possa essere un’inconscia essenza dello scrivere stesso, o sbaglio?
    Beh…non so bene dove sto andando a parare…

    Grazie e scusa la confusione
    lisa

  6. Lisa! Nessuna confusione ma delle vere chiarezze…

    che “farsi interprete postumo di una realtà supposta possa essere un’inconscia essenza dello scrivere stesso”, come dici benissimo, è assolutamente vero, ed è una delle radici della scrittura, secondo me.
    Se Francesco continuerà a tormentare i lettori della Dimora con il mio Nottario, avrai occasione di leggere delle mie ulteriori riflessioni sul tema. Per ora ti dico, a scatola chiusa, che devono essere molto intriganti i tuoi testi…

    Cedere il posto alla parola. Già, tutto qui. L’impresa di Eco e non di Narciso (anche se il Narciso che si moltiplica in mille riflessi e non solo in uno mi affascina sempre).

    Ciao, Marco

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