Paralleli sull’informale

Jean Fautrier

Castor Seibel

 

 

 

 

 

[N. d. T.] Parallèles sur l’informel, datato dicembre 1958, è stato pubblicato prima in traduzione tedesca in «Blätter + Bilder», 1, 1959, poi in francese in «Cahiers du Musée de Poche», 4, 1960: ora lo si legge in J. Fautrier, Écrits publics, Paris, L’Échoppe, 1995, pp. 23-29. La presente traduzione è apparsa in «Arca», 2, 1998, pp. 104-106. Il testo di C. Seibel costituisce la prefazione al citato volumetto Écrits publics, pp. 7-13.

[Giuseppe Zuccarino]

Jean Fautrier

Paralleli sull’informale

     Innanzitutto, a che scopo fare pittura? – essa non dovrebbe cercare null’altro che degli effetti decorativi – è questo il suo vero senso – la sua utilità – abbellire un muro.
     Senza dubbio è nel momento in cui ha abbandonato l’affresco che la pittura ha dovuto cercare qualcos’altro. La cosa più razionale sembra essere la natura morta – il mazzo di fiori – dipinti con grazia.
     La vera funzione del quadro è quella di venir posto al di sopra di un mobile per riempire la spazio nudo.
     Non sto scherzando, nella pittura da cavalletto vi sono stati artisti grandissimi (Chardin), che ci hanno offerto tali gioie semplici.

     Tuttavia il tormento interno che scuote la pittura d’oggi non è nuovo. Se si riesce a liberarsi anche solo per un attimo dal complesso (abbastanza stupido) del figurativo, si troveranno in ogni epoca degli isolati che non si sentivano a loro agio in quel ruolo riposante (Bosch, il Turner delle ultime tele) – ma che risonanza poteva avere, una volta, un simile genere di espressione plastica? – pittori maledetti, senza dubbio – eccezioni, in ogni caso.

     Oggi, la situazione è capovolta – nessuno guarda più i pittori d’interni e di nature morte – quella che una volta era l’eccezione costituisce la regola, è normale, è divenuta anzi indispensabile.
     Il fatto è che, man mano che l’uomo si civilizza, si affina, si tormenta, e il suo spirito si smarrisce nella ricerca di sensazioni fuggevoli, tanto più forti quanto più sono afferrabili solo a fatica – egli non s’accontenta più di emozioni semplici.
     Forse la spiegazione della smania informale sta proprio in questa condizione dello spirito moderno.
     In ogni caso non la si deve cercare solo nella soddisfazione di un eccesso tecnico – parlo per coloro che si sono impegnati con tutta la purezza indispensabile in una creazione autentica. Lasciamo da parte gli imitatori che da ciò hanno attinto solo dei mezzi per stupire – la pittura delirante, il gesto spontaneo – la fusione di materie sbalorditive – la pittura in quindici minuti – non sono altro che discorsi di vendita e di propaganda.
     A che scopo, del resto, parlare di pittura – non basta farla? quando mai un qualsiasi scritto ha permesso, foss’anche una sola volta, di entrare nel gioco? – non è certo tutta la letteratura sull’arte informale, redatta nel ben noto stile farmaceutico, a poter fornire qualche chiarimento.
     Del resto, se anche questa letteratura avesse potuto fare qualcosa, l’arte l’avrebbe danneggiata in modo assai buffo.
     Non si può parlare granché di pittura sul piano tecnico. In materia di pittura bisogna imporre una qualsiasi regola? – il disegno deve avere una piccola parte o deve soccombere sotto la materia che si accaparra il quadro al punto da ridursi ad un semplice effetto? – l’intenzione essenziale dev’essere il colore?

     Tutti i casi si sono rivelati validi e non bisogna ammettere nessun equilibrio logico, proporzionale. Soprattutto non è consigliabile. L’equilibrio sta nell’epoca, nell’inventore, visto che ogni nuovo equilibrio distrugge il precedente.

     In certi momenti il disegno ha acquisito un ruolo così rilevante da produrre opere semplicemente lumeggiate dai colori – mentre in altri momenti l’effetto plastico l’ha annientato – e a volte il volume si è imposto al punto da diventare opera scolpita.

     In ogni caso il valore del risultato è rimasto lo stesso.
     Nondimeno, l’attuale frenesia informale non si spinge troppo oltre annientando totalmente il disegno? – no, per quanto riguarda i due o tre pittori validi e di primo piano (nei quali del resto permane un disegno-trama) – ma questo assoggettamento dell’arte a materie pure non manca di produrre una certa irritazione, in quanto riporta l’opera pittorica a procedimenti estremamente elementari – persino la pubblicità gioca un simile gioco sempliciotto ed assurdo – c’è chi viene ritenuto di valore perché dipinge con una spazzola da scarpe, o perché usa entrambe le mani.

     La massa dei mediocri fa pensare a un artigianato puro, intelligente, a volte sensibile, un po’ più raffinato rispetto a quello degli imbianchini – ed equivale a ricondurre il quadro a esperienze come la carta marmorizzata o gli stucchi da toilette. Ma questa situazione spiacevole si produce solo nel caso di artisti insignificanti.
     Persino gli impressionisti hanno avuto i loro mediocri (Sisley, Monet, Signac) – ci si sente rassicurati solo davanti a Cézanne.
     Anche la figurazione visuale è una questione di moda. Nulla sembra più figurativo (oggi) dei quadri dei tre grandi cubisti – vi si distingue ogni minimo dettaglio dell’oggetto. Tuttavia si trattava di una rivoluzione della figurazione visuale, che permetteva di costruire il quadro e poteva soddisfare il pittore di quell’epoca. E nell’informale non si vedrà più tardi (nei due o tre artisti validi) con altrettanta chiarezza l’intenzione disegnata? I post-cubisti (venuti molto dopo, e che non sapevano dove dirigere i loro passi) hanno forse prodotto qualcosa di diverso da semplici rapporti di colori e di macchie? La loro stessa intenzione appare esile. I cattivi cubisti ci irritano quanto la massa degli informali, ma l’irritazione proviene semplicemente dal vuoto dei loro quadri.

     In arte, l’unica cosa che conta è la qualità della sensibilità dell’artista, e l’arte è soltanto il mezzo per esteriorizzarla, ma un mezzo folle, senza regole né calcoli.
     Si può affermare che il quadro abbia oggi la sua occasione suprema, una liberazione così totale da far impallidire i cubisti? – tutto induce a crederlo – anche se in seguito una parte di disegno entrasse in quest’arte, sarà un disegno libero, basato non più su una visione dell’occhio ma su una sorta di liberazione del temperamento interiore, al punto che ogni artista dovrà reinventarlo a proprio uso.
     Qualunque sia il valore delle ricerche attuali, esse non possono che apparire salutari – quali che siano i difetti, le esasperazioni o gli errori, l’occhio oggi è mutato – è innegabile che i suoi bisogni non sono più gli stessi, si sono evoluti in un modo tanto completo che sembra incredibile pensare che ancora vent’anni fa gli artisti migliori erano pienamente soddisfatti (e facevano la figura degli innovatori) con dei pesci neri o degli alberi rossi, e che riuscivano a dipingere solo ponendosi di fronte al modello.

     La pittura è qualcosa che può solo distruggersi, che deve distruggersi, per reinventarsi.

* * *

Castor Seibel

Jean Fautrier e l’informale

     Riguardo ai diversi testi riuniti qui per la prima volta, il lettore dovrebbe considerare una particolarità psicologica del pittore. Egli non amava scrivere né parlare pubblicamente… Aveva orrore di inserirsi nella piena luce dei dibattiti e dei litigi riguardo alla pittura e alla letteratura. Detestava manifesti e programmi, non si affidava a riflessioni scritte, non volendo dar lezioni, fare il professore.
     Sapeva bene che, in materia di pittura, categorie e classificazioni non significavano granché e non conduceva a nulla il voler definire l’indefinibile tramite una qualsiasi nozione.
     Era convinto che, mentre i poeti sono utili alla pittura, critici e teorici le sono di danno, anche quando facciano ricorso a un vocabolario che vorrebbero poetico ma che si rivela piuttosto – e troppo spesso – farmaceutico.
     Fautrier, che tuttavia amava parlare di pittura – e quanto volentieri e bene – con i suoi invitati, quando essi erano Paulhan, Ungaretti o Malraux, e che, nelle sue lettere, si esprimeva in maniera felice e con tutta la pertinenza e l’impertinenza che conoscevamo in lui, fu estremamente ostile agli intervistatori e si sentiva molto a disagio non appena derogava dal suo principio concedendo qualche pagina scritta o qualche parola a chi lo sollecitava; d’altronde erano spesso amici o conoscenti che gli chiedevano dei contributi per le loro riviste. A causa di ciò, si avverte allora una certa asprezza nei suoi discorsi, delle contraddizioni persino, e il lettore attento non può non accorgersi di questo lato «controvoglia», e del fatto che Fautrier si sentiva a disagio redigendo, su richiesta, i testi.
     Egli non si faceva alcuna illusione riguardo agli slogan o alle nozioni che possono essere intese in più modi, il cui senso gli sembrava equivoco, dunque poco determinato e insufficiente.

     Informale: la parola è stata inventata da Michel Tapié a proposito dei disegni di Camille Bryen nel 1951.  Innocentemente, come si direbbe oggi, perché Tapié poteva forse sospettare, da subito, quale arma stava forgiando nel lanciare questo termine per definire la nuova pittura, l’arte altra che ci ha fatto vedere?

     Da parte sua Fautrier, uomo generoso, generosissimo perfino, aveva salutato con simpatia i giovani pittori nel loro slancio informale. Nel corso degli anni, tuttavia, vide prodursi ciò che più temeva: l’informale che degenera in informe. Affermò allora che la parte inalienabile di disegno e di forma – ciò che distingue il quadro dalla pura decorazione – era stata trascurata. Ritenne di riconoscere che la parte di realtà, in quanto spinta iniziale che genera tutto, era scomparsa nella pittura che veniva prodotta.

     La sua delusione è stata grande quando ha visto la sedicente pittura informale scadere nella facilità di un gioco gratuito. Così nulla è più comprensibile che la sua avversione, il suo disgusto di fronte all’insulsaggine dei puri effetti decorativi che si pretendono opere d’arte. Nulla di più normale del fatto che, in seguito, non abbia più voluto sentir parlare di informale, e soprattutto non abbia voluto essere considerato come un protagonista di un movimento che giudicava degradato e finito male.
     Nel 1964, poco prima della sua morte, Fautrier, in alcuni appunti destinati alla rivista «Planète», ritorna sull’argomento: «Io non mi sono mai considerato “informale”, e le mie ricerche sono sempre state volte verso una figurazione liberata – che doveva tener conto della forma e del disegno. E le esperienze totalmente informali fatte un po’ da tutti mi hanno sempre disgustato».

     Yves Peyré, nel suo Fautrier, riassume opportunamente la situazione: «Quello di pittura “informale” (per non parlare di “arte altra”) è un concetto dotato di un valore di lotta, persino di provocazione, che è stato fabbricato da Michel Tapié de Céleyran. Il suo evidente semplicismo (ogni pensiero schematico è insufficiente) si spiega col bisogno di opporsi, di guerreggiare. La cosa sicura è che, di tanto in tanto, si propongono delle opere singolari, che aprono nuove prospettive. Nel caso specifico dell’“informale”, c’è l’opera di Fautrier, che sarebbe preferibile qualificare come pittura ad alta pasta».

     Parlando innanzitutto «per coloro che si sono impegnati con tutta la purezza indispensabile in una creazione autentica». Fautrier cerca la ragion d’essere di quella che definisce «smania informale» o «frenesia informale» e pensa di trovarla nello smarrimento moderno, che va in cerca di sensazioni forti.
     Ma trova di meglio e mira più lontano quando precisa: «Il tormento interno che scuote la pittura d’oggi non è nuovo. Se si riesce a liberarsi anche solo per un attimo dal complesso (abbastanza stupido) del figurativo, si troveranno in ogni epoca degli isolati che non si sentivano a loro agio in quel ruolo riposante», quello cioè della pittura da cavalletto.

     È qui, appunto, che le considerazioni di Fautrier si congiungono con quelle di Jean Paulhan che, da parte sua, sostiene riguardo all’informale: «È un’arte di allusione e di ellissi, volentieri enigmatica, un’arte anche di metamorfosi.  Non esiste quasi epoca o popolo in cui non se ne ritrovino quanto meno le tracce. I Giapponesi sembrano averla sempre coltivata, di pari passo con l’arte figurativa. I musulmani le hanno sacrificato una volta per tutte una pittura basata sulla somiglianza».
     E Paulhan aggiunge altrove: «Non sembra che una simile pittura abbia mai conosciuto la fortuna che le arride oggi.  E tuttavia Plinio ricorda, e se ne stupisce, che Apelle fu autore di un quadro “il cui vasto spazio non offriva alla vista che tre linee sovrapposte di un colore quasi impercettibile”».

     Simili approcci sono seducenti, perché chi oggi non pensa, in questo contesto, alla designazione di «ideogrammi patetici» che Malraux suggerisce per quei quadri di Fautrier in cui il disegno si riduce a dei segni, a dei segnali, a una pura allusione, e chi non vede allora le sue «simmetrie» o le sue «striature di colore»?

     Là dove Paulhan apre la prospettiva sul passato dell’informale, Fautrier ne considera l’avvenire quando sostiene, nella conversazione con Paulhan filmata da Philippe Baraduc pochi mesi prima della morte del pittore: «Il vero informale non è ancora cominciato, è solo sul punto di mostrarsi, appartiene all’avvenire»… In questo discorso, «informale» sembra aver cambiato significato e carattere, e Fautrier sogna un’arte di puro concetto.
     L’orizzonte non è dunque chiuso. È forse questo che Fautrier vuol comunicarci quando osserva: «Non si tratta di ritornare a delle gioie semplici. L’uomo sarà disposto ad accostarsi a gioie assai meno concrete, purché siano meno assurde».
     Infine, prendiamo in considerazione l’esattezza della sua constatazione del 1964: «L’occhio oggi è mutato», e «c’è voluta un’intera generazione perché gli occhi riuscissero a vederci chiaro».

***

5 pensieri riguardo “Paralleli sull’informale”

  1. A che scopo, del resto, parlare di pittura – non basta farla?
    (Del resto, se anche questa letteratura (redatta in stile farmaceutico) avesse potuto fare qualcosa, l’arte l’avrebbe danneggiata in modo assai buffo.) (Fautrier)

    Yves Peyré: «C’è l’opera di Fautrier, che sarebbe preferibile qualificare come pittura ad alta pasta»

    Fautrier: «Il tormento interno che scuote la pittura d’oggi non è nuovo. Se si riesce a liberarsi anche solo per un attimo dal complesso (abbastanza stupido) del figurativo, si troveranno in ogni epoca degli isolati che non si sentivano a loro agio in quel ruolo riposante»

    Paulhan (riguardo all’informale): «È un’arte di allusione e di ellissi, volentieri enigmatica, un’arte anche di metamorfosi.[…]I Giapponesi sembrano averla sempre coltivata[…]I musulmani le hanno sacrificato una volta per tutte una pittura basata sulla somiglianza»

    Fautrier: «Il vero informale non è ancora cominciato, è solo sul punto di mostrarsi, appartiene all’avvenire»

    Seibel: «Là dove Paulhan apre la prospettiva sul passato dell’informale, Fautrier ne considera l’avvenire»

    Fautrier:«L’equilibrio sta nell’epoca, nell’inventore, visto che ogni nuovo equilibrio distrugge il precedente.»

    Paulhan: «E tuttavia Plinio ricorda, e se ne stupisce, che Apelle fu autore di un quadro “il cui vasto spazio non offriva alla vista che tre linee sovrapposte di un colore quasi impercettibile”»

    Fautrier: «L’occhio oggi è mutato», «c’è voluta un’intera generazione perché gli occhi riuscissero a vederci chiaro».

    Seibel: «L’orizzonte non è dunque chiuso»

    I post (a partire dal titolo!) di Giuseppe Zuccarino, ma l’ho già detto, mannaggia quanto mi ripeto, sono un appuntamento imperdibile qui sulla Dimora (perciò un caro grazie anche a F. Marotta).

    Mi scuso se ho estrapolato le frasi (che magari tolte dal contesto…) però è il discorso che fra me e me, e grazie anche all’ironia di Fautrier, ho seguito leggendo.

    Ciao!

  2. Fautrier. Gli anni, per noi, di “Arca”. Castor Seibel (di cui sarebbe dovuto uscire un libro proprio per le edizioni dell’Arca). Questa incessante interrogazione sull’arte. Questa noia per i parametri, per i cànoni stabiliti. La voglia di esserci, nell’equilibrio che sconfigge il precedente equilibrio. Le rivoluzioni poetiche e artistiche come “aggiustamenti del tiro”. Perché non si smette mai di cercare.
    Grazie a Giuseppe e Francesco (che sta reinventando online la “gioia fisica” della rivista come luogo di inesauribile ricerca.)
    M.

  3. Ringrazio Francesco -e per altre 1000 volte lo farò- che ha voluto riproporre qui a distanza di tanti anni qualcosa della nostra “Arca” che ci aveva regalato tanta bella energia ed entusiasmo, due cose non monetizzabili e che,insieme ai testi, lui non intende proprio “archiviare”…Così tutto torna a nuova vita, i testi e l’energia e l’entusiasmo che vi sono incorporati… Un atto generoso e di resurrezione, com’è nel suo stile.
    Però io non posso non provare un moto di nostalgia e un po’ di commozione per quello “che fu”… eppure il Nostro ci dimostra con forza che nulla fu ma tutto è ancora.
    lucetta

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