Dall’inferno

Giorgio Manganelli

     Secondo ragione, dovrei ritenere d’esser morto; e tuttavia non ho memoria di quella lancinante decomposizione, l’opaca decadenza corporale, né delle smanie interiori, terrori e speranze, che dicono accompagnino il percorso verso la morte; ma sì rammento una tal quale aridità e del corpo e della mente; una neghittosità taciturna, un continuato distogliermi da pensieri gravi, per indugiare su immagini tra povere e sordide, quasi giocherellassi con le sfrangiate nappe dei miei terrori. Una pigrizia fonda, e la tenace riluttanza ad una persistita esistenza in luoghi sempre più estranei. Ma non dolore del corpo, e se i gesti mi si facevano via via più angusti, non veniva se non da una mia ripugnanza a muovermi, ad agire nel mondo. Né rammento gesti violenti contro di me: non mi sono suicidato.
     In quelli che suppongo gli ultimi mesi non ero governato né da ira né da rancore; ma da un tedio minuto e insinuato tra cosa e cosa, una paziente accidia che alle cose andava togliendo colore e odore; sebbene talora mi scuotesse un subito orrore dell’abisso, uno scoscendimento che mi si apriva sul fianco, e alla cui verticale discesa rabbrividivo e sudavo e digrignavo, senza tuttavia mai provare la tentazione di precipitarvimi, anzi una brama di fuga, ma impotente affatto.
Sono forse morto per estenuazione, per cedimento dell’anima, o una dissolta alleanza nella mia compagine carnale, e spirituale; e certo io non avevo commercio del corpo che non fosse cruccioso, erano fiaccati gli spiriti animali, e rarefatta intollerabilmente ciò che m’ero adusato a nominare anima.
     E tuttavia non posso più che supporre che io sia morto; giacché sembrano smentirmi una certa consapevolezza di me stesso, e i gesti che credo di compiere, e le parole che silenzioso compito; ma sembrano confermarlo il luogo dove io mi trovo, disteso ma non vincolato a tal giacitura, luogo pervaso di nebbia, poco meno che tiepido ma non freddo, ignaro di colori ma non di instabili forme, come se la nebbia occultasse dirupi, o macigni, o forse animali o altri a me simili; ma da tutto ciò sembra esulare qualsivoglia malizia; sicché, se sono morto, questa condizione patisco senza paura, anche se con la consueta pigrizia, turbata da una erratica interrogazione; giacché ignoro in quale luogo io mi trovi, sempre che codesto nome di luogo non sia incongruo; e che significa “mi trovo”? Ho forse una così chiara coscienza del mio consistere, che possa di me dire che io mi trovo “qui”?
     Sebbene io sia, ora, affatto solo, non ritengo di trovarmi in un deserto; né mi stupirei di trovar compagnia, sebbene ignori di qual sorta.
     Un poco taccio; poi a me ripeto: ma, insomma, sono io morto? E se sì, giacché altrimenti non posso spiegare il mutamento del luogo, che significa, topograficamente, esser morto? Mi rammento di antiche dottrine, e di voci pazienti che mi diseducavano dall’amore di me stesso; gusto un frettoloso odio di me stesso; infine mi dico: certamente questo è l’inferno.
     Se questo è l’inferno, questo è il luogo della mia eternità; è la forma di durata che mi sono scelto, o che mi ha scelto; dunque sono un apprendista di me stesso. Non ho il sentimento, che dovrebbe essere connaturato all’inferno, di una definitiva sconfitta; sconfitta che, per essere totale, consentirebbe una sorta di maligna pace. Quel che significhi non so: ma non ho la sensazione di essere stato sconfitto, o oscuramente sospetto che da questa mia convinzione potrà derivare una qualche specifica angoscia, ma anche una letizia mescolata a disperazione, sentimenti che per la loro acredine mi erano da tempo ignoti. In qualche modo rammento i miei ultimi giorni di vivo e questi non so se giorni, che percorro con pazienza di bruco, come una sorta di callida e peritosa trattativa, un sommesso baratto con alcunché di furbo, maligno e stolido, forse una bestia capace di parola, paziente e avvocatesca. Un lieve brivido mi suggerisce che la trattativa non è destinata a placarsi, qui, nel fondo di questo luogo, e avverto la lieve tensione di chi attende una proposta e si prepara a rispondere in qualche modo insieme interlocutorio e definitivo; giacché ogni rifiuto o diniego è insieme totale e perituro.

(Tratto da: Giorgio Manganelli, Dall’inferno, Milano, Rizzoli Editore, “La Scala”, 1985, pp. 7-9)

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8 pensieri riguardo “Dall’inferno”

  1. Come comprendo il “tedio minuto” e la “paziente accidia” dell’io manganelliano che si dichiara morto. Come comprendo lo stato d’animo di cui Francesco si fa traghettatore…
    Marco

  2. Pingback: Dall’inferno
  3. L’inferno manganelliano è un dolcissimo paradiso, una terra maestosa di oscure ascensioni del corpo e del pensiero, un luogo in cui ci si ritrova perdendosi.
    Ringrazio FM per il post molto interessante.
    SR

  4. Ecco un libro che devo avere ad ogni costo dopo anni di colpevole ignoranza della sua esistenza. Impressionante la cura e la delicatezza nel sentirsi, la descrizione è minuta e dona, passaggio dopo passaggio, quasi una mappa del mondo interiore di chi scrive. Grazie a Francesco per questo post.

  5. Un monumento lussuoso,orgiastico e funereo a Nostra Signora l’Accidia ( e con questo anche all’Ipocondria e alla Noia, con quest’ultima
    anche Oscar Wilde si figurava l’Inferno…)
    Grande Manganelli, la prima volta che lo lessi, ne rimasi talmente colpita , sotto choc, quasi. Scriveva in quel modo ed era uno scrittore italiano! Inaudito.

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