Il libro dei doni – Capitolo IX, 2

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Sergio LA CHIUSA  Mario BERTASA  Biagio CEPOLLARO
Elio GRASSO  Alfonso CARDAMONE  Adriano PADUA
Roberto COGO  Lucetta FRISA  Franco ARMINIO

 

Il libro dei doni – Capitolo IX, 1

 


Sergio LA CHIUSA
[da: I sepolti, 2005]

 

Cinque tavole di Pieter Bruegel

     La caduta dei ciechi

chi l’avrebbe detto che quell’inciampo
quella caduta del primo della fila
sarebbe stata per tutti una rovina:
abbiamo sentito l’abisso a uno a uno squarciarsi
sotto i piedi la spalla amica cedere sotto la mano
e il cielo e la chiesa e la campagna fermi nel silenzio
prima e dopo il precipizio
non badano a quella frana di corpi disarticolati
come noi neppure immaginiamo l’orrore d’uova
sgusciate che ci hanno ficcato al posto degli occhi

– non dovevamo fidarci di quella guida
cieca come noi solo più sicura, presuntuosa –

 

     La torre di Babele

asini da soma eravamo – non uomini:
solo ora lo sappiamo
che abbiamo sfondato il cielo con il capo
la nuvolaglia a velarci gli occhi
e giù la voragine che s’apre
l’interno che abbaglia come carne cruda
e noi insetti morti di fatica nella polpa di mattoni
nell’inferno che a migliaia ci ha già ingoiati
e digeriti

– ma ci siamo sfarinati nelle zolle e poi rinati e ricaduti nell’errore:
solo il paesaggio sembra altro budelli di metallo e ciminiere
e noi comparse a sbudellarci per un nuovo Costruttore –

 

     La salita al calvario

chi di noi vedeva
che il cielo s’addensava sopra il Golgota
che i corvi andavano volteggiando sulle croci
non eravamo che un’unica massa di gitanti
era il vento o cos’altro a sbalzarci a sballottarci
come mille pagliuzze cartacce su su
che il sangue del giustiziato è miele per le api
così andavamo in tanti giocando azzuffandoci
come a una fiera di paese
e in mezzo – invisibile – un Cristo in miniatura
tra noi Cristi in miniatura
chi lo vedeva chi

il crocifisso dipinto e ridipinto e scolpito
e appeso su tutti i muri delle scuole se a volo
d’uccello non c’è primo piano e non c’è sfondo

 

     La caduta di Icaro

qualcuno – pazzo – si è sbendato
al sole: si sperde nell’aria
un bruciaticcio di piume – non sapeva il corpo
ch’era troppo pesante per il cielo
che un semicieco non può che sarchiare il suo
orticello arcigno levare appena il capo
ai miracoli di luce come il pastore dalla mandria
o buttare a caso
la sua lenza nei fondali oscuri: avrà successo
il pescatore che pazienta sulla sponda
il profitto dell’attesa sarà uno scampolo d’abisso
che s’impiglia all’amo

– e non ci saranno testimoni per le ali accartocciate
per le nostre gambe d’Icaro che annegano tra i muri –

 

     La gazza sulla forca

non sapevamo che solo la forca
sarebbe rimasta segnale
del passaggio il nostro corpo di legno
la gazza a balzellarci sulla gobba;
e in un angolo i pochi sopravvissuti
ancora defecano e danzano
per poco ancora protetti dal fogliame

– non sanno che senza di noi sembra rifiorire
il paesaggio aprirsi la vallata accogliere aria
e sole e luce come una nuova terra primordiale –

 

**********

 


Mario BERTASA
[da: Stato dell’arte, inedito, s. a.]

 

rotola per chissà dove il bottone
strappato dal grembiule, un bottone, due, tre,
di quelli di madreperla, che nello strappo
si possono spaccare fra i due / quattro fori,
e allora addio, è buttato per sempre,
che peccato, ma se una suora ne ritrova
uno intero, lo mette da parte con cura,
ché prima o poi qualche altro grembiulino
ne rimarrà senza – e se il terzo bottone
fosse rotolato in un tombino e fosse
ancora là dopo trentacinque anni?
come vorrei che un pezzo di me, due, tre,
fossero ancora là. E anche là. O là.

«Eri arrivato a casa con un solo bottone
sul grembiulino [nero] e avevo detto:
è solo il primo giorno di scuola,
cominciamo bene!» [così mi ha detto
non molto tempo fa e fino ad allora per me
era come se non li avessi mai persi gli altri tre,
nella memoria e per davvero, così, poi bam!
l’immagine precisa, io e l’altro che ci pestiamo,
precisa con tutte le forme i colori la luce dell’ora
di uscita da scuola il primo di ottobre, in cortile
con l’ombra di un’enorme colonna del portico ma,
ma senza i bottoni,
eravamo stati gli unici due a fare la figura
di saper già leggere spediti davanti a tutta la classe,
forse è cominciato così il mio pezzo d’attore e forse
(quasi quasi tolgo anche il forse) tutto
il relativo corollario di gelosie e invidie
professionali] «Poi per fortuna che hanno abolito
i grembiulini! neri! ma che colore!»

si può spaccare la zip o la clip,
ma rimane cucita o aggrappata alla stoffa, almeno
[forse è iniziata così la mia predilezione
per girocollo e lunghe cerniere
una volta fuori di scena] un problema in meno
nel rammendo dei ricordi ma,
ma è lo stesso: si slacciano. E per molto meno

 

*

 

[pollution]

sapevamo tutto dell’impollinazione
stami nettare corolle
in classe la maestra spiegava i cartelloni
api vento pistilli
e anche come il fiore fecondato fruttasse
buccia polpa semi

visto che le api non sciamavano in casa,
poteva solo il vento aver assistito
alla nostra nascita, ecco perché
due genitori mentre dormono
stanno così vicini: non perdersi
la più sottile brezza – qualcuno
ha la fobia delle finestre aperte
ecco perché rimane senza figli

ecco perché nei fiori s’incarna
il simbolo dell’amore puro
non han bisogno di abbracciarsi

mele nocciole ciliege nespole
ma soprattutto pollini da gennaio
a settembre le mie allergie

no no no no no!
non pensate che io sia
allergico all’amore corporale
la scienza l’ha dimostrato:
tutti quei disinfettanti
che mi cullavano
l’eredità genetica
la ciminiera della fabbrichetta
a venti metri dalle case
soffiava nuvole nere e basse
io abbandonavo i giochi
in strada cogli occhi rossi
il fiato accasciato sul muretto

anche questo spiegava la maestra
polveri gas tossine
lo denunciava al sindaco e noi
fiducia speranza avvenire
le credevamo, a che serve sennò
fisica chimica biologia
sapere tutto dell’impollinazione?

 

*

 

ci riservate il vostro più profondo disprezzo
e possiamo capirvi: sbranare cadaveri
non è uno spettacolo edificante.
Anche i nasi di noi sciacalli erano più
raffinati un tempo. Ma le prede
dei nostri antenati hanno sviluppato
fino alla perfezione le strategie per sottrarsi.
Non c’era più nulla da mangiare in giro.
Un vecchio capretto schiattato, rigidi più
del cuoio i muscoli, non scappa, né un piccione
sfracellato dopo un volo erroneo contro
un autocarro. Credete voi che accontentarsi
di carni dove non scorre sangue caldo
sia stato facile? Ma è acqua passata. Più
non se ne parli.

Oggi la questione è un’altra: restituiteci
la nostra dignità. Quelli fra voi che consumano
gli avanzi decomposti dei bilanci societari,
le derive disidratate dei flussi finanziari,
li chiamate mecenati; artisti invece quelli
specializzati nella suzione del midollo
dopo che i soliti rapaci han ripulito le ossa.
A loro va la nostra stima. Anche per loro,
come per noi, non c’era nient’altro in giro.
Ma a loro un nobile titolo. A noi: spazzini.
Credete voi che sia facile farsi passare
la fame trastullando le mandrie con ogni
sorta d’intrattenimento nella speranza
che si lascino indietro il primo che ha
tirato le cuoia?

Anubi accompagnava i vostri antenati
nell’oltretomba: lo scolpirono con un viso
che è il nostro. Ci chiamavano canis aureus:
del miglior amico vostro noi i più rilucenti.

Ma quel che più ci rode è che oggi
l’onorato nome di sciacalli con disprezzo
lo affibbiate a chi visita case non sue dopo
un bombardamento un’alluvione,
a chi fa soldi sulle debolezze altrui, a chi
traghetta clandestini a peso d’oro e va
in prima fila ai funerali dei vip

che cosa abbiamo da spartire con costoro?

ma se proprio insistete
ad abusare del nostro buon nome…
ci sono magazzini nelle vostre città pieni
di carcasse di animali da pascolo chimico
lasciate frollare a puntino… Sappiamo dove sono…

 

**********

 


Biagio CEPOLLARO
[da: Nel fuoco della scrittura, 2008]

 

oltre i segni dicemmo e intendevamo
un agire silenzioso dentro il ritrovato
limite del dire: scontata l’infinita
rifrazione del senso per chi ascolta
come per accettazione euforica
di un limite appunto che diventa
nuovo punto di partenza: il senso
è più vasto della poesia come la vita
sempre lo è di ognuno di noi

e crescere è stato ogni volta venire
meno ad un altrui riconoscimento
non appena si fosse coagulato
anche per poco un senso nel flusso
di un dialogo: le identità fanno
male perché non sono vere

forse era questa la vera
diffidenza di platone per le forme
mutevoli del mondo: ciò che più
ci appartiene è in fondo
ciò che resta segreto anche a noi
e non è una cosa non è un modo
di fare o di pensare piuttosto
è il fuoco del pensare e del fare

che non ha nome

 

*

 

ormai non sono le parole ad indicarci
e le parole della storia ad una certa
età suonano come storia di parole
passaggi di convenzioni allucinazioni
condivise in forme di vita
addensate o rare come di nuvole
si dice del clima: una parola
commuoveva mio padre
al pronunciarla: provvidenza
solo il suo suono gli faceva
compagnia: parole-sostegno
che fanno da contesti o farmaci
come sicurezza continuità
ma servono solo a contenere
se c’è una nostra intenzione
una paura un’ossessione
dietro di esse può esserci
di tutto e il suo contrario
come quando si dice
arte e ognuno vi spedisce
dentro la cova di un sogno
di un rimorso di una presunzione:
ogni giorno questa parola
smette il suo vestito
e dopo tanti anni di eleganza
e nudità dopo l’acre
odore dell’insistenza
delle prove smesse
è ancora lì come una semplice
parola che mi chiede la vita

 

*

 

le parole della poesia sono usate
in modo improprio sono oggetti
trovati nel dire comune
nei libri nell’esplodere
nuovo delle consonanti
o delle labiali in guerra
con le sibilanti
le parole della poesia sono quelle
più legate alla bocca che dice:
la bocca letteralmente fa
le parole grazie alle corde
(che vuol dire cuore)
e al resto ma il resto
del dire chi lo fa? la necessità
di sopravvivere si dice
lo strumento l’intelletto
che discrimina tra la fiamma
che scotta e la memoria
dell’infante alle prese
con una candela

ora libero le parole dall’inganno
di veicolare da sole un senso
e le guardo da fuori per ciò
che sono: tracce scure
o lucenti di un fuoco
segni dell’unico poema
che davvero scriviamo
quello dei passi sul bianco
sul punto di sbiancare
che mai abbiamo detto
-anche senza saperlo-
qualcosa che non fosse
attesa –anche ripetendo
il già detto- che il dire
è sempre futuribile
come lo è ogni istante
in cui cuore e coscienza
si aprono a quest’ordinaria
meraviglia di stare
e da questa prospettiva
si compone il tempo
di forze elementari:
un’energia che sale
che si congiunge
che cala e lascia…

 

*

 

davvero non sappiamo se questo
è stato il primo
universo a comporsi in unica
spirale di luce
e di anni
oppure è uno dei tanti
innumerevoli come quotidiane
esperienze di un demiurgo
che conta i suoi anni
in eoni
se così fosse fin qui
avremmo confuso una lirica
breve se non un epigramma
col grande poema
di chi sognando crea
e saremmo davvero più piccoli
messa così: cosmocentrici
altro che fissati sul minuto
che l’europa conobbe
di rinascenza…

anche per questo il piccolo
è tale solo perché si perde
in piccinerie mentre si sa
che il pericolo più grande
per il viandante è lasciarsi
distrarre lungo la via
e presumere di avere
amici che sanno
laddove ognuno di noi
ignora l’essenziale:

fa ridere
l’illuminismo: sembra
talvolta la boria dei ragazzi
che scendono in città
e credono le strade quelle
del paese che si può urlare
tenere lo stereo dell’auto
ad alto volume in cascate
di suono dall’aperte
portiere
ma un modo è ancora aperto
per accedere a cosmica
dignità : le movenze
di un gatto o anche certi
nostri silenzi di fronte
alla vita e persino
alcune nostre parole
continuano da piccoli
una grandezza che non avremmo
sperato

(…)

 

*

 

di questo impensato possiamo
tracciare un segno che per ironia
della sorte corrisponde
allo stesso emblema
del pensiero:un triangolo
o due capovolti coincidenti
al vertice: eppure questo
è l’impensato la congiunzione
che qualcuno riattraversa
in sé come cosa non solo
sua ma come moto
che ripete il gran ritorno
degli universi così come
lo raffiguravano gli antichi
nella forma di clessidra
o di due teschi
allora vedi come la linea
che demarca il pensare
dall’impensato si assottiglia
e come ogni certezza
non ha nulla di evidente
ma si sostanzia di altra
intuizione: della radice
di cui noi tutti ora
siamo appena un sospiro
che ritorna

 

*

 

il nero quando giunge non avverte
e non è il disguido l’inciampo
che conferma il percorso –questo
succedeva all’inizio quando si credeva
di sapere- no quando davvero
arriva il nero –se arriva perché
bisogna essere già abbastanza
avanti per quel colore- non avresti
mai potuto prevederlo
il nero minaccia di cancellare
l’universo e solo per effetto
collaterale e secondario il suo
creatore

è così che ti ritrovi in mezzo
alle forze e lo sforzo è quello
di ordinare distinguere passato
da presente e stabilire di chi
sia il passato dal momento
che non sai più di chi
sia il presente

poi il tempo –se sei fortunato
e imbocchi una via che sia
la via- svapora d’un tratto
e ti accorgi con grande
meraviglia che non è il tempo
il problema ma ciò che lo sovrasta

noi non siamo attrezzati per questo
non siamo addestrati e intorno
tutto ci parla di altro: a cominciare
dal fatto che stando al senso
comune che si prova ad imporre
nessuno muore mai al massimo
sparisce senza traccia lasciare
ma questo è il minimo l’importante
è che nel durante non si sa cosa
fare e allora si fa di tutto palestra
chiacchiericcio carriera d’ogni
tipo quel che conta è tenere
premuto un sol pedale mentre la macchina
può andare solo usandone tre
questa è l’omissione
la diminuzione è altra cosa
che volontariamente si cancella
il di più dalla vita e quel che resta
è vuoto da colmare con indagine
appassionata e sistematica
tutto comincia col nero ed il miraggio
che si presenta la prima meta è
il bianco
ed è bianco ciò che vedi diminuendo
da qui le parole vengono a mancare
come dopo la pioggia che puoi
dire della luce al suo primo
apparire? ma del bagno di sole
che ti prende per strada
come dire? non è vero
che tutto possono le parole
e più spesso di quanto si crede
l’universo averbale interseca
il nostro a cominciare
dal sospiro banale fino alla più
squisita estasi dei santi

(…)

 

**********

 


Elio GRASSO
[da: Una seria minaccia, 2008, inedito]

 

1.

L’amore sta dentro gli antenati
lei ha uno scafo possente non è
schiava dei marmi ma un pugno
risposto alla bocca destra del
gran politico del grande idiota

le sue pietre fendono la sabbia
cadono nelle tasche del poco
allegro la sua testa il suo fegato
rivolti al palazzo alla semina
è quel privilegio dei sommersi

dei caduti nel baratro più nero
che rosso sanguigno o carnale
come l’amore ritrovato il suo
sistemare negozi la pace incivile
della radice che sale alle fronde

quasi un lavoro schiantante
deluso rintronato nel ventre
del grande politico dell’idiota
ridente ma è vigore quel suo
amore persino levato dal letto.

 

2.

L’amore sta dentro gli antenati
sarà che l’uomo è chiaro poetico
pronto ai giuramenti il degrado
lo sfiora quanto irragionevole
sia restare vivo restare tiepido

pur premuto alle spalle al pari
di un migliore atto quasi politico
quasi importante ma raccolto
nel rauco suo animale domestico
nel rauco corpo automobilista

indifferente alle rese albe rese
vive però taciute quanto l’idiota
comprende il veleno il drenaggio
nella sua stanza quel suo corredo
sono denti avvelenati amorosi

pacifici insistenti come questa
poesia già troppo importante per
lasciarla arrochire nel suo palazzo
nella piazza drenata come il gran
corpo nudo della carne amorosa.

 

3.

L’amore sta dentro gli antenati
oggi non è uomo di figli questo
gran corpo trasportato alle rampe
sopra le briciole dei ragazzi dei
minuscoli piedi feriti imbarazzati

all’uomo mancano figli oggi non
potrebbe spargere memoria
oppure rimbombi dai crani alle
setole ventrali che sfondano ora
i nidi delle mogli questi parassiti

concreti delinquenti però idioti
come parlano del rischio della
garantita catastrofe a morsi danno
querelanti danno minerali astuti
concavi inganni di slancio densa

memoria del denaro dell’astuto
complesso sazio e perfetto quasi
un miracolo degli anni spavaldi
dei drammi convulsi delle uova
stipate in gola ereditate eterne.

 

4.

L’amore sta dentro gli antenati
da qualche parte il secco cervello
ara le giovani carni quel grande
amore gotico linciato fra solite
piogge soliti denti affilati nel

grande chiasso degli zoccoli
delle facce severe ma distinte
ma che strappano brandelli
discorsi contriti calcoli sbagliati
di facile scommesse tra fratelli

il secco cervello altrettanto idiota
perenne il suo potere deruba
i ventri i santi muscoli dei glutei
i dorsi stesi nel dolore concreto
di una inchiodata ma diligente

rivolta se fosse una sigaretta
dentro la nebbia dentro la nera
caverna delle strade un’anima
sola misurerebbe la stupefacente
cordigliera di queste giovani armi.

 

5.

L’amore sta dentro gli antenati
qualcosa che sa di tempesta
ma una quiete remota viaggia
nei grassi profumi delle rampe
di lancio qualcuno è scontento

il fuoco manca su questi pontili
mancano gli uomini sorpresi
della loro sepoltura nelle capsule
gli orologi frugano sul fondo
delle gambe scoperte ma sono

le donne più scure a raccogliere
il lenzuolo intriso il nudo corpo
dell’idiota appeso chi oserebbe
passare il valico soffiare i fumi
delle rampe ma resti nei serbatoi

sono l’amore che sconfina quel
privilegio delle sane uguaglianze
a voltarsi a chinarsi a strappare
al ventre dita annodate al vanto
dell’ultimo rampollo mortale.

 

6.

L’amore sta dentro gli antenati
però abbatte al crepuscolo l’acqua
scarica diversi pesi sulle spalle
le donne si tagliano le dita quiete
afferrano le gambe degli uomini

al sole calante tutto quel luccichio
va diritto nel mezzo delle pietre
rimaste a guardia dei gran palazzi
chi oserebbe chiudere il pugno
più incerto rimontando i dorsi

delle più belle ma offese distese
risorgenti dal ventre alla morsa
alimentare di certe bocche dentro
la testa abbagliante del gran idiota
la sua schiuma distesa in piazza

ma quante sono le appassionate
che affondando la notte gli amori
in questo baratro ventoso solenne
caldo africano già tanto ricco da
strappare la fine alla fine consumata.

 

7.

L’amore sta dentro gli antenati
questo sentire più forte il rombo
dell’ultima pietra mischiata al
fango diga rotta le vene del nulla
uscite nel mondo ora affondate

dentro la brulicante nuvola rossa
invasiva invadente lo stesso fuoco
scritto alla rovescia dal biblico
contorno quel pianto durato anni
finito in torridi minuti un lampo

davanti alle madri ogni mattino
la padrona dirà al cielo non suo
la foga antica della schiusa del
rapace incenerito sullo sfondo
più antico che si conosca queste

parole una massa totale inferiore
grande concime celeste e mai più
parte del tutto ma raffiche totali
ora dolcemente quel compiersi
fangoso rumoroso avido fuoco.

 

**********

 


Alfonso CARDAMONE
[da: L’ombra lunga del mito, 2005]

 

ogni volta che torno a dirti t’amo
(la parola, il mythos)

ogni volta che torno a dirti t’amo
vorrei scorticare la parola e farne
la superficie d’uno specchio oscuro
ogni volta che ti so lontano
vorrei scavalcare il tempo e rispecchiare
le immagini delle consumate ore
ai riflessi inquietanti dei domani

 

forse perché nel sangue giace ancòra
(il minotauro che è in noi)

forse perché nel sangue giace ancòra
làbile come il profumo d’un codice
corrotto un graffio di bestemmia i giorni
che frantumano il presente col rimorso
attraverso dell’antica bestia doppia
che sognammo

 

nessuno seppe mai dire perché approdammo
(teseo e arianna)

nessuno seppe mai dire perché approdammo
all’isola di nasso ma forse è vero che
di nient’altro si trattò che di menzogna
da divinità invidiose consegnata
ad agiografi biliosi per i posteri
i muri del labirinto ancora sanno
le impronte che lasciammo nelle soste
ad ogni nuovo incontro ad ogni nuovo abbraccio

 

il volo d’Icaro

e forse fu proprio perché non ne poteva
più di quell’ossessione cupa di intestini
sterminati e labirinti che gli rodevano
il cervello che Icaro tentò gli spazi
astrali agognando il sole o forse il desiderio
fu di rovesciare l’orrida prigione infera
paterna che lo spinse -lui già nel nome
sacro a Ecate selvaggia- a librarsi sulle acque come
gli intestini e il labirinto immisurabili l’occhio
volgendo in alto e la nostra impura
scienza non saprà dire se il compasso
a tracciare dimenticò intenzionalmente
ovvero se spregiando mai non l’ebbe

 

il linguaggio dimenticato

avevo dimenticato la metafora
barocca dell’arco irregolare delle
labbra scintillante sotto i liquidi
orizzonti degli sguardi oggi è
fatica alla mia rammemorarli
sintassi zoppa e senza slanci

 

tra l’urlo lascivo di pantera ombrato
(l’ombra di dioniso/apollo)

tra l’urlo lascivo di pantera ombrato
di muschio e l’onda abbacinante di luce
che buca il cervello al senso precario
delle cose la danza di zoppa pernice
involve un destino frantumato di tempo
e d’affetti mostruosamente assetato

 

l’ombra lunga di asterione

tutte le città mi sono estranee
che io attraverso ad occhi
stanchi già sento il passo della gòrgone
che s’appressa e apprendo che non c’è
spada d’egèo a fare
l’istante bello

 

l’enigma di Tàlos

con passi pesanti percorreva Tàlos
il perimetro della propria esistenza
e poiché i passi erano sempre gli stessi
come d’altronde il percorso eterno sognava
di essere più che la luna che muore
e risorge fino a quando il fato con càllida
mano la vena gli effuse che il corpo
correva d’incorruttibile bronzo
l’ombra gli cadde improvvisa su gli occhi
e nello stesso momento in cui lo ghermiva
la morte seppe che solo morendo
era vivo che in vita era morto

 

**********

 


Adriano PADUA
[da: Le parole cadute, 2008]

 

3.

in noi due come bestie
sono intrappolate
poesie dove tutto
tace

annegano nel liquido
nero della terra
dando ai nostri corpi
quello che con gli occhi
loro
non possono vedere

ed è luce comunque
indipendentemente dalla folla
che è morta
di monotonia
vicino al tuo vivo silenzio

 

5.

il senso delle cose latitante
ridarlo con criterio
in seguito impazzire nuovamente
coscienti che la storia non ci unisce
e noi gli andiamo contro
cercando di nascosto
il modo di aspettare e di proteggersi

divisi
in parti diseguali
i giorni sono fili troppo tesi

 

6.

fermo immagine muto
prima ancora di dire
le parole importanti
destinate a restare
uguali

ricordare un po’ tutto
anche quello che non
hai vissuto per niente

un’insana passione
ci vorrà per poter provare
l’abitudine
che resiste oltre ogni
nostra rabbia

 

7.

sono limitato ad ogni sogno
da gerarchie ed obblighi
sociali e di lavoro
sto a quest’ora assurda
senza dormire

il mio
amico inesistente mi ha convinto
e devo organizzare in poco tempo
una cometa
da recitare al pubblico
con dedica

 

9.

sei tutto
le prime ottanta cellule felici
le foglie che si bruciano
la virgola mancante
dal testo in cui tracciamo traiettorie

sei pulpito silente
nei vuoti d’aria della realtà
in queste vaghe attese
bellezza a doppio taglio tra le rime
che è lama e si sostiene nonostante
tutto accadendo più improvvisamente
mi sembra consacrarsi

ti ascolto
ripetere che non si può curare
il male che ci spetta

 

10.

usare la prima persona
a volte fa male
e l’effetto
traspare

esiste un mare di fare
di fuori
un innesto
che ci tocca comprendere
nel medesimo gesto

presto avremo possesso
di un bordello di gioia
molto fragile

 

12.

dando senso al pensiero
l’infezione contagia per bocca
è viva nei corpi

altrove
la notte ha come una
ipnotica armonia
il cielo è resistente
stabile e superiore
è fatto di grafite e di paura

stropicciata e sporcata di luce
riecheggia la sua superficie

 

18.

immobili al cospetto
di astri ininfluenti e rime facili
rimangono
i libri in equilibrio

la morte recitandoci
non rende bene i crolli
dello stabilimento che abitiamo
l’involucro di pelle

guardando fisso il sole
è troppa
la luce che ti acceca

 

**********

 


Roberto COGO
[da: Alfabeto naturale, 2007-2008, inedito]

 

     Un vuoto inesauribile

stipati come il krill nella prigione di bolle…

la fosca megattera spalanca l’immenso cavo orale
per inghiottire e poi cantare

 

*

 

belli gli acquazzoni di settembre
riempiono la strada di suoni e fruscii del tutto speciali

calano con foga strascicando cartacce e pensieri
sull’onda del vento

picchiettano sul vetro i nostri umori di traverso
viaggiano in obliquo appesi a una maniglia di cielo

 

*

 

decidersi è immolare l’attimo
renderlo tenero fratello alla fuga delle nuvole

saperne dire nello sconforto indescrivibile del monte
che evapora alla vista
e sguscia via

è poesia del vuoto inesauribile
mentre si desta e leva nel bel mezzo del bosco

 

*

 

l’idea remota di un tutto fatto di opposti
che converga in un attimo di pienezza e svelamento

l’idea assurda di un’arte immediata
semplice e complessa insieme limpida e oscura

l’idea fatale di una ricerca inesausta
un progetto infinito una domanda sempre aperta —

sarà ancora in altri tempi e luoghi
nei ruvidi innesti tra gli anfratti della sassifraga gialla

 

*

 

il mondo era perfetto prima di ogni nostro intervento
la quercia e il nibbio conviventi

la pecchia alata era partecipe e viva
presente al nostro destino…

ma la fiamma che divora poi per gradi s’ingolfa
estinguendosi con lentezza

 

*

 

l’acqua verde-cristallo risale dopo le piogge
spazza via ogni difetto ogni residuo d’alga
sembra frizioni la testa ai massi
li fa lucidi armeggiando tra le pieghe
poi ficca una lingua fresca nei vari interstizi
zampillando ancora nella valle stretta

a pochi metri di distanza una strada assolata

saranno altri tentativi nelle ore meridiane
qui seduti sulla vecchia coperta
foderata dal muschio del muretto a secco
in attesa di un ritorno al segreto del posto
come in un piccolo porto
sepolto nel silenzio —

senza mai smettere di pensarci vivi e diversi

 

*

 

la stessa acqua lo stesso rauco richiamo
nel ventre stretto della valle —
l’odore ferroso minerale come un’esca
ad ogni nostro passaggio

più a valle indietro nel tempo della tintura
sversata nel canale — tra filati e tessuti
la stessa acqua come sangue che ribolle
nelle vene antiche della città della lana

 

*

 

la luce è del sole e regola la vista agli insetti
in un risveglio di fine settembre
le piante assorbenti in accumulo d’energia
tra i richiami e i gorgheggi di uccelli iperattivi

qui dove nessuno si ferma
nel luogo a malapena intravisto
le foglie dall’orlo mangiucchiato appese a un lembo d’estate

nel luogo di cui nessuno si cura
dov’è solo possibile perdersi
il sole dissolve dubbi e sventure
svapora i rimorsi a chi ha smesso nel tempo di volere…

si scoprono fiori proibiti
foglie dal nome sconosciuto e strani insetti bellicosi
trafitti da un’acre fragranza

e una nulla pretesa

 

*

 

i lecci del castello s’aprono al mondo
sul filo della memoria come un verde respiro

l’ossigeno rientra nell’alveo sensibile
pronuncia una parola ora fattasi sapiente —

la corteccia tutta si fessura con pacata eleganza
accoglie gli sguardi negli incavi

nei suoi vuoti d’aria sembra fissare il tempo
su un’immagine di luce

 

**********

 


Lucetta FRISA
[da: Porta Rosa, 2007]

 

Porta Rosa

                         a Vincenzo Guarracino

Sono venuta da morta a riprendermi la luce
sparsa fuori di me mentre ero sottoterra.
Non la depongo prima di tornare al buio
come una veste effimera ma voglio trattenerla
sulla mia pelle vuota per il dio compiacente
che mi ha lasciata andare. Io non attendo
segni dall’alto o dal basso. Mi è bastato
vedermi risalire sulla quadriga elegante
con i cavalli neri dal passo lento una danza
silenziosa ma senza il corteo dei parenti
in lacrime e i carri col mio corredo:
tutto questo è dipinto per chi resta.
La discesa nei muschi della notte
non fu poi così buia sapevamo
che una sorta di fuoco ci attendeva se
– come dicevano – l’oltre sarebbe stato
il rovescio di questo mondo, le sue apparenze
tutte capovolte se sfiorate
dalle mani degli dei.

Sono venuta qui trapassando le pareti
della tomba di notte non sapevo
che la voce di noi morti può piegare i muri
farci tornare indietro dove vogliamo.
Ho perduto i cavalli per strada, lasciato
la barca legata a un’onda ferma
camminato scalza sulla spiaggia di Ascea
udito i galli cantare non so se per condurmi
qui o riportarmi alla tomba, ho visto nascere l’alba
l’impercettibile agitarsi del cielo oh finalmente
anche il cielo è tornato e anche il vento
che agita davanti agli occhi il mio velo nero vi dirò
che questa aurora provvisoria è più bella
dell’altra infera – premio inadatto a noi umani.

Io cerco la mia casa. So che è ad Elea ma dove?
Affondata al centro della terra, schizzo di fango
tra il fango nell’infinito inferno delle cose distrutte;
devo pensarla sotto i miei piedi guardare
il terreno come specchio che mi rimanda
le immagini profonde fino a me fino alla gola
che soffoca mentre il cuore si spacca di nostalgia?
O devo solo guardare il cielo indovinare
figure nelle nuvole alte – e respirare – non desiderare altro?

Adesso in giro non vedo nessuno. Pietre
che furono umane dimore templi abitati
dagli dèi dove i filosofi carpivano nei numeri
i loro segreti radunando mendicanti
di verità e sui gradini il grande Asclepio
curava i mali dei pellegrini facendo miracoli.
L’acqua non c’è più. I pozzi secchi i porti insabbiati.
Pietre e l’erba fresca tra loro, allegra. Cielo e vento.

La mia casa era ai piedi di una strada in salita
e in cima una porta grande di pietra dove passavano
muli mercanti cavalli armi guerrieri
donne che salivano in fretta con la schiena curva come
cani, aiutando gli uomini a reggere i carri e di notte
ingannavano le sentinelle per fuggire perdersi dall’altra parte.
Erano serve dagli occhi bassi, sacerdotesse, prostitute.
Forse le attendeva una nave.
In questa luce di mezzogiorno tutte le ombre
si coricano rasoterra e i vivi non vedono nulla.
Non è l’ora di chiedere o rispondere. Supini, si tace.

Io stavo sulla soglia. Le soglie uniscono e separano.
Amavo l’interno delle stanze la loro protettiva
quiete ma amavo la luce la gente le voci.
So che lassù Porta Rosa si tingeva di rosa
per chi saliva all’alba e di rosa al tramonto
per chi tornava da nord. Separava e univa
le ore di luce e buio insieme a noi, i vivi.
Si apriva a sinistra sullo spazio azzurro
illimitato del mare a destra su quello verde dei campi.
Ora che sono qui rifarò quella strada sterrata e poi
varcato il crinale per l’ultima volta sentirò
alle spalle il peso doloroso del paesaggio
con la mia casa morta e qualcosa
come una lama mi squarcerà corpo e spirito.
Sentirò mia madre chiamarmi per nome e sarò
indecisa se restare qui a piangere senza lacrime
o ritornare sola nel regno del buio.
La luce – questa – potrà soccorrermi? Il suo respiro
ha traversato le parole dei saggi. Sento
il suo fuoco leggero bruciare il mio velo nero. Io so
che lei dà giusta sepoltura ai divisi, ai tormentati.
Mi affido per sempre alla sua polvere.

                                                          (Velia, settembre 2007)

 

[Porta Rosa è la porta greca -ancora intatta- che domina dall’alto della collina,le rovine dell’antica città di Elea (Velia) dove nacque la scuola eleatica di cui furono maestri Parmenide e Zenone.
Chi parla in prima persona è una donna velata che ho visto dipinta in una tomba del museo di Paestum.]

 

**********

 


Franco ARMINIO
[da: L’anguilla sull’autostrada, 2008, inedito]

 

la poesia deve mirare
il centro della terra,
lì dove non potrà mai arrivare
la pagina di un libro,
la carta di una caramella.

 

*

 

mi avvince l’idea di trovare una poesia
che striscia sul fondo di se stessa,
senza idee, senza musica, uno strisciare cieco,
adesso o sempre, mentre
i bimbi fanno i loro giochi prima di uscire:
fra poco uscirò anch’io
e chissà quale amarezza mi cadrà dentro
e domani la metterò appesa a scolare,
io cado dentro l’amarezza che mi cade dentro.

 

*

 

il dolore è una buona sveglia.
i versi stanno dopo una curva
dopo che sei uscito di strada.

 

*

 

c’è sempre da scrivere un’altra cosa.
quella che abbiamo visto
non è mai la rosa.

 

*

 

scrivere è tracciare una strada nel mondo.
non importa poi chi la percorre.
la strada non muta il paesaggio
precedente,
non copre nulla.
io scrivo perché manca un’ora
al nostro incontro
e quando questa ora sarà passata
ancora mancherà qualcosa.

 

*

 

la poesia
richiede la morte
di cose molto care.
un verso perfetto
un vero grande pensiero
hanno la stessa forza
di un buco nero.

 

*

 

dettavo i miei versi nel verde
d’una centoventisette.
ero chiuso
e deserto.
pestavo l’anima in ogni verso.

 

*

 

mi affanno a piantare lapidi
sui fogli. io scrivo
pure quando non ce n’è bisogno,
fino a tardi
fino a quando il cuore sembra
una corda sul punto di spezzarsi.
molte volte ho scritto in ginocchio
l’ultimo rigo, l’ultimo castigo.

 

*

 

deve riposare paziente nel mio peso
ogni parola
prima di tornare al cielo
impallidita.

 

*

 

penso una poesia che dica
chiaro e tondo
ciò che vuole.
penso a uno stato di esposizione
a una poesia che ci trascina
come si trascinavano i suicidi
con un pugnale nel cuore.

 

*

 

la poesia è come un’anguilla
sull’autostrada,
non è la letteratura
e le sue trame,
è il lampo di luce
che la distingue
dal catrame.

 

***

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13 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo IX, 2”

  1. i titoli stessi dei vari doni portano ad una specie di percorso, anche, ma non solo. all'”L’ombra lunga del mito”,
    caduta o fuoriuscita dal buco
    con “la poesia come un’anguilla/ sull’autostrada,” se “scrivere è tracciare una strada nel mondo.” (Arminio)

    “lo stato dell’arte” pollution (Bertasa) o dripping

    o, sulla suggestione delle ” Cinque tavole di Pieter Bruegel” che mi hanno fatto venire in mente un uso simile dei quadri fatto da Enzensberger ne “la fine del Titanic”, proprio dal canto VII “Ultima cena. Scuola Veneziana XVI secolo” di questo poemetto i due versi
    “Quante altre volte mi toccherà dirvelo!
    L’arte senza il piacere non esiste.”

    Grazie perciò dei doni. Ciao!

  2. Molte persone care, qui, da Lucetta a Franco a Elio.
    E altri amici da leggere, da trovare.
    I doni sono doni.
    Molto bello, qui, come essere a casa.
    Marco

  3. Una suggestione musicale molto profonda si prova a leggere questi testi diversi tra di loro ma che raggiungono un valore corale davvero intenso.
    Sempre magica Lucetta! (e straordinario sempre il lavoro di Francesco).

    Cristina.

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