Le parole che dobbiamo imparare

Nadia Agustoni

Le parole che dobbiamo imparare.

A chi scrive dall’esilio o dalla solitudine, da un’esperienza del margine vissuta a tratti collettivamente e quasi sempre individualmente, l’incontro con chi è già di là del margine, forse senza averne toccato l’alterità, è un arduo confronto. Uso parole come esilio, margine e alterità perché ognuna racchiude uno dei significati che hanno investito scrittura e vita di alcune generazioni negli ultimi decenni. Ci siamo affidati alle parole perché sono il luogo in cui immaginare l’utopia diventa possibile, ma l’utopia è ciò che non è mai presente, più simile al riattraversare il confine da parte a parte ogni volta, che a una concretezza. Qualcuno, dopo averle amate, ha rifiutato le parole, da principio con la forza del grido e in seguito facendo suo il diniego di un “Bartleby”, ma nonostante tutto quel “di là” utopico ci è rimasto precluso. Per questo è difficile sentire nostro questo tempo, ma cosa voglia dire scoprire un altro tempo, cosa compiono le parole quando hanno la presenza della propria tragicità e ci portano un’esperienza completa dell’umano, noi possiamo saperlo da altri.

Quando la libertà ha profondo significato noi siamo liberi nel luogo di noi stessi e nostro è l’esperire dalla vita una poetica. Le landmarks dell’opera di Cristina Annino sono degli incroci in cui confluiscono i temi a cui lavora con la “selvaggia pazienza” del poeta per le parole.(1)
L’interrogazione poetica di Annino ha come forte momento di conoscenza l’amore. Ma questo amore va pensato in senso dantesco, quell’interrogare le cose con “intelletto d’amore” che nulla concede al sentimento assai più facile che usa l’amore come pretesto, ma senza la simpatia di chi vuole conoscere per ciò su cui indaga. Se per Keats il poeta è la “più impoetica di tutte le creature”(2), Cristina Annino sembra credere che anche la materia con cui il poeta lavora è o deve essere impoetica. Pertanto vediamo agire in tutta la sua opera quell’attingere al “deposito di immagini cieche – che si tratta appunto per il poeta di risvegliare”(3), quell’incredibilità dei versi che ci colpiscono con figure e discorso mentre aprono crepe nel nostro presente e ricreano il reale. Lo ricreano con parole precise, con una esattezza chirurgica che ad Annino è data dall’attenzione a ciò che descrive, ma nello stesso tempo si coglie l’intera gamma dei colori sulla tavolozza (non a caso è anche pittrice) e un significato che dal particolare sa astrarsi fino a comporre un intero universo, complesso ma non indecifrabile, piuttosto sorprendente nel costringerci a seguirla intuendone i movimenti, gli scarti, le asperità. Tuttavia e forse proprio per questo, l’autrice ci restituisce il senso di una tenerezza per ciò che è, come è; ci parli di animali (il cane miracoloso, il gatto Koko, la scimmia ecc.) o della madre, Lina, a cui deve quella libertà di dire le cose, di raccontare con immagini mai superflue, toccando i nervi scoperti del lettore.(4)
Dopo libri importanti, di cui Sereni e Fortini tra gli altri intuirono il valore e che ci fanno scorgere il mondo personale dell’autrice, ricreato con intelligenza di scrittore che ne preserva l’autenticità, il nucleo più alto della sua opera, che ne rivela la coerenza, ci arriva con “Casa d’aquila”, Levante Editori 2008, dove Annino continua idealmente un discorso su presenze molto amate e imprescindibili del suo fare poetico. “Ottetto per madre” apre la raccolta con versi che subito ci danno il significato di una perdita incolmabile: “Senza pace, con pena e senza girarmi / mai, pestando / mica pepe o caffè ma gardenie, io amo / la mamma e i topi; li metto insieme chissà / perché.”(5) Quindi immediatamente intuiamo che il poeta è come sospeso tra dire troppo e quel dolore che è anche inquietudine e non gli dà pace e fa si che pesti gardenie. Immagini di una potenza controllata, che ci raggiungono e ci portano a pensare a quell’esergo di Céline in calce alla pagina: “Cristo madonna! a chi può importare se uno ama la propria madre o no!” (6) Ma è l’amore della madre per la figlia che attira l’attenzione in quel dare libertà dentro gli affetti, in un sentire partecipe. “Lina” dà alla figlia bambina l’ascolto e non la mortificazione; la incoraggia trasmettendole il senso della propria forza che nel poeta diviene l’unicità consapevole e perseguita di una voce che non si rifà che a se stessa. Annino, non leggendo poesia, non ha debiti verso alcuno. Non ha somiglianti. Né si può ricondurla a genealogie che possono aiutarci a capire altri percorsi di autrici del novecento. Gli scrittori che conosce e di cui parla, poco del resto, appartengono alla letteratura americana o del nord Europa (Miller, Edgar Lee Masters, la Beat Generation, Hamsun). In una mail del 9 febbraio 2010 mi scrive di “Martin Eden” libro letto nell’adolescenza fino a rompere l’intelaiatura delle pagine. Lettura condivisa dalla madre, a cui, a un certo punto, dovette toglierlo di mano.

Quarant’anni di poesia hanno lasciato traccia durevole nonostante per due volte l’autrice abbia scelto un quasi ritiro dalla letteratura. La riscoperta di questi anni, dovuta all’accortezza critica di Stefano Guglielmin ce la riporta con accresciuto interesse per quanto ha raggiunto in maturità.(7)
Pur rimandando nelle note a una mia precedente recensione del “Magnificat” ne riprendo qui lo spunto per continuare il discorso sulla libertà, aggiungendo che se alcuni autori, con le loro parole, sono parte integrante della nostra libertà, è nella capacità di incontrarli e nel trovarci spaesati rispetto alla loro diversità, i cui caratteri ci sfuggono, che noi guardiamo con più lucidità alla fatica del nostro percorso il cui rischio non è tanto una perdita di riferimenti, ma un ancorarci a luoghi comuni che possono portare alla normalizzazione dentro l’assurdo del presente o all’eccedere sotto la spinta della rabbia esistenziale dissipando o non vedendo altre possibilità di cambiamento.

Cristina Annino scrive con un io maschile, da sempre presente nella sua poesia. Poesia antilirica e lontana da ogni compiacimento, pur usando la vicenda autobiografica come materia prima. La capacità di trascendere il personale, apre però squarci che rivelano la cosmologia interiore. Monica Farnetti(*) pensando a certe scritture dice che: ”[…] si nutrono – né potrebbero rinunciarvi – dei molteplici legami con l’umano e il non-umano, il vivente e l’inorganico, che si danno letteralmente come altrettante cosmologie, e che non sono mai dimentiche di costituire il tramite grazie al quale la vita tutta diventa pensabile e diventa vivibile”.(8)

Il tempo interiore nella poesia di Cristina Annino si accompagna alla tragedia dello sguardo. In “Gemello carnivoro” 1998, lo avvertiamo con l’urgenza che sembrano avere alcuni versi, mentre l’impatto di certe poesie, ne cito alcuni titoli “Andante pesante con abbandono”, “L’arte di ricomporre cose connesse”, “Indiano al fiume” e “Anatomia in fuga”, ci ricorda con Keats che: “Il genio della poesia deve giungere da solo alla propria salvezza in un uomo: non può maturare a forza di regali e precetti, soltanto grazie ai sensi e a un’attenzione vigile – Ciò che è creativo deve creare se stesso –“ […].( 9)
La fuga dalla realtà dell’autrice è più apparente che di sostanza. Annino sceglie il privato come luogo d’indagine per giungere al mondo e l’ombra come luogo di osservazione, ma dicendoci subito che il riparo è solo una parentesi, perché il poeta è sempre esposto alla realtà a cui l’autrice chiede quasi l’impossibile: lasciarsi ricreare per trovare un centro nella creazione, nell’insensato che nel quotidiano traspare, mentre cerca parole che non sono solo flusso di coscienza, ma un tentativo di serbare un ordine interiore che sia la verità delle stesse parole.
Cristina Annino in poesia sembra non riconoscere l’immoralità. E’ l’attenzione a cui i suoi versi ci conducono che ci fa scorgere cosa portino con sé il male e il bene nelle persone. Senza giudizio, se non nell’implacabilità della voce, ci mostra la misura dell’umano e ci dice che la sola innocenza è nel dolore animale: quel dolore a cui non è concessa parola. Ma è lo stupore che la sua poesia ci suscita a rivelarci che quanto la lingua unisce, è il poeta stesso, nel suo discorrere a trovarlo terribile e ricordo qui dei versi dall’antologia “Nuovi poeti italiani”, Einaudi 1984: “C’è gente/ che si sdraia negli altri uccidendoli di parole […]”(10)
Annino non “si sdraia negli altri” e non usa le parole fingendo un’innocenza cui non crede; adopera le parole come clave e se con Ryszard Kapuściński sappiamo che un albero può essere un bastone per torturare e uccidere così impariamo che: “Piantando/ un albero certo/ si pensa all’uomo più esattamente.”(11)
Quanto esattamente possiamo solo congetturarlo. Annino ci fa intuire bassezza e grandezza dell’umano, ma non ci consola con un’ideologia che ci dica come dovremmo essere.

Infine un’immagine, unica per bellezza, di quello che un io non identitario può dischiuderci, con le parole di Virginia Woolf, un’autrice a cui non smettiamo di tornare:
…Orlando respirò sollevata, accese una sigaretta, e per un paio di minuti mandò buffate in silenzio. Poi, esitante, come se la persona che nominava potesse trovarsi assente, chiamò: “Orlando?”. Perché se ci sono, mettiamo, settantasei ritmi diversi che battono all’unisono nello spirito umano, quante diverse persone – Dio ci aiuti – non albergano in un momento o nell’altro nello spirito umano? Duemila e cinquantadue, dicono alcuni. Una volta che è così, è la cosa più naturale del mondo che una persona, non appena si trova sola, si chiami “Orlando?” (se si chiama così) e, con ciò intende “Andiamo, su! Sono arcistufa del mio io presente. ne voglio un altro”. Donde gli stupefacenti cambiamenti che osserviamo nei nostri amici”.(12)

Quante convenzioni Cristina Annino riesca ad eludere, senza quasi ce ne accorgiamo, rimane questione aperta. Non posso tuttavia pensare alla sua opera che collocandola nel futuro. Appartiene al luogo dove stiamo andando. Chiudo con un piccolo discorso-poesia di Czeslaw Milosz:
Sono un piccolo uccello su un enorme albero felice. / Albero che non cresce nel bosco, poiché esso stesso è il bosco intero /. In lui le mie origini, la memoria e l’afasia, / perché non vuole che gli si dia alcun nome.”(13)

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Note

(1) Da un discorso di Adrienne Rich sul fare poesia.
(2) John Keats, Lettere sulla poesia, Mondadori, 2005, pag. 130.
(3) Nadia Fusini, Il libro dell’interrogazione poetica, introduzione a John Keats, op. cit., pag. XXI.
(4) Rimando a un mio precedente intervento in Nazione Indiana del 15 febbraio 2010. In particolare: “Già in una raccolta precedente “Gemello carnivoro” l’autrice le rende l’omaggio della trasmutazione alchemica, un’eucarestia in cui il poeta (Annino in poesia usa l’io maschile) è corpo e vita di Lina, costantemente sentita indivisa dalla propria mente e fisicità: “Vivo / doppiamente com’è un gemello carnivoro. / Non ho altro / scoppio nell’aldiquà che questo / tornarle addosso, essendo io il suo / io primitivo”. Un amore assoluto e dichiarato con parole che disarmano anche chi con l’assolutezza dell’amore filiale ha conti aperti”.
(5) Cristina Annino, Casa d’aquila, Levante Editori, 2008, pag. 11.
(6) Ibidem, pag. 11; esergo da Céline, Viaggio al termine della notte.
(7) Stefano Guglielmin, Prefazione, in Magnificat. Poesie 1969-2009, Puntoacapo Edizioni, 2009.
(8) Monica Farnetti, Tutte signore di mio gusto, La Tartaruga Edizioni, 2008, pag. 8.
(9) John Keats, Lettere sulla poesia, op. cit., pag. 129.
(10) Cristina Annino, L’essere e la morte, in Nuovi poeti italiani, Einaudi, 1984, pag. 23.
(11) Cristina Annino, Hamsun, in Nuovi poeti italiani, op. cit., pag. 6.
Per quanto riguarda Ryszard Kapuściński il riferimento è ai versi di “Quando si progettano i modi di uccidere”: “finché sulla superficie della terra / rimarrà un solo albero / gli uomini moriranno assassinati da randelli”. In Taccuino d’appunti, sezione Notes, Forum, 2006.
(12) Virginia Woolf, Orlando, Mondadori, 1982.
Rimando anche all’intervento in Nazione Indiana segnalato sopra, in particolare: “Abolito da subito l’io lirico, con un balzo di cui nemmeno ci accorgiamo tanto è presenza, Annino si situa in quella scrittura che Virginia Woolf auspicava. Orlando in lingua italiana, Annino ci dice che la libertà è essere subito quello che si è. Nessun segno è più autentico di questo”.

(13) Czeslaw Milosz, L’albero, in Il cagnolino lungo la strada, Adelphi, 2002, pag. 183.

(*) Ringrazio per i preziosi suggerimenti Monica Farnetti, alle cui riflessioni devo alcuni significativi passaggi di questo scritto.
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33 pensieri riguardo “Le parole che dobbiamo imparare”

  1. che meraviglia.

    un saggio di grande efficace, di grande serietà, come è nello stile – anche etico – di nadia agustoni.

    cristina annino è un genio.

    leggendola mi rendo conto che la maggior parte della poesia italiana è un balbettio.

    è un rifacimento, un eterno ritorno a maestri che si sono pugnalati alle spalle.

    cristina annino, di cui ho letto quasi tutto, ha formato un nuovo genere; che è diverso dalla poesia comunemente detta. è poesia non solo fatta di parole, ma nelle parole. annino crea qualcosa che c’è e non c’è.

    rileggendola, scopri che quello che dice c’è, ma non lo sapevi.

  2. Transito in punta di piedi ed emozionata qui, lasciando snocciolare piano piano le parole distillate e inebrianti: questa pienezza sa ubriacare.
    Ringrazio Nadia della segnalazione e Cristina, chiedendo loro il permesso ad evidenziare nel mio blog questa eccellenza ( come si usa dire oggi) o questa tarsia pregevole, come amo dire.

  3. Saggio attento e puntuale, incisivo e poetico, come è tutta la tua scrittura, Nadia, come merita la poesia e la pittura di Cristina Annino. Coincidenza che va oltre il caso, quella telematica di oggi, giorno che ho scelto per segnalare “La poesia” di Cristina Annino.

  4. Un particolare grazie a Marotta per aver ospitato il bellissimo saggio di Nadia.
    E ai commenti di Franz, molto gratificanti, di Marzia, Anna Maria e Viola.
    Cristina.

  5. Cara Nadia,
    Un saggio davvero magnifico, mosso dalla tua vivissima intelligenza critica e dal carisma indiscusso di Cristina Annino.
    Grazie di aver dato modo a tutti noi di approfondire la conoscenza e di condividere il valore di una straordinaria voce poetica.
    Con affetto, un saluto da Mariella

  6. Mi sono presa tutto il tempo che mi necessitava, e mi necessitava soprattutto da quando mi dedico ad altro, per tornare in questo spazio e comprenderne gli agenti di questa pagina, a cominciare dall’illuminato padrone di casa che ha scelto di evidenziare un aporto di tale pregio.
    Il saggio è tanto più lodevole negli intenti e negli esiti, visti i tempi di magra intellettuale che siamo costretti a subire, la superficialità ed il degrado etico.
    Ringrazio di tutto cuore Nadia per ( a me ignorante e, spesso, impedita a vario titolo) aver veicolato mirabilmente i nodi cruciali dell’opera della Cristina Annino e Francesco Marotta che ha ospitato questo possente apporto.
    Le sono debitrice: del completo contributo alla poesia di Cristina Annino, fruibile tranquillamente con quel suo linguaggio netto pur non conoscendo l’opera della Nostra e non avendone letto manco un rigo, sento mio questo passaggio che ammiro per lucidità e, più ancora, per acutenza di analsi.

    “Pur rimandando nelle note a una mia precedente recensione del “Magnificat” ne riprendo qui lo spunto per continuare il discorso sulla libertà, aggiungendo che se alcuni autori, con le loro parole, sono parte integrante della nostra libertà, è nella capacità di incontrarli e nel trovarci spaesati rispetto alla loro diversità, i cui caratteri ci sfuggono, che noi guardiamo con più lucidità alla fatica del nostro percorso il cui rischio non è tanto una perdita di riferimenti, ma un ancorarci a luoghi comuni che possono portare alla normalizzazione dentro l’assurdo del presente o all’eccedere sotto la spinta della rabbia esistenziale dissipando o non vedendo altre possibilità di cambiamento.

  7. Se ciò che è creativo deve creare se stesso, Cristina emoziona i suoi lettori proprio per questa forza primigenia, questa scaturigine emotiva, che sembra non avere né passato né futuro, ma solo il suo presente. È un fatto unico, in Italia, quello di un poeta di cui si fa fatica a intuire i predecessori (e tantomeno a prevedere i successori). Si tratta di un incredibile atto di libertà della scrittura.
    Un sincero grazie a Nadia per l’originalità e e la forza del saggio.
    Non posso che essere felice di questo recente e potente interesse per la poesia di Cristina, veicolato da Francesco, ma non solo da lui. La pubblicazione di “Magnificat” è la punta di q.
    Marco

  8. uesto iceberg.
    Marco

    (P.S. il pc mi obbliga a chiudere, mi strappa le parole, ma per la poesia di Cristina Annino ci saranno sempre parole…)

  9. Ringrazio tutti gli intervenuti, la poesia di Cristina Annino merita l’attenzione che le diamo e il mio contributo è uno dei tanti che cercano di leggere la sua opera.
    Grazie in particolare a Francesco Marotta per ospitare il saggio qui presente e un saluto a Monica Farnetti per il suo incoraggiamento e i suoi consigli e per tutto quanto ci dà con il suo lavoro.

  10. Ringrazio Mariella per la stima, lei sa, ricambiata e per la gioia di sentirla anche in un breve commento.
    @Marco, grazie veramente!

    @Roberto, non so a cosa tu alludi quando dici “la follia degli ex libris” forse mi confondi con un’altra persona, ma non c’è problema.

    Cristina.

  11. In principio fu la critica, certo nel senso indicato dal 2° capitolo della Prima lettera ai Corinzi, ma non propriamente con quel conforto di una validazione ex alto, anzi col rischio continuo di una vicinanza oltre ogni distanza di sicurezza. Critica che fu ed è “atto” critico: sguardo e gesto, lettura ad alta voce, dialogo, risposta di testo a testo, di corpo a corpo.
    L’altra critica, quella delle griglie, che apparecchia a freddo grigliate di carni compiacenti o violentate, è altra cosa: che oggi, se mai ne ha avuto, non ha davvero più senso.
    Grazie e un abbraccio,
    Roberto

  12. Caro Roberto, il “corpo a corpo” con le parole altrui, come penso saprai, richiede pazienza, attesa, e non risparmiarsi. Se mi è riuscito di trasmettere qualcosa con questo breve saggio è già molto. Mi auguro che Cristina Annino trovi nell’interesse che la sua opera suscita il migliore riscontro.

    Un saluto a tutti e a Francesco Marotta in particolare.

  13. Cara Nadia,
    è proprio alla pazienza, alla capacità di attesa, all’abnegazione tue e di non moltissimi altri che mi riferivo. Hai trasmesso moltissimo: i cerchi-anelli che hai con leggerezza dischiuso potranno unirsi fra loro e formare una lunga collana.
    Ancora un grazie e un abbraccio,
    Roberto

  14. “…quell’incredibilità dei versi che ci colpiscono con figure e discorso mentre aprono crepe nel nostro presente e ricreano il reale. Lo ricreano con parole precise, con una esattezza chirurgica che ad Annino è data dall’attenzione a ciò che descrive, ma nello stesso tempo si coglie l’intera gamma dei colori sulla tavolozza (non a caso è anche pittrice) e un significato che dal particolare sa astrarsi fino a comporre un intero universo, complesso ma non indecifrabile,…”

    Mi ritrovo appieno nelle parole di stima espresse nei commenti precedenti per la poesia di Cristina Annino, e per la bravura di Nadia nel tracciare la peculiarità della sua scrittura.

    Ringrazio e saluto entrambe e Francesco, per l’impagabile ospitalità e attenzione.

    Giovanni

  15. Approfitto di questo saggio per fare i complimenti a Nadia Agustoni, per il suo impegno tenace, rigoroso e appassionato. Le sue letture critiche – come i suoi testi – mi accompagnano da tempo. Le parole sulla poetica di Cristina Annino, poeta che seguo e apprezzo, mi confermano il grande valore di entrambe.
    Un abbraccio a Francesco e un caro saluto a tutti.
    Alessandra*

  16. Sono davvero felice d’incontrare queste pagine oggi!
    Sono meravigliato dal bel saggio- atto di attenzione- grande cosa davvero di questi tempi! Mi apre anche al senso di colpa!

    Del saggio, mi rimane dentro… “lasciarsi ricreare per trovare un centro nella creazione”, subito dopo il punto/nota 9.
    Sì! Credo che sia importante questo farsi lavorare dalla corrente della vita per tirarsene comunque fuori con colori e forma splendenti, al limite del possibile… non si sa come, per quanto ma si sta al gioco di questa roulette perché si crede con fede nelle impennate e nel sovrumano in fondo, in tutto ciò che fa dell’essere umano molto più di quanto pare per “statuto” e false convinzioni.
    Certo cercare il miracolo di questi tempi, desiderare con tutte le forze di causarlo fa finalmente ritornare i brividi!
    Sacri brividi pro memoria!
    In minoranza, tra l’altro per scelta, per necessità di non confondersi! Di non confondere la propria voce… tanto ambita!
    In un “delirio” di cui si sfiorano i bordi perché lo si vuole anche suonare, non farsi suonare!
    Scrivo questo pensandoti, cara Cristina, sperando di rivederti presto.
    La parola delirio forse suona troppo forte ma non me ne vengono altre, e me ne scuso, se penso a quanto è ardua la ricerca se la si affronta davvero, nel migliore dei casi si è borderline… sulla linea di bordo di sé stessi per suonarsi, per fare buona vera musica e mirare a quelle note così alte che poi permettono di ridere di tutto il resto, proprio perché lo si è colpito al cuore!

    Grazie Francesco, e complimenti a Nadia!!!

  17. L’approccio alla poesia di Cristina Annino è perfettamente riuscito. Nadia ha sottolineato l’originalità, anche strutturale, del suo stile. Degna di particolare interesse è poi la sottolineatura che recita: “…Poesia antilirica e lontana da ogni compiacimento, pur usando la vicenda autobiografica come materia prima. La capacità di trascendere il personale, apre però squarci che rivelano la cosmologia interiore…”
    Proprio questa ricerca di strade poco battute, impervie, mi sembra importante. La visione disincantata, a volte sobriamente inpietosa della realtà, non nega, da parte della poetessa, un sostanziale rispetto, una cura verso le cose, gli enti, gli animali, a cominciare dalla specie più ribelle, l’umanità. Nadia coglie il senso dell’impegno intelletuale, neppure tanto nascosto, di questa poesia che, giustamente lo si rileva, ha ascendenze oltreconfine, globali, direi. Un plauso particolare a Monica Farnetti per le rigorose analisi che le sono consuete. La meditazione che Nadia Agustoni ci ha proposto obbedisce al desiderio di avvicinare la vena poetica nobile e anticonformista di Cristina Annino al lettore di oggi, spesso frastornato e poco incline a riflettere. Ciò spiega per quale motivo si avverte, accanto al rigore metodologico, l’intento di procedere con assoluta linearità, chiarendo i presupposti di ogni riflessione critica. Direi che, tra la poesia di Cristina Annino e l’attitudine a ricercare la verità nei testi di Nadia Agustoni, ci sia un’affinità spirituale. Nadia tenta, felicemente, quella che Maria Grazia Lenisa chiamava (nel saggio “La dinamica del comprendere”): ” un’interpretazione comprensiva dei testi”.Un’analisi unita ad un’empatia del critico che si pone al passo con il poeta senza forzature dogmatiche. MARZIA ALUNNI

  18. Intervengo un attimo per aggiungere qualcosa a quanto detto sul saggio di Nadia. E’ un calibratissimo pezzo di prosa (non tenendo conto ovviamente di chi ne è l’oggetto) con giuste vibrazioni tonico-colte, mai enfatico come quella critica negativa o innecessaria che condanna giustamente robertorossitesta. Senza grigliate di carne, nè apparecchiata – bravo nell’aver sottolineato la differenza che c’è tra il far critica di Agustoni e il fare spettacolo verbale di altri-. Prosa che nasce col dono autentico di essere penetrante e molto elastica, e che si sviluppa su una forte volontà intellettuale di conoscere profondamente ciò che intende presentare. Questo dimostra, sia quel carattere etico di cui parla Franz, sia quella passionalità d’addestramento “della critica in principio” (secondo capitolo, Lettera ai Corinzi) che appunto parte dal “basso”: con colloqui, corpo o corpo verbali, confronti, pazienza, conoscenza personale. Da tale elaborazione, vine poi fuori come per miracolo, una voce critica di assoluta trasparenza e leggerezza anche nel trasmettere concetti “alti”.

    Ringrazio molto Francesco Marotta per il suo commento.

    Cristina.

  19. Vedo ora il tuo commento, Orodé e non posso non risponderti subito. Grazie dell’intervento dove ritrovo interamente l’artista che sei e anch’io mi auguro di rivedere presto.
    Un abbraccio, Cristina.

  20. ebbene, io non ho altre parole da aggiungere a quelle che mi precedono e che sottoscrivo con particolare entusiasmo. Cristina e Nadia sono 2 Autrici com’è raro incontrare in questi tempi fasulli e impoetici. Splendide entrambe, GRAZIE.
    lucetta

  21. Di queste vostre letture vi ringrazio e so che perdonerete la mia incapacità a nascondere il mio imbarazzo di fronte alle vostre parole. Mi permetto un grazie speciale a Marzia Alunni e Cristina Annino senza nulla togliere agli altri interventi. Grazie per l’attenzione e un saluto.

  22. Una splendida lettura di un’autrice per me non semplice, ma di cui riconosco la grandezza e che dunque ammiro molto.
    Tutto qui.

    Francesco t.

  23. Grazie e saluto tutti, da Franz a Francesco t.
    Un affettuoso ringraziamento per l’ospitalità a Francesco Marotta.

    Cristina Annino.

  24. Ecco, “attenzione vigile” – tensione vissuta, leggere l’Annino tiene e trattiene gli occhi aperti ma, come forse le avevo già scritto, lo sguardo poi si compie in ascolto e v’è un girotondo di sensi a far da contraltare alla confusione stessa, necessaria al vivere – ché il reale multiforme e tutte le creature che lo abitino possa non finire mai, semmai prender traccia e strada nel sogno? Bello il testo della Agustoni, perché lucido nel senso del riflesso dentro la vasta “diversità” della scrittura dell’Annino, ma riflesso per e di propria luce-lettura – così, poi andrei a casa a ri-prendere il Magnificat in questione. saluti non più tanto estivi,
    Giampaolo DP

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