Il diritto di essere opachi

Marco Ercolani

La capacità di empatia con il vissuto e di adesione alla tensione intrinseca al linguaggio che è propria di questo autore ci accompagna anche in questo libro di poesia: viaggio sapienziale ed esistenziale, un cammino poetico nel buio degli anni, per cercare là dove l’oscurità è più fitta e tentare di intravedere un bagliore di luce, una direzione di senso ancora possibile. Questa poesia di Ercolani ci offre una scrittura che è insieme visionaria e concreta, simbolica e carnale, per cui seguiamo l’autore in quello che appare un viaggio che è sogno-incubo, ma a tratti anche viaggio reale, dove il mondo è colto per frammenti, in dettagli minimi o solo in un’eco. Ne Il diritto di essere opachi la poesia, infatti, si fa ricerca per terre e mari di senso e parola, disegnando immagini e offrendoci riflessioni di tono aforismatico, conducendoci via via alla scoperta che “la terra è vuota”.

(Dalla Prefazione di Gabriela Fantato)

 

“Tra il 1979 e il 2009 ho scritto, occasionalmente, dei versi. Rileggendo queste poesie sparse, vi ho trovato l’astratta malinconia di un enigmatico viaggio marino, alla deriva dell’anima. Questa lunga fedeltà a uno stesso tema mi ha persuaso a raccoglierle in volume e rendere così testimonianza all’“amico minore” che ha sempre vegliato la mia scrittura: la poesia in versi.” (M. E.)

 

Non serve la scrittura
che ogni giorno ascolti.
Diari, schegge, balbettii,
voci infitte nella mente.
La chiamano scrittura dei morti
ma con matite, grida, fogli, pietre, mattoni sono,
restano
vivi.

 

Marco Ercolani

Il diritto di essere opachi

(Prefazione di Gabriela Fantato
Milano, La Vita Felice, “Sguardi”, 2010)

 

Terra trasparente

 

Gerico

Da Gerico non si fugge mai
perché intorno alle case cresce l’insidia dell’aria:
una città fluida, oscura,
dove i nomi delle strade sono segreti
dove, se respiriamo,
un uomo sarà ucciso mentre cammina nella nebbia.
I nostri passi, cercando la terra, trovano il vento.
Io socchiudo gli occhi, stanco di vedere
pietre.
Stringo un bicchiere vuoto
e ascolto le voci dei ragazzi
per non credere che l’uomo
è un disegno staccato dal muro.
Davanti alle porte di Gerico
mani estranee lasciano il cibo.
E’ buio. Rompendo il pane
mangiamo lentamente, prigionieri di una rete.
Sono ripide le fontane
a cui vorremmo bere, vacillano
le pietre su cui cadde la pioggia.

Chiusi cancelli e giardini
la mia mano trascrive il colore degli aranci.
Ma il foglio è stretto, coperto
da parole notturne.
La luce muore, nella carta,
come sulle mie dita, scomparsi gli amici,
cade l’ombra dei rami.
Quando anche io partirò nascerà il dubbio:
saremo ricordati uomini o pietre?

Ma una sentinella, tradita dal sonno,
non vede quel cerchio di fumo
dove, senza essere cavalcati,
galoppano i puledri.
Io sollevo il palo dalla porta
perché i cavalli entrino a Gerico.
Stanco di proteggere delle statue
osserverò gli zoccoli polverosi
rompere con un rumore cupo spalle di pietra.

(1982)

 

L’oro di questa luce

A noi che siamo ciechi parla di pini, rocce, rumore di flutti.
Ma mente.
Questo fragore non viene dalle onde
ma da una vasca stretta dove le teste dei ragazzi,
sferzate dall’acqua ferrosa,
cercano di aprire le narici e la bocca.
Ciò che lui chiama fruscìo marino
è questo incerto, faticoso, impotente
respiro.

Scriviamo lunghe lettere
mentre, nel giardino, abbattono i platani.
Non guardiamo le foglie non ascoltiamo
il rumore dei rami rotti dalla caduta.
Le parole che scriviamo
salvino la nostra vista dallo scempio delle scuri.
Il giardino non è ancora vuoto
se parliamo di un platano illuminato dal vento.

Questo, il foglio che avrei firmato?
Questo, dove giace lo sgorbio di un nome?
Lentamente
sollevo i polsi privi di mani.

L’oro di questa luce
mi getta nel pozzo a gridare.
Domani, quando parlerete di stelle,
come risponderò se non muovendo la bocca sul muro?
Nelle mani che tastano le cisterne
cercando acqua dove non esiste da mesi
i rintocchi della pioggia sono i passi di una morta.
Esiste un muro
le cui pietre mi salvino dal sole?
Campi secchi come sassi, vista
che cade recisa dalle guance.
I suicidi, lontani dalle ombre, nel riverbero dei muri,
camminano.

Spalancano finestre a mezzanotte
con nuvole bianche nel cielo azzurro,
con vie afose che non saranno mai nere.
La luna tornerà a brillare fra i fruscii della notte
quando gli occhi saranno gocce sparse sui muri,
stelle spente da un cielo ripido.
Stringo questo bicchiere. Scotta, il vetro.
Nessuno scrive del buio che al tramonto
placherebbe la sete.

I marinai, allibiti,
sopra la pianura rovente da cui l’acqua scompare
guardano le vele vuote.
Spiano l’agonia dei pesci che sulla sabbia
battono convulsi la coda.
L’ossessione della voce finisce ora.
Ci aspettano anni senza parole,
ore da trascorrere guardando le pietre del mare:
ma è difficile essere muti
quando gli uomini esistono ancora,
quando sui tavoli dei caffè
ci attendono lettere bianche.

(1979-1982)

 

Torre

Suoni che non passano la terra
voci nel recinto delle frasi
tasto la carta scrivo
parole ariose

ma frana la terra
nel vento della notte
torre crollata

scrivo versi d’aria
ma la mia pupilla è sotterrata

Fogli di me,
chiusi nella torre con me.
Se scrivo, nel fango torna un suono di mare.
Riprendo, la penna sul legno,
la terra oltre le sbarre.
Una frase dopo l’altra,
frana altra terra,
non appare mai
il cielo.
Sottile la carta, si torce,
esige odori di luna, di mare.
Provo a tastarla
a sprigionarne luce.

Fuori, terra e buio.
Parole nere i miei alberi
ansia d’aria con cui scavo carta sbarre
terra, che vuole essere vento.

Nella pagina irrompe il buio.
Parole, a notte alta,
dissolte
dal foglio.
Carta,
nelle tenebre del tavolo,
bianca.

(1985)

 

La rupe

E se, sollevando la nuca dalla sua ombra,
osassimo partire?
Guardiamo le navi: sono ferme nella sabbia.
Alzando quelle vele cercando l’acqua
dove la montagna getta la sua ombra
non crediamo che sia un abisso
dove le vele si afflosceranno,
travolte dalla caduta dei macigni.
Disprezziamo la paura
di chi curva le mani nel buio
di chi intreccia reti sopra la sabbia.
Durante notti lunghe e fredde
dormendo guardando vasi spaccati.
Chi possiede carta scrive ancora
benché le dita, lasciando cadere la penna,
comincino a cercare le guance dei figli.
Pali, casse che urtavo fuggendo?
Laggiù la pioggia
cade su pezzi di vetro:
ci piegammo, nel corridoio,
a chiudere le palpebre dei bambini.

Nauseati da una terra senza erba
come possiamo bere?
Se lavandoci le mani
le vedremo sparire nell’ombra
nel buio di cui siamo schiavi
come possiamo bere?
Mi vergogno per chi abbassa la nuca
fingendo di muovere le labbra.
Benché le notti siano così dense,
benché l’inverno venga dopo l’autunno,
la stoffa delle vele resta tesa e fredda –
parole prive di labbra, assurdi
ricordi del fumo, della voce
umana
sono, come il rumore delle onde,
pietre che martellano le tempie.

E l’oscurità torna invisibile compagna
delle passeggiate e delle parole.
Sono bianche le mani, piene di rughe
cercano nella sabbia, assurdamente,
una bussola che indichi le stelle
che la montagna non può velare.
Questa notte nasce il vento
questa notte nasce il vento

ripeto all’amico che tace per paura,
le mani supine, riverse nella rete.

Sono stanco.
Il cielo è una parola che ripeto nel buio,
gli occhi coperti dall’ombra:
la sabbia è fredda
come pietra sulla voce di un uomo.
Vorrei partire
perché partire sia la luce del sole –
quanti pesci tuffano la testa nel mare!
Adesso sembra possibile
tendere le braccia e respingere
dalle ciglia
il velo.
Nelle mie dita si imprime una chiave:
una vera casa aspetta me,
fredde le mie gambe dopo anni di tenebre.
Amici silenziosi sfasciano
i remi, sorridono, parlano del sole.
Oltre la rupe il sole bagna le mani
di chi vuole lavare dal buio
pupille che sembravano morte.

Anche se la notte fa sembrare ciechi,
noi sappiamo che la barra del timone
esiste
e l’albero svetta sul ponte.
Fogli fragili neri, sparsi
ovunque nella sabbia.
Anche se l’ombra della rupe non è un muro
dove i remi possano spaccarsi
qualcuno, invece di fuggire,
ha preferito scrivere e bruciare:
temendo che sopra il monte riflesso nell’acqua
si schiantassero ancora una volta, spinti
dalle mani crudeli di chi vuole restare,
rami e macigni.

Se il pane che mangio è sempre più buio
se il cavallo nitrisce e si impenna
perché la barella urta un palo ghiacciato
questa è la prima ragione per fuggire,
rompere la penna,
salpare per sempre.

Altri uomini, trasparenti le mani.
L’esilio si infittisce di volti, bende,
voci che la roccia
oscura come uccelli vivi.
Mi chiedo con stupore in quale vento
esistiamo, nella brezza del mattino
o nella raffica arida e secca
che soffoca il mare.
Morto sotto la vetta del monte
perché le nostre navi non lo hanno solcato.

(1979-1981)

 

La bussola e il pozzo

Un ago fra muri di nebbia, la nave ferma,
le nuche piegate in punti senza notte né sole.
La bussola non indica la stella
ma i sandali che galleggeranno.
Curvi su ombre di teste e di piedi
sappiamo il battere dell’ago nel buio,
dal pozzo sentiamo
i lenti rintocchi dei chiodi.
Il senso della voce si strappa come vela
cade a pezzi nella nave.
Cose urtate nel buio –
uomini acqua lunghi
lamenti…
Spia
il salire dell’acqua, lo sparire dell’aria.
Ali che faticano a volare,
tracce, nel vento, di pesci:
vie calme dove il timone è una porta socchiusa
e nei muri, nella notte ventosa,
batte, sorda, una gòmena…

Leggo dati incerti.
L’ago gira nelle tenebre del pozzo,
sull’orlo di pietra senza schiuma.
Fingo di sapere la rotta.
Guardo il sasso graffiato: sprigiona fra le onde
odore di vento.
Ma perché non si stacca e non frantuma il vetro?
Perché, mentre oltrepassiamo fari e lingue di terra,
l’ago non erompe dalla bussola e buca nervi e vene
della foglia luminosa, si conficca
nel suo oro caldo?

Talvolta, nella notte,
il mare infinito è il cerchio di un pozzo.
Torniamo quelli di allora
e giriamo nel muro, come un coltello,
l’ago della bussola.
Nella ferita si allarga una rotta nebbiosa,
fino all’isola dove galoppa il cavallo.
Con gli zoccoli smuove
un cerchio di pietra nella sabbia,
un coperchio di pozzo…

Roccia grigia, ostinata –
marcio violino quel muro.
Chi ne ruppe le corde?
Morto, il suono dilaga nelle orecchie.

La chiave girata dal carceriere
sarà bussola, porta di ferro,
scafo slanciato a fendere il mare.

Mani alzano le vele
– un labirinto è l’acqua.
Ma si può gettare nell’onda una rosa spenta
e coglierla rossa alla fine del viaggio?
Il vento plasma il muro
a remo che fende la schiuma.
Il mare è
ciò che verrà:
lunare se i naufraghi nuotano,
nero se non nuotano più.

L’ago incrina la forma del muro
perché sia frana, canto, rotta,
isola chiara.
Chiodi scheggiano i sassi
suoni sillabe parole
gemiti
dall’orlo nero all’aria pura.

La rotta è qui,
nel picco aguzzo del muro.
La muffa cresce su porte e catene.
Il pozzo svetta di gabbiani.
Scrivo il nome sotterrato
scrivo libero, nella sabbia dorata,
sole.

(1980)

 

***

19 pensieri riguardo “Il diritto di essere opachi”

  1. Pamphlet sulla poesia dei “mondi esterni” (si leggano Sturgeon, Van Vogt, Simak, Bradbury, Dick) da parte di uno dei maggiori “creatori” di vite delle patrie lettere. Non raccolta poetica, dunque, ma saggio rivelatore di quanto si potrebbe trovare nelle biblioteche di quelle geografie lontane. Tema portante: la non-speranza come stretto passaggio quasi unicamente frequentabile nel simil-mondo che oggi abitiamo.

  2. “Parole, a notte alta, /dissolte/ dal foglio./Carta,/nelle tenebre del tavolo/bianca”.
    C’è in questi versi la notte della scrittura, il suo abisso, la profondità del suo esserci e del suo sparire…
    Libro prezioso che non si può non collegare all’intensa attività di Marco in prosa, ma ugualmente poetica. Ne parlerò prossimamente in modo più ampio.
    Un caro saluto
    Mauro

  3. A Francesco!!

    Saluta il tuo ritorno con gioia anche questo mio piccolo libro di versi.

    @Elio
    saggio forse no, queste sono poesie e poesie restano, ma sono, sì, reperti di mondi lontani, schegge inattuali, voci remote che potrebbero venire da non identificati mondi di sf.

    @Roberto
    sì, aderisco a ex libris, grazie

    @Rina
    sempre molto attenta alla mia voce. Un affettuoso saluto.

    @Mauro
    le mie poesie – soprattutto le più antiche – sono prose intonate con una certa quale accoratezza lirica.

    Ringrazio Gabriela Fantato di avermi “costretto” a pubblicare questo libro di versi, che ero riluttante a mostrare pubblicamente. Ma aveva ragione lei. Va bene che esista.

    Marco

  4. “Stanco di proteggere delle statue
    osserverò gli zoccoli polverosi
    rompere con un rumore cupo spalle di pietra”

    Poesie intense. Un piacere leggerti. Auguri.

  5. La capacità di percepire luce nel buio (come annota anche Gabriela Fantato) mi sembra una delle caratteristiche della poesia in generale e della scrittura di Marco Ercolani nello specifico. Anche in poesia Marco ha saputo portare con sé quello sguardo concentrato sul dolore presente e innegabile ma anche su prospettive altre, con un viaggio che porta dal “picco aguzzo del muro” al mare, immaginario e/o reale. Felicitazioni a Marco, e a Gabriela, per averlo convinto a imbarcarsi tra i flutti della poesia. I.

  6. Meno male, sì. C’era molto bisogno di parlarsi, Francesco, nella tua Dimora.

    Ciao, Ivano. La luce del buio è, credo, una mia ossessione. Non sopportando il dolore non smetto di descriverlo per riscattarlo. E come si fa a parlare della notte se non con fasci di luce? Anche se è una luce nera, come sai.
    I flutti della poesia, però, li traverserò solo con questo “picciol legno” del mio libriccino. Lascio ai poeti veri l’auctoritas. Io mi tengo questa mia piccola smorfia da sapiente senza sapienza.

    Marco

  7. Penso che nessuno sappia dare all’oscurità, al buio, alla tenebra, un’identità propria, come appunto fa Ercolani. Ancora di più, in queste poesie, si avverte una forza vitale (le immagini sono molto plastiche, ingigantite nelle parti che emergono alla vista, come da lampi improvvisi e precari) di salvarsi da qual buio con la coscienza che tuttavia esso resterà per sempre impastato a quella metà di sè che è il bisogno caparbio di conoscenza. Io non le definirei poesie senza speranza, direi che la speranza è lo stesso “arnese” dell’angoscia, come un conflitto irrisolto bene-male , ma che la tensione interna ai due, faccia intuire, non proprio laFine, quanto un Inizio. Ci potremmo magari interrogare quale inizio possibile Ercolani intraveda. Dico e concludo: queste poesie sembrano la voce di un bassorilievo e proprio questa strana associazione figurativa che mi viene in mente, evidenzia in modo eccezionale, ciò che sta ala base della coscienza intellettiva e morale in Marco: dolore come situazione collettiva. Molti lo pensano, lui però riesce a rendere vivo tale concetto anche con questa plasticità direi unica, in poesia.

    Grazie, Francesco, per essere tornato nella tua Dimora!
    Cristina.

  8. Grazie, Cristina. Concordo con le tue parole e le faccio mie.
    Speranza e disperanza sono le due facce della stessa medaglia. E il dolore collettivo spesso richiama sempre un possibile, misterioso Inizio. Chissà per dove. Aggiungerei: le mie poesie sono sì un viaggio marino, ma i naviganti è come se fossero tutti – Lucetta me lo bisbiglia da sempre – già annegati, in possesso solo del filo di voce con cui emergono nel foglio, per dire semplici sillabe nelle quali non sopravvivere ma vivere.
    M.

  9. bella qualità poetica, bella lingua atemporale e apolide… appunto non sembra poesia italiana contemporanea, forse irlandese, o greca, e fin di secolo, o arcaica…

  10. essendo piuttosto arrabbiata con tanta poesia dei nostri giorni, non posso che dirmi consolata (senza “consolazione”) nell’incontro con la poesia di marco ercolani che ho conosciuto in questo luogo sospeso ed eccellente e che testimonia, rassicurandomi, che esiste una poesia stracolma di humanitas, che ne esiste ancora la possibilità.
    bella lingua, sì: limpida, comunicativa. vi vedo forme atti sfondi metafore, non sterili e litigiosi accostamenti lessicali. non vedo vecchie nonne e lodolette, segno che ci si può ben esprimere nella modernità, recuperando l’antico, senza il cascame di tramonti, nuvole, uccelletti. vedo miti, vedo i fondamentali della poesia, senza poeticume.
    un abbraccio di gratitudine a marco ercolani e a francesco marotta che non ci ha ammollati come carogne in questo mare di lacrime. il linguaggio colorito è per stemperare l’imbarazzo dell’affetto che provo.
    :D

  11. Livio, Lucy, grazie:

    Lingua atemporale, apolide, arcaica. Recuperare l’antico con semplicità. Cogliete nel segno.

    Se questo mio messaggio giunge, anche attraverso poesie molto semplici, allora, benché io sia perdente, ho vinto.

    Marco

  12. da tempo non passavo di qui. sono contento di ritrovarte marco e tutti gli altri amici di marotta. veramente questo è un luogo di parole non fatue.

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