Letteratura q.b.

Antonio Scavone

Letteratura q.b.
(ricordando Edoardo Sanguineti)

     Le mollizie di un salotto, le blandizie di una cattedra, le nequizie di una scrivania sono dosi di una ricetta, elementi necessari e insostituibili per comporre un pasticcio e allettare un’illusione. Trattandosi di una ricetta, lo chef è indispensabile, ma ve ne sono di quelli che parlano e cucinano a casaccio o a vuoto: comunque, il pranzo è servito oppure il traguardo è il libro edito e venduto in libreria con diffusione nazionale, il successo è solo un dettaglio, un appuntamento già auspicato, concordato.
     Il passaparola tra colleghi di lavoro o amici di divano certamente aiuta, un blog o un circolo sodale solletica e stimola, riunioni e presentazioni con prolusioni critiche e domande dal pubblico sono fondamentali, compatibili.  D’altra parte, non è impossibile, è abbordabile dal punto di vista dell’esordiente un po’ canuto, è un riconoscimento dovuto: non si scrive forse per comunicare a tutti gli altri quanto di incomunicabile preesisteva nell’animo del Sé, cioè dell’autore? E sia!
     Ben venga la rifondazione ai limiti del plagio o la fondazione dal crollo incombente: il mondo delle lettere ne gioverà per affettazione e riconoscimenti, ancorché subdola e tardivi. I critici si riscopriranno sommi nella circostanza, i lettori fervidi, gli amici paghi: si ricompongono fratture e fazioni, si rinnovano voti augurali e buoni propositi e diventa cosa buona e giusta la remissione di antiche illiberalità. Così, romanzi, racconti, resoconti, storie, confidenze, illazioni troveranno sulla pagina stampata il risvolto adeguato, il risguardo di copertina, il pregio fantasticato. È come esibirsi alla corte di un re o di un principe, inclini ma non proni ai sovrani, attenti e distanti, lusinghieri e lusingati, che siano i Gonzaga o i Lancaster, i Medici o i Windsor, Charles d’Anjou o François Ier: diventare eponimi di una saga o ispirare una fabula, attraversare una leggenda ed essere una leggenda, con la penna di un Racine o di un Pirandello, gli empiti di un Alfieri o i paradossi di un Alfred Jarry. Scrivere à la façon du roi o pour le roi?
     Oltre ai varii Riccardo ed Enrico, avremmo potuto avere un “King Edward Blooding” ma non c’è traccia di un Re Edoardo nelle tragedie storiche di Shakespeare: non gli dovettero sembrare, i re Edward, portatori sani di valori assoluti ma solo esecutori o vittime di beghe familiari, di una casta ottusa e miseranda. E non c’è traccia di “questo re” nelle letterature francese o spagnola, tedesca o russa: ce n’è una, anzi non c’è più, nella nostra letteratura: King Edward Blooding ha compiuto e purtroppo concluso a 79 anni il suo “Giuoco dell’Oca”, il suo “Parnaso”, la sua poesia e il suo impegno universitario, civile, politico.
     È stato “re” di un gruppo senza scettro ed ermellino, è stato ispiratore e curatore di un’idea della poesia e della letteratura che trasmetteva alla società dei volontari l’obbligo del dover essere poeta, quando veniva meno la necessità di poter essere cittadino. È stato, infine, poeta arcigno e suadente, inviso ai più, eterodosso e classico. L’interminabile sigaretta tra le dita affusolate, esile come un fiammifero, con una maschera facciale da mostro di carnevale, una vocina da scaccino, gli occhi chiari e lampeggianti, il sorriso cerimonioso, lo sguardo a tratti torvo e derisorio: così si presentava, prossimo ed evanescente, Edoardo Sanguineti. Ha scritto e argomentato, alludeva e bofonchiava, taceva con temperanza come ogni genovese che aspetti scettico un epilogo. Più che uno chef, è stato un maître di sala, più che consigliare ascoltava le comande degli avventori, riferiva in cucina e le portate dei cuochi erano alla sua portata.
     E per ogni ricetta (che fosse pietanza o entremets, entr’acte per i raffinati) ribadiva che tutti gli ingredienti avevano la loro dose scrupolosamente pesata e bilanciata: solo uno, l’ultimo, sarebbe stato a piacere, devoluto alla discrezione del cuoco o del cliente e ne sarebbe stata indicata la porzione appena sufficiente ma che fosse e restasse autentica per produrre interesse e godimento.
     Quell’ultimo e singolare ingrediente si leggeva così: Letteratura quanto basta.

9 pensieri riguardo “Letteratura q.b.”

  1. bello l’attacco e il finale, secondo me come pezzo di “scrittura” nella parte centrale ha esagerato “la dose” di stilismi e manierismi lessicali. l’omaggio a E.S. è doveroso

  2. Caro Francesco
    questo ritratto di Sanguineti mi ricorda moltissimo te. E mi dispiace se qualche volta, dimenticando di quanto sei chef, ti abbiamo chiesto di farci da maître!
    un abbraccio
    roberta

  3. Impagabile Francesco, non avevo capito granchè , te lo confesso ( e mi muovevo curiosa) fino al passaggio “Scrivere à la façon du roi o pour le roi?”, poi la nebbia dell’ incomprensione si è andata dissolvendo, portandosi via i nomi che hai tirato in ballo.
    Mi è piaciuto.
    E mi chiedo dove e quando potrò leggere ( ancora.. e se) parole siffatte sul tema in oggetto, locuzioni un pò sul rigo di una ricercata ma non sgradevole artigianalità intellettuale.
    Se anche lo avessi conosciuto meglio, queste tue parole, analisi lucida di un presenza che nemmeno un anno fa è venuta meno, hanno aggiunto una tarsia al mio mosaico.
    E te ne son grata.
    Notte Francesco, vista l’ora :D

  4. Marzia, ti leggo solo adesso e ti ringrazio per i complimenti – che vanno girati all’autore del testo, Antonio Scavone.

    fm

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