Radici e rami

Danilo Mandolini

 

Vengono i morti nel sogno,
ci affiancano se ne rivanno,
talvolta danno un segno – ma diviso
da noi – candela mossa dietro un vetro.
Così mio padre mi s’accende accanto
nel buio che mi fascia.
[…]

Fernanda Romagnoli, In sogno i morti

Percepirono all’unisono la sensazione di assistere alla caduta innaturale, al precipitare imperfetto di un evento di là da venire.
Un’entità – forse la ragione pronunciata solo con lo sguardo – che sibila diritta verso il basso senza mai toccare il suolo; l’apparenza che crolla, rimanendo infine sospesa tra materia e parola…

“Respirate lentamente.” disse uno di loro. “Vedrete che vi sentirete meglio.”

 

Argine contiguo dell’esistere

L’ultimo dei convenuti a notte fonda arriva
alla festa per altri pensata e preparata.
Se ne sta lì ad ascoltare la sua voce che non parla, che non grida; disegna con il corpo un confine fatto d’aria e alla forza del silenzio chiede aiuto, per non morire…

 

tre

Inumano è lo spirito che tesse
la veste rifinita di cemento,
le scale che lente fanno un filo
sospeso sul correre degli uomini.
La città è fragile e selvaggia,
costruita sul sangue e sulle vene,
sopra il sogno che porta dalla spiaggia
la vita e la morte della sabbia.

 

due

Tra le piante cresce l’indole del gelo,
l’innocenza della terra che non sa,
che non dice quanto nulla le è davanti
né se il sole è all’orizzonte.
Profonda è la ferita che si apre,
che taglia nella notte il nostro sonno,
che piega il volere delle voci
sotto il peso dell’istante che si vuota.

 

uno

– C’è chi parte e arriva senza sosta,
chi alle spalle chiude sempre la realtà,
chi non sa cosa sia la sofferenza
e la pensa come fosse una città.
Qui si passa svelti e si ritorna
di continuo per sentire respirare
chi dispera nella vita mentre crede
fermamente nella sera che sarà –

 

***

 

sette

Gli sguardi affondano e si dilatano nel dolore
come fossero, di un albero – nel turbine
delle stagioni che passano, radici e rami.

 

sei

Cosa può dire ancora il vento
che non ha già rivelato un tempo ?

Il sorriso racconta sottovoce di un uomo
le paure che sente e che si ostina ad invocare.
I gesti che si perdono vanno incontro
a ciò che si vorrebbe toccare e non si sfiora.
Gli occhi di cenere in un’onda dispersi
sono mani che si muovono nel buio,
frasi che compongono uno spazio.

C’è un vento che resiste alla sera, là fuori,
che fa del prossimo crepuscolo che giunge
transito dei vivi verso altra vita.

 

cinque

(…trascorrere le ore, accarezzare
i volti sudati dei vetri d’inverno…)

Tutto passa oltre e nulla torna
per i sentieri che si pensa di conoscere
e che a lambirli con la punta delle dita –
se solo si potesse, nella penombra di un sogno –
sembrano pelle e vene sottili, memorie
del bimbo che è qui, al fianco,
in piedi sulla soglia di ogni giorno
a guardare la gente venire e salutare
anche se nessuno viene e nessuno c’è
da salutare e da veder andare.

 

quattro

La voce che si spegne nel fiato della neve
è del silenzio lancinante che è d’intorno
come un contenitore che assomiglia ad una stanza,
ad una grande scatola solo a metà aperta
dalla quale nascono insieme lampi e sole.
E’ strano a dirsi, a dirsi e a raccontarsi,
ma il pomeriggio che sarà poi tardo
e che adesso è inutilmente altrove
qui non entra a consumare tanto o poco;
qui si è soltanto soli, soli e persi,
distesi davanti all’uscita che non s’apre
e che si cerca invano di scorgere, di trovare
nelle sembianze lucenti di uno specchio.

 

tre

La finestra guarda sghemba sul cerchio del cortile
e sulle sagome mutevoli ed opache nei palazzi.

A volte rimane come l’impronta di un passaggio,
un varco angusto che si schiude alla vertigine
nell’età che lenta e stanca segue da vicino
il silenzio farsi attimo e principio di ricordo.
Termina nel nome di un oggetto o di un uomo,
quella via, s’incastra tra il rumore della pioggia
ed il vetro che l’accoglie e la osserva con due volti
essere fiume interminabile di lacrime e sospetti
ed umida tempesta di carezze al tempo stesso.

 

due

[attraverso i mesi il viso passa rammentando di sé e dei luoghi che non vede solo l’ombra di un segno e sullo sfondo l’orizzonte]

 

uno

Guardo mio padre guardarmi,
negli occhi parlarmi.
Guardo mio figlio guardarmi,
negli occhi ascoltarmi.

 

***

 

Napoli, 29 settembre 1960

Mia cara,
torno di nuovo a te per rispondere alla tua ultima lettera e per darti mie notizie.

Io sto sempre meglio, mangio molto e non sento più alcun fastidio.
Ancora mi seguitano le cure.
Credo ancora per poco, però, perché a me sembra di essere ormai guarito.

L’ospedale si trova in uno dei punti più alti e più belli di Napoli.
Da quassù, dal Vomero, si vede tutta la città.

 

Tornò a casa calvo e dimagrito,
la mano destra chiusa su se stessa
e la voce che faceva suoni strani.

Ricordo di quei giorni il sole vuoto,
il verde del giardino più vicino
e mia nonna che rideva senza senso
nel vederlo seduto sulla sedia
aggrappato alla sua felicità.

 

(il figlio che insegna al padre a leggere e scrivere)

Ripete le parole che gli dico,
legge a voce alta e senza ritmo,
scrive con le dita che gli tremano
frasi che dell’essere raccontano
il muoversi in noi come la sabbia
di mattini, di nuovo tempo che verrà.

Tredici anni e non ero già più figlio;
un po’ padre, un po’ madre ero anch’io.

 

Oltre la falce obliqua del passo
torna e va, mi guarda dritto in faccia,
si scuote con il capo e con il corpo,
mi parla di quando era bambino,
di quando sugli alberi saliva
per rubare le uova degli uccelli,
per lanciarsi in un balzo senza fiato
e restare nel silenzio della colpa.

 

Rimase per vent’anni in quello stato
parlando e camminando con fatica
lungo il lembo che ondeggia tra le età
e che non lascia certezze da salvare
se non quella che sussurra che sei vivo…
Che sei vivo per scoprire che la fine
ha l’odore duro e denso dell’inizio:
l’odore che ti porti sulla pelle.

 

______________________________
Nota biobibliografica

Danilo Mandolini è nato a Osimo nel 1965.
Ha pubblicato le seguenti raccolte di versi: Diario di bagagli e di parole (1993), A guardia del non ritorno (1994), Una misura incolmabile (1995), L’anima del ghiaccio(1997), Sul viso umano (2001), La distanza da compiere (2004), Radici e rami (Brescia, Editrice L’Obliquo, 2007).

______________________________

 

***

6 pensieri su “Radici e rami”

  1. Sono lieto che Francesco Marotta abbia deciso di segnalare all’attenzione dei lettori-visitatori di RebStein questo libro di Danilo Mandolini scritto con una profondità che non contrasta con l’aspirazione alla leggerezza; una lievità che non perde mai il contatto con il suolo, con la concretezza dell’essere e del sentire. I.

  2. Danilo M- mi inviò, nel ,lontano 1993, la sua prima pubblicazione(se non vado errata)-si trattava di un insieme di fogli fuori formato sui quali si snodavano i suoi versi di viaggiatore libero.Mi colpì molto per la sua originalità e per l’idea anticonformista.Ora, oltre alle sue succitate opere in bibliografia, ha inventato una rivista on-line, intitolata Arcipelago Itaca.Che invia liberamente e generosamente agli amici.
    Danilo continua a viaggiare e viaggiando crea ponti aerei, bellissimi ponti di poesia.E per questo lo ringraziamo di cuore.
    lucetta frisa

  3. Ho incontrato solo di recente i versi di Danilo, che lavora bene, con gusto ed eleganza, e ha anche un bellissimo Arcipelago Itaca. Contento dunque di leggere suoi lavori nella Dimora. Un saluto a Danilo e al buon Francesco!

  4. Vengo un po’ colto di sorpresa, non essendo un grande frequentatore dei “luoghi” della rete oggi dedicati alla poesia… Le vostra parole (Ivano, Lucetta, Manuel e Roberto – che non ho il piacere di conoscere personalmente), nonché l’attenzione dedicatami da Francesco Marotta, mi riempiono di una gioia infinitamente dolce. Grazie. Mi avete fatto un bellissimo regalo !

  5. Ciao, Danilo, poeta elegante e misurato, un po’ in disparte ma nel tuo arcipelago ci bagniamo in tanti.
    Credo che il valore non venga dallo schiamazzo, ma dal lavoro silenzioso dell’impegno. E che dire della sua poesia, sempre impegnata sul fronte di uno sguardo non ombelicale:
    ……
    ” ungo il lembo che ondeggia tra le età
    e che non lascia certezze da salvare
    se non quella che sussurra che sei vivo…
    Che sei vivo per scoprire che la fine
    ha l’odore duro e denso dell’inizio:
    l’odore che ti porti sulla pelle.”
    L’odore dell’inizio e della fine,l’odore del destino di essere nato uomo.
    Narda

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