Memoriré

Marco Ceriani

Per la morte noi siamo la sintassi
dell’ardesia che serve alla lavagna
per scrivere parole con due sassi
e d’uno farne un ponte sullo stagno…

Per la morte, la cengia sotto il vòlto
che si fa da via maestra strada chiusa
per un ponte che scavalca d’un sol colpo
l’artiglio rissoso della chiusa!

[…] “Ricordo bene la risposta alla mia domanda su quale sia il lettore che tu desideri per i tuoi testi: «Il lettore che voglio è un lettore che sia partecipe del particulare…». Adorno ha scritto che «i testi elaborati come si conviene sono come ragnatele: fitti, concentrici, trasparenti, solidi e ben connessi. Essi attirano a sé tutto ciò che si aggira nei dintorni. Metafore che li attraversano per caso, diventano una preda nutriente. Materiali affluiscono da ogni parte». Sono parole che mi sembrano corrispondere bene alle tue «strutture ingordamente polinomiche», e che possono prestarsi a spiegare, fra l’altro, la mirabile ricchezza delle letture qui convocate per allusione o citazione. Il motivo primo per cui le ho richiamate è però il loro singolare riuso in una citazione a memoria di Giorgio Orelli: «Adorno ha scritto che in un’opera letteraria ben fatta si raggiunge una perfezione che ricorda quella di una ragnatela, la quale, toccata dal sole in un punto, luccica dappertutto». E’ a queste parole che mi è venuto da pensare quando hai evocato un lettore «partecipe del particulare»: perché davvero non c’è punto del tuo tessuto verbale dal quale ci si possa distogliere senza ammirazione, e che non si offra anche come invito a ulteriori, diramanti scoperte”.

(Da: Rodolfo Zucco, Piccola palinodia per Marco Ceriani, Udine, Edizioni del Tavolo Rosso, 2010, pag. 10)

 

Marco Ceriani, Memoriré
S. Angelo in Formis (CE), Lavieri Editore
Collana “Arno”, a cura di Domenico Pinto, 2010

 

1. Apici dei laconici

 

Ante quem di visa e più losco visto
nel suo post quem è chiedere a quel verbo
ausiliario: Della morte è aoristo

la morte stessa che sull’ara fa che il nerbo
schiocchi con una puntura d’ago o schisto
sì che a deverbale affermi di proverbio:

per la morte in maschera già siamo
volubile arcobaleno che alla frombola
degli occasi non revoca il ricamo
delle stelle ma sì alla parca in vetta al tombolo

dell’universo… Per la morte lo zibibbo
servito in una cantina negromante
di veleni che per imbibermi delibo
s’un tavolo molato dal diamante.

 

*

 

Per la morte siamo il frutteto
tra i due fumi di un casolare
che con zelo all’arbitro del divieto
mostra l’albero da contestare.

Per la morte siamo noi la sirma
della vipera e dell’attorcigliata scala
che al lager serve l’alibi della firma
e all’albero di partirsi usque ad mala!

 

*

 

Il picchio dei tuoi chiodi è in lame
nel paragone con le assi rotte
come l’agonia della sera è a trame
di cupree rotte nell’omicida notte.

Punge le assi un’equazione
perfetta e simultanea –
sul retro della croce quel ladrone
di Nostro Signore è Giano.

Ma se degli altri due meli al monte
solo il secondo patì le mele orbe –
il sorbo al parapetto del suo ponte
avvampa nel solleone in agonia delle sorbe?

 

*

 

Per la morte siamo il rammendo
del fumo che assottiglia
le case dei vivi al tempo
che la morte ai vivi è figlia –

Per la morte siamo lo scempio
del volubile che giglia
alle case dei vivi a esempio
quando la morte il cammino suo ripiglia –

Per la morte siamo anche sì il tempio
del solubile che dal suo ubi consistam
assomiglia le case a esempio
ai casolari sperduti per lo scisma

della tormenta… Per lei, io che m’inginocchio
dove il versante in scesa consentì al cigolio d’un carro
per accompagnare lo scarabeo del cocchio
dal becchino che ti estirpa i calli con l’emolliente del catarro.

 

2. Sonetti

 

Introìbo

È un’emicrania a stomaco d’uccello
che sta al portone venereo di Gobi
giurando con la frana del coltello
erculeo del dramma che il tuo robi

vecchi baratta una gamba di sgabello
per l’impiccato con una partitura al clavicordio
aprente i ventricoli della scala temperata al vello
di una foglia che recita il suo congedo con l’esordio

di un’altra foglia consorella che abolì la toga
dell’albero per spiare Gesù per aures il lobi
vecchi appiccare il fuoco a noce e mogano

ma non al mobilio scuro che i tuoi probi
viri accatastano in una via dal crocicchio
sguardato dalla cervicale del rio picchio.

 

*

 

Per la morte siamo sì il congegno
con cui morte permette che il suo stame
dalla morte ci separi come il legno
dai trucioli piumosi delle pialle

che il mantice del polso icosiedro –
alla grafite scompenso e al falegname
ricompensa – denunzia nel Sinedrio
col nugolo che alle caducifoglie gialle

è tremolo del tuo deuterogiuseppe
che fornica – la commessura scapoli
dalla commettitura… – con la matita che si seppe

sinopia àvile alla spiga di due diaconi
che, dopo che la tunica d’uno imprenta lappole,
all’altro va come una Laconia senza làconi…

 

*

 

Caudìsono

          …: [Come spero que-
          rela più del lecito a Stefano / pei
          suoi lutti di spighe nel campiel
          che fendute / spartamente ha sue
          falci che in volo si levano / come
          rondini nere che un gesso im-
          proprio ha canute //] così anche
          Stefano con proprietà inversa al
          suo esercito / pei suoi lutti a cen
          spegli nel campiel che fu fesso /
          da un bagliore di falce che come
          rondine esperta / si fa in due per
          la bianca che denunzia quel ges-
          so // dice sì della morte noi sia-
          mo gli ordegni / con cui morte
          permette che certo il suo stame /
          dalla morte si sceveri come il le-
          gno dai legni / o il galletto di ra-
          me alla banderuola d’un amen //
          dal galletto che in via s’un lec-
          cio scarnente in un ceppo / con
          lo straccio di sangue del chic-
          chirichì dice a un campo / che il
          suo manto crociato si marita col
          gheppio // cui non versatile fu
          altra rampa altro stampo / che il
          legato

          De Ægypto exeunt
          … a Giu-
          seppo / solitario al suo silo che
          turbinò per un crampo

 

*

 

La morte in maschera dice al condomino
in forza al brolo da un albero spoglio:
conteggia al melo che il suo antonimo
mel’è più bianca, giusta mala, d’un foglio

che per uno spoglio come di tortore
si mise al sibilo di chi sputa i suoi semi
in faccia a chi giudica nel torto il re
ne ma non il rognone di un sudario che ribadisce i suoi temi:

brol’è che in pegno da sue misure
ebbe a valutare che polpa nera
ha il sopravvento sulla bianca che pure

recedere seppe il cerretano dal cerro
ma non il collirio della bacca dal rimmel che all’apice invera
la controversia dell’ossido intorno al suo ferro…

 

*

 

Ha una regola il migliore Agamennone
accarezzare il coltello col pollice
se nella stanza accanto è la menorrea
che fa entrare Clitemnestra di podice

e tutt’Egisto con la testa a cotenna
esiliato tra i plantari del codice
che da un usciolo fa entrar con la benna
finitima del pugnale che in quantità modiche

strappa la carne di dosso ai vestiti
la mercé una regìa forense dal sonito
d’un pendolo in ghisa ch’apre la gola dei riti

e l’ara veste con la fiandra del monito
come Agamennone che fa i suoi proseliti
accarezzando il coltello col gomito.

 

*

 

Nella fureria delle spine assoldò
il Calvario una tenaglia e una lima
sorvenienti infamevoli a un bersò
con tre tettoie abbracciate a quella cima

che spoglia il sentiero delle rose
con lai anepilettici per pungere
dai petali alle spine con le pose
commosse delle rose che ti unsero

le dita come nella scarsella l’elemosina
nell’indugio al commento del suo vero:
tutto è deserto primicerio, immagino:

dalle ostie pristinamente eleusine
ai noveri delle rose cui il nero
quel suolo porge perché vi si dissanguino.

 

3. Ancora gli apici

 

Una stella occhiuta è al firmamento
arrossimento tutto di vergogna
se un sogno a federa d’argento
da una tibia una ciaramella una zampogna

svola via… mia cornamusa
la tua piva è per la Completata
– quell’Ordine della morte disillusa –
sagoma d’uccello tra un’ascissa e un’ordinata –

se – mia ciaramella osteoporotica mia musa –
il Complemento della morte è per la piva,
venendo la Tua ora, la malchiusa
sagoma d’uccello che in un emistichio leonardesco si stecchiva?

 

*

 

Dove guizzano due foglie di edera
la lucertola alla tomba va di podice –
della sua coda ne guizza quella federa
di sole se a reciderla è una forbice!

Gli ofiti nella loro invidia
per la carne bianca dei galli a lunga cresta
stringono la montagna alla vita come Fidia
la vita di Agamennone non di Clitennestra…

Da lì la tomba, attualità della tua vipera
fa segno con amendue le fiche
degli incisivi alla crudeltà della conifera
che da lei al lichene ce n’è di petraie apriche!

 

*

 

Al gancio il macellaio di Abele
appicca il suo quarto sefardita di agnello
e gli altri tre quarti confrica nel miele
perché il gemello del manico d’osso, il coltello…

Il macellaio di suo fratello Caino
lascia invece che una certa cagnara
il cui cane macera nel correzionale del vino
stordisca la gemella della spiga di fosso, la bara.

 

*

 

La morte viene di notte
e perché le sue regalie a noi smerci
sul pavimento a ossa rotte
viene con zoccoli guerci –

Quando invece è all’occaso
che con la sua molecola peptica
viene in gonna di raso,
delle sue unghie rosse ella è scettica –

La morte viene di giorno
e per non sentirla fasciamo con seta
d’un’Ino Leucorrea il soggiorno –
allora lei l’ingresso si vieta…

ma è così che per tornare ella annotta
furtiva per farci miscredere
sull’assito che si gonfia alla gotta
di due ciabatte cucite a due federe.

 

______________________________
Marco Ceriani (1953) pubblica con Memoriré il terzo dei suoi “cammini poetici”, dopo Sèver (Marsilio, 1995) e Lo scricciolo penitente (Libri Scheiwiller, 2002). E’ traduttore di Vladimir Holan e critico “molto saltuario” di poesia in sedi come “Stilos” e “Caffè Michelangiolo”.
______________________________

 

Appendice

[Penso di fare cosa gradita pubblicando questo testo critico di Giovanni Raboni. Si tratta di uno scritto, non facilmente reperibile da parte di chi non possegga il libro a cui fa riferimento (Lo scricciolo penitente), capace di illuminare alcuni snodi della poetica di Marco Ceriani ancora vivi e operanti, per molti aspetti, anche nella sua ultima opera. Un ringraziamento particolare all’amico Domenico Pinto. fm]

Come l’oracolo, come il dio, la poesia non dice, significa; non c’è poesia degna di questo nome, nemmeno fra le più apparentemente esplicite, fra le più capziosamente o ingannevolmente dichiarative e raziocinanti, attraverso la quale questa verità che viene da lontano (da prima, forse, della stessa poesia) non si manifesti in tutta la sua elementare e inconfutabile certezza. Del resto, per rilanciare un famoso indovinello del vecchio Victor Hugo, fino a che punto il canto appartiene alla voce, la poesia ai poeti? La risposta, proprio perché impossibile e forse superflua, ci riguarda un po’ tutti, noi che leggiamo e noi che scriviamo, chi interroga la poesia con tutti gli strumenti e le risorse che la storia della nostra intelligenza ci ha insegnato a padroneggiare e chi si limita a stanarla, a contemplarne la corsa, a lasciarla libera di cicatrizzare o ferire.
Ma veniamo al dunque: come sempre, la poesia aspetta – con infinita pazienza, certo, come sempre; ma sta a noi non abusarne, non trasformare l’attesa dell’evento in surrogato dell’evento. E dunque: se è proprio in limine a queste nuove poesie di Marco Ceriani che ho sentito il bisogno di ricordare una verità tanto ovvia e tanto misteriosa è, molto semplicemente, perché sono convinto che ci siano autori per i quali essa è, se così si può dire, ancora più vera, vale a dire ancora più ovvia e misteriosa, e che Ceriani sia – soprattutto nella nuova, straordinaria stagione del suo lavoro testimoniata qui a titolo d’anticipazione e primizia – uno di questi autori. C’è chi nell’evidenza di cui ho parlato finora vive come dentro una naturale deriva (e a volte, magari, tenta persino – e, si capisce, senza alcun risultato concreto – di attenuarla, di “addomesticarla”…) e chi invece decide di prenderla interamente e volontariamente su di sé, di assumerne in proprio ogni conseguenza, insomma di trasformarla in una sorta di supremo e costoso impegno etico. La lettura della mirabile e sottilmente articolata sequenza di doppie e triple quartine offerta nelle pagine che precedono all’attenzione e alla responsabilità dei lettori non lascia alcun dubbio, credo, sull’appartenenza di Ceriani alla seconda e più rara, più solitaria, più ardimentosa delle due categorie. Poeta agonico, nel senso strettamente originario del termine, come pochissimi altri in questi anni e su queste scene, Ceriani mette in campo e muove i suoi agguerriti, imprevedibili contendenti verbali nello spazio perfettamente regolamentato e difeso e tuttavia ogni volta inedito, ogni volta inaudito, ogni volta avventurosamente e insidiosamente cruento dei suoi otto o dodici versi come se in gioco non ci fosse soltanto l’assoluta e, va da sé, intraducibile coerenza d’una scommessa anagrammatica o metaforica, ma anche e soprattutto e davvero alla lettera, anzi all’ultima lettera, una questione di vita e di morte. Chi lo ha seguito fin qui a far tempo dalle prove, già impressionanti per inquietudine figurativa o erudita e per struggente compostezza formale, di Fergana (1987) e di Sèver (1995) e dei Frammenti nel dialetto della Focide (1997) non può non cogliere in questo ulteriore scatto di libertà e di costrizione (dove la ritrovata funzione ordinatoria e scatenante della rima svolge un ruolo palesemente primario) il brivido d’un destino che si compie, d’un cerchio che rischiosamente e implacabilmente si chiude.

[Giovanni Raboni, Postfazione a Lo scricciolo penitente, Poesie di Marco Ceriani, Valmadrera, Flussi, 2001, pp. 31-32]

 

***

Annunci

4 pensieri riguardo “Memoriré”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.