La regina non è blu

Marco Benedettelli

Conchiglie

Ci sono tanti sassi bianchi vicino alla spuma del mare. Tante uova pesanti accatastate. Gli altri dormono ancora e stanno distesi per terra negli angoli dove c’è più ombra, perché il sole è già alto e rovente e fuori da qui ha disintegrato ogni riparo, per questo è tutto bianco e gli altri stanno qui a dormire, fuori sarebbe impossibile, con tutti quei sassi per terra che puntano sul corpo abbandonato e il caldo con i vestiti della notte ancora indosso, perché stanotte era freddo e non si vedeva niente di quello che c’era, c’è qui intorno. Eppure qui il mare è lucente e le onde calme del mattino sono risucchiate attraverso i sassi da un motore profondo.       Ho provato a mettere tre parole in fila per aprire la cassaforte tutta la notte, mentre gli altri erano già crollati. Ero lì accanto ai pali fradici del pontile, dove adesso è rimasta una cassetta di plastica. Tutta la notte sono rimasto seduto lì, cercavo la combinazione per aprire le sue orecchie e rimpicciolirmi fino a camminare nelle conche e nelle dune delle sue cartilagini bianchissime e calde.  Oppure con la lingua, avrei appoggiato la mia lingua al suo padiglione per sentirne il tepore sprofondato. Ma i sassi bianchi non si sono aperti, non sono sbocciati, al massimo hanno iniziato a pulsare vicino ai miei piedi ma questo solo perché il mare è sempre un po’ agitato prima dell’alba, e il suo rumore è l’unica cosa che si sente. Eppure ieri camminavamo in mezzo agli scogli che nel buio erano latte. Perché gli altri dormono ancora? Doveva essere già finito tutto con la notte trascorsa, ma adesso tutto s’è prolungato sotto la luce del sole. Sono dilatate le sue ore, e i suoi passi di stambecco continuano ancora, hanno attraversato il ponte d’oro dell’alba e adesso evaporano al sole e sono sospesi nell’aria, per questo penetrano dalle narici, dagli occhi, dai timpani fin dentro al cervello. Non ho trovato le tre parole da mettere in fila e la porta si è mostrata, ma non si è aperta e i sassi sono rimasti accatastati; ho intravisto solo una magrezza eccessiva e una foglia di lattuga appoggiata sulla sua testa come un cappello, come una corona, ma che era sott’acqua e scivolava verso il fondo del mare basso. C’è bisogno di una trama e di un manipolo di personaggi per dare forma al suono delle campane, al suono di questo canto incuneato tra le foglie e tra i sassi nella piccola falce di spiaggia chiusa in un mantello di roccia. Chi l’ha detto che si sta male senza ombra per terra, non è questa la solitudine che mi spaventa, l’azzeramento provocato dal sole che ha denudato anche la risacca di cespugli dove ieri ci siamo spinti a parlare, dove adesso c’è una capanna di pietra forse di un pescatore, per lasciare i suoi attrezzi. Voglio stringere le tue orecchie nei pugni, e spremerle come datteri, mia dolce amica che hai conosciuto la solitudine della clinica nella montagna, con le sue stanze quasi d’albergo, nel trambusto di gente che andava e veniva. E adesso che ci sono tutte queste conchiglie per terra io le raccolgo e le metto dentro ad un secchio, finché gli altri non si sveglieranno. E’ pieno di conchiglie, è pieno di gusci mischiati ai sassi, e sono gusci calcarei, riccioluti, che incorniciano piccoli antri di madreperla. Sono le sue orecchie, piccole, che il sole ha sparso in giro, i suoi gusci di cartilagine abbandonati che parlano. Un secchio ne colmerò, un orecchio dopo l’altro accatastati, finché il secchio non sarà pieno come un pozzo d’acqua. Ne raccoglierò dei secchi di teste di cammelli, di gigli del mare, mentre gli altri dormono ancora. Sono un palmo di spuma ossificata tutte queste conchiglie nel secchio, che muovono la coda, muovono i loro midolli attorcigliati sotto l’abbaglio del sole, con le nicchie smaltate di madreperla come gli incavi degli occhi nidi di luce. Ti ricordo sempre bella, solo te che mi guardi dal fondo del secchio. Un bocciolo interrogativo che si dirama come una ragnatela dalle tue tempie. Non hanno mai quiete le tue piccole spirali sul letto del mio passato. Tu possiedi il dono della lontananza. Le ciocche dei capelli attorcigliati, le mani chiuse e le orecchie disegnate nello squilibrio e nel veleggiare delle linee che irrompono dal fondo del mio cervello.

URn

Alza il braccio e la manica della giacca grigia svolazza un attimo. È sul palo giallo insieme ad altri sconosciuti, prende l’autobus per andare a scuola. Ecco l’autobus tra il flusso della macchine, si ferma. Le porte si spalancano con lo sbuffo meccanico della decompressurizzazione, prima aspetta che scendono poi sale.
Prende posto verso il fondo, tiene la borsa di cuoio sulle ginocchia e guarda fuori. Intorno c’è la gente coi corpi ancora sani o sfatti. Le donne giovani profumano. Lui guarda fuori e inala l’odore dei capelli neri lunghi della testa che gli sta davanti, è così buono, inclina il collo e inspira piano, nelle narici entrano lenzuola alla lavanda e il caffè tiepido e intanto guarda fuori, c’è la vetrina di una pescheria con le cassette e i pesci luccicanti. Poi pensa oggi compito in classe, gli alunni della III D fanno il tema, in V C deve spiegare Ovidio. Si tocca la borsa di cuoio sulle ginocchia, c’è tutto il materiale didattico occorrente.
Fermata successiva, l’autobus si blocca con un rinculo abbastanza attutito. C’è lo sbuffo e si aprono le porte, le persone in attesa scendono, salgono nuove persone. Qualche anziano si sostiene alle sbarre e poi i ragazzi rumorosi con gli zainetti, c’è un uomo con la cravatta rossa ed una donna dal collo nudo, lui fissa la sua pelle bianca poi rinviene e guarda fuori un po’ ingobbito.
«Alla fine è arrivato adesso dopo tanto tempo, ma pensa un po’, da ragazza ero sola e adesso che son diventata quasi vecchia è arrivato, quel che non avevo da giovane vedi che buffo è arrivato proprio adesso pensa un po’». La voce viene da dietro e lui si gira e torce il collo. C’è una donna grassissima che parla con un’altra donna e ha le ciabatte e i sopracciglioni folti. La donna con cui parla è seduta sull’altro lato dell’autobus e sorride e sembra che capisca tutto.  Lui allora continua a guardare di fuori sulla strada e c’è un cartellone dell’acqua minerale con un corpo nudo di una femmina e c’è scritto «Sgorgata e imbottigliata».
Di fronte la testa nera profumata si agita, parla a un cellulare. «Ma dai tesoro, sì, lo so… sì… sei proprio il mio tigrotto!» e ride ed è una gattina e lui contempla il fluttuare della chioma nera mentre la testa ondeggia e le dita bianche e affusolate con quelle lunghe unghie rosse stringono con delicatezza il cellulare.
Lui si toglie gli occhiali e si aggiusta il riporto con la mano. Poi si passa le dita sopra gli occhi e si strofina le lenti con un fazzoletto sudicio. Ancora altra fermata, sale una donna incinta due vecchi e qualche extracomunitario. L’autobus riparte, a lui sudano le mani, pensa alle ragazzine che ha visto ieri in televisione mentre piroettavano coi pattini e lui che mangiava la minestra. Si gratta le ginocchia, a scuola c’è un ragazzino che lo prende in giro, uno che sta all’ultimo banco e parla forte per far ridere i compagni perché vuole fare il protagonista. Oggi lui lo punirà, lo interrogherà e gli metterà l’insufficienza perché questo ragazzino il latino non lo sa ed è un mediocre. Poi la testa nera seduta di fronte a lui si agita ancora, parla al cellulare, ride, stende una gamba fuori dal seggiolino e lui guarda questa gamba ed è una gamba lunga e liscia e foderata di tessuto nero, morbida come il velluto, lui si morde il labbro inferiore e fissa la rotula che imprime la sua forma spigolosa sulla stoffa e giù fino al piedino col tacco appuntito penetrante nella gomma scanalata della pavimentazione, poi la gamba si ritira e lui con gli occhi tondi e la bocca mezza aperta rimane a guardare imbambolato verso il vuoto. Si allarga il collo della camicia con due dita e guarda fuori, guarda fuori mentre i ragazzini in fondo fanno un baccano micidiale e ridono urlando oscenità, lui guarda fuori e la sua pancia pulsa impercettibilmente e quel profumo di pelle lavata e custodita dentro il pizzo nero – questo lui pensa in un baleno – quel profumo incurva l’aria verso il suo cervello e lui si vede essere una cimice in un barattolo di vetro vuoto, raschia con le unghie la sua borsa di cuoio e vuole rosicchiare quella testa nera e profumata che gli sta di fronte ed inghiottire tutto. Lei si alza e in un passo si gira per uscire e adesso gli sta a quaranta centimetri dal naso mentre l’autobus procede e lui è rannicchiato sulla sedia.
È un’indiana con i capelli neri e lunghi, la pelle colore della luna e la bocca fragolosa e il naso appena un po’ scolpito, le sue mammelle sono abbondantissime e ha il ventre nudo, quel pancino morbido e sensibile dove in mezzo come un gorgo l’occhio nero dell’ombelico chiama.
A lui si annebbia completamente la vista, di scatto si inarca sul sedile, tende le braccia e le dita delle mani in uno spasmo poi con un tonfo rigido scivola per terra, lei si ferma spaventata mentre lui è ai suoi piedi e si agita in contorcimenti, il suo corpo inizia a raggrinzirsi e ad accartocciarsi, il tronco si sforma e si gonfia come un palloncino e le braccia si ritirano inghiottite nelle ascelle con le dita fuse a tulipano e avvolte da una specie di membrana, le gambe contemporaneamente si seccano e si rimpiccioliscono e i vestiti si afflosciano e si gonfiano secondo gli spasmi del corpo che contengono. L’autobus procede dentro il traffico, tutti gli altri passeggeri stanno zitti e guardano il corpo contorcersi in mezzo alla pedana, arrivano da fuori limpidi il rombo dei motori, i clacson, le marmitte che spernacchiano.
Il suo tronco si gonfia e si comprime nella giacca mezza vuota, le maniche e i pantaloni sono stracci imburicchiati a un corpo estraneo e si scuotono come se una nidiata di topi vi si agitasse dentro. Il collo si allunga e allungandosi diventa sempre più sottile e la testa raggrinzisce e rimpicciolisce fino a diventare grossa come un pugno e cascano i capelli e gli occhietti si fanno piccoli e pietrosi come due lenticchie e il lungo collo si ricopre di grinze verrucose.
Nessuno dice niente, tutti guardano perplessi, lei coi suoi capelli neri profumati è rimasta immobile, i suoi occhi cigliati vibrano di luce incrinata, tiene una mano sulla bocca e con l’altra si copre l’ombelico mentre gli spasmi della metamorfosi gradualmente calano fino quasi a placarsi, come il mare quando da agitato ridiventa quieto.
Dentro i vestiti appoltigliati a terra c’è un corpo alto come uno sgabello che fa scomposti movimenti goffi, le maniche di pantaloni e giacca sono vuote e sgonfie e dal colletto si alza un collo stretto e lungo che si muove a scatti regolari, sul gozzo esplode un floscio grappolo carnoso che dondola ad ogni ticchettio e sulla testa pustole e caruncole ed un rosario di tubercolini molli «glalalala….. glalalala…» poi in uno spasmo il corpo sguscia fuori dal colletto e nell’autobus possono tutti
Constatare che quello che era un uomo si è trasformato in un tacchino. «Glalalala… glalala… glala» il tacchino zampetta baldanzoso verso lei che come un anfora gli sta davanti, sulla fronte «glalala» gli dondola un’appendice carnosa che cresce e si fa dritta, eretta. Lei scappa, si tiene una mano sulla bocca e inizia a ridere mentre il tacchino gli zampetta dietro «glalala.. galala…. glalala» e i suoi colori brillano nel sole del mattino che filtra dentro l’autobus. Col collo in tensione segue la scia odorosa di quel corpo che ride e che ticchetta per terra con i tacchi. La donna grassa si alza in piedi e cerca di afferrare il collo del tacchino con i suoi braccioni, gli adolescenti divertiti applaudono ed il tacchino zampetta con il suo muscolo carnoso sulla fronte «glala… glalala…». Intanto i passeggeri si sono alzati tutti e vogliono acchiappare quel tacchino «Dai prendilo!», «Ma guarda!… chiudigli la strada!» ed il tacchino sguscia «…glala…» tra le gambe della gente mentre lei ride e
Scappa e la risata argentea risuona fra quelle esclamazioni. Le porte dell’autobus si aprono ed il tacchino salta e fugge via dalle braccia che vogliono afferrarlo, «.. glalala… glalaa.. glalala…» è sulla strada adesso e le sue piume verdi e nere smerigliano tra il metallo delle macchine, «… glala… glalala..» alcuni tra i passanti s’affannano a corrergli dietro «Fermate! Fermate quel tacchino! È di sicuro molto pericoloso! Fermatelo! Dobbiamo curarlo!». I poliziotti di quartiere tirano fuori lo spray stordente ma il tacchino scatta più veloce con la sua cresta di fronzoli carnosi e svolazza via davanti a tutti finché volta un angolo e scompare.
Nessuno ha più visto quel tacchino, l’hanno cercato qualche giorno, poi in questura hanno depositato il suo fascicolo in cantina e non ne hanno più parlato.
Però qualcuno dice che quando è estate e c’è la luna in cielo, fuori dalla città, in certi campi che profumano di terra, puoi sentire l’eco del suo canto: «glalala…. glala… glalala…. glalala…. glalala…. glalala…. glalala… glala.. glalalala…. gla».

Il paese del silenzio

Stamattina camminavo sul lungo mare, il vento aveva lasciato onde di sabbia sull’asfalto, c’era un sole pallido e le serrande erano chiuse. È estate ma è così freddo che si gira con le mani in tasca. Non so che cosa sia stato. Iniziò che tutti erano un po’ nervosi, le facce erano gialle e i capelli fragili. Due amici parlavano e si capiva, c’era ancora un sospetto strozzato che non si poteva dire perché poi sarebbe stato tutto diverso e allora si pensava che fosse solo un’emozione cattiva un frutto notturno della mente. Poi i più deboli cominciarono a fare cose strane. Parlavano e ridevano da soli e camminavano per le strade senza fermarsi mai, muovendo le braccia e i muscoli della faccia in espressioni scomposte. Allora si iniziò a bisbigliare, a fare ammicchi. Tanti persero la parola, stavano zitti in piedi in mezzo alle piazze e guardavano un punto indefinito con gli occhi vuoti e la bocca un poco aperta. C’era anche chi andava sicuro e deplorava questi omuncoli senza fibra senza decoro e chi invece un po’ dispiaciuto si lamentava che i suoi amici e conoscenti fossero diventati meditabondi e tristolotti e che nei locali a far serata si fosse ormai in pochi non più come prima, tanti adesso rimanevano a casa a guardare il soffitto. La televisione mandava film muti con signorine in altalena colonnelli marinai vestiti d’un eleganza andata o telegiornali di giorni insignificanti ormai trascorsi. Qualcuno si lamentò che la TV non facesse più il suo dovere ma presto lasciarono stare che stranamente capirono che arrabbiarsi era solo un diversivo a ciò che intorno si stava disfacendo.
Cammino sulla spiaggia, è un’estate senza ombrelloni, il mare è grigio e calmo, verso sera il mare è stato sempre calmo con i cani che giocavano saltavano e poi tornavano alla voce del padrone, i giovani scalzi a tirar calci a un pallone di gomma e gli innamorati a fare passeggiate innamorate. Ora non c’è più nessuno, solo dei gabbiani che stridono su una carcassa di pesce morto, dei gusci di conchiglia mischiati alla plastica e all’immondizia restituita dal mare inquieto a nostra madre terra. C’è un vento sottile e freddo che spiana la sabbia e mi da fastidio agli occhi, le mie orecchie ghiacciate potrebbero essere paonazze. Cammino e ho tutto il tempo che voglio, non c’è più nessuno, sono rimasto da solo. Guardo il sole pallido che brucia dietro le nuvole.
Tutti continuavano a rimanere muti anche se ormai la faccenda con l’andar del tempo s’era fatta chiara anche alle anime innocenti. Solo i bambini continuavano i giochi di sempre ma poi le madri magre e bianche in volto con i capelli arruffati venivano a prenderli nei cortili e in silenzio li portavano a casa che non era più tempo di stare in giro.  Qualcuno voleva pure dire fare qualcosa, ma si era tutti così stanchi ormai che non venivano le idee in testa, e le parole era un pezzo che si erano fatte vuote e inutili, ma questo già da tanto che forse fu uno dei primi segnali annunciatori, quando si parlava assai ma niente si diceva e se qualcuno intuiva e si sforzava a dir qualcosa che sentiva suo tutti lo guardavano come un povero coglione, ma poi smisero anche questi perché avevano paura di non esser più voluti e alla fine non era facile sopportare il peso degli spettri.
Sul viale deserto gli alberi si torcono al cielo, la città senza automobili e luci è immemore e le case si susseguono rigide nei loro angoli retti. Mi siedo su una panchina di metallo e incrocio le mani dietro la testa. C’è un negozio di giocattoli, la saracinesca è abbassata e qualcuno l’ha imbrattata di cazzi giganti, entro dentro, andando via non l’hanno chiusa col lucchetto perché forse sapevano che non sarebbero più tornati. Gli scaffali sono tutti pieni di giochi verdi, rossi, blu. Là nell’angolo c’è un cavalluccio a dondolo. Chiuse nei loro graziosi cappelli le bambole mi guardano coi loro occhi di vetro. Forse potrei mettermi a giocare, a far correre le macchinine sul pavimento, costruire palazzi colorati, ma vado via che questi pupazzi hanno un non so che di folle.
C’era un posto là giù in fondo alla pineta dove d’estate si andava quando era caldo e la sera si rimaneva lì dorati dal sole del giorno a sorridere e bisbigliare e a fumare sigarette, nel buio profumato del mare. Inconsapevoli guardavamo le capriole delle rondini e a volte stavamo tutti zitti quando era notte che la luce della luna faceva morbide le ragazze, ma poi quelle ragazze nei giorni sono andate lontane che ora non so più cosa ci lega, se una parola, un brandello di luce condiviso o forse niente.
Io sono rimasto qui, in queste strade vuote, questo luogo è freddo, la vernice dai pali di legno si stacca come pelle morta e il vento ha squarciato le tende rosse che sbattono. Il pavimento è coperto dalla sabbia e lascio delle impronte.
Solo la memoria d’argento m’è rimasta ora, che tutti sono partiti, questa mattina mi sono svegliato e non c’era più nessuno, ieri mi addormentai nel mio letto stropicciato, fuori c’era confusione, passi, corse, risate folli, ma io ero stanco m’ero perso in un ricordo dolce e non avevo voglia di scendere nelle strade a schiamazzare. Nei sogni notturni ho parlato con degli amici morti, ci siamo abbracciati. Mi sono svegliato e non c’era più nessuno, il silenzio è entrato nella stanza, ma io non ho avuto paura che sapevo tutto da tempo che la luce di crepuscolo negli occhi della gente non poteva durare per sempre e tutti sono scomparsi.

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Testi tratti da:
Marco Benedettelli, La regina non è blu. Racconti, inedito.
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1 commento su “La regina non è blu”

  1. Caro Manuel e cara redazione di Rebstein, grazie di aver pubblicato questi mie racconti che fanno parte di una raccolta di prose scritte e rielaborate nel corso dell’ultimo decennio. I tre testi che avete pubblicato furono stampati la prima volta qualche anno fa in Argo, quando ancora la rivista non aveva un vero editore ed era una fanzin grappettata e distribuita a mano nei corridoi dell’università di Bologna. Per l’esattezza Conchiglie è stata stampata in Argo n.10, 2005; Ur in Argo n.7, 2003; Il paese del silenzio in Argo n.2, 2001. Nella racconta la Regina non è blu sono inseriti altri tre, quattro racconti scritti per Argo. Tutti gli altri testi, invece, non hanno mai trovato una pubbicazione cartacea o sono apparsi in web per qualche mese ma ora non ve n’è più traccia.
    Un caro saluto, mb

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