In luogo d’urto e fiaccola

Severino Raimondi

Mutamento
senza valico nel tempo.
Viventi di una vita
inaccessibile, che ancora
benedice o scuote,
seguite il vostro dono
con distanza.

(Nanni Cagnone)

 

In luogo d’urto e fiaccola
(Testi inediti, 2007-2010)

 

la prima pagina

la porta sbarrata tiene lontano il mare
ogni ricordo che frange nella mente
il dolore e il sale del suo nome

il mio tempo era un invito all’impazienza
mutato dallo schianto
nella misura di chi si impone il lutto
con un salto – il folle volo
di un angelo malato sugli scogli

la mano che pietosa mi strappò alle onde
era di viva fiamma – per ardere
e risalire dal buio del fondale
trascinandosi il peso del mio corpo
inerte, mi bruciò le ali
incise per sempre nei miei occhi
la corsa spenta dei passi
e una speranza immobile nei giorni

(2007)

 

*

 

osservando nel folto un vento giallo
trascinare resine e relitti
verso il margine che costringe l’occhio
al deserto, misuravi la distanza
dall’acqua, la costruzione del gesto
che cancella lune alla tua mano

la notte domandava la tua lingua
per l’ombra intorno, quella disparente
che presentiva un’oasi, un riparo
nel calco delle grida consumate

labbro su labbro eri già nel guado
– confusa nel trapasso, ormai
sfiorita l’eco dell’infanzia –
dove non resta che abbandonare
l’onda, apparecchiato un volo
che regga l’abbraccio della cenere

(f. 12)

 

*

 

precipitata dall’alto
con movimenti d’ala che non durano
la frammentata attesa dell’impatto –
incorporea
come un fuoco che crolla
improvviso nell’aria autunnale
eri figlia di un’ipotesi boschiva
o ammutolita carne
in visibili tracce di passione

forse l’ultimo dei morti
ti brillava ancora nella voce –
il corpo sorpreso
dal sogno inesprimibile
d’una terra dove maturano lampi dalle zolle

era questo il tuo mistero
il laborioso vincolo
della tua presenza – non altro
che incidere un segno
un graffio di polvere
sul volto impassibile dei giorni

(f. 16)

 

*

 

imbarcavi il fuoco di stagioni
revocabili, come le parole che ora liberi
dalla catena delle labbra –
sguardi dilazionati e nebbie
per arredare l’ultimo orizzonte, una dimora
dove la luce risana e la pioggia
è una promessa in attesa sulla soglia

pensavi così la formula d’una semina
feconda, una strada segnata
da stelle di neve e un vento
docile al parto dei pensieri

ti resta l’odore aspro di un incendio
e un fiume che curva fino alle tue mani
luce di grani migranti
chiarori sconosciuti alle pupille

tra le tue dita spunta già la spina
che si dispone al richiamo indolore della morte

(f. 23)

 

*

 

in luogo d’urto e fiaccola
il tuo respiro si apposta per sorprendermi –

fluttuante materia d’insonnia
senza argini
sale straniera al desiderio dello sguardo
la voce che mi bracca nel segreto

siamo radici al bando, cifre immobili di neve
nella stagione che chiama a raccolta
alberi e maree, quello che manca
per sfuggire all’agguato dell’abisso –

ma tu già folle, taglio di lama
e ombra
nel non richiesto azzurro del tuo nome
dividi lingua e nome
dalla vela prescelta per salpare, dal fiore
che si congeda dietro il buio

(f. 35)

 

*

 

s’agita il giorno ingolfato in bende
e febbri contratte per suture d’equilibrio
fruscia nel rigido pallore delle ombre –

consolati dunque del filo che si arma
in bianche trame, del lampo
che s’apprende alle pareti della mano
e macchia d’artiglio il tuo cielo
immobile di stagno, l’acqua sovrastante

il corpo è nebbia esposto alla visione
cicatrice caotica di brace
che segue il sole e lacera s’arrende
davanti alla tua bocca, nel tuo sangue

(f. 44)

 

*

 

ti affidi al desiderio della polvere
fino a quando la pietra che ospiti nel palmo
non restituisce l’acqua esiliata dei tuoi anni

solo gli uccelli ti somigliano –
acconciati per la notte nelle cavità dell’aria
trattengono in gola un canto
che va a morte

come chi cova lacrime nel sonno
per abbeverarsi all’alba
alla fonte di una stessa assenza

      (f. 52)

 

*

 

porti sulla pelle il silenzio di chi va ferito
l’indiviso soffio del giardino
che crebbe sulla frana della riva

presto ritornerai alla colpa
di uno che giace indifferente
di fronte alla siepe delle ossa
alla lontananza di cui si imbeve l’albero
prima d’essere rogo

non s’acquieta lo sconcerto
che grida dalla veglia la somiglianza
tra la mano e il volo
l’offerta del corpo
alla danza del tempo a cui ogni ramo
è notte, ogni respiro

(f. 58)

 

______________________________
Severino Raimondi (1986) è studente in Scienze dell’Educazione. Solo negli ultimi tempi ha scoperto nella poesia, o in qualcosa che a suo dire le si avvicina ma che ancora non riesce a definire bene nemmeno a se stesso, l’unica chiave che gli permette di serrare le sue porte “per tenere lontano il mare“, come dolorosamente scrive sulla “prima pagina”. Da allora alimenta una sorta di diario, un grande quaderno ad anelli dove annota gli “unici movimenti possibili”, quelli che solo la vista gli concede mentre attraversa il mondo “senza passi”: le parole di un dialogo ininterrotto con una “presenza inafferrabile, senza nome e senza volto”. Privi di qualsiasi altra indicazione che non sia il numero d’ordine del foglio, sfilano, alternandosi, versi e prose, traduzioni e note sui libri che legge. I testi che qui si presentano sono, in assoluto, i primi che appaiono in pubblico – e c’è voluto davvero un enorme lavoro di persuasione per strappargliene, a caso, qualcuno. (fm)
______________________________

 

***

6 pensieri riguardo “In luogo d’urto e fiaccola”

  1. solo gli uccelli ti somigliano –
    acconciati per la notte nelle cavità dell’aria
    trattengono in gola un canto
    che va a morte

    hai fatto bene, Francesco, a “strappare” all’autore questi testi, per pubblicarli qui. Ti ringrazio e faccio i miei complimenti più sinceri a Severino Raimondi.

    Un caro saluto,
    stefania

  2. …” siamo radici al bando….”

    Ho letto con partecipazione questi versi e mi sono detta – finalmente una voce autonoma, libera da schemi o mode-
    A riprova che in poesia l’età non conta, conta invece l’intensità con cui mente e corpo si relazionano il dentro e il fuori.
    Spero che questo poeta non si perda tra i lustri dell’apparenza per continuare a darci altri versi belli, sicuri e maturi come questi.
    Davvero complimenti.

    E a te, caro Francesco, grande conoscitore della maieutica, un grande abbraccio.
    jolanda

  3. Quella di Raimondi è una voce isolata che chiede di sostare, depositarsi impercettibilmente sulle cose, nel tempo e oltre…
    Risucchiata dalla marea delle emozioni cui resiste impavida, questa poesia è un tentativo di fermarsi davanti al precipizio, cogliere l’esatta dimensione interiore dell’assoluto, anche solo negativamente, per poi siglare in parole quell’esperienza profonda. Tutto ruota intorno al nome, connotato delle cose e degli esseri viventi, cosi ‘nominando’ le sensazioni più originali e nuove si tracciano percorsi di poesia inconsueti e, in un certo qual modo, originari. L’Io interiore del poeta, monologante, a confronto con l’universo, discretamente si defila, per esaltare la forza mitopoietica della parola. Essa crea, modella, sfuma perciò il tutto, fra scenari ardenti di grazia. Marzia Alunni

  4. Grazie per gli interventi, anche a nome di “Rino”. Proprio ieri mi diceva di come, adesso, sia “tutto più facile, cioè tremendamente più difficile”. Credo che abbia capito tutto.

    fm

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.