Poesia che mi guardi

Antonia Pozzi

L’opera complessiva di Antonia Pozzi ha conosciuto una diffusione lenta e frammentaria. Le ricerche recenti stanno portando alla luce una figura prismatica, le cui diverse esperienze possono essere isolate solo andando incontro a semplificazioni e incomprensioni.

Poesia che mi guardi è una ricognizione testuale e visiva di e su Antonia Pozzi, che si presenta letteralmente come uno strumento liminare, propedeutico all’attività di studio, di scoperta, di scavo, che dovrà necessariamente farsi intorno a una figura sacrificata e destinata al catalogo delle rimozioni del Novecento.
Il volume (in cofanetto insieme a un dvd con il film sulla poetessa di Marina Spada) contiene le poesie della Pozzi, l’intero diario, un’importante scelta di lettere, alcuni saggi, e contributi critici di Goffredo Fofi, Eugenio Borgna e altri.
Poesia che mi guardi offre quindi la più ampia raccolta dell’opera della scrittrice amica di Vittorio Sereni e degli intellettuali legati al magistero milanese di Antonio Banfi.

Sebbene Antonia Pozzi si sia tolta la vita a soli 26 anni, i suoi versi, i suoi scritti e le sue fotografie (fu, infatti, anche fotografa) chiedono un’attenzione di lettura e di critica che finora è stata solo episodica. Eppure del valore della Pozzi s’era già reso conto Eugenio Montale, che ne pubblicò la raccolta “Parole” nella collana mondadoriana “Lo Specchio”.

L’opera della Pozzi va esaminata alla luce del rapporto con il padre e con il maschile in genere. Il genitore dal carattere repressivo, l’amico poeta Vittorio Sereni, il primo infelicissimo amore Antonio Maria Cervi (suo professore di lingue classiche al liceo), il quale sembrava aver fondato la sua virilità solo in forma di radicale sublimazione artistica. Questi sono alcuni dei dati con cui si può iniziare a leggere Poesia che mi guardi, e che certamente si ravvisano nella trama dei versi e degli scritti della Pozzi.

(Francesco Pontorno)

[Poesia che mi guardi]

 

Testi

 

          (Dalle Poesie)

 

Bambinerie in tinta chiara

ad A.M.C

Ieri, in campagna, ero rimasta sola,
in un prato, a snidare le violette.
Il cielo si era chiuso indifferente
in un suo pastranello grigio chiaro,
spolverato da sbuffi freddolini:
ma la terra, in compenso, mi alitava
sulle mani il suo fiato umido e caldo
e a districare piano i ciuffi d’erba
mi sembrava d’insinuar le dita
fra i capelli d’una persona viva.
Pensavo intensamente al mio fratello
e una lenta tristezza m’invadeva,
diffusa come uno stupore bianco.
Mi dicevo che forse nella vita
non potrò dargli mai neppure un fiore:
un fiore ch’io abbia colto in questi prati
dove, bambina, camminavo scalza
per un’ebbra ed inconscia frenesia
di contatti selvaggi con la terra.
Ieri, s’egli mi fosse stato accanto,
non gli avrei regalato delle viole:
odoravano troppo sottilmente
e, a toccarle, sembravano aggricciarsi
già col presentimento d’avvizzire.
Avrei preso due o tre margheritine,
i piú dimessi fiori, i piú sereni,
che si lasciano coglier senza brividi,
che non odoran tanto sono puri.
Con pure mani gliele avrei offerte,
gettata tutta la mia vita inquieta
in uno stordimento blando e chiaro,
che mi riconduceva lievemente
la mia rinata fanciullezza intatta.

Milano, 22 aprile 1929

 

Un’altra sosta

a L.B.

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga, invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.

Milano, 23 aprile 1929

 

Sventatezza

Ricordo un pomeriggio di settembre,
sul Montello. Io, ancora una bambina,
col trecciolino smilzo ed un prurito
di pazze corse su per le ginocchia.
Mio padre, rannicchiato dentro un andito
scavato in un rialzo del terreno,
mi additava attraverso una fessura
il Piave e le colline; mi parlava
della guerra, di sé, dei suoi soldati.
Nell’ombra, l’erba gelida e affilata
mi sfiorava i polpacci: sotto terra,
le radici succhiavan forse ancora
qualche goccia di sangue. Ma io ardevo
dal desiderio di scattare fuori,
nell’invadente sole, per raccogliere
un pugnetto di more da una siepe.

Milano, 22 maggio 1929

 

Pace

ad A.M.C.

Ascolta:
come sono vicine le campane!
Vedi: i pioppi, nel viale, si protendono
per abbracciarne il suono. Ogni rintocco
è una carezza fonda, un vellutato
manto di pace, sceso dalla notte
ad avvolger la casa e la mia vita.
Ogni cosa, d’intorno, è grande e ombrosa
come tutti i ricordi dell’infanzia.
Dammi la mano: so quanto ha doluto,
sotto i miei baci, la tua mano. Dammela.
Questa sera non m’ardono le labbra.
Camminiamo cosí: la strada è lunga.
Leggo per un gran tratto nel futuro
come sul foglio che mi sta dinnanzi:
poi, la visione cade bruscamente
nel buio dell’ignoto, come questa
pagina bianca, che si rompe, netta,
sul panno scuro della scrivania.
Ma vieni: camminiamo: anche l’ignoto
non mi spaventa, se ti son vicina.
Tu mi fai buona e bianca come un bimbo
che dice le preghiere e s’addormenta.

Carnisio, 3 luglio 1929

 

Non so

Io penso che il tuo modo di sorridere
è piú dolce del sole
su questo vaso di fiori
già un poco
appassiti –

penso che forse è buono
che cadano da me
tutti gli alberi –

ch’io sia un piazzale bianco deserto
alla tua voce – che forse
disegna i viali
per il nuovo
giardino.

4 ottobre 1933

 

          (Dal Diario)

 

6 febbr. 1935

Lucia. Va perché dice che vuol raggiungere la più alta espressione del suo credo rinnovato. Vuole che il divino operi manifestamente nella totalità della sua vita, in un continuo rinascere del suo sacrificio. Ma come potrà sfuggire all’abitudine, alla ripetizione di se stessa? La Grazia, lei dice. E qui, naturalmente, non posso capirla più. Per me il divino, la divina vita – o la vita, semplicemente – scaturisce solo dalle reazioni continue tra soggetto e oggetto, io e mondo. (Fichte?) Tagliare via da sé la possibilità di questo perenne rinfrescarsi nelle cose è come uccidersi vivi. Il più terribile pensiero è questo: che io alla sera potrò ancora andare in un prato sotto le stelle libere e lei starà, per tutte le sere della sua vita, in un dormitorio, vicino a dodici letti di bambine sconosciute. Ed il suo scomparire lascerà una scia indistruttibile: e sarà, davanti a tutte le cose belle a lei tolte, la mia gioia di goderne e nello stesso tempo il rimpianto di lei lontana, che non ne godrà mai più. Godere per due è altrettanto pesante – forse più pesante – che soffrire per due.

Paci. Dostojevschiano anche lui. E anche lui sente, acutamente, che una visione filosofica come quella di Banfi applicata alla vita di un giovane porta a spaventose conseguenze pratiche. Comprendere tutto, giustificare tutto. L’assassino, l’idiota, il santo. Ma allora anche noi possiamo farci assassini, pur di non rifiutare nessuna esperienza?

 

          (Dalle Lettere)

 

a Vittorio Sereni

Pasturo, 20 giugno 1935

Vitto caro,
avrei voluto scriverti subito, appena tornata su, martedì scorso, perché non m’era piaciuta affatto la tua faccia “spettrale”, la tua tensione inquieta. Ma poi, qui, con Paolo Treves e con Remo, le ore mi sono volate via; oggi, finalmente, approfitto della solitudine (Remo è venuto a Milano con la mamma per vedere del suo passaporto; Paolo se ne è già andato da qualche giorno) e vorrei scriverti un po’ a lungo, supplire in qualche modo alla cara abitudine della tua visitina quotidiana, di cui ho tanta nostalgia. Non so: da tutti questi giorni che ho vissuti non riesco a trarre nessun senso. Sono qui, in questa pausa di silenzio, come un velo d’acqua sospeso su di un masso in mezzo alla cascata, che aspetta di precipitare ancora. È come se avessi tagliato tutti i legami col mondo di fuori, a beneficio di un mondo che ha già la sua data di morte, che forse non esiste neppure come mondo a sé, ma è solo il morire di tutto un lungo spazio di vita. Non sai che cosa spietata è la convivenza quotidiana: quell’essere giorno per giorno di fronte, a misurare le proprie diversità sul metro delle piccole realtà materiali, come sminuzza i sentimenti, come seppellisce i concetti idealizzati. Che grande prova del fuoco. Benefica – sai: e benedetta, se serve a smantellare gli idoli. Ma che urto, contro la terra.
Quanti spaventosi abissi, fra Remo e me. Di gusti, di sensibilità; di moralità, sopratutto. E questo sopratutto è terribile: la mia assoluta inadattabilità alla vita pratica, il frantumarsi di tutta la mia unità di vita quando mi si porti fuori dell’atmosfera irreale in cui m’ha cresciuta la solitudine. Ma io non so quanta ragione abbia Remo dicendo che vuol fare di me una vera donna: io credo e temo che una vera donna non sarò mai, che anzi, cercando malamente di esserlo, finirei col perdere la parte più vera e meno banale di me. Forse il mio destino sarà davvero di scrivere dei bei libri di fiabe per i bambini che non avrò avuti.
Mi sento più che mai Tonia Kröger, come mi chiamava il povero Manzi, come ci siamo sentiti – insieme – quella sera da Alberto. Ti ricordi, Vittorio? Io quella sera ho resistito solo perché avevo te vicino e fin che vivrò mi ricorderò di quello che mi sei stato in quelle ore. Ma tu un giorno mi hai detto una cosa che oggi mi rimorde terribilmente: mi hai detto che io sono molto nobile, che non so che cosa sia la volgarità. Se mi vedessi oggi, Vittorio: che spacco tremendo è avvenuto in me, che crollo. Da una parte l’Antonia delle poesie e dei buoni principi, dall’altra un essere senza volontà e senza centro, che ascolta senza reagire i discorsi più brutali e quando gli occhi che ha di fronte diventano cinici – non più né fraterni né pietosi – non si alza, non va via, ma resta lì come ipnotizzata ad aspettare quelle carezze che sa che le vengono date – non per pietà – ma per gioco, uno stupido gioco che non costa nulla e può costare una vita.
Vittorio, tu sei la sola persona a cui oso confidare questa vergogna. E non so quello che succederà. Questa lettera mi sembra quasi il testamento dell’Antonia che hai conosciuta tu, il grido dell’acqua prima di cadere. E poi no, certamente no. Perché io sono troppo vile per andare fino in fondo. E chi gioca è in fondo troppo serio e onesto per volere che sia un gioco mortale. Ma è questo decadere di tutta me stessa, questo franare senz’argini che mi atterrisce e non vedo nessuna salvezza. Forse, se potessimo essere ancora vicini, credere insieme a tante cose che ci sono care in comune, sarebbe diverso. Hai letto Bisogno di una sorella di Civinini? Ecco, tu sei stato così per me: quell’essere di sesso diverso, così vicino che pare abbia nelle vene lo stesso tuo sangue, che puoi guardare negli occhi senza turbamento, che non ti è né di sopra né di fronte, ma a lato, e cammina con te per la stessa pianura. Con te ho vissuto la morte del povero Gianni, una sera; abbiamo cullato in un treno domenicale le nostre malinconie simili e diverse; un giorno abbiamo ascoltato June in January e le tue poesie mi hanno fatto piangere, non forse per quello che dicevano, ma per il mondo di battiti che mi facevano nascere dentro e quella certezza, che solo la tua poesia sapeva crearmi quel mondo e solo quel mondo era la mia vera e più pura vita.
Vitto caro, adesso tu hai i tuoi esami ed io non oso domandarti di rispondermi: avrei tanto bisogno che mi si parlasse del mondo di fuori, per salvarmi da questo mondo insidioso ed effimero che mi porta via da me stessa con braccia violente. Ma forse la settimana ventura verrò a Milano per un giorno e potremo vederci. Se prima di allora puoi scrivermi una riga – anche solo una riga – te ne sarei così grata: ho tanto bisogno della tua amicizia, caro Vittorio. Perdonami se mi aggrappo così. Raccontami di te, di Milano, di Brescia: mandami quello che hai fatto, anche se non finito. Io non ho scritto più niente. Sono proprio Tonio Kröger nella tempesta.
Addio, Vittorio. Salutami tanto la tua mamma e non dimenticarmi.
Io ti abbraccio con grande affetto.

            Antonia

 

[Ultima lettera di Antonia ai genitori]
[Originale incenerito. Ricostruzione a memoria del papà]

1° dicembre 1938

Papà e mamma, carissimi, non mai tanto cari come oggi, voi dovete pensare che questo è il meglio. Ho tanto sofferto… Deve essere qualcosa di nascosto nella mia natura, un male dei nervi che mi toglie ogni forza di resistenza e mi impedisce di vedere equilibrate le cose della vita…
Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita.
Anche i miei bambini, che l’anno scorso bastavano, ora non bastano più. I loro occhi che mi guardano mi fanno piangere…
Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite…
Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l’aspetto.
Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro.

Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace.

            La vostra Antonia

 

***

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11 pensieri riguardo “Poesia che mi guardi”

  1. solo perché, cercando bene, ci sono persone come la Pozzi (e tanti altri, aluni miei amici), riesco a sopportare lo schifo che fa cronaca. Basterebbe questo a giustificare “La dimora”.

  2. Ho un ricordo personale relativo ad Antonia Pozzi. I genitori di Antonia erano moto legati a mia madre, Maria Grazia Lenisa (da giovane ai tempi della sua esperienza nella corrente del “Realismo Lirico”), dicevano che ricordava loro la figlia Antonia. Ho sempre avvertito in mia madre questo legame segreto: la sensazione, viva in Lei, di combattere una battaglia per le tante donne la cui voce non è stata sempre alla ribalta, ma comunque non si è fatta dimenticare, perchè intensa e valida.

  3. Grazie a Patrizia e a Marzia per i graditi interventi.

    Marzia, il ricordo di Maria Grazia e della sua opera sarà sempre vivo e presente nella Dimora.

    fm

  4. non so più dove, qualche tempo fa ho letto che antonia pozzi fu bravissima fotografa, poeta così così. ho provato una punta di dolore, forse per la forte consonanza col suo mondo e il suo modo leggero di poetare, quasi parlato, senza tuttavia sciatterie. è giusto che se ne proponga l’opera e la figura: a volte mi chiedo che cosa avrebbe potuto diventare chi ha rifiutato di vivere.

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