Il compito terreno dei mortali

Flavio Ermini

Flavio Ermini è poeta e saggista, e le due ‘esperienze’ ancor più che alimentarsi in armonica reciprocità, tendono in lui a fondersi, essendo la sua poesia sorgivamente meditazione, e ‘poetica immaginazione’ la sua prosa. Negli ultimi tempi – a partire da Il moto apparente del sole. Storia dell’infelicità, che è del 2006 – questa tendenza alla fusione si è andata sempre più imponendo, come attesta il recentissimo L’originaria contesa tra l’arco e la vita. Narrazioni del principio (2009). Di entrambi Il compito terreno dei mortali rappresenta l’ultimo esito. Poesie, le chiama l’autore nel sottotitolo. E sia; ma sono poesie di un genere affatto diverso. Sono frammenti di una ‘mitografia del pensiero’, ove, però, non il pensiero scrive il mito, ma il mito il pensiero. Frammenti, pensieri-frammenti: non resti di una Totalità perduta; pensieri, bensì, che nascono come frammenti, pensieri che emergono alla luce della coscienza senza un inizio determinato e senza una conclusione certa: si iscrivono nella pagina dalla metà del rigo e mancano del punto che chiude la frase, il periodo. Né sono legati tra di loro – li divide un vuoto, lo spazio bianco della scrittura. Sono come isole di coscienza nel torbido mare dell’inconscio. Da poeta Ermini porta l’inconscio nello spazio della coscienza, senza alterarlo, senza pretesa alcuna di ridurlo a coscienza. L’inconscio è il silenzio che circonda le parole, gli spazi bianchi che dividono i pensieri-frammenti. Queste ‘poesie’ vanno lette, ‘guardate’, sono figurazioni improvvise. Da solo l’ascolto è insufficiente a comprenderne il senso.
Ho usato l’espressione “pensieri”, parlando di queste poesie. Debbo subito precisare che non intendo affatto accostarle al ‘pensiero poetante’ di Heidegger. I ‘pensieri poetici’ di Heidegger sono tutto tranne che frammenti: sono aforismi costruiti con logica consequenzialità. Un esempio: “Tre pericoli minacciano il pensiero. // Il pericolo buono e perciò salvifico è la vicinanza del poeta cantore. / Il pericolo cattivo e perciò più grave è il pensare stesso. Che deve pensare contro se medesimo, il che solo raramente può. // Il pericolo cattivo e perciò oscuro è il filosofare.” Tra questi aforismi, uno ne scegliamo, per definire il tratto proprio della mitografia del pensiero. Questo: Wir kommen nie zu Gedanken. / Sie kommen zu uns (“Noi non giungiamo mai ai pensieri / son essi che vengono a noi.”). Ma come vengono a noi i pensieri de Il compito terreno dei mortali? In forma di frammenti di una totalità mai stata. E solo perciò sono pensieri che vengono a noi, e non da noi ‘prodotti’. Il ‘saggista’ Ermini fa qui un passo indietro: non costruisce una logica o grammatica dell’inconscio, non dètta legge a ciò che è ‘prima’ d’ogni legge. Si ferma alla superficie del mare, osserva le isole, senza istituire rapporti tra fondo e superficie. Così rispetta gli abissi. E tuttavia… (Vincenzo Vitiello)

Flavio Ermini
Il compito terreno dei mortali
Poesie 2002 – 2009
Postfazione di Vincenzo Vitiello
Milano, Mimesis Edizioni, “Letteratura e Filosofia”, 2010

Gli elementi indecifrabili della materia

                        da un’ingannevole profondità affiorano gli elementi indecifrabili della materia che inizialmente tra gli umani elementi si rivelano ritraendosi quando ancora gli occhi non vedono e la bocca tace e formano i piani dell’accadere un insieme dove i singoli componenti del corpo permangono in uno stato di reciproca estraneità che rende col tempo riconoscibile la meccanica divorante degli occhi rispetto all’intento silenzioso della bocca in cui la pietra d’onda si rovescia con tutta la sua polvere così come non smette di varcare tutti i cancelli con determinazione l’umana flora mentre i primi piani arretrano e il circostanziato si fa mobile e vago nel precludere allo sguardo ogni via di ritorno all’indistinto dove parti del corpo giungono a sfiorarsi rivelando profonde ferite proprio come la voce mette in evidenza i movimenti delle labbra che si aggiungono all’incolmabile divario che si apre tra gli umani elementi e gli elementi ancora indecifrabili della materia né possono bastare le dita a indicare una forma che resta in procinto di mostrarsi da ogni lato come accade al vuoto che i mortali fin dal principio nascondono ovunque nell’azzurrità

Sulla terra

La valle destinata alla vita

Terra, radici, il colore chiaro del sangue.
Si apre allo sguardo la valle destinata alla vita.

                        l’apparire della vita sulla terra si dà unicamente nel sonno e non richiede scelta alcuna finché perdura la disposizione celeste così come il dormiente l’ha lasciata

nella valle destinata alla vita, resta indistinguibile il sangue da ogni altra sostanza sorgiva nell’alternarsi di movimenti contrari che nella sua rete l’emozione va stringendo con un grido

è circoscritta da mura la terra che esclude forme gemelle al fine di non ostacolare l’irrefrenabile spinta a conoscere a cui induce la vita

nella compattezza dell’edificio che sale, ciascun corpo si sovrappone a un altro e questo precipita nel primo, determinando nell’umana creatura un tumulto di elementi inconciliabili tra loro

si posano sulla terra gli artigli come fanno le labbra su tutte le ferite, nell’intento di arrestare il fluire del sangue che lungo le gambe scende fino alle radici

Sotto il cielo

La creatura non riconoscibile

Nel giardino conteso, matrice di ogni forma
in principio è la creatura con le ali di cera.

                        nei vuoti inospitali che separano le patrie incognite dell’uomo dai primi lembi dell’esperienza, fa la sua comparsa l’immemore destinato al risveglio a provare spavento

il breve gorgo che dall’arco discende sulla terra ha principio nel giardino conteso, dove le cose si trovano l’una dentro l’altra e l’una l’altra chiama per bocca di una vivente

gradualmente nel buio prende forma l’uomo determinato a camminare sulle sue quattro ali in un mondo da cui la sostanza primordiale non sovente emerge

sul breve gorgo, la flora umana affida alla terra rovesciata la creatura non riconoscibile che di carne e ali è fatta

provoca l’apparizione di forme ad altre forme sovrapposte la creatura le cui ali di cera vanno in frantumi determinando una divisione della sostanza primordiale in sezioni contrastanti

La custodia celeste

La propensione al volo dei mortali

Nell’udire l’umana voce che lo chiama a tanto patimento,
con un grido di orrore nasce il morente.

                        nella sua propensione al volo è sempre in procinto di mostrarsi da ogni punto dell’esistenza il corpo giacintino

in accordo naturale di foglie lanceolate e umana vita, genera tutti gli altri il primo gesto di sconforto del morente quando nell’abbraccio la sorella del sonno si rivela

davanti alla terra che lo esclude, conosce unicamente lo spazio della propria incompiutezza l’uomo che accede alla vita scostando di poco una pietra tombale

entra a fiotti il male alla nascita nel morente e causa molte mutilazioni nel corpo generante che lo chiama a tanto patimento

coprono con molti strati di macerie la speranza i guardiani della terra, consapevoli del dolore che mai abbandona gli umani esseri in catene

La casa terrena

I vecchi

Sottratto al dolore, l’uomo non dotato di parti
si affida all’interminabilità della morte.

                        aggiunge perfezione al dolore l’uomo che cammina su una terra disegnata dai propri passi con minime variazioni di prospettiva da luogo a luogo

parlano alla parte dell’uomo che non cede alle illusioni le forme del vero, nel modo in cui lei parla e segue tutti i momenti della caduta

all’interno del sepolcro si ode appena la voce che non si affida alle lettere dell’alfabeto e si rivela unicamente con un lamento soffocato

nel vivere non prendono a modello la varietà inesauribile delle cose gli incurabili, ma la custodia celeste della terra che nell’azzurrità regredisce fino al nucleo più profondo della materia

quando l’uomo alfine si discosta dalle vanità celesti, una forma umbratile appare e nel divenire riceve incremento in ugual misura dalle due voci che narrano ancora una volta la sua morte

***

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21 pensieri riguardo “Il compito terreno dei mortali”

  1. Aspetto di leggere, allora. Anch’io stavo lavorando a una “ricognizione” abbastanza sistematica dell’opera, ma per motivi vari ho dovuto per il momento accantonare l’idea. Ho parecchi fogli di appunti sparsi, appena trovo il tempo e la condizione adatta completo il lavoro. La mia nota individuava la genesi di questo libro in alcuni passaggi significativi del “Poema n. 10”, di cui è contemporaneamente uno sviluppo e un superamento abbastanza marcato: le ragioni del “passo oltre” rispetto a “Tra pensiero” sono tutte, a mio modo di vedere, nel “Moto apparente del sole” – un’opera memorabile, che può passare inosservata, o quasi, solo in un paese culturalmente abortito come il nostro attuale.

    Sono proprio curioso di vedere come hai impostato la tua analisi, che invito già da adesso i visitatori di questo blog a leggere non appena comparirà.

    Ciao.

    fm

  2. anch’io infatti sono partito dal “Moto apparente”.

    farò un link a questo post per la lettura delle poesie e per i dati bibliografici (oltre che per la nota di Vitiello, che trovo assai pertinente con la ricerca di Flavio).

  3. Quando ho “smesso”, stavo “leggendo” comparativamente alcuni editoriali anteremiani degli anni 1998-2000 e del periodo 2007-2009. Anche lì ho trovato delle “illuminazioni” a cui spero, prima o poi, di dare corpo. Purtroppo il tempo, e il resto, sono quello che sono.

    Concordo in pieno sulla postfazione di Vitiello, e mi dispiace non averla potuta riportare integralmente. Il passaggio sul “frammento” è di estrema finezza e “risonanza”.

    fm

  4. Anch’io trovo questo libro veramente straordinario, e mi sembra il naturale seguito, in approfondimento e modulazione del pensiero, del suo precedente Poema n.10. Ma la cosa che mi sembra più importante (e che viene sottolineata anche da Vincenzo Vitiello) è una ormai raggiunta fusione tra scrittura in prosa (L’originaria contesa…), la saggistica (Il moto apparente…e gli Editoriali) e in poesia. Una fusione che non è un semplice “mettere insieme”, ma una nuova forma di scrittura che dà origine a una nuova sostanza significativa: un mondo di pensiero scritturale (non so se questa parola esiste, ma credo si adatti al suo lavoro)che sta qui, e che è luogo e movimento . Voglio dire che è una voce questa di Flavio, che riesce a dire “la cosa così com’è” (per usare un concetto poetico di Wallace Stevens), che non è la semplice realtà di ciò che c’è, ma più propriamente “il reale”ciò che si riesce a far essere.

    Un Caro saluto a Francesco e a Stefano.
    Ciao.
    Giorgio Bonacini

  5. Spero di poter avere presto il libro e leggerlo (Flavio mi aveva detto cher l’editore me lo avrebbe spedito, ma gli editori…) Lo cercherò in libreria. Le vostre parole non possono che incuriosirmi, e la breve lettura dei testi confermarmi il loro valore.
    Marco

    P.S. Francesco, ti manderò a breve alcune mie cose su Schulz. Il circolo degli amici schulziani latita un poco…

  6. nella “forma” mi colpisce che l’aggettivo “umano”
    (ma analogo discorso può essere fatto anche rispetto ad altri aggettivi presenti in questo testo)
    sia (quasi) sempre anteposto al sostantivo- Non credo per una (più o meno gentile) concessione ad una (certa) modalità letteraria, mi sembra piuttosto il volere sottolineare come il nome che viene dopo nasca da quell’umano messo prima, cioè ne abbia l’intrinseco e imprescindibile carattere.
    (Mi spiego: se scrivo “vita umana”, prima intendo vita che -solo sucessivamente- si declina umana; ovviamente diverso se prima scrivo umana…)

    E in effetti, e seguo l’indicazione di Vitiello, anche ‘guardate’ (graficamente), queste sono “isole” di un mare nostrum, anche nella iterazione (se non proprio ricorsività) di una struttura frazionaria
    (se ci fosse ricorsività potremmo dire a frattale).

    Nella “sostanza” trovo interessante quel vortice iniziale (de “Gli elementi indecifrabili della materia”) senza punti (di punteggiatura) a distanziare- subordinare,
    dove saldandosi, anche per via della rima, l'”ingannevole profondità” iniiziale alla “azzurrità” finale, rende di fatto impotente tutto il “resto”, ivi compreso quell’affioramento per un attimo degli elementi, peraltro indecifrabili, della materia
    (non può bastare l’umano -l’essere dotati di mano- rispetto
    “incolmabile divario che si apre tra gli umani elementi e gli elementi ancora indecifrabili della materia né possono bastare le dita a indicare una forma […]”)

    Bon, seguirò anche su Blanc. ciao!

    (e un ciao particolare a F.Marotta :))

  7. “Eppure ascende, aspira l’uomo verso la dimora celeste, in qualche modo gli è concesso di vedere quella chiara azzurrità. Forse il compito dei mortali è proprio nell’a-spirare, nel tendere verso l’alto che è come il basso, non solo su questa terra, ma nella terra di mezzo, nell’inter-mondo dove febbre, voracità, illusione, perdita, disgregazione non esistono, per il semplice fatto che il moto spontaneo dell’anima si converte al fuoco che la fonda, in un armonico moto orbitale celeste”.
    SR

  8. Un saluto e un grazie per questi ulteriori preziosi contributi.

    Ermini, piaccia o non piaccia, è un autore importante, col quale bisognerà fare i conti sul serio quando, *sul serio*, si vorrà ricostruire il frastagliato percorso della poesia italiana degli ultimi decenni.

    Altro che la canonizzazione di quattro merdette poetiche che battono in lungo e in largo l’Italia a caccia di premietti e di medagliette e che ho trovato in bella vista nell’ultimo saggio-antologia che mi è capitato tra le mani. Giusto il tempo di finire nella spazzatura.

    fm

  9. Non è bello anticipare parti di una nota critica in via di pubblicazione: rimando, perciò, al prossimo numero della rivista “Le voci della luna” che pubblicherà la mia recensione al libro. Complimenti Flavio!
    Marco

  10. Intervengo proponendo questa breve osservazione ‘panoramica’.

    La scrittura di Flavio Ermini si presenta come ‘cresta dell’onda’. Come emergenza sulla superficie del mare che si osserva e si sente dal litorale: sempre in arrivo, sempre in dissolvimento, come la vita. Se ne può parlare in termini di ‘frammento’ -come è stato ben fatto-, oppure (da intendersi non come opposizione ma come ‘anche’) di ‘filamento di tessuto linguistico’ che non si compie mai arrivando al punto, eppure in sé stesso ben definito. In questa scrittura non incontriamo la frantumazione del significante nei suoi elementi più semplici, atomici, pre-significativi, come è avvenuto -per intenderci- nella poesia di Andrea Zanzotto. Non c’è quella ‘risonanza’ degli elementi minimi della frase, della parola, ora siamo difronte alla ‘risonanza’ del ‘logos’, del discorso, del quale affiorano magmatiche, immagini-azioni e riflessioni in continua ‘dissolvenza incrociata’ -per usare la terminologia cinematografica. Questi accenni definiti, in continuo dentro-fuori sotto-sopra il discorso, in una successione sorprendente come il montaggio di un film surrealista, o un ‘blob’, sono legati tra loro da un esile ma fondamentale ‘filamento’, costituito dal ritmo e dal respiro proprio dell’autore, che fa stare in contatto il ‘logos’ con la sua veste originariamente mitica, cioè poetica. Il discorso affiora alla vista della coscienza senza ‘spiegare’ la sua energia potenziale. E qui l’uomo, particolare relativo ed effimero punto di vista, dopo aver abbandonato l’illusione consolatoria, appunto, della ‘spiegazione’, può abbandonarsi -questo sì- alla ‘spiegazione’ in atto dell’azione stessa della scrittura come capacità-possibilità di esserne abitato, di esserne pertanto custode e custodito.
    Il ‘logos’ che ha rinunciato alla mortificante chiarezza ‘platonica’, attraverso Flavio Ermini ‘perdura’ nel suo farsi-disfarsi filamento ritmico del continuo ripresentarsi della manifestazione originaria. Come Penelope, come il ragno, l’autore non recide mai il filo dove si sospende, non se lo può permettere, tradirebbe sè stesso, cadrebbe nel vuoto, gravemente, come ogni cosa materiale e umana. Allora si riprende dal mare, dal vedere e sentire il mare-magma, psiche originaria, movimento ondoso dove ci fa incontrare il limite, ‘logos’-luogo poetico che si erge in cresta, e si dissolve sulla superficie, sul ‘corpo’ dell’abisso.

    Con un caro saluto, Armando

  11. Un grazie e un saluto a te, Armando, e complimenti per il blog.

    Se mi autorizzi, ti sistemo graficamente il commento, in modo che risulti più leggibile.

    fm

  12. Ho letto anni fa uno strepitoso saggio di V.S.Gaudio sulla poesia di Flavio Ermini, addirittura quel pazzoide geniale tirava dentro la teoria delle preposizioni di Viggo Brøndal, che ve la raccomando, e i tre tempi di Guillaume, che già aveva usato per Barberi Squarotti e Ripellino, l’I King con un particolare metodo per cavare l’esagramma-stile del poeta, l’archetipologia di Gilbert Durand, e Dio, ma quale?, sa cos’altro! E in più comparava la poesia di Ermini con quella di Camillo Pennati, Barberi Squarotti, Franco Cavallo…Cfr. La Poesia-Shi-ho. La poesia del morso che spezza e dell’acqua sui piccoli sentieri, in “Zeta”,rivista internazionale di poesia e di ricerche,nn.67/68, Campanotto editore, Udine luglio 2003.
    Ora, io dico questo: se proprio devi tirar giù saggi così pieni e con metodologie critiche tanto particolari, lo vai a fare per Ermini che, con tutto il rispetto, d’accordo, è bravo, lo sappiamo, ma a che ti serve? Vuoi mettere un Corrado Calabrò, che, sì, è vero, “fa chiangë iset fimminë i ‘rijûlë”, ma esce dall’editore governativo Mondadori!
    Dài, V.S., basta con Ermini, Ginestra Calzolari, Ruffato, Pennati, Cavallo, Barberi, Giuseppe Guglielmi, insomma lo sai il teorema dell’antologista? Se non hai una raccolta(di che?) pubblicata da un editore “grande”, lui, l’antologista non ti caca nemmeno, e allora fatti furbo, no!? Butta giù, che so?, “La Poesia Ue Tsi. La poesia di prima del compimento” e scandaglia i “versi” di Corrado Calabrò da ambo i mari!…

    1. Ma non è che stavi parlando di questo commento? E l’unica tua cosa presente sul blog. Se così fosse, ti chiedo di controllare meglio, prima di scrivere che ti è stato cancellato un commento.

      fm

  13. Grazie, così va molto meglio.
    Scusami, rileggendo il mio testo, ho notato di aver scritto ‘blog’
    anziché ‘blob’. Per cortesia, mi puoi correggere il refuso?
    Colgo l’occasione anche per complimentarmi per questo tuo
    spazio ‘dimora del tempo’ della poesia e dell’arte.
    Armando

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