Il sole contro

Stefano Zangrando

“La morte ha un senso soltanto per chi le sopravvive, o è il contrario?”

 

 

Il sole contro

1

Mio nonno paterno finì di morire un venerdì sera di febbraio. Il giorno prima ero andato a trovarlo in ospedale, dove mia nonna lo assisteva ormai senza pause. Lo trovai con un braccio alzato e le dita stanche puntate verso il muro di fronte al letto. Abbagliato dalla luce del sole pomeridiano che riscaldava la camera attraverso i vetri opachi delle finestre, diceva a mia nonna: «Chiudi la porta», ma non c’era nessuna porta.
     Il sabato feci visita alla salma. Mio padre, mosso da una serenità inconsueta, mi fece strada nella camera mortuaria. Non c’era nessun odore, solo il corpo ben conciato e ben vestito di mio nonno nella bara, le mani intrecciate sul ventre e le mandibole sorrette dall’apposito sostegno. Era la prima volta che toccavo un corpo morto. Tastai la fronte fredda e sentii il cranio muoversi appena, abbandonato a un’inerzia che mi gelò.
     La mia curiosità verso la morte nasceva da un complesso d’inferiorità: avevo quasi trent’anni e prima di allora non avevo ancora conosciuto da vicino il volto della fine, mentre tutt’intorno a me, anche nel benessere ovattato della mia stessa provincia esistenziale, gente molto più giovane era costretta a farci i conti molto presto e in modi ben più brutali. La curiosità di mio padre, con il quale condivisi lunghi minuti di stupore per la quiete che sprigionava il volto del cadavere, era di un’altra specie: sentiva avanzare l’età, cominciava a prepararsi.
     Anche mia nonna quel giorno, quando la incontrai fuori dalla camera mortuaria, sembrava serena; poi, appena fu dentro anche lei, i suoi occhi caddero sul corpo del marito e la voce le si ruppe in un pianto a dirotto. In quell’istante il mio cellulare fece bip bip.
     Uscii all’aperto e lessi sul display il breve messaggio di un’amica che qualche sera prima, al tavolo di un bistrò, mi aveva confessato, poco prima di congedarci, che anche lei mi desiderava, e molto. Rilessi più volte il messaggio e mi eccitai a dismisura, fino a battere i denti.

Qualche giorno dopo le esequie , ero a cena dai miei, venni a sapere da una cugina di mio padre, una poliomelitica di fede comunista, che mio nonno non era figlio di suo padre. Il cognome di cui sempre da bambino mi aveva esortato ad andar fiero non era il suo: sua madre aveva avuto un’avventura con un soldato del meridione durante la guerra; più tardi, l’uomo che la sposò riconobbe anche quel figlio naturale. Si spiegava così perché mio nonno, nel suo paese dell’alto Cadore, veniva chiamato “il moro”. E io, che per anni avevo fantasticato su lontani antenati iberici, mi spiegavo finalmente la mia pelle olivastra. Sperai che quel soldato fosse stato siciliano, perché i grandi uomini d’Italia vengono tutti da lì.
     Interpellata su quella rivelazione, mia nonna negò tutto e non volle più parlarne. Mia sorella gridò allo scandalo. Mio padre e io, spiati da mia madre che serviva, ridemmo di loro e ci mettemmo a tavola: ci sembrava un epilogo adatto alla biografia di quell’autocrate sensibile e ironico che era stato mio nonno. Una biografia che nessuno, temo, scriverà mai.

La morte ha un senso soltanto per chi le sopravvive, o è il contrario? Quando mio nonno morì, conobbi il suo segreto e, per la prima volta nella mia vita, credetti di comprenderlo. Allora ricordai la luce del sole che lo abbagliava in ospedale e, per un tempo che non durò, provai nostalgia della sua porta inesistente.

 

2

 

Quella successiva alla morte di mio nonno fu una primavera di grandi scoperte. E bella, anche, quando mi accontentavo. Frequentavo diverse donne che mi accordavano la fiducia del confidente, e alcune di loro ci stavano: cosa potevo chiedere di più?
     Una sera ero in un bar con Sandra, un’amica con cui ero stato anni prima. Seduti a un tavolo in penombra, sorseggiavamo vino rosso e parlavamo d’amore. A un certo punto, nell’avanzare una proposta indecente che seppure non raccolta mi permetteva già di immaginarmi nella situazione, mi ritrovai così immedesimato in quell’idea da percepire all’improvviso me stesso e il mio volto, in modo assai brutale, come corpo, e come corpo vecchio, o meglio: adulto – voglio dire già in discesa, in via d’invecchiamento. Sentivo la grandezza abnorme della mia testa, la scarsità dei capelli, l’invadenza metafisica dei denti, la minaccia delle rughe sulla pelle – e tutto ciò mi fece sentire, come mai prima, somigliante a mio padre, a quell’adulto invecchiante di mio padre al quale non avrei voluto assomigliare così tanto, e che invece ripetevo anche per la qualità catastrofica della mia memoria, per la mia penosa condizione di amnesiaco alla quale non potevo porre rimedio: ormai ero in discesa, avviato anch’io alla morte, e i miei limiti non avrebbero potuto che peggiorare e peggiorarmi. In quell’istante mi sentii così vecchio e pesante che la mia competitività erotica mi parve compromessa per sempre. D’ora in poi, pensai, non potrò più avvicinarmi serenamente a una donna nuda.
     Sandra ruppe i miei pensieri con un brindisi e, per consolarmi o forse riconquistare il mio orecchio dopo il rifiuto, prese a raccontarmi un recente episodio d’impotenza del suo ragazzo. Alla fine dovetti fingere di trattenere le risa.

Sandra mi aveva rifiutato. Avevo solo ventinove anni, ma già credevo di capire che il mondo in cui vivevo mi respingeva ai margini del grande spazio in cui si lotta per la vita, per la sua riproduzione. Ero un giovane uomo piccolo-borghese più o meno acculturato, una categoria decisamente in perdita. Mancavo di virtù concorrenziali. Al tempo stesso, tuttavia, persisteva in me una tensione, la voglia di appartenere a quello stesso mondo che mi stava rifiutando. Insomma, ero un brutto anatroccolo.

Avevo solo ventinove anni. Non avevo ancora maturato un rifiuto del mondo, mentre esso sembrava già darsi da fare per rifiutare me. Lo avrei odiato per questo? Per avermi rifiutato? E me lo sarei inventato solo allora, il mio rifiuto, dopo essere stato io stesso rifiutato? Avrei celato così la condanna del mondo, falsificando le sue carte e menando vanto di una libertà inesistente?
     D’altra parte il fatto che prima o poi dovessi maturare un rifiuto del mondo non era affatto scontato. Perché mai avrei dovuto farlo, se era lo stesso mondo in cui potevo ascoltare le confidenze delle mie amiche e avevo scoperto di avere un antenato proveniente dall’isola dei genii?

 

3

 

Una notte di marzo la passai con Irene, l’amica che mi aveva mandato il messaggio sul cellulare mentre ero nella camera mortuaria. Eravamo talmente infoiati che, dopo una sua breve rassicurazione a fil di voce, ci affidammo senz’altro alle teorie di Ogino e Knaus. La mattina dopo non ricordavo niente, anche se avevamo bevuto pochissimo. Ma trascrissi in un taccuino i pensieri evocati dall’odore del suo sesso sul mio cuscino.
     «Non viviamo la vita, ne siamo vissuti. Parlo in termini biologici. La vita ci domina a suo uso e consumo. Ci accattiva con il piacere dell’orgasmo per riprodursi al di là di noi, suoi tramiti pensanti e sofferenti. Apparteniamo interamente alla vita. Se ci dovesse essere un disegno, come affermano gli uomini di fede, questo apparterrebbe esclusivamente alla vita, non ci riguarderebbe che come mezzi casuali e provvisori. Le siamo indifferenti. Non ci è riconoscente. La serviamo, nient’altro. Le serviamo. Siamo schiavi della vita. Come si può amare il proprio tiranno?»
     Due giorni dopo il coito, Irene mi mandò un nuovo messaggio in cui mi invitava a cena. Rifiutai con questa scusa: «in barba alla vita!», perché sapevo che voleva scoparmi all’Ogino-Knaus. Se invece avessi avuto il presentimento di una semplice serata in compagnia, tra persone amiche che si vogliono bene, avrei accettato.
     Volersi bene, pensavo, è l’amore nella sua forma perfetta: disinteressata. I greci la chiamavano agape. Contro la vita, non ci resta che l’amore. O, al limite, la clonazione. Contro il desiderio, comunque, l’amore. E qui sarebbe d’accordo anche un cristiano. Contro la finalità dell’uno, la gratuità dell’altro. L’amore rende liberi. In barba alla vita.

 

4

 

In quel periodo convivevo con Attilio, un mio collega pendolare. Arrivava il lunedì e si fermava fino al mercoledì o, più raramente, al giovedì. Aveva un contratto da libero professionista che gli permetteva una certa libertà di movimento. Anch’io avevo un contratto del genere, ma mi muovevo di meno: quello era il mio domicilio, mentre Attilio dopo tre giorni rientrava sempre da sua moglie, a due ore di treno dalla città.
     Attilio e io ci amavamo, senza dubbio. Voglio dire che il nostro era un affetto amicale, disinteressato. Dialogavamo come fa la maggior parte dei maschi, ascoltandoci poco e parlandoci molto addosso. Eravamo più prodighi di consigli che di parole di comprensione.
     In agenzia lavoravamo separati, ci avevano assegnato le postazioni da collaboratore in uffici diversi. Tra un rendiconto e l’altro, Attilio amava rischiare la denuncia per mobbing con qualche collega o la tirocinante di turno. Aveva una pancia molto abbondante per la sua età, eppure riusciva sempre a tradire sua moglie con donne bellissime. A questo punto però non sarebbe stato d’accordo con la mia espressione. Tradimento, diceva lui, è una parola che il tempo ha ormai svuotato. La sola prova di tradimento, oggi, è l’effetto su chi sente di averlo subito. Mia moglie non sarà stata tradita finché rimarrà all’oscuro delle mie scappatelle. Io la amo più di ogni altra, per questo non voglio che sappia.
     Può darsi che Attilio fosse più scaltro di me. Di certo il suo dongiovannismo era più efficiente. Del resto io non sono mai stato un collezionista. Ma sono pronto a scommettere che il primo a pronunciare l’adagio «occhio non vede, cuore non duole» sia stato un maschio.

A volte, nei fine settimana, soffrivo un po’. Gli amici degli anni di studio erano ormai, come si dice, “sistemati”, vale a dire scomparsi, dissolti in un misero fraintendimento dell’età adulta. Non mi restavano che Attilio e le mie amiche, le quali però, a dispetto dei confini un po’ angusti del mio mondo, al di là del mio spazio vitale avevano tutta un’esistenza.
     La casa era fredda, non potevo starci a lavorare, così passavo alcune ore in biblioteca, anche di sera. Qui però ero immediatamente assalito dal disgusto di apparire tipico: il tipico maschio single che va in biblioteca con le stesse patetiche speranze di rimorchio di tutti i maschi single come lui.
     A volte non resistevo a quell’impressione e me ne tornavo subito a casa. Se l’ora di cena era trascorsa, le vie della città erano già consegnate al silenzio, un silenzio ottuso, il silenzio senz’anima dei luoghi mai nati. Nel buio dei vicoli anche il cigolio della cinghia della mia valigetta diventava invadente e, ripetendosi monotono al ritmo dei miei passi, mi restituiva intero il nonsenso di vivere lì, lontano dalle crude imperfezioni della Storia.
     Non era facile, una volta rientrato, resistere a quell’affronto. La tivù trasmetteva idiozie, informazioni inutili o, nel migliore dei casi, notizie paradossalmente edulcorate dalla violenza delle immagini. Sopportavo a stento quei minuti da spettatore, che riducevano la mia coscienza politica a un’unica convinzione: molti dei personaggi che apparivano sullo schermo durante i telegiornali appartenevano a quello spicchio di umanità la cui eliminazione fisica avrebbe giovato alla salute di ogni singolo essere umano, e quindi di tutto il mondo.
     Dov’era il senso del mio battito cardiaco in quello spazio angusto tra il piccolo schermo e le strade deserte? Il contrario del dolore non è la felicità, ma il piacere. Finivo per masturbarmi, a lungo, con fatica, sperando che l’orgasmo mi aiutasse a prender sonno.

 

5

 

Una sera d’aprile, rientrando dall’unico cinema della città, trovai un soprabito da donna sull’attaccapanni. Attraversai il corridoio al buio e me ne andai subito a letto, sperando di non essere raggiunto sotto le lenzuola dai gemiti di una sconosciuta o dai grugniti di Attilio.
     La mattina mi ritrovai da solo. Quando presi posto ancora in pigiama sul divano del soggiorno, appoggiando la tazza di caffè riconobbi sul tavolino in vetro scuro l’impronta enorme e simmetrica di due glutei. Immediatamente vidi Attilio al mio posto, in ginocchio sul tappeto, le braghe calate, stantuffare contro la sconosciuta a gambe all’aria. Risollevai la tazza e, avvicinandola alle labbra, non vidi l’ora di essere in ufficio.

In maggio Attilio partì con la moglie per una vacanza in Sicilia. Avevo l’appartamento tutto per me, avrei potuto finalmente divertirmi, ma tutte le donne che fino a un momento prima credevo di tenere sotto controllo all’improvviso sembrarono tirarsi indietro, defilarsi, sparire. Che cosa accadeva? Forse la brama in eccesso che la mia solitudine sprigionava aveva finito per indisporle? O avevano deciso di non starci e basta, appagate dalla loro civetteria?
     Oppure fino a quel momento mi ero semplicemente illuso, mentre da parte loro non c’era proprio nessun desiderio di me? Sarebbe stata una scoperta tremenda! E tutto questo accadeva mentre altre due o tre donne che conoscevo, e che si sarebbero concesse all’istante, non suscitavano in me un solo briciolo di desiderio! Ah, dio dell’amore, è forse l’onanismo il mio destino, l’amara condanna che da sempre avevi in serbo per questo cieco nipote di una scappatella di guerra?

Una di quelle mattine il direttore dell’agenzia mi raggiunse in ufficio e mi posò una mano sulla spalla. Attilio e sua moglie avevano perso la vita in un incidente stradale tra Palermo e Trapani. Forse a causa di un malore, Attilio aveva perso il controllo dell’auto e aveva invaso la carreggiata opposta, piombando contro un camion in sorpasso. I due veicoli avevano preso fuoco. Gli dispiaceva immensamente. Avrei voluto sobbarcarmi anche il lavoro del mio collega?
     Non gli risposi. Con quel fuoco davanti agli occhi, inclinai la testa di lato fino a sfiorare con la guancia il dorso della sua mano.
     La sera dopo, ai margini della folla appena uscita dal cinema, sul display del cellulare che avevo appena riacceso scrissi questo messaggio: «Portiamoci via da qui», ma non avevo nessuno a cui mandarlo. Me ne assicurai scorrendo a una a una le voci della rubrica. Su una sola di quelle voci per un momento indugiai, ma fu solo un momento.

 

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Tratto da: Stefano Zangrando, Quando si vive, Rovereto (TN), Keller Editore, Collana “Passi”, 2009.
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