La differenza della poesia

Lucio Toma
Salvatore Ritrovato

Le parole che fanno
La differenza della poesia

Salvatore Ritrovato, docente presso l’Università di Urbino, è autore di diverse raccolte di poesia e si occupa di critica militante. Frutto di questo suo impegno è ora La differenza della poesia (Puntoacapo, Novi Ligure 2009), che riunisce, riannodandoli in un volume omogeneo, 13 brevi saggi e interventi pubblicati su varie riviste (“Atelier”, “Clandestino”, “Pelagos”, “incroci” ecc.) fra il 2003 e il 2008. Un libro rivolto non ai soliti pochi addetti ai lavori, ma a quanti abbiano la necessaria curiosità per approfondire un tema così poco incline alle mode e alle seduzioni dei media, qual è quello della poesia. In effetti, ne La differenza della poesia, con un linguaggio che mira a svincolarsi da formule espressive troppo accademiche, l’autore pone al servizio del lettore la sua personale esperienza e il suo impegno nel campo della poesia con onestà intellettuale. Il libro è una raccolta di riflessioni intorno alla poesia, un tentativo di compendio critico sulla natura e la misura della poesia (intesa come strumento capace di inquadrare il mondo e la realtà in cui viviamo). Si potrebbe anche dire, ironizzando con termini più vicini al mondo consumistico, che questo libro ha il merito di tracciare un bilancio critico sull’attualità della poesia, valutandone in itinere i punti di forza e debolezza, gli obiettivi e le finalità a fronte di un’epoca che la considera marginale (più che inattuale) rispetto ai grandi sistemi e problemi nazional-popolari. Si pensi solo, in merito alla sua marginalità, alle magre condizioni logistiche che gli vengono offerte dagli scaffali delle librerie! Oppure alla marginalità geografica di parte della poesia del sud «rispetto alle vie maestre nazionali». Tuttavia, tra i maggiori punti di forza del fare poesia oggi, c’è, secondo l’autore, proprio la condizione di marginalità, che offre il vantaggio di decantare le parole rispetto al bombardamento logorroico e omologante della comunicazione mediatica che ne svilisce (e deteriora) il potere suggestivo-evocativo (metaforico, se vogliamo) della parola poetica. Nessun genere letterario è così originale come la poesia, che assimila forme espressive varie (lettera, taccuino di viaggio, memorie, aforisma, ecc.) in quanto è, fa notare l’autore, «un genere che punta al senso di libertà colta nel suo farsi e nel suo prodursi privatamente alla coscienza del lettore». Senza dimenticare il pericolo del potere dell’industria editoriale (a volte prepotenza), che punta a una «monocultura del bestseller», quando non proprio a quella del longbestseller. Allora il poeta e la poesia, cosa possono fare? Quale ruolo devono svolgere? Il poeta non può e non deve lasciarsi abbindolare dal protagonismo e dall’edonistico presenzialismo, né farsi ammiccare dai lustrini del facile successo come fosse una star del cinema, altrimenti verrebbe meno la sua necessaria funzione e la sua ineludibile scommessa: fare (o trarre) la “differenza” rivelando un nucleo di autenticità-verità, quella “sostanza” dei fatti che sta nelle parole e in quell’accurata (intesa come preoccupata) ricerca di esse. Se è vero che tutti parlano della guerra, in termini spesso retorici e qualunquisti (politici, giornalisti, storici, filosofi, etc.), il poeta si propone, osserva Ritrovato, «di tornare con forza a chiedere il superamento dell’immagine mediatica e di rimettere in gioco la propria esperienza del mondo». Di qui l’importanza dell’autenticità dell’esperienza individuale o anche, per usare parole di Galaverni, il modo in cui «la vita si fonde in maniera sostanziale con il verso». Quindi, esiste una responsabilità diretta ed evidente del poeta (e della poesia) rispetto alla realtà presente e attuale. Il poeta è tenuto a prendere coscienza del mondo in cui viviamo, deve fare qualcosa di fronte a se stesso e alla storia, ma proprio per questa ragione si imbatte in un dilemma tutto shakespeariano avvertendo il peso e la responsabilità del suo agire di e con parole. Peso che sarebbe, secondo Ritrovato, meglio definibile come irresponsabile, in quanto il poeta non può, né deve dare, responsi, risposte: è quella che si chiama “Sindrome di Amleto”. Il poeta può al massimo agire amleticamente: in una realtà che mostra spesso il quadro più desolante e malvagio (pensiamo alla guerra, appunto) è necessario inventare una favola per poter parlare della realtà e smascherarla (Amleto si finge pazzo, ad esempio, per poter denigrare il potere); tale è la sua etica che, «senza abdicare al proprio giudizio su di sé e sul mondo, [il poeta] introietta l’esercizio del suo mestiere in un rinnovato dialogo e confronto con la storia». È naturale, quindi, che di fronte alla tragicomica vicenda umana, non resti al poeta, quale indubbia finalità, che la ricerca della bellezza attraverso le sue parole più autentiche. Leggiamo ancora: «La parola non può limitarsi a interrogare se stessa, o approdare al silenzio, ma deve guardare al mondo, orientarsi secondo il suo fine che è l’osservazione della bellezza puntando alla penombra silenziosa dove la verità si ritrae fuori dal baccano del mondo». La bellezza salverà il mondo, si potrebbe anche dire, ove sia «intesa come segno distintivo della creatività della poesia». E per meglio comprendere l’importanza del concetto è lo stesso critico e poeta a specificare: «È probabile voglio dire che in un’ora di profonda noia, a differenza dell’ animale che sospende e disattiva i disinibitori specifici delle sue reazioni alle marche ambientali, ma non sa di annoiarsi, l’uomo provi quel senso di brivido che segna il momento della piena sveltezza, e in particolare di quel nuovo che si chiama ora bellezza, ora sublime». È qui La differenza della poesia, la nuova condizione del poeta, il quale è «un uomo come gli altri: coltiva la sua lingua nello stagno misterioso del parlato, non vive in un mondo diverso da quello in cui vivono i suoi simili. Tuttavia egli usa la medesima lingua in maniera diversa, con la consapevolezza della sua totalità linguistica e stilistica, e, quindi, con l’obiettivo di fissare nelle parole, non per fini pratici ma estetici, l’esperienza della vita. Il poeta ha scelto la parola ermo invece di solingo perché è più bello, cioè esprime di più, è più profondo». Bellezza e verità divengono un tutt’uno testimoniando concretamente la vita degli uomini, la storia, come prova di senso, al loro esistere. Quindi, al di là di ogni apocalittica conclusione, e sulla scorta della lezione di Todorov, si può affermare che la letteratura non è in pericolo di vita; gli antidoti, le strategie di sopravvivenza ci sono. La poesia e il poeta si devono muovere, secondo Ritrovato, seguendo i canoni-antidoti, gli unici oggi davvero possibili, della lentezza-silenzio (l’ascolto del ritmo del proprio respiro, la riscoperta dello slow time) accanto a quello della bellezza-verità.

***

5 pensieri riguardo “La differenza della poesia”

  1. Non so se “Il poeta non può e non deve lasciarsi abbindolare dal protagonismo e dall’edonistico presenzialismo, né farsi ammiccare dai lustrini del facile successo”, pena il suo venire meno?, (forse non sarei così stringente),
    però certo mi piace e condivido quella scommessa di “fare (o trarre) la “differenza” rivelando un nucleo di autenticità-verità, quella “sostanza” dei fatti che sta nelle parole e in quell’accurata (intesa come preoccupata) ricerca di esse.”
    così come condivido l’individuazione dei quei “canoni-antidoti,”

    ciao!

  2. è possibile trovare in rete qualche saggio dell’autore ?
    Solo per capire se questo libro è alla mia portata essendo io quasi analfabeta riguardo alla poesia
    grazie

  3. Il tentativo di riunire diverse e profonde riflessioni sulla poesia merita di essre sostenuto, nel vuoto di significati, provocato dalla confusione, dal politeismo dei valori, la poesia recita la sua parte ingrata, resistendo sulle “barricate ” della cultura. Lo studioso appare pienanamete consapevole che gli sprezzanti inviti a non scrivere, a stroncare quasi tutti, o a rispondere con imbarazzanti silenzi all’invio di un’opera, non risolvono il problema di fondo. E’ necessaria una coscienza nuova degli aspetti problematici, inerenti alla nostra società, da ridisegnare, non certo da condannare in assoluto. Il poeta è in grado di esercitare un’influenza costruttiva. Il suo messaggio è certamente sommesso, rispetto alle più prepotenti voci che provengono dalle ben note agenzie della cultura mediatica, ma insostituibile. Un complimento dunque a Salvatore Ritrovato per il coraggio di aver aperto la discussione. Marzia Alunni

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