L’epoca geniale

Marco Ercolani

[L’epoca geniale di Bruno Schulz, già pubblicata all’interno del volume Il sanatorio all’insegna della clessidra (ed. it. Le botteghe color cannella. Tutti i racconti, i saggi e i disegni, Torino, Einaudi, 2001) appare nel settembre del 2006 per le Edizioni Via del Vento (sezione “testi inediti e rari del Novecento”) in una nuova traduzione a cura di Lorenzo Pompeo, accompagnata da questo mio breve saggio. M.E.]

Senza diventare adulto

Nello splendido racconto L’epoca geniale, tratto da Il Sanatorio all’insegna della clessidra, Bruno Schulz, il grande scrittore polacco, fa dire al suo alter ego Jòzef: “Io sedevo tra quelle carte, accecato dal bagliore, con gli occhi pieni di esplosioni, razzi e colori e disegnavo. Disegnavo in fretta, nel panico, per storto, di sbieco, per le pagine stampate e scritte. Le mie matite colorate volavano nell’ispirazione per le colonne di testi illeggibili, correvano in geniali scarabocchi, in spericolati zigzag (,,,) La mia stanza era il confine e la dogana (…) Si aggiravano, scalpitavano paurosi e selvaggi esseri gobbi e cornuti usciti dentro tutti i costumi e le armi della zoologia, spaventati di loro stessi, impauriti dalla loro stessa mascherata, guardavano con occhi stupiti e spaventati dalle fessure delle loro pelli pelose e muggivano lugubremente, quasi fossero imbavagliati sotto le loro maschere”.
Queste creature fantastiche, degne della penna e del pennello di uno scrittore-pittore come Henri Michaux, non trapelano, non scalpitano, non si agitano in nessuno dei disegni che compongono l’opera di Bruno Schulz pittore. A una scrittura immaginosa, ornamentale, analogica, in stato di metamorfosi, al tripudio di colori e profumi delle noti di luglio della mitica infanzia di Drohobycz, evocate dalla foresta ritmica e metaforica delle sue frasi interminabili, fa da contrasto la tonalità secca, notturna, ossessiva, dei disegni che, attraverso chiaroscuri incisivi e violenti, rappresentano esseri nani o deformi prosternati sotto donne bellissime, a baciare i loro piedi come schiavi. Il Bruno-scrittore, che fantastica con liriche volute verbali la sua “repubblica di nuvole” e il Bruno-pittore che penetra senza pudore, con nitido realismo, le radici delle sue ossessioni sesssuali e sadomasochistiche, si guardano come le superfici opposte di uno stesso specchio. Quando, ne L’epoca geniale, Shloma dice di Jòzef che “il il mondo è passato attraverso le tue mani per rinnovarsi, scrollarsi di dosso la pigrizia e squamarsi come una meravigliosa lucertola”, l’affermazione è perfetta più per descrivere la prosa schulziana, in bilico tra stupefazione lirica e angoscia cosmica, che per evocare i disegni lancinanti e crudeli tanto ammirati da Stanislaw Witkiewicz.
“Disegnare e “scrivere”, per Bruno, equivalgono a fantasticare “un’architettura enorme e ispirata, un’urbanistica nuvolosa e trascendentale”. L’epoca geniale è un’infanzia ancora viva, non “strappata dai grandi legami cosmici”; è “l’attiva costruzione di un sogno”. Non ci possono stupire, dunque, le parole che, nello stesso racconto, descrivono la genesi del mondo: “Questo Dio non l’ha detto (…) e tuttavia mi convince profondamente, mi mette spalle al muro, mi toglie l’ultimo argomento. Queste linee sono inconfutabili, incredibilmente esatte, definitive, e colpiscono come il fulmine nel centro delle cose. (…) Sei giorni della creazione furono divini e chiari. Ma il settimo giorno Lui avvertì una trama estranea in mano e spaventato tolse le mani dal mondo, anche se il suo ardore creativo era stato calcolato per molti giorni e notti ancora. Oh, Jòzef, fa’ attenzione al settimo giorno…”. Con la lente deformante della sua percezione, lo scrittore polacco descrive la materia informe e impetuosa della sua scrittura, mentre apparentemente divaga sulla sua poetica di disegnatore.
Per Schulz la salvezza dalla vita è stata un “maturare verso l’infanzia”, una felice regressione infantile, una festosa metamorfosi, una proliferazione verbale inarrestabile come l’invasione tropicale di colori e di luce che ancora oggi la sua scrittura ci rivela, attraverso i racconti delle Botteghe color cannella e del Sanatorio all’insegna della clessidra. La Drohobycz di Bruno non è la grigia cittaduzza polacca dove l’autore nacque e morì tragicamente, ma un luogo oppiaceo di apparizioni e incantesimi. Se al lettore contemporaneo Schulz può apparire uno scrittore “kafkiano”, sprofondato in capricciose bizzarrie chagalliane, l’attenta lettura della sua opera non ci rivela il laconico referto di una tragedia dell’io, bensì di un tripudio di metafore che innervano il fuoco d’artificio della scrittura. Felicemente ebbro delle parole che affastella nella pagina, Bruno Schulz “rischia la vita” per l’intensità di questo suo inabissarsi in un’infanzia ricreata dalla scrittura, perfettamente reale nella sua stravagante irrealtà. Lui, che ha sempre rifiutato qualsiasi adultità grazie alla frenesia delirante dell’immaginazione, nella sua breve opera porta a compimento quanto auspicava il musicista Alban Berg: “Crescere senza diventare adulto”.

***

8 pensieri su “L’epoca geniale”

  1. Ringrazio Francesco per la sua costante attenzione al pianeta Bruno Schulz. Vorrei ricordare che, nell’edizione einaudiana, compaiono anche delle recensioni di Bruno a libri ormai del tutto dimenticati, e che compaiono davanti a noi lettori proprio e solo attraverso le sue parole. È una sensazione curiosa che si prova a leggerli, come uno sfasamento fra immaginazione e memoria.
    Marco

  2. ottima proposta da parte del curatore e come no dalle edizioni pistoiesi di Via del Vento che molto hanno fatto e fanno in questi anni.

    un abbraccio

  3. In primis ringrazio e mi scuso con Francesco per il lungo silenzio in questo spazio [al solito mi persi/dispersi nelle conche chiare].
    Adorando Schulz e quella “repubblica di nuvole” [e il Nuvolario di Fosco ancora m’attende] – il “maturare verso l’infanzia”, Ercolani docet, è riappropriarsi e riscoprire l’autentico essere, plasmato e plagiato da condizioni e condizionamenti.
    E ancora: nel massivo invecchiare senza crescere, non è data crescita senza lo stupore che sgrana e scintilla – l’anima, saggia bambina.
    Paedogeron come *copula* dei nostri opposti.

    Nell’abbraccio

  4. @Chiara e Francesco

    Sarò dunque costretto a ripubblicare, in questa benedetta Dimora, il mio racconto, “La repubblica delle nuvole” (ancora un apocrifo di Schulz! mia principale ossessione), che nel 1996 pubblicai nel volume “Lezioni di eresia!”…

    Ciao e grazie

    m

  5. è autore di mia preferenza, Bruno Scultz coinvolge e sconvolge e ne ho tratto delle imago.. complimenti a marco ercolani per raffinatissima lettura..
    ps: il suo libro pubblicato dalla einaudi sta sempre a portata di mano, lo sfoglio continuamente..

  6. un saggio ben condotto, a partire dall’inizio, quando appunto introduce Jòzef il doppio ( “io e te, -ripetè con un sorriso triste, – come è vuoto oggi il mondo”)
    e il rapporto fra quello che “le matite colorate” fanno nel / del testo e i “disegni che, attraverso chiaroscuri incisivi e violenti, rappresentano esseri nani o deformi prosternati sotto donne bellissime” di Schulz stesso.
    D’altra parte questo rapporto è presente anche nel testo (vedi il furto -da feticista- delle pantofole dai tacchi alti di Adela), introdotto fin dall’inizio del racconto con quelle sliding doors di un “tempo a doppio binario” o ancora “con l’oscura manovra” “senza la minima scossa” del binario morto.
    De il ““maturare verso l’infanzia” è già stato ottimamente detto.
    ciao!

  7. Grazie, Margherita.
    Il “tempo a doppio binario” è una delle magiche soluzioni al binario morto dell’esistere. Per Bruno, come per altri, credo.
    Marco

  8. Grazie per i commenti e per la condivisione della passione schulziana.

    @ Marco: pubblicheremo “La repubblica delle nuvole”.

    @ Chiara: nell’abbraccio un abbraccio grande, unito al piacere di rileggerti qui.

    @ Roberto: dovresti avere la mia mail, se mi mandi le immagini in formato jpg te le assemblo in un post.

    Un saluto a tutti.

    fm

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