Attraversare il fiume

Patrizia Vicinelli

“La principale connotazione, che è etica, riflette momenti diversi della percezione – tempi dello spirito – e sviluppa modi diversi della manifestazione del tempo reale nella fattività e nell’evento, luoghi privilegiati di ogni metamorfosi. Le due relazioni si congiungono nella rappresentazione di un processo dialettico i cui termini trascendono il senso dell’esperienza nella speculazione del pensiero.”

 

I FONDAMENTI DELL’ESSERE

IV. Attraversare il fiume

 

Come un’altalena, come un arcobaleno, il penetrare
in alto e in basso, colorato, a croce lui
ripete l’andamento. Interiorizzato l’abisso
è una struttura dell’essere, egli si strazia nell’immerso
come nella sua pratica, il solito.
Prendere in mano la sorte del suo destino e integrarlo
e diventare l’agognato essere dei sogni,
a picco la luna sulla mente
non smette di influenzare. Morbi
scattanti angustiano, ed è una morsa di ferro
ma il principio non è dimenticato,
neppure la lotta, neppure la resa, neppure
l’incessantemente corso
di questo fluire di questa vita di questo cosmo,
a paragone.
Nella chiusura e nell’apertura, si schierano i miopi
cercatori, s’immergono nei pozzi oscuri e scattano
come risucchiati verso le stelle, dopo
una stanchezza che pareva già morte.
Sempre il tempo per ognuno ha finito di scorrere,
quando giunge la luce
non somigliò a nessun sentimento
o a quelle forme conosciute
di cui si ammantava piuttosto un’istantanea
mentre un cavallo s’era fermato sotto la luna.
Disse che anche la poesia andava detta
in un altro modo, perché servisse ad altre schiere,
e perché diventasse movimento attivo
senza ritorno, ogni volta che il desiderio
avesse preso una forma e il dominio.
Immerso in un’oscurità da utero, seppe
che era una scelta e non più una condizione e
se ne stette rincattucciato senza temere,
come un bambino sempre più goloso, ma di senso.
Vide le nuvole cadere precipitando
in quell’universo finalmente statico, guarda
per ore tutto ciò che vuole, inventando schemi
come un mago con la sua bacchetta.
Deve dormire, nel sonno crea il suo paradiso,
lo fornisce di dettagli e consistenza,
ricorda che era come tessere,
fare tutt’uno del destino con la vita.
Ebbe buoni maestri, nel campo dello spirito.
Tutto l’assillo e il procrastinare furono dovuti
a una sorta di concupiscenza, sempre quella,
e nominarla passione, dove il corpo può immergersi
fa il suo tremendo mestiere il corpo arricchisce
la mente nel suo modo possibile e migliore.
L’infermità accumulata nei centesimi del tempo
di attendere sembrò irreversibile
e solo dopo l’invincibile rinuncia
se lo permise di godere
scavalcando così i suoi resti
riemergenti allora in nuova energia.
Quella calma è una struttura interiore, da lì
fu possibile dettare ordini alla mente e rinforzare
i sigilli della propria unità.
Così la forza forma la sua melodia come di un uomo
che ha finito di sperare
e che ha iniziato a dominare, poiché
la sua anima ha visitato gli opposti.
Le creature così vaganti da impazzite, quasi mai
raggiungono la riva, quasi mai infrangono lo specchio,
raramente congiungono a sé la propria sorte,
perché non si danno pace, oppure non si fermano.
Intanto Orfeo conduce al di là dei sassi
la sua fede rovente e si chiede perché,
questa paura smisurata ancora una volta abbandona
il mondo tu se lo accetti quel lago immenso
della solitudine, la condizione, la condizione.
Querce immobili in quei momenti fremono senza vento
batte il loro alito su altre menti in consonanza.
Mai diviene certo cosa risulti,
la grande ansa del desiderio abbattuta la diga
dell’immenso fiume abbattuta,
luogo in cui queste parole sono proprio inutili,
tenendosi dritto Orfeo in compagnia della sua
ritrovata anima, cellula per cellula eretto
un androgino pieno d’orrore e di risentimento,
si lasciò percorrere al di là della sua storia
avendo raggiunto la superficie del pozzo, ma sì,
sotto quella calma sotto le stelle in alto,
pace disse sperava, e un’aria improvvisa di sera tranquilla.
Tremanti quelli come lui ancora dentro quei loro corpi
a lungo vissuti, essi piangenti si cacciano
la stella famosa in fronte, come lui proseguirono
piano, finalmente senza più temere.
Sì il timbro dell’inutile veniva da ridere sommessamente
a tutte quelle rincorse sul bello
e quanto si trovò colmo di esso come un pastore
dicendo come è passato e come è mio, la coincidenza
dell’essere, e quanto si trovò colmo del senso,
mentre se ne andava in un lontano fermo
e rinunciando alle sue speranze.
Essa stava lì nel centro cuore bollente aurora,
da non fermarla, ecco il rischio inevitabile,
il cammino già dato.
Così da lontano vedeva la sponda, anche
tutto quello che c’era nel mezzo.

 

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Patrizia Vicinelli, I fondamenti dell’essere (IV. Attraversare il fiume), 1985-87, ora in Non sempre ricordano, Firenze, Le Lettere, 2009.
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9 pensieri su “Attraversare il fiume”

  1. “Disse che anche la poesia andava detta
    in un altro modo, perché servisse ad altre schiere,
    e perché diventasse movimento attivo
    senza ritorno..” Brava! un testo barocco, poliedrico, immerso nel flussi e riflussi delle acque interiori..ritorna continuamente la voce del fiume in piena, sub-entra la forza della luna, magnetica risonanza a riflessi.
    Sono d’accordo, la poesia ha bisogno di un’altra lingua, un altro modo di essere, di vedere, di sentire, sfidando il principio di non contraddizione, tutta l’enfasi che ancora persiste nelle parole, nella lingua ‘imbavagliata’ e non libera ancora..

  2. Un fiume, appena staccato dal tumulto del torrente, che nelle sue acque larghe viene mescolato e percorso da veloci cambi di tempo verbali (dal presente al passato remoto per esempio) di senso gorgo, mulinello. Probabilmente è così che crea ciò che (ci)attraversa, quando turbina come “mago con la sua bacchetta”, o quando all’approssimarsi della foce si acquieta: “Deve dormire, nel sonno crea il suo paradiso”.

    Bella questa proposta dentro (il) “non sempre ricordano”
    Grazie mille Francesco. Ciao!

  3. Vi ringrazio. Prossimamente proporrò anche la terza parte, Eros e Thanatos. La prima e la seconda le trovate già sul blog.

    fm

  4. «Votata alla catastrofe, certo, ma sempre a fronte alta, in modo ‘ heroico’ : Stretta saldamente/ l’ impugnatura alla mano./ Non avanzeranno più di un solo passo»
    Un flusso percettivo e vitalistico unico che piega la sintassi con prepotente forza.Grazie .

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