L’incanto dei brutti ricordi

Ivano Mugnaini

Forsan
et haec olim
meminisse iuvabit.

Forse un giorno
sarà dolce ricordare
anche questo.

(Virgilio, Eneide,
canto I, v. 203)

     Guido la mia auto a passo di fuga sotto un cielo cupo. Nuvola dopo nuvola mi segue, come una colpa, come una condanna. Dietro e di fronte a me lamiere ignote sfrecciano e sfregiano ma non scalfiscono la cappa di piombo che opprime fuori e dentro. Improvvisamente, per un dono inatteso, o per aggravio di pena, scorgo un’area illuminata da un sole intenso, strano, un enigmatico messaggio di luce disteso su un grumo di case, cortili polverosi e campi di stoppie. La macchia luminosa è in posizione scomoda per me, avulsa, laterale. Per raggiungere la mia destinazione gli devo scorrere a fianco e poi allontanarmi progressivamente lasciandomela presto alle spalle. Tutto ciò che posso fare è rallentare e scrutare finché posso quel prodigio inatteso di pulviscolo. Rallento sempre di più, fino a fermarmi.
     Decido di cambiare strategia. Gli corro incontro, fino ad immergermici dentro. Una deviazione in più non mi ucciderà. Anche se, mentre concepisco questo pensiero consolatorio, spalanca i cancelli della mente un’altra considerazione, di natura assai diversa: “Uscire dalla vita meglio di come ci si è entrati”. Ma forse si tratta di un’assurdità dettata dalla tensione e dall’effetto di questo sole bizzarro che inizia a martellarmi la scatola cranica.
     Mi guardo intorno. Nei cortili risplendono quattro Seicento dai colori improbabili: beige, fucsia, azzurro smorto e giallo itterico. Ma sono fresche, vive, come appena uscite dal concessionario. Penso ad un raduno di auto storiche, ma qui è tutto d’epoca, i vestiti appesi ad asciugare, gli oggetti, gli utensili e perfino gli sguardi che intuisco e sento graffiare sulla pelle accuratamente nascosti dietro le persiane.
     Mi sento un alieno, o un viandante sbandato in una muta terra straniera. Mi guardo alle spalle e medito di tornare di corsa sulla strada statale. Ma l’occhio mi cade su un pallone incastrato sotto il parafango di una delle lucidatissime utilitarie. È uno di quei palloni di plastica leggera che andavano di moda negli Anni Settanta. Una di quelle sfere calciate più dal vento che dai piedi speranzosi di qualche emulo di Claudio Sala o di Romeo Benetti, un aspirante calciatore sognatore o spaccavetrine, di tocco e fioretto o con le scarpe cingolate. È un pallone a scacchi neri e azzurri, del valore di cinquecento lire dell’epoca, più o meno venticinque centesimi di oggi, e della durata media di cinque giorni, destinato a bucarsi al primo impatto con qualunque oggetto angoloso o al solo sfiorare le spine di una siepe. Un pallone da poco, ma dall’attrattiva irresistibile. Comincio a palleggiare. Non lo facevo da anni. Dapprima incerto, goffo, poi, dimentico di tutto, prendo a correre e a sorridere, dribblando me stesso. Dopo un paio di minuti intravedo una porta improvvisata, due pali tenuti dritti da quattro mattoni. È il mio calcio di punizione a cinque minuti dalla fine: può decidere l’esito di una partita, anzi, di un intero torneo. Prendo la mira e calcio a tutta forza.  Colpisco il vetro di una finestra che resiste miracolosamente, si spalanca e fa rimbalzare la sfera sopra un secchiello d’alluminio. Rovesciandosi a terra vibra a lungo, come il gong che dà l’avvio ad un match di pugilato.
     Una ad una escono dalle case facce, persone, memorie, ricordi in carne ed ossa. Niente è casuale: riconosco uno dopo l’altro i miei compagni d’infanzia e di gioventù; le espressioni ottusamente crudeli, i denti cariati che ridono senza tregua, le freccette piantate nelle scarpe di tela, la ghiaia scagliata contro i motorini, la curva contromano, le ore vuote come i bicchieri e le granite scialbe del bar.
     Rivivo tutto. In pochi istanti risento il piombo e il legno di anni corsi via come maratoneti. Comincio a sudare, e provo nostalgia delle nuvole e dei tubi di scappamento della Statale che mi riporterà alla mia realtà. Mentre giro loro le spalle, mi assale anche un moto di gratitudine. Coincide con un pensiero di Gesualdo Bufalino: “La vita è uno squarcio di luce che la morte, come una chiusura lampo, richiude”. Forse anche questa riflessione è fuori luogo, come questo posto, come me stesso. Di certo non so dire da che parte si trovi la vita e da quale lato il suo contrario. Ancora una volta mi vengono in soccorso le parole. Mi aggrappo come un naufrago ad un’altra frase che ho amato: “Tutti quanti abbiamo provato, ritrovando degli amici, l’incanto dei brutti ricordi”.
     Posso tornare a casa sereno, ora, o almeno più leggero. Entro nel vicoletto in cui avevo parcheggiato la macchina.  Non c’è più. Rubata con silenziosa perizia e fatta sparire. È questo il loro scherzo, la beffa reale, genialmente feroce.  Devo restare qui, in questa trappola di luce che adesso stordisce e acceca. Frugo nella tasche con mani tremanti.  Afferro freneticamente il telefonino. Mentre mi accingo a chiedere aiuto mi assale la più bizzarra delle esitazioni: non so se sperare che qualcuno mi risponda subito e mi venga a prendere, o, al contrario, pregare di non avere più credito, o che in questa zona non ci sia campo né segnale. O, meglio ancora, che il cellulare non sia stato ancora inventato.

***

7 pensieri riguardo “L’incanto dei brutti ricordi”

  1. Complimenti, Ivano. Un racconto surreale e realistico, ma guidato nei tempi giusti, con le giuste pause. Il bagliore delle Seicento, quel pallone incastrato e antico, il desiderio che non ci sia né campo né cellulare, sono idee oniriche che funzionano bene nel tuo understatement di scrivente…
    Ciao, M.

  2. Piaciuto tanto. Come tutti gli altri. Questa “vena” surreal-ironica-filosofica e leggera ti è proprio congeniale, per lo meno, assolutamente perfetta, dal mio personalissimo punto di vista.
    Complimenti!
    lucetta

  3. Ringrazio Marco e Lucetta, per la lettura, per il commento e per i pareri, sempre puntuali e graditi.
    Grazie anche a Rina per aver colto uno dei cardini del racconto.
    E grazie a Ilaria, che, con un aggettivo, ha espresso uno degli stati d’animo che questo testo, ispirato effettivamente da uno strano, surreale bagliore di luce, ha provato ad esprimere.
    Un caro saluto e un grazie a Francesco per l’ospitalità, molto apprezzata, in questo suo spazio.

    IM

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