Ottiche di punta

Margherita Ealla

Rifletti, e capirai: possediamo la vita
solo nel suo riflesso colorato.

(Goethe, Faust)

L’occhio è debitore della sua esistenza alla luce. Da organi animali indifferenti, la luce si crea un organo che diventa il suo uguale e così l’occhio si forma alla luce per la luce, affinché la luce interna si muova verso quella esterna. (Goethe, Farbenlehre)

 

OTTICHE DI PUNTA
(2010, inedito)

 

 

              [ottica del corpo vitreo]

Dal chiaro torni nell’abbaglio
al punto scuro in fondo che ti smuove
scovando sotto le liane del colore
la trama delle nuvole

Il cielo insomma dal filamento labile
quando di colpo in auge
altissimo capovolge
l’imbuto a favore delle tenebre.

 

*

 

Al principio a sé bastevole, poi preso dalle spinte
il mondo esce disposto, imprevedibile.
Serve materia allora per le storie
-servono vittime-
o l’occhio che palpa oscure fabbriche
accoppiandosi nelle gabbie dove frenetico sbatte il cielo
traghettando la terra di nessuno.
L’occhio è il tuo dio, non avrai altro avorio, ma buio.

 

 

              [navigazione a lato di una urgenza]

Niente.
Nasci interamente e sei tutto improvviso
nel via vai guardingo essere stato
e poi di proprio pugno

la filastrocca scritta
per incantarsi, forse stare solo
mentre gira l’ombra
la sostanza cambia i connotati.

E in altro e al qui divisi
fra nervi come funi
che marchiano all’appello
e
ciucciano gli impegni e
senza scalo.

Si addormenta anche il bambino
nella gabbia sottovento, magia
o piuttosto esito chirurgico
se nel torace l’andito bandito dello specchio
è solo voglia di letto, al massimo apocrifo.

 

 

              [addì]

di qua esisti, ti attanaglia
svanire attraversato dalla sabbia
un granello lo puoi ingrandire
punge il tatto, si spacca in due
ma
finito il particolare, quando vorresti
ancora restare, di tuo, non già prigioniero
gettato in una botola di cielo
ecco, per resistere all’assedio
la luce come segnalibro.

 

*

 

di fronte alle stelle, a tanta luce barcollante
senti che il vento delle pupille intense
lasciato che sa leggere, dopo avere scosso
i fili di ogni cenere
cade di buio dentro l’iride.

 

 

 

Sull’orlo la lucciola. O ti fidi solo del tuo punto di vista?
Forse che basta tenere l’orizzonte appeso al tronco
la barra stretta, virando.

Dopo la scossa si è dentro, e di tutto questo tempo
basso, fidato, quando esci all’aperto, scambiato
ogni mano che porta, ti gira. Non dà tregua, frantuma.

 

 

Periferie, decalcomanie o in abuso
fuori dal vaso
le luci scoprono acide
il sasso da un pezzo tramutato in edilizio
nessun conflitto
protegge sia l’insetto, sia il coito interrotto
dell’orizzonte a caldo.

Da che mondo, a rovescio, stirato
sul lastrico d’asfalto
dentro i bricchi il latte diventa
preso da impazienza
sonnambula: “tabula rasa”
e alla finestra accesa il suo biancore
non viene meno il rullo compressore
o un fiore alpino altrimenti ammutolito.

 

 

              [in gattabuia di luce]

che fuori non sia data mano di colore
spente le epifanie e i grattacieli di fronte
giungono le albe in vetro cemento
questo riporta lo scandaglio: guarda dentro.

 

*

 

Un salto dentro il quadro per toccare ad occhio nudo
la luce che punzecchia, dove la polpa attacca, dove spegne.
Vedere è più che uno splendore: a pochi metri circa, oltre la lastra
la luce si è disciolta, oppure orrenda subisce un’inversione.
Qualcosa a che fare con l’amore: dal volto esce la notte e il
giorno
l’ingrandimento orario, il muro di cemento.
Anche il coito che ti ha passato l’osso degli antenati
accompagnandolo.
Non è un equivoco: rimane scolpito il gemito, una stella di latte
uno zigomo.

 

 

E davvero, nel vetro convesso dove cerco riparo
dove deformando mi trovo
un baluginio di zucchero, da orecchio a orecchio
messo sotto ghiaccio, come un piccolo calco
si stabilizza il foro.
Per giunta io, si capisce, rosso e non statistico

tanto che il punto di pericolo
è l’orrore e non sentirlo tale.
Così le inquadrature, se anche fossero acqua e sapone
e di fronte alle tele
il pennello dell’inguine
tenebre al dunque. Tinte.

 

 

Sono
una lingua ruvida di lago
l’argento declino
lungo il collo e il cielo
affrescato di bianco.

Il vuoto intorno
scheggia un orrido al sole
l’emozione traspare
subitanea in neve.

Oggi è aria alla cornice
fredda la voce
ogni fontana si incrina
sulla foglia dilegua il senso
al taglio più crudo.

Ho un campanile nell’occhio
la pupilla il batacchio pulsa
alle leve.

A volte la vita si catapulta alle vene
centra la foce.

Allora il bosso discrimina il mondo:
di qua la siepe dell’io coriacea e severa
di là l’esistenza in un tonfo sottratto alla mano.

 

 

              [Ri frazioni]

Già sul vetro si prepara
il dubbio smorto e lo ripiega
già lo taglia.
L’occhio alberga e poi sbadiglia
perde diottrie e potere
sfugge all’irruzione il seme
della luce /muore/

Mai più si vede. E non invecchia
se oggi sono, se rimane /vita/
forse si frantumerebbe /pietra/
il viso lungo gli anni in faglia
e il segno che sobilla scuro
apparirebbe a nodo
zattera sul magma.

Allora
improvvisa terra / meraviglia
un sole che s’impunta sulle mani nude
e anche se il dolore agita lo spettro
ogni riflesso d’acqua cresce il bosco.

 

*

 

già sale
lanciando gli orizzonti sotto i piedi
le dita disfano gli anelli
di terra alla cintura

è il sole emolumento ancora che lastrica di vita
l’eresia staccata dalle ombre al canalone
e la carne di lucertola che preme il dorso
riscaldato della pietra.

Che altro monta un’occhiata
per accorgersi dei cieli convertiti pari pari
millenni di meditazioni in contrattempo
fughe in falsopiano e sguardo.

Tutta colpa dell’ossigeno, si dice
di quel poco
che sguscia il sangue sul costato e poi
ne frulla il ferro limato dalla bocca

questo succede ad alzarsi in fretta
prima che faccia giorno
per prendersi un mondo
di caverne istoriate.

 

 

***

22 pensieri su “Ottiche di punta”

  1. Pingback: Ottiche di punta
  2. (Non un commento, poche frasi in margine.)

    Tra occhio e luce c’è un dialogo, un’interazione modificante, come tra luce e buio.

    La filastrocca, la capriola verbale, non soltanto acquietano: negano lo spazio che si ostina a dividere.

    Fra le pagine del libro, un raggio luminoso fa da promemoria.

    La lucciola è indifesa, ma emette brevi segnali di esistenza.

    L’ingrandimento orario, o la contrazione, sono scherzi che divertono il prestigiatore con le ali.

    Le diottrie si perdono, non i desideri, che trovano comunque la loro strada. “Le mani vogliono vedere, gli occhi vogliono accarezzare”, diceva Goethe.

    Su una pietra meno effimera di lei, la lucertola si scalda. E ha ragione.

    (Complimenti a Margherita, grazie a Francesco.)

    G. Z.

  3. Una delle scritture poetiche più compiute e mature in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi. Un’opera splendida.

    La conferma tra qualche minuto.

    fm

  4. non sapevo che la gentilissima margherita ealla, così precisa e limpida nei suoi commenti, con la sua grazia e disponibilità nei confronti dei lavori d’altri, fosse poeta – così compiuta – in proprio.
    apprezzo moltissimo la raffinatezza delle chiuse dei versi, che, scansando la rima, non evitano, ma ricercano, assonanze, consonanze, omoteleuti leggeri. immagini vivide eppur gentili popolano la sua poesia.
    vi si riposa, vigili.
    mi piacciono le intrusioni colloquiali, e le quasi interiezioni in un tessuto generalmente colto.
    ma che brava. piacere immenso.
    grazie margherita e grazie francesco.

  5. è che non so come ringraziare, quando invece vorrei farlo proprio di cuore,
    (mi vengono solo battute)

    Allora via: uno per tutti
    Francesco, generosissimo, non solo nell’apprezzamento, ma anche nel lavoro fine fine (e impegnativo!) per la creazione dei due post;
    e poi
    Roberto Matarazzo (grazie per la tua ottica),
    Natalia Castaldi (no dovuta :), se vuoi, quando vuoi, come vuoi) ,
    gugl (che sorpresa!, “margherita tratta”, ohi ohi touché! :)),
    Giuseppe Zuccarino (quello che non si riversa sui margini! Proprio perché le parole – o le formule magiche :)-devono stare vicine vicine…hai presente Fermat o Galois?)
    lucypestifera (ha ragione Francesco, un grazie speciale anche per le parole-non so quanto meritate-sulla mia persona),
    Fabio Franzin(mi piace quel tuo “patchwork di un’epoca.” grazie),
    rosaria di donato (che bella bella e partecipata lettura! E mi riferisco anche a quella nel post con il file)

    un caro saluto a tutti,
    di nuovo un grazie a tutta la Dimora
    Ciao!

      1. natalia, mi spiace molto. Di solito mantengo i propositi. tanto più se rivolti ad altri, ma evidentemente non è avvenuto. Non nemmeno grandi giustificazioni, se non la solita quotidianità pressante (come tutti del resto) Però, almeno in questo caso, posso rimediare, perché il tuo pdf l’ho scaricato e anche letto. Ciao!

  6. Non una sorpresa, Margherita. Avevo letto tuoi versi in rete, scoperti non troppo tempo fa. E ora, finalmente, dopo che per tante volte hai commentato i miei lunghi sproloqui, apocrifi e no, ora che ti vedo sulla Dimora con questa opera compiuta, posso dirti che ammiro questa tua poesia surreale ed esatta, composta ma imprevedibile, e la rileggerò. Per ora ti dico solo di questo mio senso di spiazzamento, a leggerla, come il rovescio folle di un arazzo ci cui si è persa la figura, ma intorno al quale si continua a piroettare con salti di lingua (mosse sklowskiane di cavallo?), con “ottiche di punta”, taglienti come rasoi-ricami.
    Molti auguri per il tuo futuro di scrivente.
    Marco

  7. E’ con grande piacere che leggo Ottiche di punta, post ricco di poesia robusta ed elegante, efficace, senza inutili sbavature o collassi lirici. Concordando con Francesco Marotta, credo anch’io questa sia esempio di una delle scritture poetiche più compiute e mature lette negli ultimi tempi. E di questi tempi si legge molto senza che ne rimanga altrettanto. Complimenti sinceri
    Federica Galetto

  8. Conosco Margherita solo da ciò che ho letto a “casa” di Doris.
    Proprio ieri sera ho incontrato lì una sua poesia.
    L’ho trovata piena, tonda, quasi a pancia.
    Io non sono molto brava a commentare e me ne scuso ma questa sensazione di maternità delle parole la conservo dentro da ieri sera e volevo lasciarla qui, portandola comunque con me insieme a queste poesie

  9. Invece per me la sorpresa è stata totale e molto bella!
    Hai estratto le tue poesie come dal magico cilindro del prestigiatore e hoplà! ci hai lasciati tutti senza fiato.(La prossima volta, però, avvertici prima, non siamo più avvezzi a simili stordimenti).
    Molti complimenti davvero.
    lucetta

  10. urca @Marco, che commento!, in particolare bellissimo quel “rovescio folle di un arazzo ci cui si è persa la figura”, che immagine (come dici tu, questa la tengo)
    grazie molte anche a Federica (è vero non tendo a collassi lirici) e ad Angelica con quella definizione ottima di “maternità delle parole” (oltre che di un abbraccio comune a Doris )
    e un grazie e un abbraccio a Lucetta e al sorriso con il quale mi porge la sua sorpresa (e alla sua dolcezza nel rimproverarmi).

    Allora rinnovo un grazie a tutti e all’ospite (Francesco Marotta) grandissimo.
    buona serata. ciao!

  11. “Dopo la scossa si è dentro, e di tutto questo tempo
    basso, fidato, quando esci all’aperto, scambiato
    ogni mano che porta, ti gira. Non dà tregua, frantuma.”

    Ho volontariamente voluto ricercare proprio nei versi di questa raccolta, quello che la Poesia di Margherita ha operato in me. Dopo l’incontro con le sue “parole”, niente più è stato lo stesso e un giorno sotto a un suo testo mi sono trovata a scriverle:

    “Mi si è aperto qualcosa che tenevo imbavagliato, un intero modo nuovo di percepire… ”.
    “Questo nuovo modo lo devo al tuo scrivere che è stato capace di lambire la mia “buccia” in modo tale da far urlare alla “polpa incline” il suo nome, farla esplodere e uscire allo scoperto con i suoi stessi sensi e facoltà… “.

    Lo scrivere di Margherita è quanto di più -personale- abbia avuto modo d’incontrare, qualcosa che sgorga labirinticamente cristallino, ritrovarne il filo verso la “risposta” è possibile, basta lasciarsene paradossalmente avvolgere, quello che poi inevitabilmente avviene è che non si è più disposti ad abbandonare le sue stanze, in un saliscendi d’immagini capaci di centrifugarci il cuore, servendocene visivamente il distillato.

    Straordinaria e unica Poeta.

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